Alba Cappellieri, le Catene (come gioiello) narrate in un libro (meraviglioso)

Tra le tante fiere e i tanti saloni del settore moda, accessori e gioiello, cerco di non perdere mai Homi, evento espositivo milanese che ruota intorno alla persona, ai suoi stili, ai suoi spazi.

Due volte all’anno, Homi rappresenta una buona occasione per incontrare designer dalle grandi capacità: inoltre, ogni edizione è caratterizzata da una mostra e ricordo molto bene quella di gennaio 2017 intitolata Scatenata, con sottotitolo La catena tra funzione e ornamento.

La mostra era curata da Alba Cappellieri, stimatissima esperta dell’ambito gioiello, professore ordinario al Politecnico di Milano, autrice di numerose pubblicazioni, direttore del Museo del Gioiello di Vicenza: il suo curriculum ricco e interessante non finisce qui e prosegue, ben testimoniando come il suo nome rappresenti garanzia di qualità, cura e passione.

Perché la mostra era intitolata Scatenata?

Il nome è un abile e divertente gioco che fa naturalmente riferimento alla catena, il manufatto più versatile nella storia del gioiello, l’elemento fortemente presente tanto nei monili antichi quanto in quelli contemporanei: le maglie, i motivi, la struttura, i meccanismi e gli incastri della catena hanno infatti costantemente ispirato orafi, artisti e designer di tutto il mondo. Leggi tutto

Jimi Hendrix – The Italian Experience 1968 alla Triennale di Milano

Quando infiammava le folle ai concerti, io non ero neanche nata.
E non ero ancora nata nemmeno quando morì, nel 1970, in circostanze mai del tutto chiarite.
Eppure, come ogni grande appassionato di musica rock, anch’io impazzisco per Jimi Hendrix, il celeberrimo chitarrista e cantautore statunitense morto prematuramente (doveva ancora compiere 28 anni), colui che è considerato uno dei maggiori innovatori nell’ambito della chitarra elettrica e che, durante la sua breve quanto intensa parabola artistica, si è reso precursore di molte delle future evoluzioni del rock.

Era un innovatore al punto tale che, nel 2011, l’autorevole rivista Rolling Stone l’ha posto in cima a una classifica come il più grande chitarrista di tutti i tempi in una lista di 100, precedendo altri cosiddetti mostri sacri del calibro di Eric Clapton e Jimmy Page.

Delle sue esibizioni, due in particolare sono entrate a pieno titolo nell’immaginario collettivo: il suo esordio al Festival di Monterey del 1967, occasione in cui concluse la performance dando fuoco alla sua chitarra; la chiusura del Festival di Woodstock del 1969 quando, da dissacrante e visionario artista quale era, reinterpretò l’inno nazionale statunitense in modo provocatoriamente distorto e cacofonico, cosa che – peraltro – fece di lui uno dei maggiori critici riguardo alla guerra in Vietnam.

Il vulcanico musicista è ricordato anche per The Jimi Hendrix Experience, celebre gruppo formatosi a Londra nel 1966 e che faceva capo a lui, comprendendo il bassista Noel Redding e il batterista Mitch Mitchell.

Alla luce di tutto ciò, potrete dunque comprendere perché mi sono brillati gli occhi quando ho ricevuto l’invito per l’anteprima stampa di una nuova mostra appena inaugurata alla Triennale di Milano. Leggi tutto

Risveglio di primavera? A detox e palestra, aggiungo la Linea No Dol ESI

Pensate un po’: alla mia tenera età, non ho ancora deciso se, nei miei confronti, la Natura sia stata una Fatina o una Matrigna.

Mi spiego meglio.

Se penso alla mia «altezza» (poco più di 1,60 m…), alla mia silhouette tipicamente mediterranea (fianchi morbidi che non si piallano neanche se dovessi fare la fame…), ai miei capelli lisci e sottili (li avrei voluti ricci e voluminosi…), devo pensare che la Natura sia stata con me un po’ Matrigna.
E non vado avanti a elencare i miei difetti, altrimenti convinco anche voi e pensate (giustamente???) che io sia proprio un impiastro 😀

Se penso invece a caratteristiche come il mio nasino piccolo e ben proporzionato (almeno quello!) oppure ai miei aggraziati piedini numero 35 (una delle poche cose che amo di me, peccato che siano nascosti per buona parte dell’anno…), sento allora di dover ringraziare Madre Natura per la gentilezza nei miei confronti.
Se poi voglio essere onesta e dirla tutta, è vero che la Natura mi ha dato il fisico mediterraneo, ma è anche vero che se il mio peso dovesse equivalere a tutto ciò che mangio (sono sempre stata dotata di un robusto appetito…), altro che fianchi morbidi, dovrei pesare almeno 10 chili in più.
Dunque, tutto sommato, Madre Natura mi ha regalato anche un buon metabolismo del quale non posso proprio lamentarmi. Leggi tutto

Preziosi di Carta tutti da scoprire in una mostra a Milano

Ieri, in una bellissima e tiepida serata milanese, sono stata a un evento estremamente interessante: alla Galleria Rossini, ottimo indirizzo per quanto riguarda il gioiello contemporaneo, è stata inaugurata una mostra interamente dedicata al gioiello d’artista in carta.

Questa mostra riscuote il mio interesse e la mia approvazione per la sua stessa essenza e per due motivi ben precisi.

Il primo motivo è che adoro la carta: da buona nativa analogica quale sono, riconvertita solo in un secondo tempo al digitale, la carta resta per me lo strumento principe per quanto riguarda la divulgazione di cultura e sapere.
Sono tra coloro che hanno divorato tonnellate di libri, che hanno avuto la tessera di tutte le biblioteche possibili, che hanno la casa piena non solo di libri ma anche di vecchie riviste, che immergono il naso in un libro appena comprato per aspirare il profumo – unico – della carta stampata.
Il mio lavoro è la comunicazione e scrivere è una parte importante: ho avuto l’immenso onore di vedere il mio nome sotto tanti articoli in magazine e riviste digitali, ma nulla è paragonabile alla soddisfazione che ho provato quando ho visto il mio nome stampato sulle pagine dei giornali cartacei. Leggi tutto

Dreamboule, micromondi preziosi da portare al dito

Se in questo mio piccolo spazio web capita che io racconti molto più spesso storie connesse a bijou e gioiello contemporaneo piuttosto che storie connesse a gioielleria e oreficeria è perché preferisco la sperimentazione, anche se conduce (anzi, soprattutto se conduce) a materiali davvero inconsueti, a soluzioni considerate ardite, a forme particolarmente anticonvenzionali.
E se gioielleria e oreficeria erano nate proprio così, come arti straordinariamente fantasiose e sperimentali, trovo che in tempi recenti molti protagonisti di tale settore abbiano invece un po’ sacrificato immaginazione e ardore per privilegiare esercizi di pura preziosità commerciale che a me, francamente, poco interessano visto che non è certo il valore economico ciò che cerco in un monile.
Non me ne voglia nessuno, purtroppo ho il brutto vizio di dire ciò che penso (per quanto cerco di farlo con garbo) e questa, chiaramente, è semplicemente una mia sensazione, assolutamente personale e riferita soprattutto ai grandi brand, poiché tanti laboratori orafi conducono tuttora una buona sperimentazione; capita infatti che io conosca una persona come Beniamino Crocco e le mie convinzioni sullo stato della gioielleria moderna vengono sovvertite in un attimo.

Lo scorso 20 aprile, sono stata invitata alla presentazione di un nuovo progetto di alta gioielleria presso la Boutique Nerone, prestigiosa bottega orafa ubicata in via Cusani, nel cuore del quartiere Brera: la collezione presentata porta il nome Dreamboule e confesso di essere stata incuriosita fin da quando ho ricevuto il cartoncino di invito.

Il cartoncino parlava di «un anello rivoluzionario, in grado di contenere un mondo dentro un mondo»: inutile dire che queste poche parole misteriose hanno immediatamente e completamente catturato la mia attenzione da glittering woman. Leggi tutto

Chez Blanchette: la moda artigianale, Made in Italy, familiare, responsabile

Era il 24 aprile 2013 quando il Rana Plaza, edificio commerciale di otto piani, crollò a Savar, sub-distretto di Dacca, la capitale del Bangladesh.
Le operazioni di soccorso e ricerca si conclusero con un bilancio dolorosissimo: 1.134 vittime e circa 2.515 feriti per quello che è considerato il più grave incidente mortale avvenuto in una fabbrica tessile nonché il più letale cedimento strutturale accidentale nella storia umana moderna.

Com’è tragicamente noto, il Rana Plaza ospitava alcune fabbriche di abbigliamento, una banca, appartamenti e numerosi negozi: nel momento in cui furono notate delle crepe, i negozi e la banca furono chiusi, mentre l’avviso di evitare di utilizzare l’edificio fu ignorato dai proprietari delle fabbriche tessili.
Ai lavoratori venne addirittura ordinato di tornare il giorno successivo, quello in cui l’edificio ha ceduto collassando durante le ore di punta della mattina.
Lo voglio ripetere: nel crollo, persero la vita 1.134 persone e ci furono oltre 2.500 feriti.

Molte delle fabbriche di abbigliamento del Rana Plaza lavoravano per i grandi committenti internazionali e questo orribile sacrificio di vite umane ha squarciato il velo di omertà che copriva, a mala pena, pratiche che moltissimi, in realtà, conoscevano da tempo e fingevano di non vedere.

Dopo la strage, oltre 200 imprese del settore abbigliamento – così dicono le cronache – hanno siglato un accordo sulla sicurezza in Bangladesh; da un recente simposio alla Ford Foundation di New York è emerso che, da allora, sono state corrette una media di 60 violazioni per impianto e sono stati organizzati corsi sulla sicurezza per 2 milioni di addetti.
Sono passi verso una maggiore responsabilità, ma è solo l’inizio: le paghe sono ancora (troppo) basse, gli orari sono spesso senza regole e la strada verso una sicurezza totale, dunque, è ancora lunga.

A chi pensa che la colpa di tutto ciò vada esclusivamente al fast fashion, alla sua nascita e alla sua diffusione, dico di non farsi trarre in inganno.
Sul banco degli imputati non ci sono solo i ben noti marchi di moda low cost, bensì anche nomi blasonati fino ad arrivare alle maison di Alta Moda, in alcuni casi accusate di poca chiarezza a proposito delle risorse e delle materie prime utilizzate, spesso con riferimento a quelle di origine animale.

Volete un esempio circa il fatto che anche i brand blasonati non siano sempre innocenti? Leggi tutto

Comunicare – ovvero 5 anni di A glittering woman :-)

Credo che comunicare – e soprattutto comunicare noi stessi, i nostri pensieri, i nostri sentimenti, la nostra visione del mondo – sia un’esigenza che accomuna la maggior parte degli esseri umani.
E credo anche che ognuno di noi trovi il proprio modo, la propria modalità di espressione, la propria voce.
C’è chi la trova nella scrittura, chi nella musica, chi nella pittura, chi nella scultura, chi nella fotografia, chi nel calcare un palcoscenico ballando, recitando, cantando.
C’è chi comunica attraverso un pezzo di legno, costruendo un mobile o una barca, trasformandolo in un violino.
C’è chi parla con i mattoni, costruendo case o ponti.
C’è chi ama comunicare progettando giardini.
C’è chi lo fa cucinando pietanze.
C’è chi lo fa creando un abito, una borsa, un gioiello, un paio di scarpe, un profumo.
Ognuno trova il proprio modo e ciò è bello, è ricchezza.

Non solo: il bello è che molte di quelle opere di ingegno potranno essere scelte da altre persone che, a loro volta, le useranno per raccontare nuove storie.
Potranno essere fatte proprie, mixate, rielaborate in nuove e ulteriori forme di comunicazione, in nuovi linguaggi.

Io non so né dipingere né scolpire.
Non so cantare, anzi, sono proprio stonata da far paura.
Non so cucinare né cucire. Non so erigere un ponte né so costruire uno scafo.
Me la cavo con le parole.
E questo, anno dopo anno, è diventato il mio canale comunicativo preferito, il modo in cui cerco di esprimere creatività, tanto da diventare anche un lavoro.

Non so dirvi se l’abbia trovato io o se sia il modo ad aver trovato me: so solo che mi appartiene, da sempre, so che da sempre mi viene naturale e spontaneo.
Se ho un pensiero, bello o brutto, istintivamente penso a metterlo in parole; se cullo un sentimento, bello o brutto, sento che ha bisogno di uscire e lo fa magari con una risata o una lacrima, prima, ma poi esce sotto forma di parole.

So che, con il tempo, ho imparato a governare questo modo.
Quand’ero molto giovane, mi ha procurato non pochi guai, ve lo confesso: ricordo parole disordinate e scomposte, uscite nel momento sbagliato o inopportuno, parole capaci di fare male come un proiettile o capaci di mettermi in posizioni parecchio scomode.
Crescendo, ho imparato a domare le parole: non a censurarle, questo mai, ma almeno a placarle.
Ho imparato a cercare di addomesticare il groviglio che spesso ho in me, a volte nella testa e altre nel cuore e altre volte in entrambi, ho imparato a mettere in fila (spero) ordinata le parole.
Ho voluto impararlo perché, oggi, il mio scopo non è quello di usare le parole come armi: desidero esprimere i miei pensieri per condividerli, per raccontarmi, per confrontarmi, per creare contatti e ponti.
Per comunicare, appunto.

Ciò che mi piace è che le parole – proprio come la musica, l’arte, gli abiti – possono uscire da noi ed essere poi fatte proprie da altre persone.
Quando qualcuno mi dice di riconoscersi e ritrovarsi in ciò che scrivo, quando qualcuno dice che con le mie parole l’ho emozionato o colpito o fatto riflettere, quando qualcuno mi dice che le mie parole hanno ben raccontato il suo progetto o il suo lavoro, io sono indicibilmente felice esattamente come chi ha scritto una canzone che sente canticchiare per strada o come chi vede il proprio abito calzare a pennello su un’altra persona.
È la felicità di essere riusciti a comunicare e a condividere.

A glittering woman, questa mia creatura, è il simbolo di tutto ciò, è il simbolo del mio amore per la parola e per la comunicazione verbale.
E, oggi, la mia creatura compie cinque anni.

Cinque anni non sono pochi.
Pensavo che, nello stesso numero di anni, un bambino finisce la scuola materna ed è pronto per la scuola elementare: per un essere umano, i primi cinque anni di vita sono importantissimi, sono quelli che ci portano dalla primissima infanzia all’ingresso in un mondo che ci vede sempre più protagonisti consapevoli.
E infatti, se rileggo oggi il mio primissimo post (nel quale continuo a ritrovarmi e a riconoscermi) e se ripenso a tutti i 619 (con questo) post che ci sono stati da allora, provo un’infinita tenerezza, poiché mi sento proprio come un bimbo che abbia finito la scuola materna per fare capolino in un mondo che lo vede (spero) più consapevole giorno dopo giorno.
Proprio come quel bambino, io guardo avanti, aperta e curiosa verso i prossimi cinque anni che verranno. E verso tutti quelli che verranno dopo ancora.

Ma prima mi fermo e dico un immenso grazie, grazie a chi è stato e sarà protagonista dei miei racconti, grazie a tutti voi che avete la pazienza e – a vostra volta – la curiosità di leggere.

Manu

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