Se (come me) amate i tatuaggi, provate il Burro Lucidante di Bullfrog

Rimescolare le carte è cosa che mi piace, tanto che lo faccio abbastanza spesso.
Lo faccio soprattutto quando qualcuno crede di potermi inquadrare in una casella angusta e precisa, ovvero ciò che mi fa sentire prigioniera e che mi fa mancare l’aria.
Preferisco non farmi ingabbiare da nulla, perfino da ciò che più amo (come la moda e l’arte); non voglio negarmi alcuna possibilità a priori, preferisco coltivare il lusso della curiosità ovunque essa mi conduca.

E così, dopo aver parlato nei post più recenti proprio di moda e arte nonché una bella iniziativa a sfondo sociale, oggi cambio completamente rotta parlando di tatuaggi.
Qualcuno penserà «e che c’azzecca?» e io, allora, ve lo voglio dire 🙂
C’azzecca perché sono tra coloro che amano i tatuaggi tanto da considerarli una forma d’arte: oltre ad averne io stessa tre sulla mia pelle, ho parlato più volte di tattoo qui nel blog, sempre con accezioni abbastanza particolari (come la poltrona tatuata oppure le sneaker tatuate), così come farò anche oggi, visto che desidero parlarvi di un prodotto interessante che ha catturato la mia attenzione. Leggi tutto

Pillole di primavera: la collezione alta moda Curiel SS 2018

Come ho avuto modo di scrivere in altre occasioni, occuparmi di moda – scrivendo, insegnando, facendo consulenze – incarna una mia grande passione, la più grande tra le tante che ho.

Eppure, nonostante ciò, nonostante quella che ammetto essere una fortuna, ogni tanto ho anch’io bisogno (come credo capiti a chiunque) di tornare al nucleo più autentico del mio amore, ho bisogno di ricordare a me stessa perché amo tanto questo lavoro.

Ho bisogno di emozionarmi e di dimenticare ciò che invece mi rende insofferente davanti a certi meccanismi.

Andare alle sfilate della maison Curiel mi fa esattamente questo effetto, mi regala l’opportunità di tornare al vero nucleo della mia passione, ovvero all’amore per creatività, genio, capacità, perizia.

In occasione della Milano Fashion Week dello scorso febbraio, Raffaella Curiel ha voluto lanciare la collezione di alta moda Florigrafia in 3d nel suo atelier di via Monte Napoleone: nel piccolo e grazioso cortile interno, sullo sfondo di un suggestivo canneto in bambù, le modelle hanno sfilato con 28 pezzi unici per la primavera / estate 2018 in un susseguirsi di flash show.

A spiegare la scelta è stata la stilista stessa. Leggi tutto

The Szechwan Tale e le relazioni tra Oriente e Occidente

Non mi piacciono i luoghi comuni né mi piace il pensiero omologato.

Ed è proprio la mia scarsissima simpatia verso pregiudizi e cliché ad avermi fatto accettare l’invito per la conferenza stampa e la visita in anteprima di una mostra appena inaugurata da FM Centro per l’Arte Contemporanea: l’accettazione è stata immediata, appena ho letto il titolo della mostra, appena ho compreso che si parla di Cina e della sua straordinaria cultura che molto mi attrae e mi incuriosisce.

Sono infatti addolorata dal fatto che, negli ultimi anni, associamo spesso questo immenso Paese a pensieri negativi che credo sia inutile elencare (tanto li conosciamo tutti…), dimenticando che la Cina ha in realtà molto più da offrire che un pugno di luoghi comuni e di stereotipi.

Ho avuto la fortuna di visitare Shanghai nel lontano 2004, quattordici anni fa: potrei raccontare tante cose, belle e meno belle, e devo ammettere che in occasione di quel viaggio rimasi colpita (anche) dalle profonde contraddizioni che già allora iniziavano a farsi sentire in maniera abbastanza significativa.

Potrei raccontarvi delle enormi difficoltà nel comprendere e nel farmi comprendere (allora l’inglese era parlato da pochissimi), eppure potrei anche raccontarvi come molte persone, spinte dalla curiosità, cercavano di dialogare con me, arrivando a mimare parole e concetti. Leggi tutto

Pepita Onlus e Cover Store insieme ai ragazzi per affrontare il cyberbullismo

L’argomento di oggi è il bullismo, anzi, precisamente il cyberbullismo.

Prima di tutto, desidero darne una definizione che sgombri il campo da qualsiasi scusa o equivoco o tentativo di sminuire la questione.
Cyberbullismo è qualsiasi atto aggressivo, prevaricante, intimidatorio, molesto compiuto da uno o più bulli tramite l’uso di strumenti telematici tra cui foto, video, sms, mms, telefonate, e-mail, siti web, chat, instant messaging.
Ed è cyberbullismo sia che si tratti di episodi continui, ripetuti, sistematici e sia che si tratti di episodi singoli; è cyberbullismo sia che l’atto si fermi alla molestia verbale sia che diventi aggressione fisica.

I bulli o cyberbulli sono tali verso i loro coetanei, ma anche verso gli adulti.
Lo sono infatti verso tutti i soggetti nei confronti dei quali cercare di affermare il loro potere, come per esempio una insegnante, come da tristissima cronaca recente…

Il bullismo è sempre esistito, parliamoci chiaro.
La tecnologia e il web hanno amplificato il problema tanto che l’argomento, oggi, è dolorosamente in auge ma attenzione: come dico sempre ai miei studenti e come ho scritto tante volte qui tra le pagine virtuali di A glittering woman, il web è solo uno strumento, esattamente come un sasso o un martello, e sta a noi decidere cosa farne.
Posso raccogliere un sasso e tirarlo da un cavalcavia; posso usarlo invece per costruire un argine.
Posso usare il martello per colpire qualcuno; posso usarlo invece per costruire cose.
Gli strumenti non hanno un’anima propria, siamo noi con la nostra volontà di far del bene o del male a fornirne loro una, rendendoli strumenti di vita oppure armi letali.

Oggi, siamo tutti chiamati a trovare modi efficaci per arginare il cyberbullismo: sono dell’idea che tra gli strumenti fondamentali vi sia un lavoro di educazione e rispetto che deve partire dalla famiglia e, al contempo, sposo anche iniziative pratiche come quella di Pepita Onlus e Cover Store. Leggi tutto

Marry Marry Trends, ovvero quando matrimonio fa rima con creatività

Avete già preso impegni per domenica 15 aprile?
La vostra agenda è ancora libera per quel giorno e il matrimonio fa parte dei vostri progetti futuri? Anzi, magari avete già fissato la data?
Vi consiglio allora di fare un salto a Marry Marry Tends.

Di che cosa si tratta?

Marry Marry Trends è un evento ideato dalla celebre designer Annagemma Lascari per mostrare come le tendenze moda possano arricchire il mondo del matrimonio in modo diverso e originale; consiste in una giornata in cui 200 future spose potranno partecipare a un talk show che racconterà, attraverso i vari professionisti che sono stati coinvolti, tre tendenze mutuate appunto dalla moda e trasformate da Annagemma in wedding trends.
Il primo Bridal Talk Show sarà così un’ottima occasione per condividere idee per il matrimonio, dalla mise en place alle partecipazioni, dalla palette dei colori alla scelta dei fiori.

Marry Marry Trends: perché?
Perché una visione aperta e trasversale sulle attuali tendenze in ambito moda e lifestyle può influenzare positivamente il mondo del matrimonio: l’obiettivo è giocare con il genio creativo italiano e con alcune eccellenze in grado di trasformare proprio quel genio in tante idee pratiche.
L’evento nasce per celebrare i 25 anni di Atelier Lascari in una location particolare, ovvero lo Zelig di Milano, tempio dell’umorismo e locale dedicato al cabaret, noto per aver lanciato numerosi comici e per aver dato vita all’omonima trasmissione televisiva.
Questa location è stata fortemente voluta da Annagemma Lascari poiché rispecchia appieno il suo spirito anticonformista e all’avanguardia nonché la sua filosofia: la vita si affronta sempre con un tocco di ironia e divertimento, giorno del matrimonio incluso.
Eclettico e talentuoso Direttore Creativo dell’omonimo Atelier nato nel 1993, esperta di Haute Couture e creazioni di lusso, Annagemma ha collaborato con maison del calibro di Ferré, Dior, Capucci, Schiaparelli: ama disegnare, progettare e creare un abito unico per ogni sposa.

Marry Marry Trends: chi saranno i professionisti coinvolti?
Annagemma sarà supportata da un team di professionisti che rappresentano l’eccellenza ognuno nel proprio campo: Barbara del Sarto Make-Up Artist, Elisabetta Cardani Flower Designer, Fiore all’Occhiello Jewelry Design, Franco Lops Photographer, Giulia Soldati Food Designer, Luca Vezzali Mixologist (ovvero specializzato in mixology, l’arte della miscelazione dei drink, nuova frontiera del bartending), Michele Tranquillini Illustrator, i fratelli Petti di Petti Banqueting e – last but not least – Salvo Filetti Hair Designer.
Mariella Milani, celebre giornalista e autorevole esperta di moda, sarà la madrina dell’evento.
Ci sarà poi un Web Media Partner ovvero Zankyou, il portale di nozze più visitato al mondo.

Marry Marry Trends: quando e dove?
Come anticipavo, il tutto si svolgerà domenica 15 aprile dalle 11 alle 19 presso lo Zelig in Viale Monza 140.
L’evento sarà diviso in 2 slot di 3 ore ciascuno, con 100 spose al mattino e 100 al pomeriggio.
La partecipazione è gratuita e potete registrarvi qui oppure scrivere a hi@marrymarrytrends.it 🙂

Dovete sapere che sono stata invitata alla conferenza stampa di presentazione di Marry Marry Trends, organizzata lo scorso 15 marzo sempre allo Zelig: ho partecipato con curiosità e, oltre ad aver ascoltato i vari professionisti che ho elencato qui sopra, oltre ad aver testato alcune specialità di Petti Banqueting (date un occhio qui) ed essere rimasta affascinata da Giulia Soldati e dalla sua proposta sensoriale attraverso Contatto Eating Experience (date un altro occhio qui), ho anche saputo quali sono le tre tendenze individuate da Annagemma e che saranno protagoniste durante l’evento di domenica 15 aprile.

Non posso svelarvi tutto, ma voglio dirvi almeno i tre nomi che sono particolarmente evocativi: Ralph Universe, 90’s CK, Roberta di Camerino.
Ovvero lo stile un po’ hipster di Ralph Lauren, il rigore e la pulizia di Calvin Klein, l’eleganza e la femminilità di Roberta di Camerino: l’evento metterà in scena fisicamente queste tre tendenze, interpretate individualmente dai vari professionisti.

Creatività, innovazione, unicità: sono i tre sostantivi che Annagemma e i suoi partner hanno ripetuto più volte durante la conferenza stampa, sono le parole che mi hanno convinta a sposare a mia volta il progetto Marry Marry Trends, visto che – da brava anticonformista – l’idea di di svecchiare e sovvertire i canoni più classici del matrimonio piace molto anche a me.

Perché cedere all’omologazione proprio il giorno del matrimonio?
Date retta ad Annagemma Lascari, divertitevi e costruite il vostro modo.
Io l’ho fatto: quand’è toccato a me, ho costruito il mio modo e sapete una cosa?
Non me ne sono mai pentita. A partire da colui che ho sposato, naturalmente 😉

Manu

La ricetta delle borse MamaMilano, fatte a mano in Italia in vera pelle

Da diversi anni, sono cliente di un’azienda a conduzione familiare che si chiama MamaMilano.

Perché ve lo racconto? Chi è e che cosa fa questa azienda?
Ve lo dico subito, senza preamboli o giri di parole, anche perché scommetto che catturerò in un attimo la vostra preziosa attenzione, soprattutto quella del pubblico femminile: MamaMilano produce borse in vera pelle e totalmente Made in Italy.

Le formula magica e le parole chiave sono dunque queste: se sono diventata una loro affezionata cliente è perché amo le borse e perché le loro sono tutte in pelle, fatte a mano rigorosamente qui in Italia, anzi, in provincia di Milano.

Devo però anche confessarvi che, ormai da tempo, mi ponevo un interrogativo, visto che l’ulteriore caratteristica di MamaMilano è che le creazioni hanno prezzi abbordabili, adatti a tutte le tasche.
Non servono investimenti stratosferici per appropriarsi di una delle loro borse e – giusto per intenderci – sarò estremamente diretta e maledettamente sincera, come al mio solito: le cifre equivalgono grosso modo a quelle delle borse in pura plastica in vendita nelle varie grandi catene di fast fashion (diretta, sincera e anche un filino scomoda, mi ero dimenticata di aggiungere, e tanto per cambiare mi attirerò qualche antipatia).
Dunque, essendo persona curiosa di natura (in senso buono) e che ama andare in fondo alle questioni, ciò che mi chiedevo è come MamaMilano riesca a vendere borse in pelle a prezzi tanto contenuti. Leggi tutto

La “Carta preziosa” diventa protagonista di un libro di Bianca Cappello

Sapevate che marzo, il mese che salutiamo oggi, è stato quello dedicato al riciclo di carta e cartone?

Il Mese del Riciclo di Carta e Cartone è una campagna nazionale promossa da Comieco, ovvero il Consorzio Nazionale Recupero e Riciclo degli Imballaggi a base Cellulosica: dal 1985, Comieco si occupa di sensibilizzare noi italiani sull’importanza della raccolta differenziata.

La carta è un materiale multiforme e polifunzionale; è un’invenzione tutta umana, preziosa in molti sensi e anche in termini di disponibilità, usabilità e sostenibilità.

Appare fragile eppure ha dimostrato ampiamente di saper durare nei secoli; ha anche dimostrato di poter vivere innumerevoli vite grazie al riciclo.

Spesso non ci soffermiamo a pensare che, non esistendo in Natura, è appunto il frutto dell’ingegno e dell’abilità dell’Uomo, così come lo è anche il riciclo; non solo, mi piace sottolineare come proprio il riciclo di carta e cartone rappresenti un’eccellenza nel nostro Paese dove, ogni minuto, vengono riciclate dieci tonnellate di materiale cellulosico.

Tale materiale rientra nel processo produttivo e rinasce sotto molteplici forme: la nuova e più recente fatica letteraria della brava Bianca Cappello, ovvero lo splendido e originalissimo libro Carta preziosa – Il design del gioiello di carta, è una di queste forme molteplici ed estremamente affascinanti.

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Pillole dalla mia #MFW: Croci & Anada FW 2018 – 19

Visto che, costantemente e con entusiasmo, offro il mio sostegno al talento in tutte le sue forme ed espressioni, oggi mi fa piacere raccontarvi un’esperienza che ho vissuto al termine della recente Milano Fashion Week: ho assistito a una sfilata di dogswear, ovvero abbigliamento per amici a quattro zampe.
Una sfilata che ha trasformato la passerella da catwalk in… dogwalk!

Da buona curiosa di natura (e in senso assolutamente positivo) quale sono, non mi nego a priori alcuna possibilità: visto che non ero mai andata alla sfilata di una stilista per cani (sebbene io sia invece talvolta capitata a sfilate di stilisti un po’ cani… oops, mi è scappato), ho detto a me stessa «perché no?» e così, mercoledì 28 febbraio, mi sono ritrovata seduta in prima fila ad applaudire con entusiasmo splendidi modelli a quattro zampe.

A sfilare è stato un nuovo brand di nome Anada con uno show dedicato al dogswear ma non solo, poiché la sfida è quella di realizzare un concept che abbracci mondo animale ma anche creatività in tutte le sue declinazioni – e questo, naturalmente, è un aspetto che mi piace molto, ovvero creatività senza barriere e senza rigide distinzioni.
Il punto di forza di Anada è infatti l’abbinamento tra capi e accessori per cani e capispalla per i proprietari, in un armonico e riuscito incontro tra tessuti tecnici e materiali all’avanguardia.

Durante lo show al quale ho assistito, è stata presentata in particolare la collezione Anada FW 2018 – 19 che prende ispirazione dal british style proiettandosi nel futuro: tweed, pied-de-poule, tartan vengono rivisitati con ironia e incontrano materiali e ispirazioni moderne e un po’ pop.
La personalità dei capi, la qualità dei materiali e la vestibilità al limite del sartoriale sono le prerogative della collezione che vuole rappresentare il nuovo standard dell’abbigliamento cinofilo di alta gamma.
Forme e colori sono ispirati ai maggiori trend, come per esempio le stampe che richiamano mondo orientale e street style; non mancano tessuti tecnici anti-pioggia proposti in colori accattivanti.
A contraddistinguere Anada è inoltre la forte attenzione per i dettagli, anche grazie a collaborazioni importanti come quella con Malucchi, azienda toscana leader nella lavorazione delle pelli per la creazione di accessori di qualità.
(Qui trovate un po’ di foto dello show prima-durante-dopo e qui trovate il piccolo video che ho girato io.)

La collezione Anada, tutta Made in Italy, è disegnata da Anastasia Bessarab.
Anastasia ha trascorso la sua vita tra Russia, Italia, India, Cina e ha tratto ispirazione da queste diverse culture; fattore determinante nella creazione del nuovo marchio è stata la conoscenza e la collaborazione con Dario Croci.
I due hanno infatti unito i quasi 30 anni di esperienza dell’azienda Croci nel mondo degli animali con le idee spumeggianti e piene di creatività di Anastasia.

Croci nasce in provincia di Varese nel 1990 grazie all’intuizione imprenditoriale dei fratelli che hanno dato il nome all’azienda: nel corso degli anni, attraverso il costante investimento nella ricerca, la continua innovazione e l’attenzione prestata alle richieste dei clienti, Croci ha conquistato un importante ruolo di leadership nel mercato.
Il core business parte da acquariologia e cinofilia per offrire una vasta selezione di prodotti che spaziano da accessori e abbigliamento per cani fino ad arrivare al pet food: il marchio offre prodotti caratterizzati da importanti valori quali affidabilità, innovazione e rispetto per l’ambiente, come le lettiere ecologiche.

Croci (qui il sito) e Anada (qui il sito) desiderano creare una connessione emotiva tra umani e animali domestici, un mondo in cui il secondo è parte integrante di una nuova idea di famiglia; è una visione rivolta soprattutto alle generazioni future che – si spera – siano in grado di abbandonare dogmi e pregiudizi del passato.

«Vedo il progetto Anada come qualcosa di profondamente innovativo, focalizzato su prodotti di alta qualità, prodotti per persone e animali, con l’obiettivo di creare un’esperienza unica e interessante.»
Così racconta Anastasia Bessarab e infatti, a chiudere la sfilata, sono stati due levrieri salvati dall’associazione non lucrativa GACI, acronimo di Greyhound Adopt Center Italy.
Dal 2002, GACI (la prima associazione di questo tipo nata nel nostro Paese) si occupa di salvare e far adottare levrieri reduci da una vita di sfruttamento nei cinodromi nei paesi anglosassoni e spagnoli.

Insomma, sfilata e collezione hanno mostrato di avere tutti gli elementi che prediligo: la storia di una bella azienda italiana, il talento, la creatività, il coraggio delle idee e del cambiamento, un tocco di emozione.
E volete sapere una cosa?
Non ricordo di essermi mai divertita così tanto a una sfilata, non ricordo di aver mai riso tanto (e guardate qui com’ero invece pensierosa mentre attendevo che iniziasse…).
E non ho riso perché fossi capitata alla sfilata di uno stilista un po’ cane, come accennavo scherzosamente ma non troppo in principio (e comunque quegli stilisti qui non entrano, visto che per fortuna il mio piccolo spazio è libero e autonomo…), bensì ho riso a cuor leggero perché in passerella ho visto bellezza, creatività, spontaneità.

Ben fatto, Anastasia e Dario.

Manu

Pillole dalla mia #MFW: Valeorchid FW 2018 – 19

Dalla collezione Valeorchid FW 2018 – 19 (foto della stilista stessa, modella Erica)

Parlare del lavoro di un amico che fa lo stilista è un enorme piacere nonché una grande emozione, naturalmente, ma implica anche una notevole responsabilità.
Perché c’è – anche solo per un istante – il timore che il giudizio professionale possa essere offuscato o influenzato dall’affetto.
Valentina, mia Amica (sì, con la A maiuscola) e stilista, mi libera completamente da detta paura, in quanto il suo talento è talmente limpido da non lasciare spazio a timori riguardo possibili confusioni dettate dal sentimento.

Di lei e del suo brand Valeorchid ho già parlato in un paio di post precedenti, quando qui ho presentato la sua collezione autunno / inverno 2016 – 17 e quando qui ho dato un assaggio della sua collezione nell’ambito di un reportage complessivo sulla primavera / estate 2018: stavolta, vi parlo della collezione Valeorchid FW 2018 – 19 che sono andata a visionare durante l’ultima Milano Fashion Week.

La collezione si intitola “…into the sound” e, proprio in questo titolo, è racchiuso il suo concept: raccontare l’essenza dei suoni del tempo passato fino a farli diventare capi da indossare.
Ogni suono accompagna e segue il movimento del corpo in una dolce danza d’inverno; bianco e nero percorrono le linee e le forme dei capi, realizzati in tessuti caldi e morbidi che avvolgono il corpo con rispetto.

La collezione Valeorchid FW 2018 – 19 è pensata per donne che hanno il coraggio di far risuonare in loro la vita, per donne che hanno il coraggio di far vibrare – e ascoltare – i loro sensi.
L’amore per la moda ha origini lontane per Valentina: «mia madre era una sarta e così, crescendo tra macchina da cucire, ago, filo, tessuto e, al tempo stesso, musica e arte, tutto è diventato linfa vitale», racconta a chi ha la fortuna di saperla ascoltare.

La filosofia del suo brand Valeorchid è quella di custodire il corpo rendendolo unico, proteggendolo come se fosse un gioiello contenuto all’interno di uno scrigno: in questo scrigno immaginario, spazio e tempo reali cessano di esistere per lasciare la possibilità di godere di momenti di qualità da prendere per sé, per amplificare la percezione di ognuno dei nostri sensi.
Le creazioni sono tutte collegate tra loro con un filo rosso come a raccontare una storia in musica, immagine e poesia; ogni capo è la fusione di tanti versi, ogni collezione diventa capitolo di un’unica grande storia.
Nel mondo Valeorchid è forte il rimando al nostro passato unito, talvolta, al rimando a terre lontane, dal primo Novecento fino ad arrivare al Giappone, ovvero periodi e luoghi in cui la femminilità ha sempre avuto un ruolo di primo piano nonostante condizioni sociali spesso avverse.

La donna Valeorchid è un’entità libera, indipendente e forte, che sa svelare le sue emozioni a tempo debito, sussurrando la propria femminilità.
Gli abiti, in cui sono costanti ricerca e cura del dettaglio, sono privi della costrizione delle taglie; in essi vi è, al contempo, forma e assenza di forma.
Assumono infatti forma definitiva attraverso un gioco di trasformazioni e sovrapposizioni, cambiando aspetto ogni volta anche a seconda di chi li indossa

«Vestire è un atto importante – racconta ancora Valentina – poiché è dedicare tempo a corpo e spirito per esprimere al meglio la propria personalità»: è esattamente tutto ciò che penso io, la moda che si fa linguaggio e racconta il nostro quotidiano, il nostro vissuto, la nostra storia.
Ecco perché con lei non ho timore che il mio giudizio possa essere inquinato dall’affetto: a parlare è invece la stima per la qualità e il contenuto del suo lavoro.

Il brand Valeorchid è attivo dal 2013: con la collezione “…into the sound”, Valentina giunge alla sua quinta collezione, oltre ad alcune produzioni limited edition e a collaborazioni con altri brand.
E sono orgogliosa di segnalare che le collezioni sono state apprezzate tanto da godere di una discreta distribuzione su buona parte del territorio italiano, da Udine fino a Roma, presso prestigiosi e selezionati concept store che potete trovare elencati qui.

Se volete seguire Valentina, vi segnalo che qui trovate il suo sito, qui la sua pagina Facebook e qui il suo account Instagram.
Se volete visionare tutta la collezione Valeorchid FW 2018 – 19, la trovate qui; personalmente, ho già commissionato a Valentina il soprabito a pois che, oltre ad avere una linea a uovo che mi fa impazzire, è anche reversibile per un uso ancora più libero e versatile.

Geniale la mia Vale: in un panorama di proposte troppo spesso omologate e non particolarmente innovative, lei ha invece il coraggio di proporre la sua visione – che io sposo in toto.

Manu

Pillole dalla mia #MFW: Grinko FW 2018 – 19

Estratti della collezione Grinko FW 2018 – 19 dal mio account Instagram

Il nostro Paese sta vivendo un momento terribile per quanto riguarda la condizione femminile.
Gli omicidi di donne sono estremamente frequenti e spesso si consumano in ambiti familiari.
I delitti e gli episodi di violenza sembrano – se possibile – sempre più efferati, atroci, feroci, barbari, inumani.
La situazione non è migliore fuori casa: violenze sessuali, molestie sul posto di lavoro, disparità di trattamenti economici e di carriera.

Giovedì 8 marzo, Giornata Internazionale della Donna, pubblicando una foto nel mio account Instagram, ho scritto che, in realtà, credevo non ci fosse granché da festeggiare poiché molto, moltissimo resta ancora da fare e a ricordarcelo sono – purtroppo – grandi tragedie e perfino piccole cose quotidiane e il disastro, ahimè, si spinge ben oltre i nostri confini nazionali.
Senza distinzione né tra Paesi né tra classi sociali, quelle sulle donne continuano a figurare tra le violazioni dei diritti umani più diffuse in tutto il mondo: dalla violenza domestica fino alle mutilazioni genitali, gli stereotipi di genere impattano quotidianamente sulla vita di moltissime donne fin dall’infanzia.
E le statistiche a tal proposito sono a dir poco agghiaccianti.

Eppure, quel giorno ho anche scritto che, nonostante tutto, voglio restare ottimista verso l’umanità.
Perché penso che le persone di buona volontà siano donne e uomini, perché penso che tutte queste persone di buona volontà debbano e possano lavorare insieme per cambiare le cose.
Penso anche che puntare il riflettore sulle questioni aperte serva a non distrarsi, a focalizzare, a non dimenticare; penso che ognuno di noi possa fare la propria parte per cambiare le cose nel quotidiano, attraverso ciò che sa fare meglio.
E penso che la moda sia uno di quegli ambiti che può giocare un ruolo positivo, sfruttando la propria voce potente e la propria visibilità, la forte attrattiva che esercita su tante persone: la moda può e deve sfruttare quel potere comunicativo che io le riconosco da sempre per parlare di questioni davvero importanti.

Ecco perché, in un momento storico in cui parlare del concetto di women empowerment nonché di movimenti sostenuti da hashtag quali #Metoo e #Timesup diventa assolutamente fondamentale, io decido di parlarvi ancora una volta dello stilista Sergei Grinko che, in occasione della recente Milano Fashion Week, ha dato un titolo assai eloquente a collezione e sfilata: “That’s enough! Stop violence against women”.

Ebbene sì, Sergei si occupa di moda e la moda è ciò che sa fare meglio e così, da sempre, con coraggio e intelligenza, si è impegnato a legare la sua visione stilistica a tematiche sociali e politiche.

Con la collezione Grinko FW 2018 – 19, lo stilista ha voluto esprimere la sua indignazione per il presente ma, nel contempo, ha anche voluto dare voce alla speranza che le nuove generazioni sappiano creare uno scenario futuro più equo e dignitoso, uno scenario in cui uomini e donne possano vivere in reale armonia.

Esattamente come voglio sperare anch’io.

Ed è alle nuove generazioni che Sergei pensa con i suoi abiti attraversati da un’energia impetuosa e irriverente, applicando alla tradizione artigianale italiana un’attitudine decisamente moderna e che desidera scardinare il passato: in quest’ottica, decostruisce la silhouette in nome di una visione più sciolta nella quale si gioca con i generi, mischiando abiti femminili e capi dal sapore maschile, per un risultato libero e rilassato.

La collezione Grinko FW 2018 – 19 propone così elementi che trasmettono grinta: frange che diventano un fil rouge su capi e accessori richiamando un’attitudine un po’ western, tessuti naturali rivestiti da effetti metallici, spavalde immagini 3D declinate su tessuti innovativi progettati in esclusiva per la maison e tinte decise tra cui figurano bordeaux, marrone e grigio. Ritrovate tutti gli elementi in un piccolo video che ho girato a fine sfilata.

Da varie stagioni, Sergei ha fatto propria la tendenza a unire collezioni uomo e donna in un’unica sfilata e l’ha fatto anche stavolta: l’emozione è diventata palpabile quando, alla fine, sono entrati un ragazzo e una ragazza, fianco a fianco, con outfit coordinati e uniti dallo slogan “Stop violence against women”.

Bravo Sergei: ti ho sempre stimato, come persona e come stilista, fin dalla prima volta che ci siamo incontrati.
Buona parte della mia stima risiede nel fatto che sei una persona capace di agire; sai lottare per ciò in cui credi, attivamente.

Quando scrivo di credere nelle persone di buona volontà penso a persone come te: non ti sei tirato indietro e stai facendo la tua parte affinché le tue meravigliose bambine, Emma e Sophia, possano vivere in uno scenario in cui le donne non debbano avere costantemente paura.

Come persona e come donna, io ti dico il mio personale grazie.

Manu

Qui trovate il sito di Sergei (e qui tutta la collezione Grinko FW 2018 – 19), qui la sua pagina Facebook, qui Instagram e qui Twitter.

Se volete leggere i miei articoli sulle precedenti collezioni di Sergei: qui trovate un assaggio della sua collezione nel mio reportage complessivo sulla primavera / estate 2018; qui trovate un assaggio della sua collezione nel mio reportage complessivo sull’autunno / inverno 2017-18; qui trovate l’articolo sulla collezione autunno / inverno 2016-17: qui quello sulla collezione primavera / estate 2016; qui quello sulla collezione autunno / inverno 2015-16; qui quello sulla collezione primavera / estate 2015; qui quello sulla collezione autunno / inverno 2014-15; qui quello sulla collezione primavera / estate 2014; qui quello sulla collezione autunno / inverno 2013-14.

E anche Monsieur Hubert de Givenchy ci lascia in un mondo ora più triste

Hubert de Givenchy e Audrey Hepburn, 1983, foto © Joe Gaffney (sito e account Instagram)

Una settimana: tanto è passato da quando, pranzando con una persona che stimo, si parlava di quanto risulti difficile per chi lavora nella moda rassegnarsi davanti al tempo che passa, mettendosi da parte e andando in pensione.

Sabato scorso, seduti al tavolino di un posticino accogliente, io e A. citavamo vari esempi, tra stilisti e giornalisti, e io gli esponevo una mia teoria: il motivo per cui in questo settore non ci si rassegna facilmente all’idea della pensione è che la moda è un lavoro fatto di una passione che spesso finisce per diventare totalizzante, sia che si crei concretamente (abiti) sia che si crei virtualmente (attraverso le parole).
E gli ho confessato come immagini già me stessa 70enne ancora intenta a girare – ahimè – per sfilate, presentazioni e press day in cerca di bellezza, creatività e genialità…

Seduti a quel tavolo, nessuno di noi due poteva immaginare come in quello stesso giorno – il 10 marzo – si stesse spegnendo uno dei più grandi couturier di tutto il Novecento, Hubert James Marcel Taffin de Givenchy, aristocratico di nascita ma soprattutto di modi, classe 1927, fondatore nel 1952 e a soli 25 anni della nota e prestigiosa casa di moda che porta il suo nome, Givenchy.
E con Hubert de Givenchy scompare purtroppo uno degli ultimi testimoni dell’epoca d’oro della Haute Couture francese; scompare un autentico gentiluomo che ha vestito donne bellissime e che sono state elegantissime anche grazie a lui.
Alto oltre due metri e slanciato, molte di quelle donne l’hanno descritto come uno degli uomini più seducenti mai incontrati.

A dare la triste notizia al mondo è stato Philippe Venet, il compagno dello stilista: il fatto che sia morto nel sonno, a 91 anni e dopo averci lasciato creazioni indimenticabili, non mi consola affatto.
Anzi, al contrario, mi addolora e mi fa sentire irrimediabilmente defraudata perché, insieme a uomini come Givenchy, scompare sempre più un mondo, scompare un modo di fare e intendere la moda, sebbene mi piace pensare (o sperare…) che quel certo concetto di eleganza che lui ha contribuito a creare sopravvivrà nel tempo.

Vi chiederete però perché io stia legando Givenchy all’aneddoto personale raccontato in principio: perché, nel 1988, il couturier aveva venduto la sua maison alla holding francese LVMH continuando a firmare le collezioni fino al 1995, anno del suo definitivo ritiro.
Lui, dunque, aveva saputo farsi da parte, senza clamore e senza chiasso, e in questa capacità – occorre ammetterlo – ha dimostrato ancora una volta un’eleganza sottile e suprema.
«Ho smesso di fare vestiti ma non di fare scoperte», aveva dichiarato, e credo non vi sia nulla da aggiungere.

Mettersi da parte non deve essere stato facile per un uomo del suo calibro, ma volete sapere una cosa?
Due anni prima, nel 1993, Hubert de Givenchy aveva vissuto un dolore davvero immenso e tangibile: il 20 gennaio di quell’anno era infatti scomparsa Audrey Hepburn, sua musa e amica per lunghissimi anni, quaranta, per l’esattezza. Leggi tutto

Pillole dalla mia #MFW: Angelo Marani FW 2018 – 19

Dalla presentazione della collezione Angelo Marani FW 2018 – 19 (photo courtesy ufficio stampa)

Ci sono parole che, pur essendo inglesi, fanno ormai parte del nostro quotidiano.
Io sostengo con forza e convinzione l’italiano, per la sua bellezza e la sua ricchezza, eppure devo ammettere che dalla parte dell’inglese c’è spesso il potere della sintesi, la straordinaria capacità di fotografare qualcosa in un solo termine con l’efficacia e la rapidità che ben si addicono ai tempi sempre più veloci che viviamo.

Prendete la parola trend: chi mai, al suo posto, userebbe l’espressione «andamento di un fenomeno entro un certo periodo di tempo»?
Nessuno – credo – anche se, a ben guardare, si potrebbe usare tendenza…

A ogni modo: io stessa, oggi, uso una frase che ho letto e che ha catturato la mia attenzione.
«Due i macrotrend emersi dalla fashion week: da un lato l’appeal inossidabile dell’heritage e dall’altro un’impetuosa, salutare corrente di rinnovamento.»
È stato Fashion Magazine a scrivere ciò al termine dell’edizione di Milano Moda Donna che ha da poco presentato le collezioni autunno / inverno 2018 – 19 e se la riporto integra e in virgolettato è perché mi trova in sintonia assoluta.

Come avrete già notato, questa frase abbonda di termini inglesi, a partire da macrotrend.
I trend vengono spesso distinti in base alla loro longevità e diffusione: i microtrend sono influenti in una data sfera e tendono a durare alcuni anni, mentre i fenomeni più pervasivi e persistenti sono i macrotrend.
Il macrotrend è dunque un cambiamento consistente e su larga scala: gli esperti affermano che le tendenze di questo tipo dipingono gli scenari futuri con una buona certezza.
Altro termine anglosassone usato nella frase in questione è appeal ovvero richiamo, attrazione.
E, infine, ultimo termine è heritage ovvero l’eredità e il patrimonio di un marchio, la sua storia, i valori sui quali ha fondato il proprio percorso.

Dunque, Fashion Magazine sostiene che – dopo aver osservato Milano Moda Donna – è possibile affermare che i brand di moda assecondano il richiamo esercitato dal proprio patrimonio; sostiene inoltre che tale tendenza è ampiamente condivisa e che è destinata a durare, insieme alla volontà di cercare di rinnovare e rinfrescare detto capitale fatto di preziosa eredità.

Sono d’accordo, l’ho scritto qui sopra, e oggi desidero darvi una dimostrazione di tale visione o teoria, definitela come preferite, grazie alla collezione Angelo Marani FW 2018 -19.

Credo che la mia stima verso la famiglia Marani sia cosa nota, tanto che non conto più post e articoli a loro dedicati.
Da anni seguo sia Angelo Marani, grande stilista, amico delle donne e portabandiera del Made in Italy, sia la figlia Giulia che ha seguito le orme paterne con umiltà, passione e capacità.
Quando, lo scorso anno, Angelo è prematuramente scomparso, oltre a provare un grande dolore (la stima è professionale e anche personale), mi sono interrogata circa la direzione che avrebbe preso un marchio da sempre caratterizzato da una conduzione di tipo familiare.

La risposta me l’ha data Giulia proprio attraverso la collezione Angelo Marani FW 2018 – 19, una risposta forte, chiara, concreta e che parla di heritage.

È infatti in tale ottica e in tale direzione che Giulia compie una sorta di giro di giostra del brand fondato dal padre, proponendo una capsule collection con la quale fa tesoro dell’eredità e dell’insegnamento che lui ha lasciato.
Giulia (la prima a destra nella foto qui sopra) sale su questa giostra metaforica ma anche concreta (vedere l’allestimento), sale su uno di quei cavallucci che tanto affascinano grandi e piccini e si avventura all’interno degli archivi dell’azienda di famiglia, reinterpretandone e rivisitandone alcuni grandi classici come la maglieria, il jeans, il maculato.

La maglieria è fatta di filati pregiati, cento per cento cashmere e cammello garzato, con elementi di decoro pop applicati a mano, come le maxi-stelle con le frange, i cavalli con gli strass (come la più classica delle giostre) e le macro-paillette.
Un esempio su tutti è la maglia di cashmere dal taglio lineare e le maniche preziose, con la testa di leopardo intarsiato che giganteggia sul davanti, tempestato da macro paillette nere ancora una volta rigorosamente ricamate a mano e da strass che delineano il maculato.

Il jeans è una rilettura del modello proposto dal brand negli Anni Novanta: il taglio è modificato per creare un effetto contemporaneo, ma la vita rimane alta, cosa che mi piace.
Sul tessuto stretch dai toni rosso, grigio, arancione, compare la macchia della lince: per ottenere un effetto sfumato e un’impressione tridimensionale (la macchie sembrano in rilievo), la stampa è ottenuta con la tecnica tradizionale propria dei foulard.

Ma, in questa nuova collezione, il maculato non è solo stampa bensì diventa nucleo da sviluppare ed elaborare.
Le macchie evolvono in elementi geometrici astratti, estese o ripetute ritmicamente come se si muovessero sul capo, impreziosite di macro-paillette nere ricamate a mano (e scusate se lo ripeto ancora e per la terza volta ma è estremamente importante sottolinearlo).
La macchia di lince sul velluto o sul jeans, invece, si trasforma in una texture e, attraverso colori pop applicati a un bomber, infonde un’atmosfera da jungla metropolitana, elegante e ricca di fascino moderno.

Altro leitmotiv della collezione Angelo Marani FW 2018 – 19 è il velluto stampato.
Si ritrova in vari capi e diventa estremamente intrigante nei piumini proposti non in tessuto tecnico, ma appunto in un lussuoso e confortevole velluto per un’originale reinterpretazione di un grande classico.

Il fatto che Giulia abbia lavorato per anni fianco a fianco con il padre Angelo è evidente: oltre al talento, ad accomunarli è la medesima passione, la medesima attenzione, la medesima cura in ogni singolo dettaglio, il medesimo rispetto per la tradizione insieme alla voglia di guardare costantemente verso il futuro.

Mentre Giulia mi mostrava i capi, i suoi occhi brillavano esattamente come brillavano quelli di Angelo quando mi raccontava i segreti delle sue collezioni.
E quegli occhi, perfino prima ancora della voce, mi hanno raccontato storie, esperimenti nonché la conoscenza meticolosa delle macchine per maglieria che il padre Angelo ha messo insieme e fatto ristrutturare grazie a una ricerca caparbia condotta per tutta la sua vita, affinché potessero dare vita a lavorazioni che si ottengono solo con certe macchine e che caratterizzano la maglieria Marani collezione dopo collezione, anno dopo anno.

E proprio mentre Giulia parlava, un pensiero prendeva forma nella mia testa: l’eredità Marani è in ottime mani, le migliori possibili, per giunta con quel tocco di freschezza che caratterizza la giovane stilista.
Non che avessi dubbi in proposito, visto che conosco Giulia da anni, ma avere conferme evidenti e tangibili è sempre un piacere.
È cosa che dà conforto in un mondo che offre poche certezze e questo – credo – è il fascino del cosiddetto heritage.

Manu

 

Qui trovate il sito Angelo Marani, qui la pagina Facebook, qui il profilo Instagram.
I post nei quali ho avuto il piacere e l’onore di parlare del brand: qui trovate un assaggio della collezione nel mio reportage complessivo sulla primavera / estate 2018; qui trovate un assaggio della collezione nel mio reportage complessivo sull’autunno / inverno 2017-18; qui trovate il mio post sulla collezione primavera / estate 2017, qui quello sulla collezione primavera / estate 2016, qui quello sulla collezione autunno / inverno 2015 – 16, qui quello sulla collezione primavera /estate 2015, qui quello sulla collezione autunno / inverno 2014 – 15 e qui quello sulla collezione primavera / estate 2014.

Pillole dalla mia #MFW: Alberto Zambelli FW 2018 – 19

Estratto dalla collezione Alberto Zambelli FW 2018 – 19

A volte, vorrei proprio essere capace di portare indietro il tempo, riavvolgendolo su sé stesso esattamente come si faceva con i nastri delle musicassette che ascoltavo quand’ero ragazzina.
Mi piacerebbe riavvolgere il tempo per poter rivivere la stagione d’oro della moda e in particolare gli ultimi trent’anni del Novecento, i tempi che sono i protagonisti assoluti della grande mostra che si sta tenendo a Palazzo Reale a Milano (Italiana, l’Italia vista dalla moda 1971 – 2001 aperta fino al 6 maggio) nonché i tempi in cui grandi giornaliste vivevano a stretto contatto con i più grandi stilisti.
E quando parlo di grandi giornaliste mi riferisco a figure del calibro della rimpianta Anna Piaggi oppure alla sua amica e collega Anna Riva, donna instancabile e incredibile che ho la fortuna di incrociare di tanto in tanto in occasione di qualche conferenza stampa.

In quegli anni d’oro in cui il Made in Italy trovava la definitiva consacrazione, molti stilisti oggi universalmente celebri muovevano i primi passi e professioniste integerrime e appassionate come la Piaggi e la Riva erano chiamate a dar loro consigli, suggerimenti, conferme, in uno scambio autentico e diretto: nasceva una sorta di simbiosi creativa che ha avuto come risultato la nascita di grandi icone della moda.
Me lo concedete? Rimpiango quello scenario e quei tempi poiché viverli deve essere stato straordinariamente stimolante, per gli stilisti e per coloro che hanno avuto la fortuna di affiancarli, vedendoli crescere e contribuendo a lanciarli.
Ho bene in mente quando la signora Riva, con grande generosità, mi ha raccontato di come sia stata consigliera di alcuni grandi nomi e ricordo altrettanto bene la giornalista Giusi Ferré fare racconti simili in occasione di un seminario in Accademia del Lusso.

Credo che per chi come me ha trovato la propria dimensione non nel creare la moda bensì nel comunicarla, nulla sia più desiderabile che avere l’opportunità di vivere quello scambio diretto.
Ecco perché tornerei indietro ed ecco perché mi rattrista vedere che tra i giovanissimi che aspirano a seguire le orme dei più grandi giornalisti non esiste più (o quasi) tale ambizione: molti non fanno altro che continuare a scrivere ossessivamente ed esclusivamente degli ormai soliti noti. Dov’è il coraggio di osare nuove strade?
Poi, mi dico che – forse – devo solo avere pazienza perché, in questi anni, ho avuto la fortuna di confrontarmi con parecchi stilisti che, a mio avviso, hanno tutte le carte in regola: forse, avrò il privilegio di vedere finalmente brillare i nomi di coloro che ho seguito fin dagli esordi in ambiti ancora più elevati, nella speranza che finalmente si realizzi il tanto necessario e auspicabile cambio generazionale.

Tra questi nomi figura senza dubbio quello di Alberto Zambelli, stilista talentuoso ma anche persona con una spiccata sensibilità – umana e artistica – capace di condurlo sempre oltre, perfino oltre ogni mia più rosea aspettativa.

Ogni volta in cui penso «Alberto non potrà sorprendermi oltre», ecco che lui, invece, riesce a farlo: è esattamente ciò che è successo anche in occasione della recentissima Milano Fashion Week durante la quale sono state presentate le collezioni per il prossimo autunno / inverno.

La collezione Alberto Zambelli FW 2018 – 19 parte da un pensiero: ogni essere umano è unico, nessuno è identico a un altro.
Individualità, personalità, unicità ci caratterizzano, tuttavia esiste qualcosa che ci fa smettere di essere tanti singoli, tante isole, esiste qualcosa che ci mette in connessione con i nostri simili per diventare collettività: questo qualcosa è l’abbraccio, un gesto semplice quanto primordiale che ricompone due singoli, che unisce ciò che è fisicamente separato.

«Siamo angeli con un’ala soltanto e possiamo volare solo restando abbracciati.»
Così declamava uno dei personaggi in un famoso film di Luciano De Crescenzo (Così parlò Bellavista) e nello stesso modo la pensa Alberto che trasferisce la gestualità dell’abbraccio negli abiti, attraverso un linguaggio fatto di rappresentazioni figurative e di materiali avvolgenti che si incontrano. Come avviene, appunto, in un abbraccio che unisce due metà.

La naturalezza dell’abbraccio viene così tradotta in capispalla sartoriali, caldi e avvolgenti; fasce che percorrono abiti e top e strutture tridimensionali simili a origami si palesano come braccia che stringono il corpo in una stretta morbida e calorosa.
Trasformando il gesto in rappresentazione grafica, Alberto ha inoltre creato stampe dal gusto rigoroso che si ritrovano su abiti, gonne e bluse nonché preziosi ricami in cristalli.
Ho apprezzato l’uso del jersey bianco, tecnico eppure al tempo stesso confortevole e femminile; mi piace anche il fatto che la quasi perfetta neutralità della collezione dal punto di vista dei colori (che sono sobri e moderati) conviva in perfetta armonia con interventi inattesi e decisi, estrosi e frizzanti.
Cito, per esempio, le fasce in visone colorato (in tinte che Alberto ama definire cielo e melone) oppure i calzettoni con la scritta hug, abbraccio.

Vi ho incuriositi? Lo spero e vi invito allora a guardare tutta la collezione Alberto Zambelli FW 2018 – 19 qui: spero che vi dia emozione, perché a me ne ha data.

Così come ho provato emozione in backstage quando, allungando le braccia verso di me e sfoderando il suo bel sorriso, Alberto mi ha detto «abbracciamoci»: la mia speranza che possa esserci una nuova stagione d’oro della moda italiana si è rinnovata, una stagione in cui chi crea e chi racconta possano lavorare insieme nell’ottica di un amore comune – quello verso il bello e il ben fatto.

Alberto è maestro in questo e io sono felice di esserne fedele testimone, collezione dopo collezione.

Manu

Qui trovate il sito, qui la pagina Facebook e qui l’account Instagram di Alberto Zambelli.

Se volete leggere i miei post sulle precedenti collezioni di Alberto Zambelli: qui trovate un assaggio della sua collezione nel mio reportage complessivo sulla primavera / estate 2018; qui trovate un assaggio della sua collezione nel mio reportage complessivo sull’autunno / inverno 2017-18; qui trovate il post sulla collezione autunno / inverno 2016 – 17; qui quello sulla collezione primavera / estate 2016; qui quello sulla collezione autunno / inverno 2015 – 16; qui quello sulla collezione primavera / estate 2015; qui quello sulla collezione autunno / inverno 2014 – 15; qui quello sulla collezione primavera / estate 2014.

Pillole di #PFW: Poiret FW 18 – 19, Le Magnifique rivive 100 anni dopo

Si chiude oggi il mese dedicato alle quattro principali Settimane della Moda (in ordine di tempo New York, Londra, Milano e Parigi) e alla presentazione delle collezioni donna per l’autunno / inverno 2018 – 19: prima che il lungo tour de force iniziasse, la mia attenzione era stata attirata da una notizia riguardate la Paris Fashion Week le cui passerelle sarebbero state calcate anche dalla maison Poiret.

Perché la notizia ha catturato la mia attenzione?

In primo luogo, perché Paul Poiret è una delle mie icone in ambito moda, uno di quei couturier che sono stati protagonisti di grandi cambiamenti e grandi innovazioni.

In secondo luogo, perché lo storico marchio nato nel 1903 era stato chiuso nel 1929 per essere poi resuscitato in tempi recenti sotto la guida della business woman Anne Chapelle, già fautrice della rinascita di brand di moda tra i quali Ann Demeulemeester e Haider Ackermann.
Nel nuovo corso intrapreso, Anne Chapelle, in qualità di CEO, ha affidato la direzione creativa e stilistica alla designer cinese Yiqing Yin, classe 1985, nata a Pechino ma di stanza a Parigi fin dalla più tenera età, vincitrice di prestigiosi premi.
Non solo: visto che in Francia la moda è presa con grande serietà e che le viene riconosciuta estrema importanza, l’appellativo Haute Couture viene giuridicamente protetto e può essere accordato esclusivamente dalla Fédération de la Haute Couture et de la Mode alle case che figurano in una lista stabilita ogni anno insieme al Ministero dell’Industria. Ebbene, da luglio 2011, dopo aver presentato la sua seconda collezione, Yiqing Yin è stata invitata come membro ospite; nel 2015, è diventata uno dei pochissimi membri ufficiali e permanenti e, da allora, può fregiarsi dell’appellativo di grand couturier.
Tutto ciò per dirvi che quella di Yiqing Yin è stata una scelta di grande qualità.

Alla luce di tutto ciò, curiosità, attesa e aspettativa da parte di tutti – sottoscritta inclusa – erano enormi, insieme a una certa dose di timore.
Il tentativo di rilanciare brand analoghi quanto a storia e glorioso passato (cito per esempio Vionnet) è un’operazione assai rischiosa che, spesso, non dà gli esiti sperati tuttavia, forte anche della presenza di Yiqing Yin, Anne Chapelle era molto positiva.
«Sono sicura che i social media e il digital marketing faranno risorgere Poiret», aveva dichiarato la manager alla prestigiosa testata Business of Fashion, concludendo con la frase «è come leggere un libro alle giovani generazioni». Già, un libro di storia nell’era del digitale.

Tant’è che, nelle mie lezioni in Accademia del Lusso, non manco mai di citare Paul Poiret (1879 – 1944) ai miei studenti, raccontando loro chi sia stato l’uomo al quale si deve la liberazione della donna dalla costrizione del corsetto, colui che è universalmente considerato il primo creatore di moda in senso moderno, tanto che i suoi contributi alla moda del ventesimo secolo sono stati paragonati a quelli di Picasso nell’ambito dell’arte.

Poiret fondò la propria casa di moda nel 1903: le vetrine del suo negozio, a differenza di quello che era il costume dell’alta moda dell’epoca, erano ampie e appariscenti anche perché ciò che maggiormente contraddistinse Poiret rispetto agli altri stilisti fu l’istinto per il marketing.
Non per nulla, fu il primo a pubblicare a scopo promozionale i propri bozzetti e a organizzare défilé itineranti per promuovere i propri lavori in giro per l’Europa.
Attorno al 1910, Paul Poiret decise di rivoluzionare il campo sartoriale abolendo decisamente il corsetto, proponendo una linea stile impero, con la vita alta e la gonna stretta e lunga: «ho dichiarato guerra al busto», scrisse nelle sue memorie.
La produzione della maison Poiret ben presto si allargò all’arredamento e ai complementi d’arredo; fu il primo a dedicarsi alla realizzazione di profumi, lanciando una consuetudine che sarebbe stata poi seguita dai maggiori stilisti del XX secolo (tra i quali Coco Chanel).

Oltre che per alcuni suoi abiti stravaganti (gonne asimmetriche, pantaloni alla turca e tuniche velate in stile harem nonché fantasiose creazioni per donne del calibro della marchesa Luisa Casati Stampa, come potete vedere in questo mio precedente post), il maggiore contributo al mondo della moda da parte di Poiret fu lo sviluppo di un approccio incentrato sul drappeggio che rappresentava un cambiamento radicale rispetto alle strutture in voga in quegli anni.
Le maggiori fonti di ispirazione di Poiret provenivano dalle tradizioni folcloristiche regionali e la struttura delle sue creazioni rappresentò «un momento fondamentale nella nascita del modernismo e fissò i paradigmi della moderna moda, cambiando irrevocabilmente la direzione della storia del costume», citando dal catalogo della mostra Poiret King of Fashion tenuta nel 2007 al Metropolitan Museum of Art di New York.

Negli anni della Prima Guerra Mondiale, Poiret dovette abbandonare le sue attività: nel 1919, quando poté far ritorno, la maison era sull’orlo della bancarotta.
Durante la sua assenza, nuovi stilisti come la già menzionata Coco Chanel si erano accaparrati una buona fetta della clientela grazie a creazioni dalle linee semplici e sobrie in linea con le tendenze moderniste: in breve tempo, le elaborate e sontuose creazioni di Poiret furono considerate fuori moda e lui fu costretto a ritirarsi.
Nel 1929, la maison stessa fu chiusa, mentre lui morì nel 1944, ormai dimenticato da tutti.

Così com’è accaduto a molti uomini e donne geniali, la storia di Poiret è piena di luci e ombre, grandezze e debolezze, momenti di genio assoluto alternati a cadute e contraddizioni: per questo lo amo, perché la sua è una storia estremamente ricca di umanità e perché il suo apporto alla moda è stato davvero fondamentale, tanto da essersi guadagnato il titolo di Le Magnifique.
Per questo tifavo per Yiqing Yin così come, allo stesso tempo, avevo timore che nessuno – nemmeno lei – avrebbe potuto far rivivere l’unicità di un uomo decisamente sopra le righe: forse, dovremmo adeguarci all’idea che certe avventure non possono proprio continuare oltre il proprio creatore.

Siete curiosi? Volete sapere com’è andata? Se sono stata delusa o meno?

Diciamo che la brava e intelligente stilista cinese ha fatto l’unica cosa che – secondo me – poteva fare: non ha aperto gli archivi storici della maison semplicemente reinterpretandoli, come molti si aspettavano, bensì ha pensato a ciò che un visionario come Poiret avrebbe probabilmente fatto oggi, nel 2018, più di cento anni dopo e in uno scenario molto diverso.

Lui che, a inizi Novecento, ebbe il coraggio di proporre capi e fogge considerate scandalose e irriverenti, oggi non avrebbe replicato sé stesso ma avrebbe invece trovato il modo di rompere ancora una volta gli schemi ricorrenti: nella nostra epoca, in un momento di proposte stilistiche cariche di ridondanza e di massimalismo (avete notato, per esempio, le paillette presenti su molte passerelle nonché il ritorno delle spalle esagerate e dei colori accesi se non fluo nonché le sovrapposizioni e le stratificazioni sempre più abbondanti?), tale rottura può essere rappresentata dalla pulizia.

Quindi niente pantaloni alla turca – ciò che tutti si sarebbero aspettati in casa Poiret – e plissettature presenti in abiti fluidi che danzano attorno alla figura.
Movimento è una delle parole chiave e gli abiti oversize offrono spazio alla libertà: la donna di Poiret mantiene il suo lato misterioso che non viene mai completamente rivelato al primo sguardo.

Definirei tutto ciò un debutto cauto e intelligente, lo sottolineo nuovamente, forse privo dei colpi di scena tanto cari a Paul Poiret eppure libero da qualsiasi spiacevole sensazione di flop.
Non è poco e, a questo punto, aspetto fiduciosa di vedere come la storia di Poiret potrà proseguire nell’epoca del digitale quando, se non dal corsetto, donne – e uomini – hanno bisogno di liberarsi ancora da molte gabbie, fisiche e mentali, liberando il corpo, risvegliando i sensi, abbandonando gli stereotipi per emancipare finalmente e veramente i propri pensieri.

Manu

Se anche voi volete seguire la maison Poiret: qui il sito e qui l’account Instagram dal quale viene anche l’immagine che ho scelto per illustrare il post. Qui, qui, qui e qui trovate alcune foto e brevissimi video dall’account Instagram di Suzy Menkes, una delle mie giornaliste preferite, sulla collezione e il backstage.

Come la sfilata Iulia Barton Inclusive Fashion ha testato la mia coerenza

È proprio vero.
È facile, tutto sommato, fare bei discorsi in linea teorica.
È facile scrivere che si è a favore della moda inclusiva – ovvero di quella moda che sia davvero rappresentativa della società in cui viviamo e di tutte le persone che la compongono.
È facile parlare di uguaglianza, di accettazione, di superamento e abbattimento di qualsiasi barriera, limitazione, ostacolo.
È facile riportare una frase bella come «la diversità è un attributo privo di fondamento».
Ma – come disse saggiamente qualcuno – tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.
E c’è di mezzo il mare perfino per chi è fondamentalmente una persona coerente. Una persona che davvero crede in ciò che dice e scrive, come la sottoscritta.

Perché esordisco così?

Perché, così come avevo annunciato in un post precedente, martedì 27 febbraio, a chiusura della Milano Fashion Week, sono stata alla sfilata Iulia Barton Inclusive Fashion Industry, il progetto creato da Giulia Bartoccioni.

Alla presenza di Carlo Capasa, presidente della Camera Camera Nazionale della Moda Italiana, sono andati in passerella sei stilisti rappresentativi del Made in Italy: a indossare le loro creazioni sono stati chiamati modelli e modelle, uomini e donne, scelti senza alcuna limitazione o barriera.
E scrivendo senza alcuna limitazione o barriera, mi riferisco alla scelta di far sfilare modelle e modelli con e senza disabilità. Leggi tutto

Pillole dalla mia #MFW: Mario Valentino FW 2018 – 19

Dalla presentazione della collezione Mario Valentino FW 2018 – 19 © Marco Scarpa

Qualche settimana fa, precisamente il 6 febbraio, sono stata in Triennale dove è stato presentato uno splendido volume attraverso il quale viene ricostruita l’intensa avventura di Mario Valentino, uno dei protagonisti della moda italiana tra gli Anni Cinquanta e gli Ottanta: la ricostruzione avviene grazie alla lettura del prezioso patrimonio documentario raccolto nell’archivio della sua azienda avviata sin dagli inizi del Novecento dal padre Vincenzo nel cuore di Napoli.

Dopo aver raccontato parte della storia meravigliosa di Mario Valentino in un mio precedente post, ho avuto l’opportunità di assistere a un nuovo capitolo del percorso della maison durante la Milano Fashion Week appena terminata: il 23 febbraio, è stata lanciata la nuova collezione di calzature e abiti in pelle, complice un nuovo ufficio stile che ha lavorato sempre partendo dal ricchissimo archivio, riuscendo a creare una collezione classico e innovativa al contempo.

Il progetto di Enzo Valentino (figlio del visionario fondatore e attuale amministratore delegato) è infatti quello di creare un ponte tra passato e futuro attraverso le nuove proposte, ricche di spunti appartenenti a una solida tradizione ma contemporanee nelle forme e nello stile: se nel libro – che come ho avuto modo di raccontare raccoglie gli esiti di un’appassionata quanto meticolosa ricerca condotta da Ornella Cirillo, docente di Storia della Moda –  si racconta Mario Valentino e la sua storia articolata, attraverso la collezione appena presentata si ritrovano le impronte di chi sa lavorare il pellame in tutte le sue varianti.

Il re della pelle (colui che «usava la pelle come tessuto», come veniva definito il fondatore che oggi avrebbe 90 anni) viene omaggiato nella collezione per il prossimo autunno / inverno, composta da forme estremamente femminili e da tomaie che si illuminano di colori vivaci tra cui brilla quello delle buganville in fiore.

La collezione Mario Valentino FW 2018 – 19 è impostata su tre forme di punta (sfilata, quadrata, a mandorla) e su innumerevoli tipologie di tacchi che abbracciano varie altezze: ogni tacco presenta una propria peculiarità e io segnalo in particolare quello scultura a base ottagonale (che abbina la sensualità del tacco alto alla portabilità del tacco grosso) e quello con gabbia (una reinterpretazione dello storico tacco del brand, diventato un’icona grazie all’inserimento di una rete in metallo).

I materiali utilizzati sono molteplici: si parte dai camosci presentati in diverse sfumature di colore (dal classico nero fino al viola passando per tinte sobrie come il testa di moro e tinte forti come il rosso fuoco) fino ad arrivare al camoscio stretch accompagnato dalla nappa anch’essa stretch, soffice ma decisa. La nappa viene declinata nelle varianti soffiata (una pelle granulosa dall’aspetto più sportivo) e laminata, presentata anche in una versione dorata con effetto craccato (quella che vedete anche nella foto qui sopra a destra).

È presente il vitello lucido e nero che dona un tocco decisamente rock ad alcuni modelli ed è importante anche l’inserimento del pitone che viene utilizzato in varie versioni inclusa un’eccentrica variante fluo: immancabile qualche bordo in visone nonché le fodere in montone che compongono anche il sottopiede di alcuni modelli.

Per quanto riguarda i tessuti, è stato inserito il raso stretch come nei modelli cosiddetti a calza.

Tra le lavorazioni spiccano gli intarsi di pelle che vanno a costruire tomaie moderne ma legate alle lavorazioni storiche della Mario Valentino nonché il fiocco morbido ricavato anch’esso dall’archivio storico del brand e utilizzato come accessorio contemporaneo dalla duplice anima, visto che nasconde talvolta al proprio interno un contrasto di colore o di materiale.

Per quanto riguarda gli accessori, il focus è sull’oro che è il colore delle fibbie, dei morsetti, della lavorazione a gabbia del tacco e delle borchie della collezione Mario Valentino FW 2018 – 19.

Oltre al nero, al testa di moro e agli altri colori che ho già menzionato, tra le tinte predominanti non mancano il bordeaux e i riferimenti alla terra con toni che spaziano dal fango fino al ruggine. Risaltano, come accennavo, il rosso, il viola e il buganville nonché accenni di blu notte: il tutto è sottolineato dall’oro presente anche su pelli e tessuti.

Mi fa piacere sottolineare che le creazioni di Mario Valentino fanno anche parte della mostra Italiana, l’Italia vista dalla moda 1971 – 2001 a cura di Maria Luisa Frisa: aperta a Palazzo Reale fino al 6 maggio 2018, la mostra nasce con lo scopo di evidenziare la progressiva affermazione del sistema italiano della moda in uno straordinario trentennio di relazioni e scambi tra gli esponenti di quella generazione (artisti, architetti, designer, intellettuali) che ha impostato le rotte della cultura internazionale e ha affermato il concetto di Made in Italy. Abito, arte contemporanea, oggetti di moda e di design, fotografie, riviste, schizzi danno vita a un magnifico ritratto del quale fanno parte, appunto, anche le belle creazioni di Mario Valentino.

Attraverso la mostra e attraverso la collezione Mario Valentino FW 2018 – 19 (qui, sul sito di Camera Moda, potete vederla tutta, inclusi gli abiti, mentre qui trovate la pagina Facebook di MV), la storica azienda italiana vive un nuovo percorso e, grazie a un heritage solido e a una forte consapevolezza stilistica, inaugura una stagione di rinnovamento a livello internazionale.

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Manu

Albrecht Dürer a Palazzo Reale a Milano: il Rinascimento è moderno

Oggi, mercoledì 21 febbraio, è iniziata ufficialmente la Milano Fashion Week: come sempre, mi sono dotata del calendario ufficiale emesso da Camera Moda che, in una specifica sezione, indica anche tutti gli eventi culturali in corso in città, nella speranza di dare una panoramica completa soprattutto a chi viene da altre città e dall’estero.

Questa volta, gli eventi segnalati sono cinque: la mostra su Rosa Genoni all’Archivio di Stato, quella sugli outfit del Novecento a Palazzo Morando, la monografica dedicata a Rick Owens alla Triennale, la mostra su Frida Kahlo al Mudec e infine quella su Albrecht Dürer a Palazzo Reale.

Sono molto orgogliosa del fatto che due di questi eventi figurino tra le pagine virtuali di A glittering woman (la mostra su Rosa Genoni e la mostra su Frida Kahlo) e sono felice di aggiungere ora un terzo prezioso tassello: ieri, infatti, prima di buttarmi a capofitto nella settimana della moda, sono stata a Palazzo Reale per l’anteprima stampa della bellissima mostra dedicata a Dürer, pittore, incisore, matematico e trattatista considerato il padre del Rinascimento tedesco. Leggi tutto

Con la sfilata Iulia Barton Inclusive Fashion Industry, la moda è inclusiva

Quand’ero una ragazzina, l’aggettivo esclusivo mi affascinava.
Non mi soffermavo sul suo significato profondo, mi sembrava semplicemente che celasse un mondo misterioso al quale anch’io, piena di sogni, desideravo appartenere.
Crescendo, però, ho sviluppato una passione per il significato e l’origine delle parole e così esclusivo mi si è rivelato per ciò che è: quel fascino che avvolgeva e ammantava l’aggettivo si è piano piano dissolto, lasciando d’un tratto nudo il significato più autentico.
E non credo che tale significato risulti ai miei occhi tanto appetibile e desiderabile come allora.

Esclusivo viene spesso usato con un’accezione positiva, per sottolineare e dare enfasi, appunto, a qualcosa che si considera speciale e che si vuole far apparire come un sogno eppure, in realtà, deriva dal latino medievale exclusivus, derivato di excludĕre ovvero escludere.
Dunque esclusivo delinea un piccolo mondo, traccia un recinto ed esclude tutto il resto o tutti gli altri, in modo assoluto: ripeto, non sono più così sicura che oggi questo significato mi rappresenti, che rappresenti la mia visione, la mia voglia di comunicare, di condividere, di includere gli altri in ciò che amo.
A parte il rapporto di coppia che per me deve essere esclusivo (sono irrimediabilmente monogama e concedetemi il piccolo gioco volto a sdrammatizzare e a non rendere assoluta nemmeno me), non mi piace immaginare cose e situazioni che escludano a priori la possibilità di accesso.

Mi tocca ammetterlo: uno degli ambiti che maggiormente amo – la moda – si fonda spesso sul concetto di esclusività intesa come esclusione.
Ma, soprattutto negli ultimi anni, la musica sta cambiando e sempre più spesso si parla del concetto di moda inclusiva, ovvero di moda che non escluda qualcuno a priori.

Da esclusivo (che esclude) a inclusivo (che include) ed è proprio di questo che desidero parlarvi oggi, di un bel progetto di moda inclusiva che si chiama Iulia Barton Inclusive Fashion Industry e che avrà un nuovo capitolo durante l’imminente Milano Fashion Week.

Un’idea di moda inclusiva volta alla raccolta fondi e alla comunicazione no profit: è ciò a cui mirano Fondazione Vertical (organizzazione senza scopo di lucro creata per raccogliere risorse per finanziare la ricerca scientifica sulla lesione spinale e sulla cura della conseguente paralisi) e Iulia Barton Inclusive Fashion Industry (un’agenzia specializzata in un nuovo concetto di moda senza confini), ponendosi lo scopo di portare sulle passerelle internazionali contesti sociali da sempre tenuti fuori dall’industria moda.
Il risultato? Una sfilata che vede coinvolte anche indossatrici in carrozzina e con amputazione per dimostrare che la cosiddetta diversità è un attributo privo di fondamento.
In questa sfilata, protesi e carrozzine diventano estensioni dell’abito, un valore aggiunto grazie alla collaborazione con l’azienda Able to enjoy che è stata incaricata di personalizzare le carrozzine in base ai colori degli outfit.

Dopo il successo degli anni scorsi, i riflettori si accendono nuovamente sulla moda inclusiva martedì 27 febbraio 2018 alle ore 18 presso il Teatro Vetra di Piazza Vetra 7 a Milano.
L’evento prevede la presenza di alcune maison del Made in Italy che si uniranno con il preciso obiettivo di abbattere le barriere sociali e sostenere la ricerca.
Sfileranno in passerella volti conosciuti tra cui Tiphany Adams (atleta, modella e attrice che vive e lavora in carrozzina) e Shaholly Ayers (modella con amputazione al braccio): seguitissime sui social, Tiphany su Instagram e Shaholly su Facebook, sono entrambe impegnate sul fronte del cambiamento del modo in cui noi tutti percepiamo la disabilità.

L’evento è stato insignito della Medaglia al Valore Civile e Sociale dal Presidente Giorgio Napolitano: è stato sostenuto e patrocinato dal Consiglio dei Ministri, Dipartimento delle Pari Opportunità, e dal 2016 ha ottenuto il patrocinio di Camera Nazionale della Moda Italiana (la foto che vedete in apertura è riferita proprio all’evento 2016, con la presenza di wheelchair & standing model, per usare le parole di Giulia Bartoccioni, fondatrice del progetto Iulia Barton).

La sfilata è pubblica e il biglietto di ingresso, acquistabile sul posto oppure online qui, prevede una donazione minima di euro 19.
I proventi della serata verranno devoluti ai laboratori delle strutture Niguarda Ca’ Granda e San Paolo Hospital a sostegno della ricerca nel campo della rigenerazione dei danni al midollo spinale attraverso le nanotecnologie e l’utilizzo di cellule staminali.
I fondi raccolti saranno destinati anche all’acquisto di nuove strumentazioni di laboratorio e verranno impiegati per il sostegno dei giovani ricercatori all’interno dei team di studio.

Martedì 27 febbraio, io sarò lì perché credo fermamente che i grandi sogni non abbiano barriere di alcun tipo.
Perché credo fermamente che la moda debba essere inclusiva, ovvero essere rappresentativa della società in cui viviamo e di tutte le persone che la compongono, così come ho raccontato in varie occasioni, usando anche me stessa e le mie cicatrici.
E perché Inclusive is Exclusive – stavolta nel miglior senso possibile, però.

Vi aspetto?

Manu

Le Dolci Conversazioni di Ridefinire il Gioiello partono da Bologna

Amore romantico, passionale.
Amore fraterno, filiale, materno, paterno, tra amici.
Amore per gli animali, per una nobile causa, perfino per il proprio lavoro.
L’amore ha mille forme e mille sfaccettature.
E visto che scrivo nel giorno di San Valentino, quello tradizionalmente dedicato agli innamorati, celebro proprio con questo post il mio amore per la bellezza, per il talento, per il Made in Italy: lo faccio parlandovi – ancora una volta – di un progetto che mi piace tanto e che seguo ormai da quattro anni. Un progetto che amo, insomma.

Il progetto in questione è Ridefinire il Gioiello: nato nel 2010 a cura di Sonia Patrizia Catena, negli anni è diventato un importante punto di riferimento nella sperimentazione sul gioiello contemporaneo, di design e d’arte nonché un’interessante vetrina per artisti e designer.
È un progetto itinerante che promuove creazioni esclusive, selezionate dalla giuria e dai partner per aderenza a un tema sempre diverso nonché per ricerca, innovazione, originalità ideativa ed esecutiva: gioielli tra loro molto diversi per materiali impiegati vengono dunque uniti di volta in volta grazie a una tematica comune, sempre interessante e stimolante.

Come dicevo, dal 2014, sono tra i media partner del concorso e, lo scorso giugno, ho lanciato con piacere il bando di concorso di un’edizione particolare di Ridefinire il Gioiello: con Dolci conversazioni, Sonia ha infatti chiesto agli artisti di progettare e realizzare un gioiello a tema gastronomico.
Ovvero ha chiesto di progettare pezzi unici ispirati alle atmosfere, ai sapori e ai colori della tavola; storie di cibo, allegre, ironiche e divertenti narrate attraverso materiali naturali e sostenibili.

Il progetto è stato portato avanti in collaborazione con il Gruppo Duetorrihotels, una realtà che ama investire nella cultura: gli alberghi del gruppo sono luoghi di grande storia, da sempre frequentati dagli artisti di tutte le epoche, e custodiscono al proprio interno capolavori artistici.

Dopo la selezione, il progetto è giunto alla fase espositiva e così il gioiello contemporaneo si lascia gustare (letteralmente!) dal 14 al 25 febbraio al Grand Hotel Majestic di Bologna.

Proprio nel giorno di San Valentino, le Dolci Conversazioni di Ridefinire il Gioiello presentano la loro proposta inedita e originale, dedicata al gioiello sostenibile e quindi etico.
Perché – come dice Sonia – «ciò che è bello deve essere anche buono e giusto». E io approvo perché estetica ed etica possono convivere.

Le strutture del Gruppo Duetorrihotels ospiteranno, come in un viaggio in Italia, una mostra itinerante che si sviluppa intorno all’idea dei gioielli a tema cibo uniti a dolci a tema gioiello, in un gioco di rimandi a specchio. Leggi tutto

Mario Valentino, in un libro la sua storia tra moda, design e arte

Che bella atmosfera ho respirato martedì sera in Triennale…

Partiamo dal presupposto che, già di suo, La Triennale è uno di quei posti capaci di farmi stare bene mettendomi a mio agio: partita nel 1933 sotto la guida di figure come Gio Ponti e Mario Sironi e ospitata in un edificio modulare e flessibile espressamente concepito per ospitare grandi manifestazioni e attività museali (il Palazzo dell’Arte), questa istituzione rappresenta, da 85 anni, un punto di riferimento nella vita culturale (e anche economica), un motore di intenso dialogo internazionale tra società, arte e impresa ben oltre i confini di Milano.

Non solo, La Triennale fa tutto ciò con una modernità e una freschezza tali da fare innamorare tutti, generazione dopo generazione, fino ad arrivare a Millennials e Generazione Z.

L’evento di martedì rispettava in pieno questa ottica di modernità, freschezza e apertura di pensiero.

A introdurre la serata, c’era un gruppetto di meravigliosi professionisti: Antonio Mancinelli (caporedattore attualità di Marie Claire, firma prestigiosa e che io stimo tanto da consigliare il suo blog nella mia sezione Cosa leggo), Alba Cappellieri (professore ordinario di Disegno Industriale e Presidente del Corso di Laurea in Design per la Moda presso il Politecnico di Milano, grande professionista che mi strega ogni volta in cui ho la fortuna di incontrarla), Eleonora Fiorani (docente presso il Politecnico di Milano, filosofa e curatrice del settore Moda della Triennale) e Arturo Dell’Acqua Bellavitis (professore ordinario di Disegno Industriale presso il Politecnico di Milano e Presidente della Fondazione Museo del Design presso la Triennale). Leggi tutto

Frida Kahlo Oltre il Mito: vi racconto perché «la vita comincia domani»

«In un museo si entra solo tre volte nell’arco di una vita.
Da bambini, da genitori e da nonni.»

Lo so, può sembrare un po’ bizzarro iniziare così un nuovo post e lo è ancora di più se pensate che sto per parlarvi di una mostra – quella dedicata a Frida Kahlo, una delle donne e delle artiste che più amo in assoluto – che è stata appena inaugurata al Mudec, il Museo delle Culture di Milano.

Vi sembrerà forse ancora più bizzarro se aggiungo che questo vecchio detto è stato citato da Filippo Del Corno, Assessore alla Cultura, in occasione della conferenza stampa alla quale sono stata invitata mercoledì 31 gennaio: anch’io, per un istante, sono rimasta perplessa, poi ho sorriso e ho annotato le parole sul frontespizio della cartella che mi era stata consegnata, certa che le avrei usate proprio come incipit del post che avevo intenzione di scrivere (et voilà).

Perché le parole che potrebbero sembrare un autogol – da parte dell’Assessore nel citarle e da parte mia nel riportarle fedelmente – sono in realtà perfette per evidenziare la differenza del Mudec rispetto ad altre realtà museali, ovvero la capacità di confermarsi come luogo amato nel quale si torna più e più volte poiché è in grado di instaurare un dialogo sempre vivo con noi visitatori.

Per chi non lo conoscesse, mi fa piacere segnalare che il progetto del Museo delle Culture ha avuto origine negli anni Novanta del Novecento, il secolo che ci siamo da poco lasciati alle spalle, quando il Comune di Milano ha acquistato una ex zona industriale (quella dell’Ansaldo) per destinarla ad attività culturali: gli spazi dismessi sono stati trasformati in laboratori, studi e spazi creativi e, in questo scenario, è stato progettato un polo multidisciplinare dedicato alle diverse testimonianze e culture del mondo. Leggi tutto

Rosa Genoni, la moda di domani calata nella storia di ieri

So di rischiare di risultare noiosa, eppure non posso fare a meno di iniziare questo post ribadendo ancora una volta il mio immenso amore per la moda.

Si tratta di un amore talmente antico da essere diventato come la questione dell’uovo e della gallina: chi è nato prima? Io oppure l’amore per la moda era contenuto già nel mio DNA?

Scommetto di essere altrettanto noiosa se ribadisco che tale amore non è solo per la parte estetica e di apparenza, ma anche per le storie, i significati e i valori dei quali la moda sa farsi veicolo.

Con il passare del tempo, mi rendo conto che della moda amo soprattutto questo, la capacità di essere linguaggio, potente e immediato, di essere specchio formidabile dei tempi e della società.

Per questo, da anni, studio con passione la storia del costume e della moda.

Sono fermamente convinta che il passato possa fornirci la chiave per conoscere e interpretare il presente e anche gli strumenti per iniziare a immaginare il futuro: non sono una nostalgica, al contrario, vivo proiettata verso ciò che verrà, ma penso che senza passato siamo come colossi dai piedi d’argilla.

Più vado avanti a studiare la moda e più sono affamata e curiosa; più ne so e più mi rendo conto che c’è ancora tanto, anzi, tantissimo da sapere.

Per esempio, qualche anno fa, ho iniziato a sentir parlare di Rosa Genoni, figura importantissima per la moda e per il Made in Italy: è importante, già, eppure è poco conosciuta perfino tra gli addetti ai lavori, tanto che il materiale che circola su di lei è poco. Leggi tutto

Ultra Violet, dice Pantone per il 2018: ecco la mia wishlist in 6 punti

Si chiama Ultra Violet e corrisponde al codice 18-3838: è il colore che il Pantone Color Institute ha scelto per il 2018 e che influenzerà ambiti tra i quali figurano moda e design.

Il mio articolo più recente per ADL Mag inizia con queste parole e così, ancora una volta, torno a parlare di un argomento che mi affascina molto: il colore con il suo ricco potenziale comunicativo e la sua articolata psicologia.

Lo scorso febbraio, direttamente qui nel blog, avevo raccontato come Pantone avesse scelto il Greenery per rappresentare il 2017, una sfumatura di verde a forte componente di giallo: quel colore mi piaceva parecchio ma, se posso esprimere la mia opinione, dichiaro la mia netta e decisa preferenza per il neo eletto Ultra Violet.

Sarà che il viola è sempre stato uno dei miei colori preferiti e che non sono minimamente superstiziosa, così come ho raccontato quando Hillary Clinton scelse un tailleur di tale tinta in un’occasione decisamente importante, episodio che riprendo anche nel pezzo per ADL Mag così come torno a raccontare il motivo per il quale il viola viene considerato un colore di cattivo auspicio.

Oppure sarà che la sfumatura scelta da Pantone è esattamente quella che preferisco io, ovvero un viola particolarmente intenso grazie alla forte predominanza di blu. Leggi tutto

Anna Dello Russo: cerco la leggerezza e smantello il guardaroba archivio

Magari qualcuno penserà che io sia un po’ strana, eppure devo fare una confessione: ho approfittato delle recenti vacanze di Natale per fare tre cose importanti.
La prima è stata studiare e, tra l’altro, sono riuscita a visitare un paio di splendide mostre utili per nutrire la mia fame di bellezza, come la mostra sui costumi del Teatro alla Scala che ho raccontato qui e che potete a vostra volta visitare fino al 28 gennaio.
La seconda cosa è stata preparare un po’ di lavoro per gennaio e, infine, mi sono occupata di alcune faccende in casa.

Qualcuno penserà «anziché divertirsi e riposarsi, questa matta ha sgobbato»: non posso dare torto a chi la pensa così, però fatemi dire una cosa.
Penso che il tempo sia prezioso, che dover sempre essere di corsa ci uccida e che rallentare sia un lusso: ho dunque preferito approfittare del rallentamento tipico del periodo natalizio per portarmi avanti.
È come se avessi fatto un regalo a me stessa perché, in realtà, mi sono divertita (a mio modo, lo ammetto…); non solo, aver avuto modo di programmare con maggiore calma alcune attività di studio e lavoro mi fa sentire più serena.

Senza contare che, finalmente, come accennavo, ho messo mano ad alcune attività casalinghe che procrastinavo da tempo infinito: in particolare, mi sono dedicata a una bella operazione di pulizia del mio ormai ingovernabile guardaroba archivio, argomento assai dolente (chiedete a mio marito).
Ammetto che la situazione mi era sfuggita di mano, da parecchio, tanto da non riuscire quasi più a entrare nella stanza che ospita la mia collezione di abiti e accessori: finalmente, ho trovato tempo, voglia e (tanto) coraggio per liberarmi di un bel po’ di cose che, ormai, non erano altro che zavorra.

Mia mamma lo chiama repulisti, chi usa un linguaggio più contemporaneo lo chiama decluttering: chiamatelo come preferite, io vi dico solo che, dopo averlo fatto, mi sento in effetti molto meglio, anche se serve ancora altro lavoro per arrivare al risultato che vorrei raggiungere.
Sono però felice di aver intanto ripreso in mano le redini della situazione e di aver suddiviso capi e accessori scartati in due gruppi: cose delle quali disfarmi definitivamente, cose da provare a vendere.
Come ho raccontato in altre occasioni, sono una sostenitrice della second hand economy e sono fermamente convinta che ciò che non serve più a noi possa servire ad altri: così come a me capita di comprare oggetti vintage o di seconda mano, penso che qualcuno potrebbe essere interessato a ciò che ho eliminato e che, in moltissimi casi, è in condizioni più che onorevoli, tanto da provare una fitta di dispiacere al pensiero di gettare via diverse cose.

Beh, dopo aver fatto tutto ciò (è stato un lavoraccio, ve lo assicuro…), immaginate il mio stupore nel leggere che una persona che stimo molto – Anna Dello Russo – sta facendo la stessa operazione di smantellamento archivio, naturalmente con le debite proporzioni (ovvero il suo archivio è infinitamente più sostanzioso, significativo e importante del mio).

Anna Dello Russo, classe 1962, ha una laurea in arte e letteratura nonché un master universitario in design della moda: è una vera influencer con ben trent’anni di carriera come fashion editor (molti di quegli anni trascorsi in Condé Nast) e dal 2006 è direttrice creativa di Vogue Japan. Leggi tutto

Che la terra le sia infine lieve, cara Marina Ripa di Meana

Marina Ripa di Meana mi era simpatica.
Mi era simpatica in quel modo istintivo (e a volte ingovernabile) in cui apprezzo le persone che hanno un carattere forte, deciso, indomabile.
Mi era simpatica perché la consideravo una persona fuori dagli schemi: molto spesso era sopra le righe risultando perfino eccessiva, è vero, ma era dotata di un’intelligenza vivace che mi piaceva.
Era una persona caratterizzata dai forti contrasti, esuberante quanto controversa. Il carattere a volte diventava caratteraccio, come capita a tutti coloro che vivono di estremi, ma credo non abbia mai peccato di una cosa: essere banale.
Non riuscivo a provare antipatia nei suoi confronti nemmeno quando si esibiva in quei suoi eccessi: come mi aveva fatto arrabbiare con le sue esternazioni a proposito della legge per i matrimoni delle coppie omosessuali, eppure la simpatia superava infine i contenuti delle sue tante battaglie che a volte condividevo e altre volte no.
Perché sto imparando – faticosamente – che per apprezzare una persona non è necessario approvare le sue azioni in toto: si può essere in disaccordo, parziale o perfino quasi totale, eppure stimarne e rispettarne l’audacia, la passione, la dedizione, la convinzione.
Ed ecco quindi che stimavo Marina Ripa di Meana esattamente come stimavo Cayetana de Alba, con luci e ombre (che tutti, peraltro, abbiamo), senza la necessità di approvare ogni parola e ogni gesto, con quella ammirazione che sento per le menti e le persone libere. Quelle che sono libere di essere sé stesse, un’audacia che agli occhi di molti appare talvolta come arroganza.
Provocatrice – l’hanno spesso definita; combattiva e battagliera – preferisco dire io, pur dubitando che un paio di parole possano descriverla, racchiuderla, raccontarla.
Guerriera – l’ha definita la figlia Lucrezia Lante della Rovere in un post affettuoso nel suo account Instagram, con una foto tanto bella, tenera e rappresentativa che mi sono permessa di prenderla in prestito.
In fondo, avevamo alcune cose in comune, la signora Marina Ripa di Meana e io.
Avevamo in comune l’allergia verso l’omologazione e – cosa buffa – abbiamo avuto modi comuni di manifestare tale allergia nelle piccole cose: l’amore per la moda un po’ alternativa e l’amore per cappellini, gioielli e bijou oltre misura e stravaganti.
Avevamo in comune l’anticonformismo e il desiderio di abbattere quel finto perbenismo, quel falso moralismo e quell’ipocrisia spesso imperanti – ahimè: lei è stata una donna che ha sfidato le convenzioni, che ha anticipato i tempi con scelte e comportamenti molto criticati e che oggi, invece, sono diventati normali. Si è goduta la vita e penso che abbia anche sofferto.
Ed è proprio per il suo saper essere tanto audace che non compresi le esternazioni sui matrimoni gay: forse, la spiegazione è da ricercare proprio nel fatto che fosse talmente sincera e talmente sé stessa da non temere né le critiche né le antipatie. Di sicuro, non le interessava essere politically correct e non aveva paura di essere contro.
A ogni modo ho affermato che occorre accettare una persona con luci e ombre e dunque confesso che se ero in dubbio circa il fatto di scrivere o meno questo post non è stato certo per quello o per altri episodi, bensì semplicemente perché non ero certa di riuscire a trovare la chiave giusta.
L’ho trovata invece ieri, guardando un frammento del video che Marina Ripa di Meana ha voluto lasciare come sua ultima testimonianza.
«Fatelo sapere» dice in quel video, con la voce rotta dalla fatica e dal dolore eppure con un ardore che è stato vivo fino in fondo.
E allora io accolgo il suo invito, fatelo sapere, e lo faccio con slancio, con passione, con ardore e con sincerità.
E le faccio volentieri spazio in questo mio umile luogo virtuale.
E dunque facciamolo sapere che la speranza di salvarsi dal cancro è data dalla medicina e dalle cure.
Riporto da una sua intervista al Corriere della Sera:
«Non ne ho mai fatto mistero. Non c’è nulla di cui vergognarsi. Se posso essere utile con la mia testimonianza, racconto la mia storia. Mi curo da anni e non sempre è stato semplice. La chemioterapia non è stata una passeggiata, ho passato momenti difficili, ma sono terrorizzata da chi dice che la chemioterapia fa male: ciarlatani, gente senza scrupoli che propone cure alternative e peraltro a scopo di lucro, perché costano e anche tanto. La mia nuova battaglia è questa, a favore della prevenzione dei tumori, che può salvare la vita: per questo è importante “vivere bene” e fare i controlli previsti. E a favore delle terapie ufficiali, contro i “venditori di bufale”.»
E facciamolo sapere che oggi, in Italia, si può scegliere la sedazione profonda, in ospedale o a casa, così come ha scelto lei dopo 16 anni di lotta contro il tumore.
«Fate sapere ai malati terminali che c’è un’alternativa al suicidio assistito in Svizzera» dice Marina Ripa di Meana nel video del quale ho accennato e del quale vi lascio il link.
Devo avvisarvi, è un video forte dal punto di vista emotivo. Eppure, secondo me, va visto.
Perché credo nel progresso, nella scienza, nella medicina.
Perché credo nella libera informazione che dà la possibilità più grande di tutte, quella di scegliere ciò che è più giusto per noi stessi.
Ecco, Marina cara, grazie per avermi suggerito lei stessa il modo giusto per darle un ultimo saluto e ora importa solo che lei e io condividessimo ciò che più conta: l’amore per la vita e l’amore per una vita che sia degna di essere vissuta.
Fino in fondo, fino all’ultimo respiro.
Che la terra le sia davvero e infine lieve.

Manu

Palazzo Reale a Milano ospita gli Incantesimi del Teatro alla Scala

Tra i tanti ricordi della mia infanzia, ci sono quelli legati alla musica.

Ai miei genitori è sempre piaciuta e rammento bene quando, la domenica mattina, durante la bella stagione, mia mamma amava aprire tutte le finestre di casa lasciando entrare l’aria fresca: in quelle mattinate gioiose, non mancava mai la musica diffusa attraverso un giradischi e a riecheggiare di stanza in stanza erano spesso le opere liriche e le note delle arie di Giuseppe Verdi, di Gioacchino Rossini e di molti altri ancora.

È da allora che Madama Butterfly di Giacomo Puccini è una delle mie opere preferite e non dimenticherò mai il libretto che sfogliavo con avidità in cerca di immagini e dettagli né la profonda impressione che la storia di quella e di molte altre opere esercitavano sulla mia fervida fantasia di bambina. Un’impressione, un fascino e un incantesimo tanto forti che, quando qualche anno fa fui invitata dalla contessa Pinina Graravaglia alla festa intitolata Teatro dell’Opera, passai un intero mese a prepararmi per il personaggio che scelsi di interpretare, ovvero Medora, la protagonista femminile de Il Corsaro di Giuseppe Verdi.

Vi racconto tutto ciò per darvi la misura dell’emozione che ho provato settimana scorsa, quando mi sono ritrovata a visitare la mostra Incantesimi – I costumi del Teatro alla Scala dagli Anni Trenta a oggi.

Ve lo confesso, non è stata una visita programmata: in realtà, ero a Palazzo Reale, la sede, per la meravigliosa mostra dedicata a Caravaggio e ho scoperto che, al termine del percorso, si passa attraverso le Sale degli Arazzi che attualmente ospitano l’esposizione Incantesimi.

In cosa consiste tale mostra?

In ventiquattro straordinari costumi che sono stati selezionati e restaurati tra i numerosi abiti di scena custoditi nei magazzini della Scala, ventiquattro costumi che si devono ad alcune delle firme più celebri nella storia del teatro. Leggi tutto

Prima di salutare il 2017 ed entrare nel 2018, parliamo un po’ di felicità?

Giovedì scorso, prima di dare il via ai festeggiamenti per il Natale, ho stretto un importante accordo lavorativo per l’anno a venire.
La sera stessa, ero a cena con il mio amore e lui ha proposto un brindisi per quella che in effetti è un’ottima prospettiva per il 2018.
Me l’ha dovuto far notare lui, ha dovuto sottolinearlo lui e, in quel momento, ho realizzato che io non avevo considerato tale accordo come un successo, che non mi ero fermata nemmeno un istante, che non mi ero goduta il momento, che ero andata avanti a testa bassa, come al mio solito, come un bravo soldatino.
Ci sono rimasta male.

Sedersi sugli allori è sciocco, a mio avviso, nonché pericoloso, e vantarsi è ancora più insensato, ma mi rendo conto che non accorgersi quando si incassa una vittoria è altrettanto brutto.
Significa che ci si è troppo abituati alla fatica e ai ritmi folli e che si è un po’ persa la capacità di fermarsi a gioire lungo la strada.
E io non voglio essere così.

È vero, ho sempre la tendenza a mantenere un basso profilo per quanto riguarda i miei progetti, soprattutto quelli lavorativi: lo faccio un po’ per scaramanzia e un po’ perché mi piacciono le cose concrete fatte con discrezione.
E d’accordo, in fondo va bene così, però ciò che è accaduto giovedì scorso non mi è piaciuto: non voglio perdere la capacità di essere felice.
E visto che ho appena detto che mi piacciono le cose concrete, visto che mi piace agire e che non è mia abitudine nascondere la testa sotto la sabbia, visto che preferisco cercare di affrontare i miei limiti, visto che a volte sono un po’ sciocca, è vero, ma che non sono stupida del tutto (o almeno così spero!), ho deciso che l’ultimo post del 2017 doveva essere una prima, piccola risposta a quel mio problemino, parlando di una cosa molto importante: la felicità.

Che cos’è la felicità?

È una domanda che l’essere umano si pone da secoli: dai filosofi dell’antichità fino ad arrivare ai motivatori contemporanei, questo è stato – ed è tuttora – uno dei grandi quesiti della nostra esistenza.
Non preoccupatevi, non ho alcuna intenzione di cimentarmi nel dare una risposta: al limite, potrei offrirvi la mia idea di felicità (tempo fa avevo anche partecipato al giochetto 100 happy days..), ma non è questo che mi interessa, non è la mia opinione ciò che desidero condividere.

In realtà, desidero invece mostrarvi un video con l’invito a prendervi 5 minuti di tempo, per l’esattezza 4 minuti e 16 secondi.
E vi chiedo di non fare altro mentre lo guardate, di concentrarvi e di guardare bene le immagini che si susseguono prestando attenzione ai particolari: io l’ho fatto e per una volta ho evitato la mia solita attitudine multitasking (che, per inciso, uno studio recentissimo dice essere estremamente dannosa…).

È un filmato volutamente esagerato con un finale in grado di far nascere più di una domanda.
L’autore si chiama Steve Cutts e magari vi è già capitato di vedere suoi video condivisi attraverso Facebook o gli altri social network (qui ne trovate una raccolta sul suo sito): è un illustratore e animatore britannico che, attraverso i suoi disegni, punta a evidenziare vizi e paradossi della società moderna.

Ansia da produttività, consumismo, omologazione, inseguimento di falsi miti: secondo Cutts, queste sono solo alcune delle dinamiche che, come gabbie, ci imprigionano e gravano attorno al nucleo della nostra esistenza, ovvero la felicità e la possibilità di raggiungerla diventando persone veramente realizzate.

Non è casuale che il titolo del cortometraggio che ho scelto di condividere con voi sia proprio Happiness, ovvero Felicità.
Eppure, il video non parla affatto di felicità; rappresenta invece comportamenti diventati ormai di massa e che non portano certo né allegria né benessere – ciò che invece ci illudiamo di possedere.

Tutti (o quasi) abbiamo bisogno di lavorare, in primo luogo per ragioni economiche: avere un reddito è una condizione necessaria.
C’è poi chi lavora anche perché crede in un progetto e lo persegue con passione (io, per esempio, credo di potermi posizionare in questo gruppo).
E c’è chi lo fa perché altrimenti si annoierebbe oppure perché si sentirebbe privato di un ruolo preciso, quasi di un’identità.
Non voglio esprimere giudizi a riguardo: tutte le motivazioni sono lecite se portate avanti con onestà.

C’è però una domanda che, guardandoci allo specchio, tutti noi dovremmo porci.

«Sono felice? Sono una persona realizzata?»

Ci vuole coraggio a chiederselo, lo so.
E occorre prendersi del tempo, per riflettere e per darsi una risposta sincera.
Occorre fermarsi almeno un attimo, ciò che non ho saputo fare io giovedì scorso.

Però so almeno un paio di cose.
So che non è il mio lavoro a definirmi, a dire chi sono.
E so che la felicità non è una cosa o un prodotto che si possa comprare.
Spero siano buoni punti di inizio sui quali iniziare a lavorare per non ricadere negli stessi errori.

E, a questo punto, desidero fare un augurio a tutti noi e per farlo vi racconto un’ultima cosa.

Dovete sapere che, secondo il World Happiness Report 2017, la Norvegia si è aggiudicata quest’anno il titolo di Paese più felice del mondo: l’indagine, presentata in seno all’Organizzazione delle Nazioni Unite, indaga lo stato del benessere e della felicità in 155 Paesi in base a criteri quali libertà, generosità, onestà, salute, reddito, supporto sociale e buon governo.
Dopo la Norvegia, nelle prime dieci posizioni, si possono trovare Danimarca, Islanda, Svizzera, Finlandia, Olanda, Canada, Nuova Zelanda, Australia, Svezia.

(Se ve lo state chiedendo, l’Italia è al 48esimo posto…)

Avete fatto caso che, nell’ambito di questa indagine, il reddito (e dunque il lavoro) è solo uno dei tanti criteri che concorrono a determinare il grado di felicità e che altri – libertà, generosità, onestà – riguardano piuttosto la sfera dei rapporti interpersonali?

E allora il mio augurio per il 2018, a voi e a me stessa, è questo.
Circondarci di persone che vogliano sinceramente il nostro bene e che rispettino le nostre scelte.
Riuscire a ritagliarci tempo.
Avere consapevolezza di noi e di ciò che desideriamo davvero.
E lo auguro a tutti noi sperando che ciò ci metta sulla strada di benessere, realizzazione e felicità.

La vostra Manu

Chiudono Colette e MAD Zone e io sono amareggiata (ma non mi arrendo)

Ve lo dico subito: oggi sono arrabbiata. Tanto.
Ma no, aspettate, forse arrabbiata non è l’aggettivo giusto né è giusto dire che lo sono oggi o da oggi: in realtà, provo rabbia, sì, d’accordo, ma il sentimento che più si avvicina a ciò che provo è l’amarezza e la provo già da diverso tempo.
Amarezza, ovvero un miscuglio di viva delusione, doloroso rammarico e pungente tristezza mescolati a contrarietà, fastidio e a un antipatico senso di impotenza.

Tutto ciò va avanti da tempo, come vi dicevo, precisamente dallo scorso luglio, ovvero da quando ho saputo della chiusura di Colette (diventata definitiva esattamente una settimana fa, il 20 dicembre – vedere qui e qui) e della cessione degli spazi appartenenti a 10 Corso Como (qui e qui due articoli di Pambianco).
Ad acquisire gli spazi sono stati l’imprenditore Tiziano Sgarbi e la stilista Simona Barbieri, fondatori ed ex proprietari di TwinSet: la mia perplessità circa l’acquisizione è aggravata dal fatto che proprio il marchio TwinSet è stato da loro ceduto al gruppo Carlyle, grossa società internazionale di asset management.
E io mi domando: cosa faranno questi due signori, ora, con 10 Corso Como? Seguirà la stessa sorte di quel loro ex marchio, finirà in pasto a qualche abnorme gruppo finanziario dove contano solo i numeri?

Colette e 10 Corso Como: due concept store, due spazi polifunzionali, due realtà appartenenti rispettivamente non solo alla storia di città come Parigi e di Milano ma al mondo.
Due luoghi mentali prima che fisici che hanno scritto pagine importanti della moda e del costume internazionale e del modo di intenderli: l’hanno fatto per 20 anni nel caso di Colette (fondato nel 1997 da Colette Roussaux) e per 27 anni nel caso di 10 Corso Como (fondato nel 1990 da Carla Sozzani, sorella di Franca, mitica direttrice di Vogue Italia).

Poi, dopo queste notizie, a fine luglio, è arrivata anche la telefonata di Tania Mazzoleni.
Per chi legge A glittering woman (grazie sempre ), quello di Tania è un nome familiare: è la fondatrice di MAD Zone, negozio e salotto meneghino sospeso tra moda, arte e design e che io ho sostenuto con tanto entusiasmo durante tutto il suo percorso, dagli eventi che lì sono stati presentati (qui e qui due esempi) fino ad arrivare ai creativi che ho conosciuto attraverso quella che era diventata una vera e propria fucina di talenti (come per esempio Andrea de Carvalho e Buh Lab).
Quella che ho scelto per illustrare il presente post, qui in alto, è una foto che ritrae me e Tania proprio in occasione di uno degli eventi di MAD Zone della scorsa primavera.

Ecco, il 31 luglio, Tania mi ha annunciato la chiusura di quel suo spazio così vivo e così emozionante ed è stato un duro colpo al cuore visto il mio deciso e sincero sostegno, è stato uno sviluppo inatteso e doloroso che mi ha toccato proprio nel personale e nel profondo, perché gli investimenti morali sono quelli sui quali io punto con più forza.
E in MAD Zone credevo fortemente, so che aveva tutte le carte in regola per diventare sempre più un grande successo. Come Colette e come 10 Corso Como.

Per completare il quadro alquanto nefasto mancava solo un’ulteriore quanto pessima notizia ricevuta attraverso Valentina Martin, la fondatrice di Spazio Asti 17, altro indirizzo milanese particolarissimo.
Dopo le vacanze estive, in settembre, ho incontrato Valentina per caso, a una fiera di settore: con un dispiacere evidente, mi ha confessato la chiusura del suo spazio che negli anni ha ospitato artisti e designer (lì ho incontrato Eleonora Ghilardi fisicamente dopo tanti scambi virtuali) e che è stato il teatro di tanti eventi culturali ai quali ho partecipato, talvolta con un ruolo attivo (per esempio quando sono stata chiamata a presentare uno dei libri della brava Irene Vella, giornalista e amica).

Ecco, a quel punto la mia amarezza è diventata dilagante. Leggi tutto

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