Quando moda e cibo se ne vanno a braccetto

Forse, leggendo il titolo di questo post, avete pensato all’eccessiva magrezza di alcune modelle e magari avete pensato che l’accostamento tra moda e cibo sia un paradosso evidente e una stridente contraddizione.

Forse, se un pochino mi conoscete e se avete letto qualche mio precedente post, sapete che ho preso posizione altre volte su quella magrezza e quindi ora temete di sorbirvi l’ennesima filippica.

Nulla di tutto ciò: stavolta desidero trattare il lato più ludico, creativo e divertente di questo rapporto perché stilisti e brand si sono spesso ispirati al cibo e non solo oggi, sull’onda di Expo 2015.

Le ispirazioni gastronomiche si sono spesso intrecciate non solo con l’abbigliamento ma anche col gioiello e tutto ciò per un motivo molto semplice: il cibo è sempre stato sinonimo di vita e molti alimenti (mi viene in mente il melograno) hanno assunto significato di buon auspicio, diventando portafortuna in grado di augurare salute e ricchezza.

Nel ‘900, il secolo che ci siamo lasciati alle spalle, molti stilisti e designer hanno creato abiti e bijou divertenti portando avanti il connubio moda e cibo: penso per esempio a Moschino e poi a Ken Scott, Sharra Pagano, Ornella Bijoux (ricordate, ho parlato di tutti e tre qui sul blog). Leggi tutto

Cara Delevingne e i mocassini nei quali imparare a camminare

La modella Cara Delevingne ha deciso di dire addio a moda e passerelle: 23 anni appena compiuti, ha dichiarato di non riuscire più a sopportare lo stress del mondo in cui stava conducendo una brillante carriera.
A me dispiace: ho da sempre un grande debole per lei.
Penso che Cara sia una delle poche giovani top model in grado di far rivivere i fasti degli anni ’80, quando le modelle erano le protagoniste quasi assolute: non possiede solo fisico e portamento, ma anche carisma e carattere.
E non ha paura di giocare con la sua immagine: fa le smorfie, scherza, è ironica.
Lei – con le sopracciglia marcate e il comportamento un po’ da monella – ha portato disinvoltura in un ambiente troppo spesso coi nervi a fior di pelle, ma alla fine la frenesia della moda l’ha stancata e allontanata.
Ho avuto la fortuna di incontrarla a Milano in settembre 2012 in occasione della Fashion Week, dopo la sfilata di Dsquared2. Difficilmente chiedo alle persone famose di poter essere fotografata con loro, è una cosa che mi infastidisce e mi imbarazza. Cara, però, era divertita dal farsi fotografare con tutti e si prestava volentieri, così mi sono lanciata anch’io. Eccoci qui sopra.
Dopo le sue dichiarazioni, in rete sono spuntati commenti acidi e paragoni a mio avviso fuori luogo, cattiverie gratuite, giudizi superficiali e anche un po’ banali e scontati. Del tipo “ma vai a lavorare in miniera”.
Perdonatemi ma questo bisogno morboso di giudicare le vite altrui io proprio non lo capisco. Posso capire la curiosità verso i personaggi celebri (per quanto non la comprendo quando diventa esagerata), ma non capisco l’esigenza di sparare sentenze a tutti i costi.
E poi mi sfugge la logica di tali sentenze: siamo così sicuri del fatto che un lavoro sognato e ambito da molti sia garanzia di felicità per chi quel mestiere lo fa?
Certo, non voglio negare che ci siano lavori meno simpatici – definiamoli così – rispetto a fare la modella, ma non sarà che il nostro giudizio si ferma un po’ troppo in superficie e guardiamo solo il lato luccicante, quello che è sotto gli occhi di tutti?
Vedo le modelle nei backstage delle sfilate e in giro per casting e credetemi se vi dico che non invidio affatto la loro vita. È vero, viaggiano, hanno fama (non tutte), guadagnano bene (non tutte), ma la pressione psicologica su di loro è fortissima.
Dover essere sempre perfette non è un mestiere facile, tutt’altro, e ogni donna lo sa bene: quante volte, alzandoci al mattino, vorremmo scomparire piuttosto che presentarci al mondo? Ecco, una modella non può nascondersi in nessun posto.
Vi prego, non ditemi “se l’è scelto lei”. Certo, nessuno le obbliga, ma questo non comporta che fare la modella sia semplice o che sia tutto rose e fiori.
A noi piacerebbe se, davanti a una nostra difficoltà, qualcuno ci dicesse “te lo sei scelto tu”? A me non piacerebbe e, in un momento di crisi, mi piacerebbe piuttosto una parola di comprensione, magari anche un rimprovero, ma costruttivo.
Cara ha fatto affermazioni molto gravi: ha spiegato di essere arrivata a odiare il proprio corpo e che lo stress le ha scatenato una forte forma di psoriasi. E ha aggiunto che le passerelle le hanno fatto dimenticare quanto fosse giovane e, anzi, l’hanno fatta sentire più vecchia.
Se pensate che Miss Delevingne sia esagerata, vorrei mostrarvi il video di una modella svedese di nome Agnes Hedengård: la ragazza, 19 anni, racconta di lavorare da 5 e di non riuscire più a salire sulle passerelle perché oggi è giudicata troppo grassa da molte agenzie. Guardatela e ascoltatela: io non dico nulla, a ciascuno la propria opinione.
Permettetemi solo una piccola riflessione finale, un aneddoto personale.
Una volta mi hanno detto una cosa che mi ha fatto rimanere piuttosto male. Suonava pressapoco così: “devi essere una che ha pochi problemi, sorridi sempre”. Vi dirò che questa persona non aveva capito granché di me: i problemi li ho, come tutti, però non mi piace andare in giro con la faccia triste. Secondo me, avere la faccia triste è controproducente: se abbiamo l’aspetto di persone sempre problematiche, non facciamo altro che allontanare gli altri. Credo, invece, che sfoderare un sorriso predisponga meglio sia noi che gli altri.
Forse quelle persona non voleva dirmi una cattiveria, forse a suo modo voleva farmi un complimento, ma gli è riuscito malissimo e a me quelle parole sono suonate odiose, esattamente come sentirsi dire “vai a lavorare in miniera”.
Un proverbio degli indiani d’America dà un consiglio estremamente valido: “Prima di giudicare una persona, cammina per tre lune nei suoi mocassini.”
Cerchiamo di riconquistare una cosa che sembra un po’ sparita, ultimamente: la capacità di metterci nei panni degli altri. Meno giudizi e più umana simpatia verso debolezza e (presunti) errori.

Manu

A proposito dell’eccessiva magrezza di alcune modelle: il mio articolo su una pubblicità di Saint Laurent bloccata dalla Advertising Standards Authority.

Cose che capitano con le creazioni di Sophie Cochevelou

Ieri sono stata in giro per Milano con un caro amico, Stefano Guerrini.

Le ore sono volate così piacevolmente che, solo poco prima di tornare a casa, ho realizzato di essermi completamente dimenticata di fare una cosa importante, ovvero passare dal mio medico di base per farmi prescrivere alcuni farmaci dei quali avevo bisogno: era ormai troppo tardi per rimediare, così ho deciso di fare un tentativo in una farmacia in cui sono sempre gentili.

Entrando, ho visto un giovane uomo il cui volto non mi era noto: mi sono comunque avvicinata al banco e ho fatto la mia richiesta con gentilezza. Il suo volto si è fatto dubbioso e allora, per rassicurarlo, ho aggiunto “so che sarebbe necessaria la prescrizione e le prometto che non verrò più senza, ma come vede sono grandicella e le assicuro che è un farmaco che prendo abitualmente, non farò sciocchezze”.

A questo punto, nonostante il suo atteggiamento fosse serio e professionale, la sua mimica facciale lo ha tradito per un istante e io ho colto un rapidissimo guizzo divertito accompagnato da uno sguardo quasi impercettibile in direzione del mio petto: non ho abbassato a mia volta gli occhi, ero certa di non avere addosso nulla di scollato. Ma se non erano le mie grazie a divertirlo, però, cos’altro poteva essere? Leggi tutto

Sopra il Sotto: 24 tombini raccontano arte e moda a Milano

Ieri pomeriggio ero seduta alla mia scrivania quando Enrico, mio marito, è venuto a chiamarmi dicendo “vieni a vedere di cosa stanno parlando in televisione”.
Incuriosita, l’ho raggiunto in salotto: stava iniziando un programma incentrato sulla Bretagna, bellissima regione francese che noi amiamo molto e della quale ho anche parlato qui sul blog attraverso alcuni post pubblicati la scorsa estate.
Sono rimasta colpita dalla parte su Brest, città che noi abbiamo visitato nel 2012: il programma raccontava che, nella zona del porto commerciale, molti muri prima tristemente bianchi o grigi sono oggi ornati da bellissime opere firmate dai cosiddetti street artist.
Le opere sono autentiche pitture murali spesso di dimensioni importanti: in un certo senso, sono la versione moderna degli antichi affreschi e sono stati incoraggiati dalle autorità. Il giornalista spiegava che l’Ufficio del Turismo della città propone, tra i vari tour possibili, anche un itinerario che permette di scoprire questi capolavori d’arte a cielo aperto.
Sapete che sono una grande amante dell’arte e non vi nascondo che mi piace che essa serva a riqualificare le città non restando chiusa in musei e gallerie bensì andando incontro alle persone.
E così, innamorata dell’esempio di Brest, città che come altre ha deciso di dare spazio a questo tipo di creatività, oggi ho pensato di raccontarvi un progetto che riguarda la mia Milano con un altro esempio piuttosto curioso di open air art: le opere non si ammirano ai muri ma… sotto i nostri piedi.
Mi riferisco a Sopra il Sotto – Tombini Art raccontano la Città Cablata, un’iniziativa culturale promossa e realizzata da Metroweb, azienda titolare della più grande rete di fibre ottiche d’Europa.
Il progetto Sopra il Sotto nasce dalla volontà di guardare oltre, cosa che mi piace molto. Sotto l’asfalto e sotto i tombini si nasconde la rete in fibra ottica, una sorta di sistema di vene delle metropoli: grazie a questa rete, viaggiano informazioni preziosissime delle quali usufruiamo attraverso telefono, televisione e Internet.
Metroweb ha fatto da mecenate a questo progetto visionario che racconta la rete in un modo diverso grazie a una mostra unica nel suo genere: dal 24 febbraio di quest’anno, via Monte Napoleone e via Sant’Andrea ospitano 24 tombini artistici, pezzi unici e originali, cesellati a rilievo e dipinti a mano, pensati e ideati appositamente da numerosi stilisti, brand e maison che hanno aderito con entusiasmo.
Tra i tombini ce ne sono due progettati da altrettante giovani promesse dello stile: è stato infatti indetto un contest in collaborazione con l’Istituto Marangoni di Milano e una giuria (composta da rappresentanti di Metroweb, di Camera Nazionale della Moda Italiana e della celebre scuola di moda) ha selezionato tra gli studenti i due giovani fashion designer che hanno meglio interpretato il concetto di base. Alessandro Garofolo e Santi – questi i loro nomi – hanno così avuto la soddisfazione di veder realizzato il loro tombino che resterà in mostra fino a gennaio 2016, così come tutte le altre opere.
Questa è la terza edizione di Sopra il Sotto: come già avvenuto nel 2009 e nel 2010, a chiusura della mostra open air i Tombini Art, dopo un attento restauro, saranno battuti all’asta da Christie’s. Il ricavato sarà interamente devoluto a favore di Oxfam Italia, organizzazione non a scopo di lucro che è anche Civil Society Participant di Expo 2015.
Il tombino, oggetto che fa parte dell’arredo urbano, diventa dunque soggetto e lo fa attraverso la moda: il progetto fonde i due lati di Milano, affari ed estro creativo, in una mostra che riesce a portare l’amore per il bello e per il ben fatto dalle passerelle alla strada.
Se vivete a Milano o se avete occasione di visitarla magari proprio per Expo 2015, regalatevi un giro in via Monte Napoleone e via Sant’Andrea, stavolta a testa in giù e non in su come di solito si fa per ammirare le bellezze architettoniche delle città: in questo caso, l’arte viene messa ai nostri piedi, non solo metaforicamente, e dunque occhio a dove camminiamo 😉
Lo so, i tombini sono fatti per essere calpestati, eppure vi confesso che io non ho avuto il coraggio di camminarci sopra.

Manu

Sopra il Sotto – Tombini Art raccontano la Città Cablata, mostra di 24 tombini ideati dai grandi protagonisti della moda: in ordine di percorso, Giorgio Armani, Just Cavalli, Etro, Missoni, Larusmiani, Laura Biagiotti, Costume National, Moschino, 10 Corso Como, Prada, Trussardi, DSquared2, Versace, Iceberg, Brunello Cucinelli, Hogan, Alberta Ferretti, Valentino, Salvatore Ferragamo, Emilio Pucci, Giuseppe Zanotti Design, Ermenegildo Zegna e con la partecipazione di Istituto Marangoni.
Un progetto di Metroweb da un’idea di Monica Nascimbeni col patrocinio del Comune di Milano. In collaborazione con la Camera Nazionale della Moda Italiana e in partnership con Oxfam Italia.
Dove: Via Monte Napoleone e via Sant’Andrea, Milano
Quando: fino a gennaio 2016, a cielo aperto e sempre visibile night & day
Maggiori informazioni sul sito, sulla pagina Facebook, su Twitter e sul canale YouTube. Qui potete vedere il catalogo e qui il video di presentazione.

Il sito di Oxfam Italia: qui.

A proposito di Brest e dei suoi graffiti: qui potete ammirare uno dei murali opera dell’artista Pakone.

L’arte fuori dai musei, in giro per la città: qui ho raccontato la mostra Milan and the Magic Accessories, qui la riqualifica del sottopassaggio della Stazione Garibaldi e qui la mostra Viaggio in Italia.

La foto che illustra questo articolo mostra uno dei tombini del progetto Sopra il Sotto: è stata scattata il 27-02-2015 dalla mia amica Valentina Fazio e mostra (da sinistra in senso orario) me, la stessa Vale e Alessia Foglia (o meglio i nostri piedi!) attorno al tombino “Walk in Progress” firmato Giuseppe Zanotti Design.

Riflessioni su moda e costume passando per i jeans

Oggi mi sento in vena di nostalgia per il passato.
E – chissà perché – spesso capita che quello che proviamo sembra essere acuito e amplificato da ciò che ci circonda.
Mi spiego meglio: avete presente quando vi sentite romantiche e non vedete altro che coppie che si baciano? Oppure quando siete tristi e in televisione danno solo film strappalacrime?
Ecco, oggi, nelle mie incursioni sul web, mi sembra di trovare solo materiale che alimenta pensieri e nostalgie, ma ho deciso di volgere il tutto in un’ottica positiva: la mia convinzione è che si guarda avanti solo conoscendo ciò che è stato. Presente e futuro privi della memoria del passato equivalgono a una casa senza fondamenta e mi piacerebbe dimostrare quanto ciò sia vero più che mai nella moda e nel costume.
Ho usato – appositamente distinguendoli – i termini moda e costume e qui mi tocca fare una digressione: c’è differenza? Possono essere considerati sinonimi?
Diciamo che esistono delle sfumature.
La moda riguarda il cambiamento progressivo – e sempre temporaneo – del nostro modo di vestire e di arredare, ma anche, per esempio, di viaggiare, spostarci o divertirci: racconta insomma lo stile di vita sia della società sia dei singoli individui. Un tempo, i cambiamenti erano molto lenti, mentre oggi sono sempre più veloci.
Il costume analizza invece comportamenti, usi e abitudini in chiave antropologica, ovvero studia i bisogni alla base e le caratteristiche che permettono di riconoscere una civiltà da un’altra o un’epoca da un’altra.
Naturalmente, moda e costume si influenzano a vicenda e sono correlati: non dimentichiamo inoltre che l’essere umano è l’unica creatura vivente che interviene volontariamente sul proprio aspetto attraverso il tramite di elementi esterni e lo fa per moltissimi motivi pratici e sociali, dall’esigenza di coprirsi e proteggersi al bisogno di comunicare passando per la pura vanità (l’intervento di modifica avviene talvolta anche nel mondo animale e vegetale, è vero, ma solitamente è finalizzato e limitato a precise fasi e a momenti specifici quali per esempio il corteggiamento, l’accoppiamento, l’impollinazione).
Sapete, Enrico, il mio amore, mi ha appena regalato un libro molto interessante, si intitola “Fashion:Box” ed è edito da Contrasto: racconta quelli che sono considerati i grandi classici della moda (la minigonna, la camicia bianca e via discorrendo) e li collega alle icone che hanno contribuito a renderli immortali (un esempio per tutti, Audrey Hepburn e il tubino nero). Proprio iniziando a leggere questo volume, mi è venuto in mente un esempio di capo che ha fatto la storia del costume e che oggi racconta la moda: mi riferisco ai jeans.
Si dice che i jeans siano nati a Genova sebbene la loro definitiva affermazione sia poi partita dagli Stati Uniti, nel periodo della corsa all’oro: nel 1853, Levi Strauss apre a San Francisco un negozio per vendere oggetti utili a lavoratori e cercatori d’oro e propone dei grembiuli in denim, un pesante tessuto di colore blu. Un sarto di nome Jacob Davis si unisce a lui e, nel 1873, l’ufficio americano dei brevetti rilascia loro l’autorizzazione a produrre in esclusiva pantaloni di cotone robusto tenuti insieme anche grazie a rivetti metallici.
In quegli anni, il denim viene usato dagli operai che costruiscono le prime ferrovie americane, dai taglialegna e dai mandriani di bestiame: i jeans vanno dunque a soddisfare un bisogno, quello di avere indumenti funzionali, resistenti e longevi.
Con l’avvento del secolo successivo e in particolare negli anni ’50, il cinema americano porta i jeans nelle case dei giovani attraverso idoli come James Dean o Elvis Presley: i pantaloni in denim diventano il simbolo della ribellione giovanile e della voglia di prendere le distanze dalla monotonia (e dall’ipocrisia) del mondo degli adulti.
In seguito, però, i jeans diventano trasversali e negli anni ’80 si trasformano addirittura in un capo di lusso. Oggi non parlano necessariamente di bisogni soddisfatti o di voglia di ribellione e sono indossati da tutti, qualsiasi mestiere si faccia e a qualsiasi età, cambiando rapidamente fogge e modelli: hanno smesso quindi di essere un fenomeno di costume per entrare a pieno titolo nelle vicende di moda.
A questo punto, dopo aver fatto una piccola distinzione tra costume e moda, torno a ciò che volevo affermare fin dal principio: il passato ci dà chiavi di lettura che permettono di capire il presente e ci consentono di guardare al futuro.
Inoltre, osservando lo scorrere del tempo, possiamo fare un’altra constatazione: i cambiamenti nella moda non sono affatto un prodotto della società moderna come molti credono, bensì hanno accompagnato ogni epoca. Al limite, ciò che è cambiato è l’atteggiamento, l’attitudine a fare dei trend una mania che può diventare malsana nel momento in cui perdiamo la componente critica che invece dovrebbe essere sempre presente.
La critica alla quale mi riferisco deve essere costruttiva e non distruttiva: semplicemente, come ho affermato in altri casi, cerchiamo di non accettare pedissequamente tutto ciò che la moda ci propina e facciamo invece sentire la nostra voce e la nostra personalità. È così che taluni sono riusciti a scrivere la storia della moda.
A dimostrazione del perenne mutare della moda in ogni epoca, vi mostro il delizioso quadretto qui sopra: illustra quanto e come siano cambiate le fogge femminili in un periodo relativamente breve, dal 1809 al 1828 (1).
E concludo con due video molto divertenti: per par condicio, uno è dedicato alle donne e uno agli uomini.
Guardando i video, a me è venuto un pensiero: in alcuni casi, preferisco la moda del passato, naturalmente senza tornare ad estremismi come i corsetti che stringevano la vita, per carità, orpelli che rendevano la donna prigioniera (2).
Ve l’avevo detto che oggi sono nostalgica, tuttavia non voglio perdere di vista il mio obiettivo primario e torno a sottolineare che storia e ricordo devono avere una valenza educativa e fungere da insegnamento senza imprigionarci: “Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo”, scriveva il filosofo e saggista spagnolo George Santayana.
Sono d’accordo con lui e lo sono comunque sia il passato, bello o brutto.

Manu

(1) Per chi fosse curioso quanto lo sono io: l’illustrazione cita un periodico pubblicato in Inghilterra tra il 1809 e il 1829 dall’editore e litografo Rudolph Ackermann. Sebbene tale periodico fosse spesso chiamato Ackermann’s Repository o semplicemente Ackermann’s, il titolo esatto e completo era Repository of arts, literature, commerce, manufactures, fashions and politics: in effetti, andava a coprire tutti questi campi e, durante gli anni della sua pubblicazione, ha avuto grande influenza sui gusti inglesi. Il quadretto d’insieme è un’elaborazione digitale dell’artista Evelyn Kennedy Duncan aka EKDuncan.

(2) Nel caso in cui qualcuno non creda al fatto che i corsetti stringivita imprigionassero le donne, riporto le significative parole di Thorstein Bunde Veblen, economista e sociologo statunitense: “Il busto – scriveva Veblen, grande ritrattista della classe agiata – è sostanzialmente uno strumento di mutilazione al fine di ridurre la vitalità del soggetto e di renderla evidentemente inadatta al lavoro”. Durante tutto il 1800, la donna doveva avere il cosiddetto vitino di vespa con una circonferenza che non superava i 40 centimetri, in netto contrasto con l’ampiezza delle gonne.

Confidenze tra zia e nipote tra amore, logica e moda

Scenario: lettone, coccole e conversazioni serali tra zia (io) e nipote (la mia Alissa di 7 anni, prima elementare appena finita).
“Zia, tu vai alle sfilate?”
“Sì, amore mio.”
“Ma le organizzi anche?”
“No, mi limito ad andarci, le guardo e poi racconto come sono state.”
“Ah, ma allora fai il giudice?”
Rimango interdetta per un attimo: faccio il giudice? Non avevo mai visto la cosa da questo punto di vista…
In effetti, semplificando parecchio, un giudice emette giudizi: non faccio forse qualcosa di simile valutando il lavoro di uno stilista?
Mi chiedo se devo svelare alla cucciola le mie teorie: non mi piace emettere giudizi bensì semplici opinioni, mi piace essere costruttiva, parlo solo di ciò che amo lasciando che altri si occupino di ciò che non piace a me, non per mancanza di coraggio, ma perché credo che tutti abbiano diritto a una possibilità. E via discorrendo, bla bla bla…
Ma no, meglio tacere – per una volta.
“Sì, amore, hai ragione, è qualcosa di simile.”
I bambini hanno una logica straordinaria, meravigliosamente semplice e lineare: spesso funziona meglio di quella di noi adulti ed è priva di qualsiasi strano calcolo. In loro c’è verità e immediatezza.
Un paio di anni fa, Alissa lasciò mia mamma senza parole dicendole “Sai, nonna, la zia fa la moda”. Sicuramente un piccolo lapsus tra fa e si occupa – o forse no, forse nella sua logica le cose stanno proprio così (Dio la benedica).
E allora vi dico una cosa: per il mondo possiamo anche essere nessuno ma se un bambino ha fiducia in noi e per lui siamo una sorta di eroe… beh, allora siamo qualcuno, eccome.
Con questa piccola riflessione vi auguro buon Ferragosto, ovunque siate e con chiunque siate.
Il mio sarà tranquillo, in famiglia, nipotina inclusa: aspetto il suo arrivo curiosa di sapere quale altra rivelazione strabiliante mi farà.
In ogni caso, sono certa che mi aiuterà a districare e semplificare qualche questione come solo la limpida logica di un bambino può e sa fare.

Manu

A proposito di coccole e tenerezze… Il disegno di Alissa per il recente anniversario dei nonni: qui.

Arrivano i Fashion Minions e vogliono conquistarci

Sicuramente è bastata l’immagine qui sopra per far sì che li abbiate riconosciuti: sono i Minions!
Ve lo confesso, io sto aspettando il 27 agosto, data nella quale uscirà in Italia il film che svelerà origini e futuro del gruppo di deliziosi e occhialuti esserini gialli che parlano una lingua tutta loro e in linea di massima incomprensibile se non per la chiarissima esclamazione “bananaaa!!!”.
Goffi, buffi e un filino cialtroni (sebbene simpaticamente), si fanno comunque capire perché tutto in loro è straordinariamente espressivo: i Minions hanno stregato grandi e piccini tanto che, quando mi regalano un pupazzo con le loro sembianze, sono felice (se non mi credete cliccate qui) e anche il fashion system strizza loro l’occhio (cliccate qui per vedere la notizia che avevo pubblicato mesi fa sulla pagina Facebook del blog).
Forse, vi state chiedendo cosa sia l’immagine qui sopra, una veste un po’ insolita anche se scommetto che facce e atteggiamenti sono familiari e vi ricordano qualcuno… Qualcuno che ha uno stretto rapporto con la moda…
L’idea è del sito Stylight e si basa sul fatto che i Minions hanno un sogno, ovvero lavorare per un cattivo: e se questo cattivo fosse la temutissima e potentissima Anna Wintour, direttrice dell’edizione statunitense di Vogue?
Sono nati così i Fashion Minions (o Minionistas dall’unione di Minions e fashionista): dalla già citata Anna Wintour alla top model Cara Delevingne con una delle sue smorfie dispettose, dalla it-girl Alexa Chung in versione bon ton, con tracolla Chanel, a vari stilisti tra i quali Karl Lagerfeld (con la sua ormai celeberrima gattina Choupette), Vivienne Westwood e Jean-Paul Gaultier. Non mancano alcuni blogger di fama internazionale.
Insomma, è amore tra la moda e le piccole creature: “Detesto il giallo, ma i Minions mi hanno fatto amare questo colore”, dichiara Alber Elbaz, direttore artistico della maison Lanvin, in un video (scherzoso) pubblicato su British Vogue. A proposito, amici di Stylight, noto che nella combriccola dei Fashion Minions manca proprio lo stilista: io rimedierei, anche perché, secondo me, Mr. Elbaz sarebbe irresistibile e strepitoso in tale versione 😉
Io, comunque, ho già scelto i miei preferiti: sono Jean-Paul Gautier, in marinière ovvero t-shirt a righe blu, e l’iconica Iris Apfel, con l’inconfondibile chioma bianca e i suoi immancabili gioielli.
La butto lì: a quando i pupazzi da stringere davvero? Vi immaginate poter stropicciare un po’ la sempre perfetta Anna Wintour?

Manu

I Fashion Minions su Stylight: qui. Il video Are The Minions Finally Gracing The Vogue Cover? di British Vogue: qui.

Visto che ho nominato la banane, qui trovate un mio post che le rapporta alla moda 😉

Sì, con Postalmarket era proprio una festa

Con Postalmarket, sai, uso la testa e ogni pacco che mi arriva è una festa…
Se non ricordate queste parole che davano il via a un famoso jingle pubblicitario significa che siete molto giovani – beati voi 🙂
E quindi la notizia che sto per riportare non vi dirà un granché: Postalmarket chiude definitivamente.
Ebbene sì, lo scorso 25 luglio il tribunale di Udine ha decretato il fallimento di ciò che restava di Postalmarket, storico catalogo di articoli venduti per corrispondenza che ha fatto parte della vita di moltissimi italiani.
Postalmarket nasce nel lontano 1959 da un’idea di Anna Bonomi Bolchini: la grande imprenditrice (il cui nome è legato anche a società come Brioschi, Miralanza, Rimmel e Durbans) decide di importare in Italia il modello statunitense della vendita per catalogo. Negli anni ’60 e ’70, l’azienda cresce dando la possibilità a molti italiani di accedere ai prodotti reclamizzati dal celeberrimo Carosello, allora spesso difficilmente reperibili.
Nel 1980, c’è la prima crisi cui però segue una crescita: nel 1987, il fatturato è di ben 385 miliardi delle vecchie lire, i dipendenti diretti sono oltre 1400 e maison come Krizia, Coveri e Biagiotti firmano i cataloghi più esclusivi.
Nel 1993, Postalmarket passa sotto il controllo del colosso tedesco numero uno mondiale dello shopping per posta, ma le cose non vanno come sperato: nel 1998, sull’orlo del fallimento, la società viene rilevata da un altro imprenditore italiano, Eugenio Filograna. Quest’ultimo reintroduce il made in Italy (evviva!) e punta sull’e-commerce con 22.000 prodotti, riuscendo a riportare l’azienda in utile e preparando la quotazione in borsa che però salta a causa di alcuni scandali finanziari.
Segue un commissariamento e seguono nuovi passaggi di proprietà fino ad arrivare alla sentenza di fallimento che chiude definitivamente, a più di mezzo secolo dall’uscita del primo numero, l’avventura di Postalmarket.
A chi è abbastanza grandino, come me, questa notizia dispiace, perché Postalmarket ha rappresentato un primo approccio con la moda per molti di noi.
Prova del successo del catalogo è anche l’elenco delle testimonial di copertina, celebrità del calibro di Ornella Muti (primavera/estate 1978), Ornella Vanoni (autunno/inverno 1979/80), Carol Alt (autunno/inverno 1990-91), Cindy Crawford (autunno/inverno 1993-94), Eva Herzigova (primavera/estate 1995).
Ricordo come io e mia sorella, allora molto piccole, aspettavamo ogni nuova edizione del catalogo, come litigavamo per il diritto a sfogliarlo per prime: riuscivamo perfino a giocarci, sfogliandolo insieme e facendo “le scelte”, come le chiamavamo, ovvero indicando un capo per ciascuna per ogni pagina. Non parliamo poi dell’effetto sortito su di noi dalla sezione giocattoli…
Postalmarket significava non avere limiti o confini molto prima che arrivasse Internet. Peccato che nessuno sia stato capace di portarlo dalla carta al web.
Sarei felice se scoprissi che mia mamma ha conservato uno di quei vecchi cataloghi. Glielo chiederò.

Manu

P.S.: una curiosità. Lavorando per le redazioni, ho scoperto che quando gli stylist si recano presso uffici stampa o brand per selezionare i capi per i servizi moda si dice “fare le scelte”…

Dimmi quale rossetto scegli e ti dirò dove vai

Photo credit and copyright Heathrow Airports Ltd

Credo che il rossetto sia il cosmetico che tutte noi donne abbiamo desiderato, comprato o indossato almeno una volta nella nostra vita.
Più dell’ombretto, del mascara, della cipria o dello smalto, il rossetto è il belletto col quale una bambina inizia a cimentarsi: spesso, il desiderio nasce emulando la propria madre, qualsiasi colore o tipo lei porti.
Sembrerebbe che il colore del rossetto segua non solo le mode, bensì arrivi anche ad avere motivazioni sociologiche: secondo le statistiche, in periodi di crisi si vendono più rossetti rossi. Perché? Perché il rosso è un colore che richiama la vita e ha influenza positiva su morale e autostima: sceglierlo rappresenta una forma inconscia di reazione.
Visto l’interesse che il rossetto riscuote presso noi donne, oggi vorrei condividere con voi uno studio che ha catturato la mia attenzione: Heathrow, il celebre aeroporto londinese, ha collaborato con World Duty Free e con la specialista Alice Hart-Davis (giornalista vincitrice di diversi premi) allo scopo di redigere Lipstick Colours of the Year, uno studio che rappresenta un piccolo panorama delle scelte a proposito di rossetto fatte dalle donne in viaggio verso 50 grandi città.
Vi chiederete il perché della ricerca: a Heathrow c’è il più grande duty free europeo per i prodotti di bellezza e così si è pensato di curiosare nei gusti femminili incrociando carte di imbarco e acquisti.
La ricerca, credo unica nel suo genere, può essere ritenuta una buona fotografia visto che Heathrow accoglie ogni anno oltre 70 milioni di passeggeri in partenza per ben 180 diverse destinazioni: il duty free dell’aeroporto offre 120 brand di cosmesi, 12.500 prodotti e 1.451 diversi rossetti e fornisce dunque un campione valido ed autorevole per indagare gusti e pensieri delle viaggiatrici.
Si è scoperto che dalle nuance più chiare e trasparenti fino a quelle più decise e sfacciate, sono 50 le tinte preferite dalle donne di tutto il mondo che sono passate per l’aeroporto londinese comprando un rossetto.
Qualche esempio?
A Londra, il colore in voga è il caramel nude, in piena tendenza naturale; a New York, al contrario, è il rosso a farla da padrone con la nuance classic red che diventa bright red a Madrid. Dubai fa appello a un’estetica più discreta, fatto che spiega il successo della sfumatura chiamata rose pink.
Il colore più richiesto tra le viaggiatrici in rotta verso Shanghai è lo sheer coral, una tonalità trasparente di corallo: per Parigi, l’approccio nude londinese cambia leggermente virando sulla tinta dusky rose, una sorta di rosa.
Milano e Atene si vestono di bright fuchsia; per le vacanze romane, le viaggiatrici scelgono il tono golden plum.
Una novella cartina geografica (nei colori del rossetto, of course!) e risultati divertenti e interessanti ai quali Heathrow ha dedicato un altro piccolo (è proprio il caso di definirlo tale) omaggio: ha commissionato cinque rossetti sui quali sono state intagliate altrettante attrazioni internazionali. Le opere, quelle che vedete nella foto qui sopra, sono state meticolosamente realizzate a mano da un artista specializzato in micro-scultura, Hedley Wiggan.
Londra è rappresentata dal Big Ben e poi ci sono quattro tra le destinazioni più visitate da coloro che sono in partenza da Heathrow: Parigi con la Tour Eiffel, Dubai col grattacielo Burj Khalifa, Shanghai con l’omonima torre e New York con la Statua della Libertà. I colori scelti sono, ovviamente, quelli identificati dallo studio.
Insomma, parafrasando il titolo del famoso romanzo di Jules Verne, potrei concludere con un’affermazione: questo è il giro del mondo, anzi, degli aeroporti, in 50 rossetti.

Manu

Se volete leggere tutto lo studio cliccate qui: Heathrow Lipstick Colours of the Year Report.
Una donna che ha contributo a fare la storia del rossetto: Elizabeth Arden raccontata da me qui.

Il Divertissement secondo Agnese Del Gamba

Ci sono parole che mi affascinano, mi incuriosiscono e mi divertono per la loro capacità di disegnare scenari molto ampi: prendete, per esempio, divertissement.
È presa in prestito dal francese e significa divertimento: dal punto di vista storico, il termine indicava danze o canzoni inserite in opere e balletti francesi del XVIII secolo. Il divertissement era collocato tra gli atti o alla fine dello spettacolo ed era connesso al soggetto del lavoro: era quindi propriamente un momento di divertimento intelligente.
In seguito, il termine è passato ad indicare composizioni letterarie o artistiche di tono leggero che nascono come divertimento dell’autore; oggi, si utilizza per indicare un’attività anche impegnativa ma fatta per piacere o per svago e divertissement è anche il prodotto che ne deriva.
Non potrebbe dunque esistere nome più adatto per il lavoro di Agnese Del Gamba.
Gli ingredienti del suo lavoro e del suo brand sono l’estro, la creatività e l’abilità delle sue mani: da questo mix nascono i suoi Divertissement, oggetti da indossare o fatti per arredare.
Agnese idea e costruisce bracciali, anelli, collane, orecchini, cerchietti per capelli e fascinator ma anche lampadari, talvolta su ordinazione: in ogni sua creazione, filati e tessuti di pregio, bottoni e passamaneria di antiquariato prendono vita in modo sempre diverso e suggestivo sposando materiali di riciclo come il PET, ovvero il materiale del quale sono fatte le bottiglie che usiamo e che la maggior parte di noi butta, senza pensarci due volte, nei rifiuti (spero almeno differenziati).
Il suo Divertissement è un piccolo piacere, un oggetto unico nella forma e nel materiale: cose che avrebbero terminato il loro ciclo vitale – accantonate e talvolta bollate come inutili, la peggiore onta nella società moderna – assumono una nuova dignità e una nuova funzione.
A mio avviso, c’è grande poesia nel saper creare oggetti capaci di innalzare il morale e di riempire di letizia la nostra vita partendo da cose umili, semplici, antiche oppure scartate. E mi piace il fatto che Agnese onori in pieno il nome che ha scelto per il suo brand, mi piace che si diverta e che sappia far divertire.
Come accennavo, lavora anche su ordinazione e per me ha pensato a un tocco di Toscana (la sua regione) e ai prati, ricordando quelli della sua infanzia.
È nata così una parure che porta il mio nome, Emanuela, composta da collana e anello – quelli che vedete qui sopra. La collana è un prato con papaveri e fiordaliso, con la base in plexiglas, francobolli di antiquariato e piccole murrine: i fiori, molto realistici, sono stati realizzati lavorando il PET. Tra foglie e petali, ci sono perfino una coccinella e una lumachina. L’anello è un papavero che orna graziosamente di rosso la mano.
Quando indosso la mia parure, chiudo gli occhi e vedo Agnese bambina, felice nell’orto del nonno, intenta a osservare piante e fiori.
Ho sempre pensato che il divertimento sia fondamentale: quello firmato Divertissement è intelligente, equilibrato e pieno di garbo.

Manu

Qui trovate la pagina Facebook di Divertissement e qui il profilo Instagram.
Potete trovare Agnese anche alla Fiera Antiquaria di Arezzo, ogni prima domenica del mese e sabato precedente.
E proprio lì, Agnese ha recentemente incontrato Veronika Richterová, artista di origine ceca che crea sculture col PET e che partecipa a mostre in tutto il mondo (le più recenti a Cuba e Taiwan). Indovinate un po’? Veronika si è fermata a osservare il lavoro di Agnese e chissà che presto una delle sue creazioni non finisca nella collezione dell’artista che, oltre alle sue opere, ha raccolto oltre 3.000 oggetti in plastica da 76 paesi diversi (se siete curiosi, date un occhio qui e qui).

Posso andare a riprendermi il cuore rimasto in Polinesia?

Di quale sostanza sono fatti i nostri sogni?
Non posso parlare per tutti noi, naturalmente, ma vi dirò di cosa sono fatti i miei, soprattutto in questo momento: cieli azzurri, sabbia bianca, acque cristalline. Già, il mio sogno ricorrente è sempre lui: il mare.
Quest’anno, purtroppo, farò vacanze brevissime e, per tutta una serie di motivi, non andrò al mare: come si consola, in questi casi, una sfegatata e irriducibile appassionata del grande amico blu?
Io ho deciso di tirare fuori i ricordi migliori: Polinesia anno 2008, ovvero il viaggio di nozze per me ed Enrico.
Se dovessi nominare luoghi dei quali sento nostalgia ogni singolo giorno della mia vita sarebbero proprio questi, Moorea, Bora Bora, Manihi e Rangiroa.
Nessuno più di me è d’accordo sul fatto che non si possa vivere di ricordi, ma alcuni di essi sono talmente piacevoli che, ogni tanto, è bello tirarli fuori dai cassetti della memoria nei quali li riponiamo con cura.
Il viaggio in Polinesia è senza dubbio uno dei ricordi più cari che ho e occupa un posto speciale nel mio cuore insieme all’esperienza in Vietnam nel 2005 e, tra l’altro, questi viaggi sono accomunati da una caratteristica: in entrambi i casi, siamo partiti portando solo uno zaino a testa. Leggi tutto

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