Parthenope Botteghe Artigiane, una storia narrata dalle emozioni

C’era una volta.

Questo post potrebbe iniziare così, con l’incipit che introduce tutte le favole, poiché il brand del quale desidero parlarvi oggi – Parthenope Botteghe Artigiane – trae origine da una leggenda, bella quanto struggente.

La leggenda riguarda le tre Sirene, creature mitologiche alate con corpo di uccello e testa di donna: Partenope (o Parthenope) e le sorelle Ligeia e Leucosia erano depositarie della potenza magica del canto e decisero di morire gettandosi in mare quando Ulisse si dimostrò insensibile davanti al fascino delle loro voci. Il mare trasportò i corpi in vari luoghi e quello di Partenope fu rigettato dalle onde alle foci del fiume Sebeto: lì nacque una città che dapprima portò il suo stesso nome per poi essere invece chiamata Neàpolis, ovvero Napoli.

Come spesso accade, esistono diverse versioni della leggenda e, in alcune, la protagonista diventa una leggiadra fanciulla che fugge con il giovane del quale si innamora: ciò che conta è che, a Napoli, Partenope fu venerata come protettrice e il suo nome è ancora oggi utilizzato in qualità di appellativo storico e geografico riferito a ciò che ha i propri natali nel capoluogo campano.

Mito e diverse versioni a parte, esiste una certezza assoluta: Napoli crebbe nel segno dell’amore per la bellezza, diventando culla di capacità e mestieri e sede ideale di numerosi laboratori nei quali, da generazioni, si tramanda la cultura del Fatto a Mano nonché un’arte – quella della moda sartoriale – oggi riconosciuta e apprezzata in tutto il mondo.

Il brand Parthenope Botteghe Artigiane racchiude tale arte nei propri prodotti, ricercando, riscoprendo e rivalutando il lavoro degli artigiani napoletani più capaci. Leggi tutto

Perché la scimmia nuda di Francesco Gabbani è un po’ anche mia

Come al solito, anche quest’anno ho seguito Sanremo molto distrattamente.
Il Festival della Canzone Italiana molto spesso mi annoia, lo confesso, e soprattutto mi annoiano le infinite polemiche che lo accompagnano, dalle canzoni ai presentatori passando per gli abiti.
Prendete, per esempio, la canzone vincitrice: quante ne ho e ne abbiamo sentite a proposito del povero Francesco Gabbani?
A me, invece, la sua canzone non dispiace: aveva già catturato la mia attenzione lo scorso anno con Amen (vincendo peraltro nella sezione Nuove Proposte) e quest’anno è riuscito nuovamente a incuriosirmi con Occidentali’s Karma.
A colpirmi è la sua capacità di cimentarsi in brani che sembrano leggeri, soprattutto grazie a ritmo e musica, ma che in realtà sono fintamente leggeri e propongono un secondo piano di ascolto (e di lettura).
Affermo ciò riferendomi al testo che ho ascoltato (e letto) con grande attenzione, visto che le parole, in fondo, sono il cuore del mio lavoro. Anche perché è doveroso precisare che Francesco Gabbani non è solo un interprete, bensì è un cantautore (qui il suo sito e qui la sua pagina Facebook dalla quale viene l’immagine qui sopra): la canzone in questione è stata scritta da lui con il fratello Filippo e con Fabio Ilacqua e Luca Chiaravalli, tutti parolieri, compositori, musicisti e arrangiatori (gente del mestiere, insomma).
Il testo è ricco di riferimenti culturali ed è tutt’altro che superficiale: la citazione più ricorrente è quella a un famoso saggio di Desmond Morris ed è qui che è scattato il mio interesse nonché la voglia di scrivere questo post.
Dovete infatti sapere che, appena ho sentito il verso «La scimmia nuda balla» e prima di leggere qualsiasi giornale, ho immediatamente pensato a Morris in quanto io stessa, tempo fa, facendo ricerche per un articolo uscito poi per SoMagazine, mi sono imbattuta nel lavoro dello studioso inglese.
Classe 1928, Desmond John Morris è zoologo, etologo, divulgatore scientifico e autore di libri sulla sociobiologia umana: è famoso per La scimmia nuda, opera datata 1967 con la quale affronta l’evoluzione del comportamento umano sin dalla preistoria e nel quale afferma che, pur essendo l’unica scimmia priva di peli (da qui l’aggettivo nuda), l’uomo si comporta sostanzialmente come tutti i primati. Ristampato numerose volte e tradotto in molte lingue, il suo libro continua a essere ancora oggi un best-seller.
Tra le varie teorie sociologiche di Morris, quelle che mi affascinano di più sono – ovviamente! – quelle che riguardano la moda e i suoi fenomeni: per esempio, lo studioso ha anche affermato che esiste una relazione tra la lunghezza dell’orlo delle gonne e l’andamento del mercato azionario.
Esistono non solo dicerie ma anche dettagliate ricerche che, incrociando moda e finanza, rivelano un fatto: gonne e Borsa – quella con la B maiuscola – fluttuano all’unisono, salendo o scendendo in contemporanea. Ovvero: l’orlo sale verso l’alto (e le gonne si accorciano) quando l’economia va a gonfie vele; l’orlo scende verso il basso (e le gonne si allungano) quando tira aria di crisi.
Volete qualche esempio?
Negli anni Venti del secolo scorso, il Novecento, si impone un ballo, il charleston, e le gonne diventano corte: nel frattempo, la Borsa vive un periodo di forte impennata. Verso la fine del decennio, precisamente nel 1929, gli orli tornano ad allungarsi e arriva il crack finanziario, ovvero la Grande Crisi con il crollo di Wall Street. Le gonne si accorciano di nuovo durante la Seconda Guerra Mondiale, quando l’economia è in crescita, tristemente trainata dall’industria bellica; gli orli tornano ad allungarsi durante l’epoca dell’austerità post conflitto.
Negli anni Sessanta regnano le minigonne e il mercato sale; nei Settanta tornano le gonne lunghe e arriva la crisi petrolifera. Negli anni Ottanta le gonne sono di nuovo corte e l’indice Dow Jones è in rialzo.
Aggiungo un’ulteriore considerazione legata allo stato attuale: da un po’ di anni, gonne lunghe e corte coesistono e, in effetti, il panorama economico è alquanto sfaccettato e altalenante, con realtà ancora immerse nella crisi e altre che si incamminano verso nuovi panorami.
Morris non è l’unico a vedere rapporti tanto stretti tra moda, umori ed economia: altri studiosi ed economisti sostengono infatti che esista, per esempio, la stessa relazione con alcuni cosmetici e il loro uso (ne parlo in dettaglio sempre nel mio articolo già menzionato).
A questo punto vi chiederete, forse, quale fosse il mio intento scrivendo tale articolo e io ve lo dico volentieri: le teorie di Morris e degli altri studiosi e le oscillazioni degli orli delle gonne (nonché del consumo di cosmetici) mi hanno offerto il modo per dimostrare che, tra le tante relazioni che la moda instaura con i vari aspetti della nostra vita, ne esiste appunto una molto stretta che la collega al nostro umore e al nostro sentire triangolando il tutto con la situazione economica.
Ed ecco perché Occidentali’s Karma ha attirato la mia attenzione: il lavoro di Desmond Morris è servito a me quanto a Francesco Gabbani e ha unito il suo lavoro e il mio.
Io ho usato teorie e parole dello studioso per parlare di moda, costume e società; Francesco le ha messe in musica per lanciare una provocazione su parecchi argomenti come la scissione della società moderna tra necessità d’interiorità e urgenza di apparire nonché per lanciare una forma di accusa verso il grande web, possibile nuovo oppio dei popoli (per usare le sue precise parole «coca dei popoli / oppio dei poveri»).
E sempre continuando a citare i suoi versi: «Internettologi / Soci onorari al gruppo dei selfisti anonimi / L’intelligenza è démodé». E aggiungerei all’elenco i cosiddetti leoni da tastiera.
I paralleli, le interazioni, le diverse applicazioni e angolazioni, i molteplici sviluppi di una teoria: tutto ciò mi affascina. E mi ha anche fornito una buona occasione per condividere con voi, cari amici, le scoperte (tali almeno sono state per me e spero siano interessanti per altri) che avevo utilizzato nel lavoro per SoMagazine.
Dunque ringrazio Francesco Gabbani per una canzone che – lo ripeto – non è solo un motivetto orecchiabile.
Naturalmente, non mi sottraggo nemmeno davanti all’operazione di critica del brano perché (quasi) tutti, in fondo, facciamo parte di quel sistema sul quale il cantautore vuole farci riflettere. E visto che nessuno – o quasi – può chiamarsene fuori, accetto e colgo lo spunto, senza scandalizzarmi, anche perché suggerire pensieri o nuovi punti di vista è qualcosa che mi piace e che spero a mia volta di riuscire a fare, almeno in qualche occasione. Magari questa.

Manu

L’Oste della Bon’Ora, ode alla buona tavola e alla qualità del tempo

Se mi chiedessero di descrivermi con un solo aggettivo, credo che sceglierei curiosa.

Specifico che la mia è una curiosità da intendersi in senso del tutto positivo (nulla che abbia a che vedere con la morbosità verso i fatti personali altrui, per esempio): è un appetito che non sazio mai, è un istinto profondamente radicato e che non mi abbandona, è uno stimolo che mi spinge costantemente a esplorare le infinite sfaccettature della vita. Ciò che non conosco non mi spaventa, anzi, al contrario, mi solletica.

Tra i vari termini che ho usato figura appetito e sapete una cosa? Ci sta proprio bene, metaforicamente e letteralmente, perché il cibo è ai primi posti tra le mie curiosità: è uno dei miei tantissimi interessi e, se sono negata a cucinare (lo confesso con una certa vergogna), sono invece bravissima a mangiare. Mi ritengo una campionessa a livello olimpico o meglio una buongustaia.

Mi piace mangiare e bere bene (bere con moderazione, ben inteso) e mi piace fare tutto ciò in compagnia (buona compagnia): sono una forchetta di tutto rispetto e, nonostante la mia stazza non sia affatto imponente, tanti rimangono sorpresi per quanto il mio appetito risulti robusto.

Curiosità e gusto per la (buona) tavola vanno molto d’accordo, si sa, e sono proprio queste due caratteristiche – insieme al mio grande amore per Roma – ad avermi fatto accettare l’invito a provare la vera cucina della capitale giunta qui a Milano per una trasferta temporanea: abitualmente, trovate L’Oste della Bon’Ora nella sua storica location di Grottaferrata, nello splendido contesto dei Castelli Romani, ma fino al 28 febbraio potete incontrare Massimo Pulicati – l‘Oste – in uno spazio al secondo piano del celebre Eataly Smeraldo, tempio meneghino in cui si celebra l’eccellenza della cucina italiana. Leggi tutto

E ora Pantone comanda colore… Greenery!

Mentre pensavo al titolo da dare a questo post, mi è venuto in mente un ricordo di infanzia: avete mai giocato a strega comanda colore?

Assomiglia a ce l’hai o a rimpiattino: la strega in questione è il giocatore che conduce e che ha l’obiettivo di catturare gli avversari. Pronuncia la frase strega comanda colore seguita dal nome di un colore: gli altri giocatori devono cercare un oggetto della tinta indicata e mettersi in salvo toccandolo.

Ho ripensato a tale gioco in riferimento a una delle tante attività portate avanti da Pantone, l’azienda statunitense che è sinonimo del sistema di classificazione del colore più conosciuto e diffuso al mondo: ogni anno, l’ente indica infatti la tinta più rappresentativa, quella che influenza lo sviluppo di prodotti in settori tra cui moda e design.

Insomma, trasformerei il nome del gioco in Pantone comanda colore in quanto la tinta eletta diventa un simbolo, diventa l’istantanea di quello che avviene nel nostro tempo e nella nostra società: per il 2017, è la volta del Greenery, una tonalità verde-gialla, fresca e frizzante, capace di evocare rinascita, rinnovamento e rigenerazione.

Secondo Pantone «rievoca i primi giorni di primavera, quando le infinite sfumature di verde della natura si risvegliano, si riaccendono e tornano a essere più belle che mai. Tipico delle chiome verdeggianti e delle distese lussureggianti dei paesaggi naturali, Greenery richiama il bisogno di respirare aria pura, ossigenarsi e attingere nuova linfa.»

Risveglio, ossigeno, nuova linfa: ecco perché decido di parlarvi proprio ora della scelta fatta da Pantone, perché a questo punto, fatto fuori l’interminabile gennaio e approcciato febbraio, abbiamo davanti a noi la prospettiva della primavera che – speriamo! – inizierà a darci qualche cenno con l’arrivo del mese di marzo. Insomma, siamo pronti ad accogliere tutto ciò che parla di rinnovamento. Leggi tutto

Playhat e il bello di fare squadra con persone di buona volontà

Amo sfatare i luoghi comuni.

Per esempio, mi diverte smontare quello che vuole che le donne non sappiano fare squadra tra loro: sono donna e il gioco di squadra mi piace e mi piace in generale, senza discriminazioni di genere. Il presupposto irrinunciabile è farlo con persone di buona volontà perché, che si tratti di donne o uomini, preferisco tenere lontano chi risucchia energia e chi non crede nella reciprocità. Dico no, insomma, a rapporti a senso unico nei quali una persona dà (soltanto) e l’altra prende (soltanto).

Un altro luogo comune che mi piace sfatare, sempre parlando di gioco di squadra, è quello che vuole che il mondo blogger sia frammentato e incapace di fare fronte comune. Non è così e, per quanto mi riguarda, lo dimostro anche con una sezione di questo blog, quella in cui indico i colleghi da tenere d’occhio, donne, in moltissimi casi.

Vedete, il presente post smonta entrambi questi luoghi comuni in un colpo solo, ovvero nasce grazie a un gioco di squadra tra donne e per giunta blogger. Devo dire infatti grazie a Ida Galati per avermi fatto conoscere la storia che sto per raccontarvi: tra le tante cose che fa, Ida ha anche un ottimo blog che si chiama Le stanze della Moda e si è adoperata per far conoscere Playhat tramite una community di donne che per lavoro o divertimento vivono quotidianamente la vita dei social network.

Playhat: è questo il nome del brand protagonista della storia, un’azienda fondata nel 2008 da Matteo Marziali.

Classe 1978, marchigiano, Matteo ha vissuto la sua adolescenza in giro per il mondo, respirando creatività, innovazione e cultura cosmopolita: dopo tanti viaggi ed esperienze importanti (per esempio in Spagna dove ha vissuto per diverso tempo), è rientrato in Italia e dal 2003 vive e lavora in provincia di Macerata.

La creatività, la ricerca stilistica e la curiosità verso il mondo hanno fatto sì che Matteo sia diventato uno stilista brioso e fantasioso, attento a un concetto (moda ricercata e anche allegra, vivace e colorata) che si è concretizzato in Playhat.

Il brand è nato proprio nel cuore del distretto calzaturiero marchigiano e, grazie a questa origine, è diventato un prodotto di manifattura artigiana e locale, 100% italiano, di altissima qualità eppure allo stesso tempo internazionale, anticonformista e versatile, rivolto alle esigenze di chi ama l’estetica ma non vuole dimenticare il benessere dei propri piedi.

Ecco, finora vi ho raccontato la parte bella, la storia di un giovane uomo che ha ottime idee nonché la forza e il coraggio per realizzarle, perché l’avventura di Matteo è partita semplicemente e senza grandi supporti, in un garage, il luogo in cui ha tagliato le prime 200 paia di scarpe semplicemente con un cutter. E grazie al suo coraggio, oggi Playhat propone una collezione di sneaker fuori dal coro, con un carattere deciso e distintivo nel suo genere grazie alla cura del dettaglio, alla scelta di materiali eccellenti e alla continua ricerca di modelli originali.

Per contro, però, in questa bella storia ci sono i fantasmi dell’ormai onnipresente crisi nonché della burocrazia (purtroppo quella italiana, bisogna dirlo): Matteo non si è arreso e insieme al suo team ha studiato nuovi modi per distribuire i suoi prodotti senza passare attraverso i canali tradizionali (rappresentanti e negozi) che, oggi, rappresentano un fattore di rischio talvolta troppo alto soprattutto per piccoli brand come Playhat che sta invece lavorando a nuove formule (tra queste un proprio sito di e-commerce). Leggi tutto

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