I Secoli d’Oro della Contessa Garavaglia

La vita è un meraviglioso teatro.

Pinina Garavaglia lo sa e ogni anno, poco prima di Natale, allestisce con cura, passione e mano magistrale il suo palcoscenico molto speciale.

Ricordo bene quando leggevo di lei, dei suoi salotti e delle sue feste sui giornali, perché Pinina è una delle protagoniste della vita mondana italiana e internazionale: ricordo il mio stupore e la mia curiosità che sono perfino aumentate da quando ho avuto la fortuna e l’onore di conoscerla personalmente proprio come accade in una favola che infine si avvera – perché ogni tanto le favole si avverano, sì.

Sono grata a Pinina per avermi aperto le porte della sua casa: ora, al fascino che già esercitava su di me, si aggiunge tanta stima personale perché la Contessa è una persona estremamente interessante, piacevole, poliedrica. È dotata di grande intelligenza, acume, sensibilità e cultura.

La sua festa natalizia regala a ogni invitato una splendida opportunità: mettere in scena sé stesso e un proprio personaggio.

Grazie a Pinina, nel 2013, sono stata una dama della Belle Époque Imperiale; lo scorso anno, ho invece vestito i panni di Medora, la protagonista femminile de Il Corsaro, melodramma di Giuseppe Verdi. Leggi tutto

Occorre fare attenzione a ciò che desideriamo, non solo a Natale

Anche quest’anno, i regali più importanti che metto sotto l’albero di Natale (che, per inciso, non ho nemmeno fatto) non sono cose tangibili. Non sono oggetti da impacchettare.
Questi doni – dei quali sono estremamente grata – sono le dimostrazioni di stima nonché le parole di ringraziamento per ciò che provo a fare ogni giorno attraverso A glittering woman e attraverso tutti gli altri progetti ai quali lavoro.
Mi emoziono particolarmente quando sono i designer, gli stilisti e gli artisti che incontro ogni giorno a esprimermi ringraziamento e gratitudine: sapete, io non so creare nulla, purtroppo, nulla di concreto, ma quando qualcuno di questi meravigliosi creativi si ritrova nelle mie parole e ne è felice, allora sento di aver fatto qualcosa di buono anch’io.
L’ho già detto: tutto ciò non si incarta. Niente nastri né fiocchi né coccarde.
Eppure, non potrebbe esserci nulla che incarni meglio il mio modo di vedere, i miei valori, le cose che per me contano davvero, quelle per le quali ho lottato e che sono riuscita a realizzare anche se c’è ancora molta, moltissima strada da fare. E la scelta della foto che accompagna questo post rappresenta molto bene tutto ciò.
Sarò un’ingenua, una bambina mai cresciuta, una che non arriverà mai al successo che si misura (forse) in soldi e (forse) in like sui social network… sarà così, ma per me il successo più grande è fatto in realtà di queste gioie e di queste soddisfazioni.
Perché se c’è una cosa che mi spaventa più di qualsiasi tribolazione lavorativa e / o economica è l’idea di poter arrivare alla meta scoprendomi sola.
Mi atterrisce l’idea di fermarmi e scoprire che attorno non c’è nessuno che provi stima reale, nessuno che sia (davvero) felice per me.
E tutto ciò mi ha fatto fare una riflessione: mi ha fatto pensare a quanto sia importante essere coerenti con noi stessi rispetto a ciò che desideriamo.
“Attento a ciò che desideri perché potresti ottenerlo”: è un aforisma attribuito a Oscar Wilde ed è qualcosa a cui penso spesso.
Vale per tutti, per me e per voi che state leggendo. E la coerenza prevede che stupirsi o lamentarsi di ciò che si è ottenuto dopo aver agito in un certo modo sia un atteggiamento piuttosto sciocco.
Nel mio caso, per esempio, è sciocco quando talvolta mi sorprendo di non riuscire a raggiungere determinati traguardi: ho sempre agito fregandomene dei soldi e di quello che per molti è il successo, ho sempre preferito il lato umano anche sul lavoro e, naturalmente, c’è uno scotto da pagare. Dovrei farmene una ragione, definitivamente (auto-bacchettata e auto-rimprovero).
Allo stesso modo, però, sebbene in maniera diametralmente opposta, molte persone (precisamente chi passa sul cadavere degli altri, chi pensa che i soldi siano più importanti di tutto, chi conquista la fama approfittando degli altri, chi pensa di poter comprare il successo) non dovrebbero stupirsi né di essere via via abbandonate né di ritrovarsi alla meta in solitudine. L’affetto (vero) e la stima (vera) non si comprano – per fortuna – e non c’è nessun sito web che li venda.
Agli occhi di coloro che ragionano in un’ottica di successo economicamente misurabile, desidero cose che fanno di me una persona poco ambiziosa.
In verità, ciò che desidero è la sostanza, cose poco vistose, forse, ma vere, maledettamente vere e preziose; in verità, pretendo moltissimo e sono tutt’altro che poco ambiziosa.
Sul fronte umano, sono una persona molto impegnativa ed esigente. Anche intransigente, a volte, lo ammetto, e avermi tra i piedi può essere una gran seccatura, soprattutto se si pensa di usarmi o se si fa parte di coloro che misurano le cose in soldi o in like.
Con queste persone divento poco empatica, poco tollerante, poco ben disposta e assai poco accomodante. Divento zero comprensiva e zero malleabile. Con loro, con gli opportunisti, gli arrampicatori e i venditori di fumo – e mentre che ci sono aggiungo i presuntuosi, i maleducati, gli arroganti e gli ingrati – divento acida quanto uno yogurt scaduto e divento spietata per parlare il loro stesso linguaggio. Con tutte queste persone, insomma, non ho pazienza, non più, né spazio né tempo né voglia.
È vero, non avrò decine di regali da scartare ma, in compenso, non mi è mai mancato qualcuno che stringesse la mia mano ogni volta in cui, bisognosa di conforto, l’ho tesa.
E sebbene ancora a volte mi arrabbi, sono grata di ciò che ho e cerco di mettere sempre più a fuoco i miei obiettivi anche tagliando i cosiddetti rami secchi.
Ecco perché affermo che ognuno di noi dovrebbe badare al fatto di desiderare ciò che vuole davvero ottenere senza fare confusione.
Il mio augurio a tutti – e vale per me per prima – è dunque questo: essere coerenti con noi stessi, qualunque cosa desideriamo. Qualsiasi aspirazione è lecita (naturalmente se onesta) ma le lacrime di coccodrillo sono solo inutili.
E poi vi auguro di non ritrovarvi soli alla meta, ma questo – naturalmente – è solo il mio umile punto di vista, influenzato da ciò che desidero io.

Buon Natale,
Manu

… Parlando di cose che mi rendono felice, una di queste è sicuramente la collaborazione con SoMagazine 🙂
E allora, da SoMagazine, estrapolo quattro articoli, uno per ognuno dei membri di questa meravigliosa avventura: i consigli tra il serio e il faceto della nostra effervescente Federica Santini per sopravvivere a un Natale coi suoceri, le preziose dritte per piatti succulenti del nostro super esperto di cucina Roberto Ferrara, l’editoriale scritto col cuore dalla nostra fantastica caporedattrice Sandra Bacci (toh, guarda, parla di desideri!) e infine la mia biografia non autorizzata di Babbo Natale (partendo dal look, naturalmente).
Io ho scelto questi articoli, ma in home page del nostro magazine trovate tanti altri spunti

Non si dice né “sei cessa” né “fai schifo”

Sottotitolo: Siamo tutti cyberbulli (?)

Lo so, titolo e sottotitolo di questo post sembrano bell’e pronti per una trasmissione televisiva o un libro, ma non è così.

Vi avviso, sto per dire la mia opinione sull’ultima polemica fashion, quella sorta attorno all’outfit indossato da Daniela Santanchè in occasione della prima alla Scala dello scorso 7 dicembre: finora me ne sono stata buona e in silenzio a leggere e ad ascoltare tantissimi commenti e ho avuto solo una piccola défaillance in un forum del quale faccio parte, non ho resistito e sono intervenuta.

Ora, però, ho voglia di dire anch’io alcune cose e lo faccio per un semplice motivo: ho capito ciò che mi infastidiva in tutta la querelle e l’ho capito facendo il collegamento a un altro episodio, anche perché è qualcosa su cui, in realtà, riflettevo da molto tempo.

Cosa sia successo a Milano lo sanno anche i bambini delle elementari: la Santanchè si è presentata all’inaugurazione della stagione dell’opera in gonna verde smeraldo firmata Ultràchic, camicia bianca, papillon in tinta con la gonna e gilet in pelliccia (vera o ecologica non lo so).
Apriti cielo: la cosa più divertente che le hanno detto è stata “sembri un Arbre Magique”, la più inquietante “fai schifo”.
Qualcuno ha affermato con gran convinzione che “far parlare di sé era quello che voleva”.

Secondo episodio: sulla pagina Facebook di Sodini, azienda con la quale collaboro (scrivo per il loro SoMagazine), ho trovato una foto della cantante Laura Pausini con un paio di orecchini del marchio e una gonna di un brand che si chiama Maison About (nome che avete già trovato qui sul blog).
Sotto un commento: “gioielli stupendi, lei cessa”. Leggi tutto

Alessandra Pasini e il suo viaggio con Moku

Beato chi sa coltivare un proprio mondo interiore riuscendo ad alimentare il lato più poetico della vita; beato chi sa conservare il proprio lato fanciullesco risultando capace di trattenere il bambino che è in ognuno di noi.

Beato chi sa fare tutto ciò, beati coloro che riescono a mantenere vive le speranze e intatti i sogni.

Sono i pensieri che ha fatto nascere in me Alessandra Pasini, una delle designer che ho incontrato grazie a Ridefinire il Gioiello, il bellissimo concorso curato da Sonia Catena, storica e ricercatrice d’arte esperta in design del gioiello contemporaneo.

Ridefinire il Gioiello è un progetto che promuove la creatività e che si pone l’obiettivo di diffondere una nuova estetica del monile contemporaneo tramite la ricerca di materiali innovativi e sperimentali: edizione dopo edizione, il concorso ha coinvolto più di 2.000 creativi tra artisti, designer e orafi.

I monili hanno sempre raccontato e documentato usi e costumi, spesso con una valenza sociale e antropologica: l’edizione 2015 si è dunque posta proprio questa sfida, ovvero riuscire a creare un Gioiello dell’Altrove in grado di racchiudere in sé l’esperienza del lontano e dello sconosciuto.

Anche quest’anno, ho avuto il piacere e l’onore di essere media partner del progetto e ho analizzato i 51 progetti finalisti allo scopo di attribuire un premio a un vincitore da me scelto: come ho spiegato recentemente nel caso di Loana Palmas, la qualità dei lavori presentati è stata tanto alta da indurmi a nominare tre vincitori, anzi, tre vincitrici, tre giovani donne dotate di grande talento. Leggi tutto

Franco Catalini, quando il legno diventa alta sartoria

La storia che vi racconto oggi è tanto bella da poter sembrare una favola.

Invece, è una storia reale e si differenzia da una fiaba per almeno due motivi.

Prima di tutto, non inizia con “c’era una volta” bensì con “c’è” in quanto è attuale e sta accadendo ora. E poi, non è un volo di fantasia bensì una vera e concreta dimostrazione di ingegno, talento e saper fare.

E allora iniziamo: prima di tutto, ci sono i due protagonisti, Mattia Pasini e Franco Casotto.

Mattia Pasini, classe 1991, è un giovane diplomato in architettura ed arredo; Franco Casotto, classe 1964, è un esperto falegname e un abile ebanista. La sua Casotto Restauri si occupa dal 1998 di mobili antichi e in stile, usando metodi tradizionali (finitura con gommalacca a tampone, lucidatura con cera d’api), privilegiando il lavoro manuale e cercando di mantenere le tecniche degli antichi artigiani del legno.

L’attività portata avanti da Franco implica passione e conoscenza dei materiali, degli stili e delle tecniche utilizzate nel corso dei secoli per la lavorazione e la produzione di mobili: il passo successivo e naturale è stato quello della costruzione di interni moderni su misura, dal mobile ai soppalchi, con progettazione al computer e seguendo le esigenze del cliente. Leggi tutto

Piccolo ricordo personale della grande Mariuccia Mandelli

Non mi piace.
Non mi piace che troppe persone siano andate via lasciando spazi vuoti che non verranno più riempiti.
Non mi piace il fatto che, nell’ultimo anno, questo sia avvenuto spesso, portandomi a scrivere molte volte parole di cordoglio.
È successo per persone che consideravo amici, come Emanuele (ti penso sempre).
È successo per persone che consideravo autentiche icone e continua fonte di ispirazione, come Elio Fiorucci, Micol Fontana, Marie-Louise Carven, Lynn Dell, Manuela Pavesi.
E, ora, tocca a lei, a Mariuccia Mandelli in arte Krizia. È venuta a mancare improvvisamente domenica sera, per un malore: avrebbe compiuto 91 anni a gennaio.
Ho avuto l’enorme fortuna di assistere a tre delle sue sfilate: quando al termine lei usciva, tutta la sala esplodeva in un boato. E ho potuto parlarle brevemente in occasione della sfilata tenutasi il 19 settembre 2013, l’ultima alla quale ho assistito.
Ero entrata in backstage così come moltissimi dei presenti: la Signora Mandelli era seduta, attorniata da amici, giornalisti, addetti ai lavori; al suo fianco c’era il marito, Aldo Pinto.
Io ero lì e morivo, combattuta tra la mia istintiva ritrosia – non mi piace importunare in alcun modo le persone famose – e la voglia di stringerle la mano.
Devo dire grazie a un mio carissimo amico, Andrea Tisci, se, alla fine, mi sono fatta avanti: devo dire grazie a lui se ho potuto prendere la mano di Krizia tra le mie sussurrandole con la voce rotta dall’emozione tutta la mia stima e tutta la mia gratitudine.
Ricordo perfettamente che, davanti alla mia emozione, lei mi ha guardata quasi meravigliata come se il suo pensiero fosse “ma no, dai, per me?”. E mi ha sorriso.
Sì, per lei, Signora Mariuccia. E glielo dico ancora oggi, le dico grazie un milione di volte.
Non la dimenticherò mai, non dimenticherò mai quel nostro piccolo momento per me così importante.
E non dimenticherò che, fin dagli anni ’60, insieme ad un pugno di altri grandi stilisti e anticipatori del made in Italy, lei partì alla conquista del mondo con la sua moda fatta di lamé plissettato, shorts, costruzioni geometriche e un bestiario nel quale brillava la pantera, animale del quale fece il suo portafortuna nonché uno dei suoi motivi iconici, spesso presente, stampato o ricamato, su maglie e abiti.
Dicono che Mariuccia Mandelli non avesse un carattere facile e pare che il soprannome Crazy Krizia le fosse stato attribuito non solo per la capacità di anticipare o meglio sovvertire le tendenze portando tante innovazioni, ma anche per il carattere volitivo e tutt’altro che morbido: le sue sfuriate erano famose, ma altrettanto noti erano i suoi slanci di generosità nonché l’impegno costante e in prima linea per fare di Milano la capitale del made in Italy.
Chi la conosceva bene la descriveva come una persona forte, battagliera, difficilmente addomesticabile (soprattutto dalle false lusinghe) e non asservita, ironica, indipendente e dotata di uno spirito imprenditoriale da vera pioniera. Qualcuno dice anche che talvolta risultasse schiva fino all’antipatia.
Greta Vittori, addetta all’ufficio stampa di Krizia dal 2003 al 2007, in un’intervista rilasciata a FashionTimes, descrive la Signora Mandelli come “una donna che si è ritagliata un pezzo di storia, andava contro corrente, una donna che non aveva paura di dire le proprie idee, una donna di cultura, antesignana” e dice anche che “aveva la capacità di farti sentire in paradiso, amata, coccolata, rispettata, ascoltata, e con la stessa capacità ti faceva scendere all’inferno”. “Una mosca bianca in un mare di fatiscenza e conformismo”, conclude.
In una recente intervista al Sole 24 Ore, la stessa Mariuccia Mandelli aveva fatto una dichiarazione schietta e senza peli sulla lingua, come sempre: “La mia donna è libera, capace di divertirsi con quello che indossa. Non ho mai avuto delle icone femminili, dei modelli. Purtroppo oggi c’è troppa tendenza a cercare approvazione, si cerca di essere trendy, ma credo che quando si cerca di esserlo si è già fuori dalla moda”.
Penso che in questa frase ci sia l’essenza di quel suo carattere definito non facile, del suo andare contro corrente, del suo coraggio di essere fedele alle proprie idee.

Ho riletto l’articolo che scrissi nel 2013, dopo il nostro incontro: riporto alcune delle parole che scrissi in quella occasione e che penso ancora, oggi più che mai.

“Ci sono nomi ai quali ci si deve approcciare con tutto il grande rispetto che meritano. E con l’emozione necessaria.
Uno di questi casi, per me, è quello di Krizia: è stato grazie a lei e a pochi altri che, tanti anni fa, mi sono innamorata irrimediabilmente e incurabilmente di quell’Arte che è la Moda – e in questo caso lo scrivo con la M maiuscola.
(…) Vorrei dire una cosa a tutti gli stilisti, giovani e meno giovani, e ai loro uffici stampa: questa è una Signora, questa è una Signora che il pubblico ama e amerà e che è e resterà un mito e un’icona.
Per entrare nel mito non serve fare gli spocchiosi, atteggiarsi a esseri divini, rendersi irraggiungibili, trattare le persone con sufficienza, perché entrare nel mito non è un evento che si può progettare a tavolino: sono gli altri a riconoscerci la grandezza, se e quando c’è. Il vero talento, il duro lavoro, l’autentica passione: sono questi gli ingredienti che contano nel tempo e che fanno sì che uno stilista o una maison non siano una moda passeggera destinata a durare solo il susseguirsi di poche stagioni.
La mia non è una polemica, è solo la considerazione di una persona che non scorderà mai di aver stretto la mano a una delle sue Maestre e che non scorderà mai la semplicità con cui lei si è donata. Vi prego, prendete appunti e non per me né per altri bensì per il bene e per l’amore di quella Moda che voglio scrivere ancora una volta con la M maiuscola.
(…) Grazie Signora Mandelli. Con tutto il mio cuore.
Per la bellezza che ha sparso per il mondo, per ciò che mi ha insegnato, per avermi regalato il momento più emozionante della giornata e sicuramente di tutta la settimana della moda. L’istantanea che porterò nel cuore, per sempre.”

È l’istantanea che porto nel cuore oggi, sì, e – in mezzo a questa onda di dispiacere – mi consola un pensiero.
A fianco a lei, alla Signora Mariuccia, domenica sera c’era il marito, l’uomo che le è stato accanto nel privato e sul lavoro per 50 anni e fino all’ultimo momento.
Proprio come quel giorno in cui l’ho conosciuta io.
A lui, al Signor Pinto, va il mio cordoglio per la perdita della compagna della vita.

Manu

I miei piccoli ricordi: la foto in alto, opera del mio amico Andrea, ritrae la Signora Mariuccia Mandelli e la sottoscritta il 19 settembre 2013 (tengo molto a questa immagine, tant’è che da allora è presente nello slider in home page del blog); l’articolo che ho scritto il 4 ottobre 2013; le foto che ho fatto in occasione della mia prima sfilata Krizia del 20 settembre 2012 e una delle foto di Mariuccia Mandelli al termine di quella sfilata.
Mi fa piacere dare il link dell’intervista rilasciata da Greta Vittori a Fashion Times.
E concludo col link di uno splendido articolo datato 11 agosto 2012: la giornalista Angela Puchetti racconta la storia d’amore tra Mariuccia Mandelli e Aldo Pinto.

Ekko Jewels e la stampa 3D tra futuro e tradizione

C’è così tanta incredibile bellezza in questo nostro Paese.

Di una delle sue forme – la bellezza della Natura – non abbiamo alcun merito: al contrario, abbiamo talvolta la colpa di usarla impropriamente, mentre dovremmo capire quanto siamo fortunati a poterne godere, noi e tutti coloro che vengono a visitarci. Di altre forme, invece, possiamo assumerci a ragione il merito ed esserne orgogliosi: mi riferisco alla bellezza dell’Arte, dell’Architettura, della Letteratura, della Cucina, dell’Artigianato.

Sì, ho scritto tutto quanto con le iniziali maiuscole perché più passa il tempo e più mi convinco del fatto che queste meravigliose espressioni siano perle uniche e pregiatissime, da diffondere con passione e da tutelare con convinzione.

Faccio questi pensieri ogni volta in cui ho la fortuna di viaggiare per l’Italia riempiendo il cuore e vivendo incontri speciali come quelli fatti in occasione del mio recente viaggio in Toscana e in particolar modo ad Arezzo.

Durante quel breve viaggio, in una domenica pomeriggio di sole, ho avuto l’opportunità di conoscere da vicino la realtà di Ekko Jewels, un brand dinamico, innovativo e rigorosamente made in Italy.

Ekko Jewels propone una collezione di gioielli realizzati e rifiniti con cura proprio come insegna la prestigiosa tradizione orafa insita nella città di Arezzo: le loro creazioni sono moderne e sono preziose, sì, eppure sono da vivere ogni giorno. Leggi tutto

Non avrete il mio odio, parola di Antoine Leiris

“Non avrete il mio odio.

Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo, siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore.

Perciò non vi farò il regalo di odiarvi. L’avete accuratamente cercato ma rispondere all’odio con la collera sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io abbia paura, che guardi i miei concittadini con diffidenza, che sacrifichi la mia libertà per la sicurezza. Avete perso. Lo stesso giocatore gioca ancora.

L’ho vista stamattina. Finalmente, dopo notti e giorni d’attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di 12 anni fa. Naturalmente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di breve durata. So che lei ci accompagnerà ogni giorno e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai.

Siamo in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo petit garçon vi farà l’affronto di essere felice e libero. Perché no, voi non avrete nemmeno il suo odio.”

Ho letto tante parole sui fatti di Parigi di venerdì 13 novembre e ne ho scritte a mia volta.
Antoine Leiris scrive ai terroristi che hanno ucciso sua moglie e decine di persone al teatro Bataclan: dai commenti presenti sotto lo scritto pubblicato su Facebook, apprendo che la moglie si chiamava Hélène.
Ho voluto condividere queste parole e perdonatemi se da qui in poi scelgo il silenzio: qualsiasi mia ulteriore aggiunta sarebbe del tutto inutile e fuori luogo.
Quest’uomo ha dato voce agli unici pensieri che davvero meritassero di essere espressi.

Manu

Loana Palmas e le storie d’Africa in un anello

Negli ultimi tempi, mi succede spesso di incontrare progetti e creazioni che traggono origine e ispirazione dall’Africa: mi è capitato ancora una volta col concorso Ridefinire il Gioiello.

Come avevo raccontato nei miei articoli precedenti, anche quest’anno sono stata media partner di questo bellissimo progetto curato da Sonia Catena, storica e ricercatrice d’arte esperta in design del gioiello contemporaneo: dal 2010, il suo Ridefinire il Gioiello promuove la creatività e ha come obiettivo la diffusione e la valorizzazione di una nuova estetica del monile contemporaneo tramite la ricerca di materiali innovativi e sperimentali.

L’obiettivo è – a mio avviso – ampiamente raggiunto e realizzato: edizione dopo edizione, il concorso ha infatti coinvolto più di 2.000 creativi tra artisti, designer e orafi che hanno spinto la loro ricerca ben oltre i confini usuali.

Gioielli e abbigliamento sono in grado di raccontare luoghi e popoli: i monili hanno sempre raccontato e documentato usi e costumi, spesso con una valenza sociale e antropologica. L’edizione 2015 si è posta dunque proprio questo tema e questa sfida, ovvero riuscire a creare un Gioiello dell’Altrove in grado di racchiudere in sé l’esperienza del lontano e dello sconosciuto.

In qualità di media partner del concorso, sono stata chiamata ad analizzare i 51 progetti finalisti allo scopo di attribuire un premio a un vincitore da me scelto: quest’anno, la qualità dei lavori presentati è stata talmente alta da impedirmi di fare un’unica scelta e ho preferito nominare tre vincitori, anzi, tre vincitrici visto che si tratta di tre giovani donne dotate di grande talento. Leggi tutto

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