Pepita Onlus e Cover Store insieme ai ragazzi per affrontare il cyberbullismo

L’argomento di oggi è il bullismo, anzi, precisamente il cyberbullismo.

Prima di tutto, desidero darne una definizione che sgombri il campo da qualsiasi scusa o equivoco o tentativo di sminuire la questione.
Cyberbullismo è qualsiasi atto aggressivo, prevaricante, intimidatorio, molesto compiuto da uno o più bulli tramite l’uso di strumenti telematici tra cui foto, video, sms, mms, telefonate, e-mail, siti web, chat, instant messaging.
Ed è cyberbullismo sia che si tratti di episodi continui, ripetuti, sistematici e sia che si tratti di episodi singoli; è cyberbullismo sia che l’atto si fermi alla molestia verbale sia che diventi aggressione fisica.

I bulli o cyberbulli sono tali verso i loro coetanei, ma anche verso gli adulti.
Lo sono infatti verso tutti i soggetti nei confronti dei quali cercare di affermare il loro potere, come per esempio una insegnante, come da tristissima cronaca recente…

Il bullismo è sempre esistito, parliamoci chiaro.
La tecnologia e il web hanno amplificato il problema tanto che l’argomento, oggi, è dolorosamente in auge ma attenzione: come dico sempre ai miei studenti e come ho scritto tante volte qui tra le pagine virtuali di A glittering woman, il web è solo uno strumento, esattamente come un sasso o un martello, e sta a noi decidere cosa farne.
Posso raccogliere un sasso e tirarlo da un cavalcavia; posso usarlo invece per costruire un argine.
Posso usare il martello per colpire qualcuno; posso usarlo invece per costruire cose.
Gli strumenti non hanno un’anima propria, siamo noi con la nostra volontà di far del bene o del male a fornirne loro una, rendendoli strumenti di vita oppure armi letali.

Oggi, siamo tutti chiamati a trovare modi efficaci per arginare il cyberbullismo: sono dell’idea che tra gli strumenti fondamentali vi sia un lavoro di educazione e rispetto che deve partire dalla famiglia e, al contempo, sposo anche iniziative pratiche come quella di Pepita Onlus e Cover Store. Leggi tutto

Marry Marry Trends, ovvero quando matrimonio fa rima con creatività

Avete già preso impegni per domenica 15 aprile?
La vostra agenda è ancora libera per quel giorno e il matrimonio fa parte dei vostri progetti futuri? Anzi, magari avete già fissato la data?
Vi consiglio allora di fare un salto a Marry Marry Tends.

Di che cosa si tratta?

Marry Marry Trends è un evento ideato dalla celebre designer Annagemma Lascari per mostrare come le tendenze moda possano arricchire il mondo del matrimonio in modo diverso e originale; consiste in una giornata in cui 200 future spose potranno partecipare a un talk show che racconterà, attraverso i vari professionisti che sono stati coinvolti, tre tendenze mutuate appunto dalla moda e trasformate da Annagemma in wedding trends.
Il primo Bridal Talk Show sarà così un’ottima occasione per condividere idee per il matrimonio, dalla mise en place alle partecipazioni, dalla palette dei colori alla scelta dei fiori.

Marry Marry Trends: perché?
Perché una visione aperta e trasversale sulle attuali tendenze in ambito moda e lifestyle può influenzare positivamente il mondo del matrimonio: l’obiettivo è giocare con il genio creativo italiano e con alcune eccellenze in grado di trasformare proprio quel genio in tante idee pratiche.
L’evento nasce per celebrare i 25 anni di Atelier Lascari in una location particolare, ovvero lo Zelig di Milano, tempio dell’umorismo e locale dedicato al cabaret, noto per aver lanciato numerosi comici e per aver dato vita all’omonima trasmissione televisiva.
Questa location è stata fortemente voluta da Annagemma Lascari poiché rispecchia appieno il suo spirito anticonformista e all’avanguardia nonché la sua filosofia: la vita si affronta sempre con un tocco di ironia e divertimento, giorno del matrimonio incluso.
Eclettico e talentuoso Direttore Creativo dell’omonimo Atelier nato nel 1993, esperta di Haute Couture e creazioni di lusso, Annagemma ha collaborato con maison del calibro di Ferré, Dior, Capucci, Schiaparelli: ama disegnare, progettare e creare un abito unico per ogni sposa.

Marry Marry Trends: chi saranno i professionisti coinvolti?
Annagemma sarà supportata da un team di professionisti che rappresentano l’eccellenza ognuno nel proprio campo: Barbara del Sarto Make-Up Artist, Elisabetta Cardani Flower Designer, Fiore all’Occhiello Jewelry Design, Franco Lops Photographer, Giulia Soldati Food Designer, Luca Vezzali Mixologist (ovvero specializzato in mixology, l’arte della miscelazione dei drink, nuova frontiera del bartending), Michele Tranquillini Illustrator, i fratelli Petti di Petti Banqueting e – last but not least – Salvo Filetti Hair Designer.
Mariella Milani, celebre giornalista e autorevole esperta di moda, sarà la madrina dell’evento.
Ci sarà poi un Web Media Partner ovvero Zankyou, il portale di nozze più visitato al mondo.

Marry Marry Trends: quando e dove?
Come anticipavo, il tutto si svolgerà domenica 15 aprile dalle 11 alle 19 presso lo Zelig in Viale Monza 140.
L’evento sarà diviso in 2 slot di 3 ore ciascuno, con 100 spose al mattino e 100 al pomeriggio.
La partecipazione è gratuita e potete registrarvi qui oppure scrivere a hi@marrymarrytrends.it 🙂

Dovete sapere che sono stata invitata alla conferenza stampa di presentazione di Marry Marry Trends, organizzata lo scorso 15 marzo sempre allo Zelig: ho partecipato con curiosità e, oltre ad aver ascoltato i vari professionisti che ho elencato qui sopra, oltre ad aver testato alcune specialità di Petti Banqueting (date un occhio qui) ed essere rimasta affascinata da Giulia Soldati e dalla sua proposta sensoriale attraverso Contatto Eating Experience (date un altro occhio qui), ho anche saputo quali sono le tre tendenze individuate da Annagemma e che saranno protagoniste durante l’evento di domenica 15 aprile.

Non posso svelarvi tutto, ma voglio dirvi almeno i tre nomi che sono particolarmente evocativi: Ralph Universe, 90’s CK, Roberta di Camerino.
Ovvero lo stile un po’ hipster di Ralph Lauren, il rigore e la pulizia di Calvin Klein, l’eleganza e la femminilità di Roberta di Camerino: l’evento metterà in scena fisicamente queste tre tendenze, interpretate individualmente dai vari professionisti.

Creatività, innovazione, unicità: sono i tre sostantivi che Annagemma e i suoi partner hanno ripetuto più volte durante la conferenza stampa, sono le parole che mi hanno convinta a sposare a mia volta il progetto Marry Marry Trends, visto che – da brava anticonformista – l’idea di di svecchiare e sovvertire i canoni più classici del matrimonio piace molto anche a me.

Perché cedere all’omologazione proprio il giorno del matrimonio?
Date retta ad Annagemma Lascari, divertitevi e costruite il vostro modo.
Io l’ho fatto: quand’è toccato a me, ho costruito il mio modo e sapete una cosa?
Non me ne sono mai pentita. A partire da colui che ho sposato, naturalmente 😉

Manu

Pillole di #PFW: Poiret FW 18 – 19, Le Magnifique rivive 100 anni dopo

Si chiude oggi il mese dedicato alle quattro principali Settimane della Moda (in ordine di tempo New York, Londra, Milano e Parigi) e alla presentazione delle collezioni donna per l’autunno / inverno 2018 – 19: prima che il lungo tour de force iniziasse, la mia attenzione era stata attirata da una notizia riguardate la Paris Fashion Week le cui passerelle sarebbero state calcate anche dalla maison Poiret.

Perché la notizia ha catturato la mia attenzione?

In primo luogo, perché Paul Poiret è una delle mie icone in ambito moda, uno di quei couturier che sono stati protagonisti di grandi cambiamenti e grandi innovazioni.

In secondo luogo, perché lo storico marchio nato nel 1903 era stato chiuso nel 1929 per essere poi resuscitato in tempi recenti sotto la guida della business woman Anne Chapelle, già fautrice della rinascita di brand di moda tra i quali Ann Demeulemeester e Haider Ackermann.
Nel nuovo corso intrapreso, Anne Chapelle, in qualità di CEO, ha affidato la direzione creativa e stilistica alla designer cinese Yiqing Yin, classe 1985, nata a Pechino ma di stanza a Parigi fin dalla più tenera età, vincitrice di prestigiosi premi.
Non solo: visto che in Francia la moda è presa con grande serietà e che le viene riconosciuta estrema importanza, l’appellativo Haute Couture viene giuridicamente protetto e può essere accordato esclusivamente dalla Fédération de la Haute Couture et de la Mode alle case che figurano in una lista stabilita ogni anno insieme al Ministero dell’Industria. Ebbene, da luglio 2011, dopo aver presentato la sua seconda collezione, Yiqing Yin è stata invitata come membro ospite; nel 2015, è diventata uno dei pochissimi membri ufficiali e permanenti e, da allora, può fregiarsi dell’appellativo di grand couturier.
Tutto ciò per dirvi che quella di Yiqing Yin è stata una scelta di grande qualità.

Alla luce di tutto ciò, curiosità, attesa e aspettativa da parte di tutti – sottoscritta inclusa – erano enormi, insieme a una certa dose di timore.
Il tentativo di rilanciare brand analoghi quanto a storia e glorioso passato (cito per esempio Vionnet) è un’operazione assai rischiosa che, spesso, non dà gli esiti sperati tuttavia, forte anche della presenza di Yiqing Yin, Anne Chapelle era molto positiva.
«Sono sicura che i social media e il digital marketing faranno risorgere Poiret», aveva dichiarato la manager alla prestigiosa testata Business of Fashion, concludendo con la frase «è come leggere un libro alle giovani generazioni». Già, un libro di storia nell’era del digitale.

Tant’è che, nelle mie lezioni in Accademia del Lusso, non manco mai di citare Paul Poiret (1879 – 1944) ai miei studenti, raccontando loro chi sia stato l’uomo al quale si deve la liberazione della donna dalla costrizione del corsetto, colui che è universalmente considerato il primo creatore di moda in senso moderno, tanto che i suoi contributi alla moda del ventesimo secolo sono stati paragonati a quelli di Picasso nell’ambito dell’arte.

Poiret fondò la propria casa di moda nel 1903: le vetrine del suo negozio, a differenza di quello che era il costume dell’alta moda dell’epoca, erano ampie e appariscenti anche perché ciò che maggiormente contraddistinse Poiret rispetto agli altri stilisti fu l’istinto per il marketing.
Non per nulla, fu il primo a pubblicare a scopo promozionale i propri bozzetti e a organizzare défilé itineranti per promuovere i propri lavori in giro per l’Europa.
Attorno al 1910, Paul Poiret decise di rivoluzionare il campo sartoriale abolendo decisamente il corsetto, proponendo una linea stile impero, con la vita alta e la gonna stretta e lunga: «ho dichiarato guerra al busto», scrisse nelle sue memorie.
La produzione della maison Poiret ben presto si allargò all’arredamento e ai complementi d’arredo; fu il primo a dedicarsi alla realizzazione di profumi, lanciando una consuetudine che sarebbe stata poi seguita dai maggiori stilisti del XX secolo (tra i quali Coco Chanel).

Oltre che per alcuni suoi abiti stravaganti (gonne asimmetriche, pantaloni alla turca e tuniche velate in stile harem nonché fantasiose creazioni per donne del calibro della marchesa Luisa Casati Stampa, come potete vedere in questo mio precedente post), il maggiore contributo al mondo della moda da parte di Poiret fu lo sviluppo di un approccio incentrato sul drappeggio che rappresentava un cambiamento radicale rispetto alle strutture in voga in quegli anni.
Le maggiori fonti di ispirazione di Poiret provenivano dalle tradizioni folcloristiche regionali e la struttura delle sue creazioni rappresentò «un momento fondamentale nella nascita del modernismo e fissò i paradigmi della moderna moda, cambiando irrevocabilmente la direzione della storia del costume», citando dal catalogo della mostra Poiret King of Fashion tenuta nel 2007 al Metropolitan Museum of Art di New York.

Negli anni della Prima Guerra Mondiale, Poiret dovette abbandonare le sue attività: nel 1919, quando poté far ritorno, la maison era sull’orlo della bancarotta.
Durante la sua assenza, nuovi stilisti come la già menzionata Coco Chanel si erano accaparrati una buona fetta della clientela grazie a creazioni dalle linee semplici e sobrie in linea con le tendenze moderniste: in breve tempo, le elaborate e sontuose creazioni di Poiret furono considerate fuori moda e lui fu costretto a ritirarsi.
Nel 1929, la maison stessa fu chiusa, mentre lui morì nel 1944, ormai dimenticato da tutti.

Così com’è accaduto a molti uomini e donne geniali, la storia di Poiret è piena di luci e ombre, grandezze e debolezze, momenti di genio assoluto alternati a cadute e contraddizioni: per questo lo amo, perché la sua è una storia estremamente ricca di umanità e perché il suo apporto alla moda è stato davvero fondamentale, tanto da essersi guadagnato il titolo di Le Magnifique.
Per questo tifavo per Yiqing Yin così come, allo stesso tempo, avevo timore che nessuno – nemmeno lei – avrebbe potuto far rivivere l’unicità di un uomo decisamente sopra le righe: forse, dovremmo adeguarci all’idea che certe avventure non possono proprio continuare oltre il proprio creatore.

Siete curiosi? Volete sapere com’è andata? Se sono stata delusa o meno?

Diciamo che la brava e intelligente stilista cinese ha fatto l’unica cosa che – secondo me – poteva fare: non ha aperto gli archivi storici della maison semplicemente reinterpretandoli, come molti si aspettavano, bensì ha pensato a ciò che un visionario come Poiret avrebbe probabilmente fatto oggi, nel 2018, più di cento anni dopo e in uno scenario molto diverso.

Lui che, a inizi Novecento, ebbe il coraggio di proporre capi e fogge considerate scandalose e irriverenti, oggi non avrebbe replicato sé stesso ma avrebbe invece trovato il modo di rompere ancora una volta gli schemi ricorrenti: nella nostra epoca, in un momento di proposte stilistiche cariche di ridondanza e di massimalismo (avete notato, per esempio, le paillette presenti su molte passerelle nonché il ritorno delle spalle esagerate e dei colori accesi se non fluo nonché le sovrapposizioni e le stratificazioni sempre più abbondanti?), tale rottura può essere rappresentata dalla pulizia.

Quindi niente pantaloni alla turca – ciò che tutti si sarebbero aspettati in casa Poiret – e plissettature presenti in abiti fluidi che danzano attorno alla figura.
Movimento è una delle parole chiave e gli abiti oversize offrono spazio alla libertà: la donna di Poiret mantiene il suo lato misterioso che non viene mai completamente rivelato al primo sguardo.

Definirei tutto ciò un debutto cauto e intelligente, lo sottolineo nuovamente, forse privo dei colpi di scena tanto cari a Paul Poiret eppure libero da qualsiasi spiacevole sensazione di flop.
Non è poco e, a questo punto, aspetto fiduciosa di vedere come la storia di Poiret potrà proseguire nell’epoca del digitale quando, se non dal corsetto, donne – e uomini – hanno bisogno di liberarsi ancora da molte gabbie, fisiche e mentali, liberando il corpo, risvegliando i sensi, abbandonando gli stereotipi per emancipare finalmente e veramente i propri pensieri.

Manu

Se anche voi volete seguire la maison Poiret: qui il sito e qui l’account Instagram dal quale viene anche l’immagine che ho scelto per illustrare il post. Qui, qui, qui e qui trovate alcune foto e brevissimi video dall’account Instagram di Suzy Menkes, una delle mie giornaliste preferite, sulla collezione e il backstage.

Con la sfilata Iulia Barton Inclusive Fashion Industry, la moda è inclusiva

Quand’ero una ragazzina, l’aggettivo esclusivo mi affascinava.
Non mi soffermavo sul suo significato profondo, mi sembrava semplicemente che celasse un mondo misterioso al quale anch’io, piena di sogni, desideravo appartenere.
Crescendo, però, ho sviluppato una passione per il significato e l’origine delle parole e così esclusivo mi si è rivelato per ciò che è: quel fascino che avvolgeva e ammantava l’aggettivo si è piano piano dissolto, lasciando d’un tratto nudo il significato più autentico.
E non credo che tale significato risulti ai miei occhi tanto appetibile e desiderabile come allora.

Esclusivo viene spesso usato con un’accezione positiva, per sottolineare e dare enfasi, appunto, a qualcosa che si considera speciale e che si vuole far apparire come un sogno eppure, in realtà, deriva dal latino medievale exclusivus, derivato di excludĕre ovvero escludere.
Dunque esclusivo delinea un piccolo mondo, traccia un recinto ed esclude tutto il resto o tutti gli altri, in modo assoluto: ripeto, non sono più così sicura che oggi questo significato mi rappresenti, che rappresenti la mia visione, la mia voglia di comunicare, di condividere, di includere gli altri in ciò che amo.
A parte il rapporto di coppia che per me deve essere esclusivo (sono irrimediabilmente monogama e concedetemi il piccolo gioco volto a sdrammatizzare e a non rendere assoluta nemmeno me), non mi piace immaginare cose e situazioni che escludano a priori la possibilità di accesso.

Mi tocca ammetterlo: uno degli ambiti che maggiormente amo – la moda – si fonda spesso sul concetto di esclusività intesa come esclusione.
Ma, soprattutto negli ultimi anni, la musica sta cambiando e sempre più spesso si parla del concetto di moda inclusiva, ovvero di moda che non escluda qualcuno a priori.

Da esclusivo (che esclude) a inclusivo (che include) ed è proprio di questo che desidero parlarvi oggi, di un bel progetto di moda inclusiva che si chiama Iulia Barton Inclusive Fashion Industry e che avrà un nuovo capitolo durante l’imminente Milano Fashion Week.

Un’idea di moda inclusiva volta alla raccolta fondi e alla comunicazione no profit: è ciò a cui mirano Fondazione Vertical (organizzazione senza scopo di lucro creata per raccogliere risorse per finanziare la ricerca scientifica sulla lesione spinale e sulla cura della conseguente paralisi) e Iulia Barton Inclusive Fashion Industry (un’agenzia specializzata in un nuovo concetto di moda senza confini), ponendosi lo scopo di portare sulle passerelle internazionali contesti sociali da sempre tenuti fuori dall’industria moda.
Il risultato? Una sfilata che vede coinvolte anche indossatrici in carrozzina e con amputazione per dimostrare che la cosiddetta diversità è un attributo privo di fondamento.
In questa sfilata, protesi e carrozzine diventano estensioni dell’abito, un valore aggiunto grazie alla collaborazione con l’azienda Able to enjoy che è stata incaricata di personalizzare le carrozzine in base ai colori degli outfit.

Dopo il successo degli anni scorsi, i riflettori si accendono nuovamente sulla moda inclusiva martedì 27 febbraio 2018 alle ore 18 presso il Teatro Vetra di Piazza Vetra 7 a Milano.
L’evento prevede la presenza di alcune maison del Made in Italy che si uniranno con il preciso obiettivo di abbattere le barriere sociali e sostenere la ricerca.
Sfileranno in passerella volti conosciuti tra cui Tiphany Adams (atleta, modella e attrice che vive e lavora in carrozzina) e Shaholly Ayers (modella con amputazione al braccio): seguitissime sui social, Tiphany su Instagram e Shaholly su Facebook, sono entrambe impegnate sul fronte del cambiamento del modo in cui noi tutti percepiamo la disabilità.

L’evento è stato insignito della Medaglia al Valore Civile e Sociale dal Presidente Giorgio Napolitano: è stato sostenuto e patrocinato dal Consiglio dei Ministri, Dipartimento delle Pari Opportunità, e dal 2016 ha ottenuto il patrocinio di Camera Nazionale della Moda Italiana (la foto che vedete in apertura è riferita proprio all’evento 2016, con la presenza di wheelchair & standing model, per usare le parole di Giulia Bartoccioni, fondatrice del progetto Iulia Barton).

La sfilata è pubblica e il biglietto di ingresso, acquistabile sul posto oppure online qui, prevede una donazione minima di euro 19.
I proventi della serata verranno devoluti ai laboratori delle strutture Niguarda Ca’ Granda e San Paolo Hospital a sostegno della ricerca nel campo della rigenerazione dei danni al midollo spinale attraverso le nanotecnologie e l’utilizzo di cellule staminali.
I fondi raccolti saranno destinati anche all’acquisto di nuove strumentazioni di laboratorio e verranno impiegati per il sostegno dei giovani ricercatori all’interno dei team di studio.

Martedì 27 febbraio, io sarò lì perché credo fermamente che i grandi sogni non abbiano barriere di alcun tipo.
Perché credo fermamente che la moda debba essere inclusiva, ovvero essere rappresentativa della società in cui viviamo e di tutte le persone che la compongono, così come ho raccontato in varie occasioni, usando anche me stessa e le mie cicatrici.
E perché Inclusive is Exclusive – stavolta nel miglior senso possibile, però.

Vi aspetto?

Manu

Le Dolci Conversazioni di Ridefinire il Gioiello partono da Bologna

Amore romantico, passionale.
Amore fraterno, filiale, materno, paterno, tra amici.
Amore per gli animali, per una nobile causa, perfino per il proprio lavoro.
L’amore ha mille forme e mille sfaccettature.
E visto che scrivo nel giorno di San Valentino, quello tradizionalmente dedicato agli innamorati, celebro proprio con questo post il mio amore per la bellezza, per il talento, per il Made in Italy: lo faccio parlandovi – ancora una volta – di un progetto che mi piace tanto e che seguo ormai da quattro anni. Un progetto che amo, insomma.

Il progetto in questione è Ridefinire il Gioiello: nato nel 2010 a cura di Sonia Patrizia Catena, negli anni è diventato un importante punto di riferimento nella sperimentazione sul gioiello contemporaneo, di design e d’arte nonché un’interessante vetrina per artisti e designer.
È un progetto itinerante che promuove creazioni esclusive, selezionate dalla giuria e dai partner per aderenza a un tema sempre diverso nonché per ricerca, innovazione, originalità ideativa ed esecutiva: gioielli tra loro molto diversi per materiali impiegati vengono dunque uniti di volta in volta grazie a una tematica comune, sempre interessante e stimolante.

Come dicevo, dal 2014, sono tra i media partner del concorso e, lo scorso giugno, ho lanciato con piacere il bando di concorso di un’edizione particolare di Ridefinire il Gioiello: con Dolci conversazioni, Sonia ha infatti chiesto agli artisti di progettare e realizzare un gioiello a tema gastronomico.
Ovvero ha chiesto di progettare pezzi unici ispirati alle atmosfere, ai sapori e ai colori della tavola; storie di cibo, allegre, ironiche e divertenti narrate attraverso materiali naturali e sostenibili.

Il progetto è stato portato avanti in collaborazione con il Gruppo Duetorrihotels, una realtà che ama investire nella cultura: gli alberghi del gruppo sono luoghi di grande storia, da sempre frequentati dagli artisti di tutte le epoche, e custodiscono al proprio interno capolavori artistici.

Dopo la selezione, il progetto è giunto alla fase espositiva e così il gioiello contemporaneo si lascia gustare (letteralmente!) dal 14 al 25 febbraio al Grand Hotel Majestic di Bologna.

Proprio nel giorno di San Valentino, le Dolci Conversazioni di Ridefinire il Gioiello presentano la loro proposta inedita e originale, dedicata al gioiello sostenibile e quindi etico.
Perché – come dice Sonia – «ciò che è bello deve essere anche buono e giusto». E io approvo perché estetica ed etica possono convivere.

Le strutture del Gruppo Duetorrihotels ospiteranno, come in un viaggio in Italia, una mostra itinerante che si sviluppa intorno all’idea dei gioielli a tema cibo uniti a dolci a tema gioiello, in un gioco di rimandi a specchio. Leggi tutto

Ultra Violet, dice Pantone per il 2018: ecco la mia wishlist in 6 punti

Si chiama Ultra Violet e corrisponde al codice 18-3838: è il colore che il Pantone Color Institute ha scelto per il 2018 e che influenzerà ambiti tra i quali figurano moda e design.

Il mio articolo più recente per ADL Mag inizia con queste parole e così, ancora una volta, torno a parlare di un argomento che mi affascina molto: il colore con il suo ricco potenziale comunicativo e la sua articolata psicologia.

Lo scorso febbraio, direttamente qui nel blog, avevo raccontato come Pantone avesse scelto il Greenery per rappresentare il 2017, una sfumatura di verde a forte componente di giallo: quel colore mi piaceva parecchio ma, se posso esprimere la mia opinione, dichiaro la mia netta e decisa preferenza per il neo eletto Ultra Violet.

Sarà che il viola è sempre stato uno dei miei colori preferiti e che non sono minimamente superstiziosa, così come ho raccontato quando Hillary Clinton scelse un tailleur di tale tinta in un’occasione decisamente importante, episodio che riprendo anche nel pezzo per ADL Mag così come torno a raccontare il motivo per il quale il viola viene considerato un colore di cattivo auspicio.

Oppure sarà che la sfumatura scelta da Pantone è esattamente quella che preferisco io, ovvero un viola particolarmente intenso grazie alla forte predominanza di blu. Leggi tutto

Anna Dello Russo: cerco la leggerezza e smantello il guardaroba archivio

Magari qualcuno penserà che io sia un po’ strana, eppure devo fare una confessione: ho approfittato delle recenti vacanze di Natale per fare tre cose importanti.
La prima è stata studiare e, tra l’altro, sono riuscita a visitare un paio di splendide mostre utili per nutrire la mia fame di bellezza, come la mostra sui costumi del Teatro alla Scala che ho raccontato qui e che potete a vostra volta visitare fino al 28 gennaio.
La seconda cosa è stata preparare un po’ di lavoro per gennaio e, infine, mi sono occupata di alcune faccende in casa.

Qualcuno penserà «anziché divertirsi e riposarsi, questa matta ha sgobbato»: non posso dare torto a chi la pensa così, però fatemi dire una cosa.
Penso che il tempo sia prezioso, che dover sempre essere di corsa ci uccida e che rallentare sia un lusso: ho dunque preferito approfittare del rallentamento tipico del periodo natalizio per portarmi avanti.
È come se avessi fatto un regalo a me stessa perché, in realtà, mi sono divertita (a mio modo, lo ammetto…); non solo, aver avuto modo di programmare con maggiore calma alcune attività di studio e lavoro mi fa sentire più serena.

Senza contare che, finalmente, come accennavo, ho messo mano ad alcune attività casalinghe che procrastinavo da tempo infinito: in particolare, mi sono dedicata a una bella operazione di pulizia del mio ormai ingovernabile guardaroba archivio, argomento assai dolente (chiedete a mio marito).
Ammetto che la situazione mi era sfuggita di mano, da parecchio, tanto da non riuscire quasi più a entrare nella stanza che ospita la mia collezione di abiti e accessori: finalmente, ho trovato tempo, voglia e (tanto) coraggio per liberarmi di un bel po’ di cose che, ormai, non erano altro che zavorra.

Mia mamma lo chiama repulisti, chi usa un linguaggio più contemporaneo lo chiama decluttering: chiamatelo come preferite, io vi dico solo che, dopo averlo fatto, mi sento in effetti molto meglio, anche se serve ancora altro lavoro per arrivare al risultato che vorrei raggiungere.
Sono però felice di aver intanto ripreso in mano le redini della situazione e di aver suddiviso capi e accessori scartati in due gruppi: cose delle quali disfarmi definitivamente, cose da provare a vendere.
Come ho raccontato in altre occasioni, sono una sostenitrice della second hand economy e sono fermamente convinta che ciò che non serve più a noi possa servire ad altri: così come a me capita di comprare oggetti vintage o di seconda mano, penso che qualcuno potrebbe essere interessato a ciò che ho eliminato e che, in moltissimi casi, è in condizioni più che onorevoli, tanto da provare una fitta di dispiacere al pensiero di gettare via diverse cose.

Beh, dopo aver fatto tutto ciò (è stato un lavoraccio, ve lo assicuro…), immaginate il mio stupore nel leggere che una persona che stimo molto – Anna Dello Russo – sta facendo la stessa operazione di smantellamento archivio, naturalmente con le debite proporzioni (ovvero il suo archivio è infinitamente più sostanzioso, significativo e importante del mio).

Anna Dello Russo, classe 1962, ha una laurea in arte e letteratura nonché un master universitario in design della moda: è una vera influencer con ben trent’anni di carriera come fashion editor (molti di quegli anni trascorsi in Condé Nast) e dal 2006 è direttrice creativa di Vogue Japan. Leggi tutto

Le mie scelte in pillole, Christmas edition: Il Gioco del Gelato di Alberto Marchetti

Tempo fa, avevo parlato di Alberto Marchetti e della sua passione.
Alberto fa il gelato e – come dice lui stesso – ama farlo: per credergli, è sufficiente assaggiare il suo ottimo prodotto.
Ho avuto il piacere di conoscerlo di persona, in occasione di un press day: veniva presentata la collezione di borse di un brand che ho seguito a lungo e Alberto era lì per coccolare il palato di giornalisti, redattori e blogger, cosa che peraltro gli riusciva benissimo.
Mi ha subito conquistata per due motivi: ho apprezzato il fatto che il proprietario di cinque gelaterie (tre a Torino, una a Milano, una ad Alassio) fosse venuto a presentarci personalmente il suo lavoro, senza intermediari, e ho trovato che il suo gelato fosse davvero gustoso e autentico.

«Scelgo dei buoni ingredienti, uso solo quello che serve, non aggiungo niente di più. Prima di scegliere latte e panna sono andato a conoscere chi alleva le mucche, mi sono fatto spiegare come vengono nutrite. Firmo il mio gelato perché credo nel mio lavoro e voglio metterci la faccia.»
Così racconta Alberto e lo sapete: amo chi mette la faccia e tutta la propria passione in un mestiere.

Quello tra Alberto Marchetti e il gelato è un amore antico: racconta di essere nato lo stesso giorno in cui il padre inaugurava la sua cremeria a Nichelino, vicino Torino. Quasi un destino, insomma.
Da piccolo, aiutava il padre in negozio: imparava e intanto mangiava il gelato di nascosto, soprattutto quello gusto fiordilatte, come confessa lui stesso con un sorriso.
Oggi vuole trasmettere l’amore che pian piano è cresciuto con lui e lo fa lavorando con dedizione, semplicità e rispetto della tradizione.
Ama il gelato fresco e cremoso, come quello della sua infanzia; usa solo materie prime che seleziona personalmente girando l’Italia, rivolgendo in particolar modo la sua attenzione ai Presidi Slow Food.
La sua è una missione decisamente riuscita: prova ne è il fatto che il suo prodotto si è posizionato nella guida Gelaterie d’Italia del prestigioso Gambero Rosso con i Tre Coni, ovvero il massimo riconoscimento.

Perché torno a parlare del nostro amico del gelato proprio ora?

Perché l’intraprendente Alberto ha avuto un’idea geniale: in collaborazione con Lo Scarabeo, ha lanciato Il Gioco del Gelato, gioco da tavolo dedicato a tutti gli amanti del settore enogastronomico.

Niente cuori, coppe, spade e bastoni ma latte, panna fresca, zucchero di barbabietola, prodotti di eccellenza e di stagione: ricettario alla mano, vince chi riesce ad accontentare meglio i clienti preparando i loro gusti preferiti.
Un gioco adatto dai 6 anni in su poiché preparare il gelato non è mai stato così divertente: con Il Gioco del Gelato tutti possono destreggiarsi tra ingredienti, sapori e ricette.
Il box è composto da 110 carte suddivise in Carte Cliente, Carte Ingrediente e Carte Ingrediente Base; non mancano i ricettari, ben sei, e un regolamento.
Il mazzo delle Carte Cliente è da mettere al centro del tavolo e tali carte vengono rivelate in corso d’opera in modo da formare il negozio: a turno, ciascun giocatore decide se preparare un gelato per servire il cliente oppure procurarsi gli ingredienti necessari.
Per preparare il gelato, il giocatore deve scartare gli ingredienti necessari verificando prima la ricetta: più gelati dai gusti preferiti dei clienti prepara il giocatore, più punti-vittoria guadagna.

Il cliente al centro, sempre: è questo lo spirito del lavoro di Alberto nonché lo spirito de Il Gioco del Gelato che consente anche di imparare a conoscere gli ingredienti e la loro stagionalità.

Ecco perché ho scelto questo gioco e perché l’ho inserito nella rubrica Le mie scelte in pillole e in particolare nell’ambito della Christmas Edition, il ciclo speciale con il quale desidero suggerire di mettere talento sotto i nostri alberi di Natale, quel talento che sostengo tutto l’anno.
Penso che Alberto abbia un grande talento e che stia proprio bene in mezzo ai miei tesori: penso da sempre che ci sia tutto un mondo di cose buone e belle da scoprire, ben oltre la moda che è il mio ambito principale, dunque chiudersi in schemi rigidi sarebbe una sciocchezza, un autentico sacrilegio.
È molto più divertente concedersi la possibilità di spaziare e poter dare voce a un’iniziativa divertente e che, allo stesso tempo, è capace di diffondere la cultura del mangiare bene e in maniera consapevole.
E poi penso che non esista occasione migliore del Natale – momento dedicato a famiglia e affetti – per proporre un gioco da tavolo che spero andrà ad affiancare i grandi classici della nostra tradizione.

Manu

Il Gioco del Gelato è in vendita al costo di € 12 presso le gelaterie di Alberto Marchetti e online nel sito dedicato.
Qui trovate il  sito di Alberto Marchetti, qui la sua pagina Facebook, qui il suo account Instagram e qui quello Twitter.
Qui trovate il mio precedente post su di lui.

Le mie scelte in pillole, Christmas edition: Bohemian Guitars, strumenti speciali

I rimpianti non mi appartengono: essendo una persona decisa e anche impulsiva, è più facile che io mi penta di qualcosa che ho fatto piuttosto che di qualcosa che non ho fatto, dunque sono più incline a qualche rimorso piuttosto che ai rimpianti.
Eppure, ho anch’io tre grandi rimpianti: non saper suonare uno strumento (e aggiungerei non saper cantare), non aver studiato danza classica e, infine, non aver imparato ad andare a cavallo (ho provato solo da adolescente, quando durante un’estate sono stata a studiare la lingua inglese a Canterbury).

Ecco perché – basandomi sul mio rimpianto numero uno – oggi desidero raccontarvi una storia di talento che parte dalla musica.

Ispirati e colpiti dall’inventiva dei musicisti di Johannesburg capaci di realizzare strumenti con materiali alternativi rispetto a quelli tradizionali, i fratelli Adam e Shaun Lee, originari del Sudafrica e fondatori di Bohemian Guitars, hanno applicato questa filosofia alle loro creazioni.

Sono nati così i loro strumenti che, in breve tempo, sono entrati nel cuore di molti musicisti di tutto il mondo grazie a una serie di chitarre, ukulele e bassi elettrici.
Il design originale e i materiali utilizzati portano a sonorità particolari: il corpo in lega metallica, precisamente in latta, consente infatti un’interazione unica con l’elettronica dello strumento e questa interazione produce una gamma molto ricca e ampia di suoni non ottenibili con strumenti di costruzione classica.
Inoltre, i loro sono strumenti leggeri, con una forma del corpo ridotta: il manico si prolunga fino alla fine del corpo stesso e un telaio interno in legno di tiglio crea bilanciamento e distribuzione del peso, rendendo così ogni strumento confortevole.
Il pannello posteriore rimovibile, particolare assolutamente unico degli strumenti Bohemian Guitars, permette un facile accesso all’interno del corpo delle chitarre.
Infine, tutti gli strumenti del brand sono self-standing grazie ai piedini in gomma che si trovano alla base del corpo.

Non solo: Bohemian Guitars si impegna a costruire strumenti musicali in modo sostenibile per l’ambiente.

I loro strumenti utilizzano meno legno rispetto a una chitarra elettrica tradizionale, con manici ottenuti da legni recuperati o provenienti da foreste sostenibili: i corpi sono realizzati in parte da materiali riciclati.
Inoltre, vengono piantati dieci alberi per ogni ordine ricevuto e ciò avviene grazie al partner Trees for the Future, un’organizzazione dedita a migliorare i mezzi di sussistenza degli agricoltori impoveriti e a rivitalizzare terre degradate.

Perché ho scelto di inserire Bohemian Guitars nella rubrica Le mie scelte in pillole e in particolare nell’ambito della Christmas Edition, il ciclo speciale con il quale desidero suggerire di mettere talento sotto i nostri alberi di Natale?

Primo perché il brand incarna alla perfezione quel talento che sostengo tutto l’anno.

Secondo perché penso che l’ukulele, per esempio, potrebbe essere un regalo di Natale inaspettato, simpatico e – nel nostro caso – anche ecologico.

L’ukulele è nato nel 1879 grazie ad alcuni immigrati portoghesi che si erano trasferiti alle Hawaii dove oggi, ogni anno, si tiene il più importante festival dedicato a questo strumento.
Il suo nome in lingua hawaiana significa pulce saltellante e sembra sia collegato alla velocità con cui abitualmente l’ukulele viene suonato: la sua caratteristica sonora è il forte attacco seguito da uno smorzamento velocissimo che lo rende uno strumento divertente e facile da suonare.

Marilyn Monroe lo strimpellava in A qualcuno piace caldo, il celeberrimo film diretto da Billy Wilder nel 1959.
Un ukulele è stato il primo strumento acquistato da Syd Barret, fondatore dei Pink Floyd, e da Joe Strummer, uno dei fondatori del gruppo punk rock The Clash.
Rino Gaetano portò l’ukulele sul palco del Festival di Sanremo nel 1978 durante l’esecuzione della canzone Gianna e diversi artisti hanno pubblicato album di canzoni interpretate o reinterpretate con questo piccolo quanto magico strumento.

Anche il terzo motivo per cui ho scelto Bohemian Guitars è importante: questi strumenti non sono dedicati solo ai musicisti esperti, ma anche a tutti gli amanti di quel lifestyle che trae ispirazione dal mondo della musica.

Qualcuno proverà a suonarli, altri impareranno veramente, per altri ancora diventeranno un ricordo da esporre in soggiorno: gli strumenti Bohemian Guitar sono infatti anche dei bellissimi oggetti d’arredo perfino per chi, come me, si limita anche solo ad ammirarli.

Manu

Qui trovate il sito e qui la pagina Facebook di Bohemian Guitars.
I loro strumenti sono distribuiti in Italia da Backline e si possono trovare online sul loro sito e presso i rivenditori autorizzati.

Le mie scelte in pillole, Christmas edition: Global Stars Register, dedica una stella

Chissà, forse è capitato anche a voi, in questi giorni, di leggere una notizia: Fedez, il rapper italiano del momento, ha dedicato una stella (vera) alla sua fidanzata e promessa sposa, Chiara Ferragni.
Leggendo tale notizia, qualcuna di noi (o qualcuno di noi, non escludo i signori uomini) avrà sospirato, magari pensando al regalo ricevuto lo scorso Natale e soprattutto pensando qualcosa tipo «a me non capiterà mai nulla di simile».
Errore, miei carissimi amici: in realtà, ognuno di noi può dedicare una stella a colui o a colei che ama.
Come? Ora ve lo racconto.

Non è una novità che la volta celeste ispiri da secoli (anzi, da millenni) gli uomini – siano essi artisti, poeti, scrittori, cantanti, scienziati, astronomi, navigatori, marinai o innamorati; pare anche che la NASA, l’agenzia responsabile del programma spaziale e della ricerca aerospaziale, preveda i primi viaggi interstellari già a partire dal 2018.
La notizia che desidero condividere con voi, però, è che ora è realmente possibile dedicare una stella. E lo è per tutti.
L’idea è di una giovane società che risponde al nome di Zenais la quale, attraverso il servizio Global Stars Register, ha reso possibile il desiderio di dedicare una stella a un parente, a un amico o a una persona cara in vista di un’occasione speciale o semplicemente per consegnare un sentimento all’eternità.
«A noi piace pensare – spiega Giovanna Casale, direttore generale di Zenais – che, come suggerito dal Piccolo Principe, le stelle siano illuminate affinché ognuno, un giorno, possa trovare la sua.»

Come si fa – in maniera pratica e concreta – a dedicare una stella alla persona del cuore?
Innanzitutto occorre collegarsi al sito Global Stars Register (qui), poi scegliere la costellazione e le caratteristiche: a questo punto, si può decidere il nome da assegnare all’astro e scrivere una dedica.
Il destinatario del regalo riceverà il Certificato Ufficiale redatto da Global Stars Register nonché un opuscolo illustrativo: potrà accedere in qualsiasi momento al sito per vedere la stella che gli è stata dedicata con il messaggio personalizzato e avrà tutte le informazioni necessarie, incluse le coordinate per osservarla con il telescopio.

Gli astri disponibili provengono dal catalogo Hipparcos, il database ufficiale delle stelle esistenti creato dalla NASA e utilizzato abitualmente da astronomi e astrofisici delle varie agenzie spaziali mondiali.
Hipparcos comprende i dati astrometrici rilevati dall’omonimo satellite lanciato in orbita nell’agosto del 1989: il registro di Global Stars permette di accedere a tutte le 120.000 stelle del catalogo con precisione assoluta, rendendo l’esperienza realistica e coinvolgente.

Avrete forse notato che sto parlando dell’idea di Zenais nell’ambito della rubrica Le mie scelte in pillole e in particolare nell’ambito della Christmas Edition, il ciclo speciale con il quale desidero suggerire di mettere talento sotto i nostri alberi di Natale, quel talento che sostengo tutto l’anno.
Vi chiederete allora come stelle e talento siano collegate: ve lo spiegherò e vi darò anche tre ulteriori ragioni per le quali sto scrivendo questo post e per le quali ho deciso di dare voce all’iniziativa.

1 – Il talento è quello di Zenais stessa, una realtà giovane e innovativa, costituita da un team di professionisti che uniscono un solido background tecnico, creatività, visione strategica ed entusiasmo: tutto ciò, insomma, che mi fa pensare al talento e a un’idea geniale.
2 – Dedicare una stella a qualcuno è un regalo che dura per sempre, ben oltre qualsiasi desiderio passeggero o qualsiasi moda, senza date di validità né di scadenza. In un’epoca in cui abbiano tutto se non troppo, l’idea di regalare un sogno, qualcosa di etereo, mi sembra un pensiero diverso e speciale.
3 – Se aprite Wikipedia, troverete la definizione di stella, «uno sferoide luminoso di plasma che genera energia nel proprio nucleo attraverso processi di fusione nucleare»: definizione tecnicamente e scientificamente perfetta, certo, ma da tempo immemore, per noi uomini, le stelle non sono solo questo, non sono solo scienza. Le stelle sono state guida esatta che ha permesso di solcare i mari, ma anche ispirazione per opere d’arte; sono state testimoni davanti alle quali giurarsi amore eterno o ancora simboli di speranza ben oltre qualsiasi fede o credo. Grazie all’idea di Zenais, accorciare la distanza tra noi e questi simboli e tra noi e lo spazio, oggi, non è più solo una missione per astronauti.
4 – Se state pensando che tutto ciò abbia un prezzo… stellare, vi voglio rassicurare subito: di solito non parlo di soldi, ma in questo caso tengo a dire che l’investimento va dai 30 ai 60 euro. Non stiamo quindi parlando di costi esorbitanti e proibitivi, adatti solo alle tasche di persone particolarmente abbienti.

E a questo punto vi dico l’ultimissima cosa, una mia personale opinione.

In questo momento, il sito Global Stars Register dà la possibilità di usare una delle dediche scritte proprio da Fedez: per carità, il suo mestiere è scrivere e cantare e dunque è una collaborazione che ha senso, ma il mio consiglio è quello di scrivere una dedica tutta vostra.

Magari non sarà tecnicamente perfetta come un cantante o un autore saprebbero fare, ma sarà vostra, unica e intima.
E visto che la dedica accompagnerà un regalo duraturo (vedere punto 2 qui sopra)… beh, penso che usare il proprio cuore, la propria testa e le proprie parole sia importante, no?

Non me ne volere, Fedez, la tua dedica a Chiara è bellissima («L’amore è un’equazione imperfetta in cui 1+0 dà zero e 1+1 dà tutto»), ma visto che sei un ragazzo intelligente credo che, dentro di te, non mi darai torto 😉

Manu

Oltre al sito che vi ho già indicato qui sopra, vi lascio il link di un video che illustra la procedura in dettaglio nonché la pagina Facebook e l’account Instagram di Global Stars Register.

Le mie scelte in pillole, Christmas edition: Mirror Mirror di Cara Delevingne

Un paio di anni fa, come hanno fatto molti magazine e blog, ho dato anch’io una notizia bomba a proposito di Cara Delevingne, celebre top model britannica.
A 23 anni appena compiuti, Cara ha infatti deciso di dire addio a moda e passerelle (soprattutto alle passerelle), dichiarando di non riuscire più a sopportare lo stress di quel mondo in cui stava conducendo una brillante carriera.

In tale occasione, avevo confessato tutto il mio dispiacere per la decisione in quanto ho sempre avuto un debole per lei.
Penso infatti che Cara sia (o sia stata) una delle poche giovani top model in grado di far rivivere i fasti degli Anni Ottanta, quando le modelle erano le protagoniste quasi assolute: non possiede solo fisico e portamento, ma anche carisma e carattere.
E non ha mai avuto paura di giocare con la sua immagine: fa le smorfie, scherza, è autoironica.
Lei – con le sopracciglia marcate e il comportamento da monella – ha portato disinvoltura in un ambiente che, troppo spesso, ha i nervi a fior di pelle; eppure, la frenesia della moda ha infine stancato e allontanato anche lei (e io mi ero in particolare concentrata proprio su questo aspetto e sulle sue implicazioni).

Dovete sapere che ho avuto il piacere di incontrare Cara a Milano in settembre 2012 in occasione della Settimana della Moda, dopo una sfilata.
Difficilmente chiedo alle persone famose di poter essere fotografata con loro, è una cosa che mi infastidisce e mi imbarazza: lei, però, era divertita dal farsi fotografare con tutti e si prestava volentieri, smorfie incluse, così mi sono lanciata anch’io e la foto è nel post che ho citato in principio.

Considerata la mia grande simpatia nei confronti di Cara Delevingne, sono stata felice quando ho ricevuto un comunicato stampa dalla casa editrice De Agostini (DeA) con l’annuncio dell’uscita di Mirror Mirror, il suo romanzo di esordio.

Ebbene sì, l’ex top model ha scritto un libro che, qui in Italia, è uscito lo scorso 10 ottobre.
Mirror Mirror è un romanzo che esplora i temi dell’amore, dell’amicizia e dell’identità, ma soprattutto dell’insolubile conflitto tra quello che si è e quello che si finge di essere.
È una storia, dunque, che vuole essere provocatoria – soprattutto oggigiorno, soprattutto nell’epoca dei social network e di una vita virtuale che sempre più affianca quella reale.

Cara narra la storia di Red, Leo, Naomi e Rose, quattro ragazzi diversi ma uniti da un’unica passione: la musica.
Ed è la musica a renderli non solo una band, i Mirror Mirror, ma anche una famiglia.
I quattro sembrano inseparabili, almeno fino al giorno in cui Naomi scompare nel nulla: la polizia la ritrova in condizioni disperate sulle rive del Tamigi e da quel momento niente è più come prima.

D’un tratto, un pezzo delle vite di Red, Leo e Rose sembra irrimediabilmente perso perché Naomi era la più solare di tutti e l’amica migliore del mondo.
Ma, in verità, la ragazza nascondeva un segreto in fondo al cuore, un segreto tanto inconfessabile che nessuno avrebbe mai potuto immaginarlo; mentre Rose si abbandona agli eccessi e Leo si chiude in sé stesso, Red non accetta invece il destino dell’amica. Ha bisogno di sapere, di capire.
Che cosa ha ridotto Naomi in quello stato? Può davvero trattarsi di un tentato suicidio, così come crede la polizia?

Per scoprire la verità, Red dovrà trovare la forza di guardarsi allo specchio, dovrà conoscersi e imparare ad amarsi per quello che è.
Perché, a volte, bisogna accettare che niente è ciò che sembra e che la realtà può essere capovolta: in fondo, accadeva anche ad Alice di fare una scoperta del tutto simile in Attraverso lo specchio, il romanzo scritto da Lewis Carroll nel 1871 come seguito del suo primo successo Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie.

Classe 1992, nata a Londra, Cara Delevingne ha raggiunto il successo mondiale nel 2009 ed è stata nominata Modella dell’Anno ai British Fashion Awards nel 2012 e nel 2014.
Da subito, Cara ha dato dimostrazione di essere dotata di una personalità poliedrica, affrontando con disinvoltura la musica (in un ulteriore post qui nel blog ho raccontato di una sua collaborazione con la cantante Rita Ora) fino ad arrivare al cinema (la sua carriera da attrice è iniziata nel 2012 con il ruolo della Contessina Sorokina nell’adattamento cinematografico di Anna Karenina diretto da Joe Wright).
Dopo la prima pellicola, ha preso parte a diversi film tra i quali Città di Carta, Suicide Squad, Valerian e la città dei mille pianeti.

Confermando di essere una persona intelligente e oculata, per il suo primo romanzo Cara ha pensato bene di rivolgersi a chi vive la scrittura come un mestiere a tempo pieno: Mirror Mirror è infatti il risultato di un lavoro a quattro mani con l’autrice di bestseller Rowan Coleman.

Ed ecco perché ho deciso di parlare del libro ora: trovo che Cara e Mirror Mirror siano perfettamente in sintonia con la rubrica Le mie scelte in pillole e con la Christmas Edition, il ciclo speciale con il quale desidero suggerire di mettere talento sotto i nostri alberi di Natale, quel talento che sostengo tutto l’anno.
Primo perché ho sempre affermato che Cara ha talento (l’ho apprezzata, l’apprezzo e la seguo per questo) e perché l’ha dimostrato in ogni avventura che ha intrapreso; secondo perché mi piace chi decide di evolversi e di cambiare pelle (imparo dai miei errori e non rifarò due volte quello che feci anni fa con Giorgio Faletti) ma che lo fa avendo il buon senso di farsi guidare e accompagnare da qualcuno più esperto.
Anche questo è talento, il talento dell’umiltà e dell’intelligenza.

Manu

Se l’idea vi piace e se volete acquistare Mirror Mirror di Cara Delevingne, qui lo trovate sul sito DeA da dove viene anche l’immagine qui in alto (fotografia di Cara Delevingne © Anthony Harvey / Getty Images) e lo trovate sia in versione cartacea sia come ebook. Vi faccio anche un regalo: qui trovate un’anticipazione del libro 🙂
Se volete seguire Cara attraverso i social: qui trovate la sua fanpage in Facebook, qui l’account Twitter e qui quello Instagram.

Mi piace raccontarvi qualcosa anche di Rowan Coleman.
La scrittrice vive con la sua numerosa famiglia e i due cani in una casa (piuttosto affollata!) nella contea di Hertfordshire, in Gran Bretagna: divide il suo tempo tra la famiglia e l’attività di autrice di narrativa per adulti e per ragazzi.
Qui trovate il suo sito e qui il suo account Twitter.

Le mie scelte in pillole, Christmas edition: i foulard Adima e il ritmo interiore

Capita spesso che, qui nel blog, io racconti storie di talento al femminile: oggi vi presento Alessandra Benetatos, fondatrice di Adima Made in Presence.

Partendo dal suo amore per l’acqua, Alessandra ha creato una speciale collezione di foulard in seta.
La collezione offre un prezioso contributo all’eccellenza Made in Italy e onora le lavorazioni artigianali che ne costituiscono il cuore: lo fa attraverso quattordici originali creazioni che svelano forme e sfumature dell’acqua.
Ogni foulard è un tributo alla Natura e racconta una storia di unione tra spirito e materia attraverso il legame primordiale con il liquido vitale costantemente presente nella vita artistica, meditativa e professionale della creatrice di questi capolavori: il suo rapporto con l’acqua rivive nella trama del tessuto e viene trasmesso a chi sceglie di indossare i suoi foulard.

I foulard sono avvolgenti e sfiorano anche i due metri: sono in seta purissima, lavorati e realizzati in Italia.
Ogni creazione propone uno stato d’animo fermato nel tempo, un momento unico vissuto da Alessandra in presenza dell’acqua del mare, di un fiume o di un lago.
Tale frammento di vita viene riprodotto su seta: per questo Made in Presence, perché la presenza diventa consapevolezza e consente che bellezza e talento della Natura possano manifestarsi e che Alessandra sia lì, pronta ad accoglierli per poi poterli condividere.
«Ho scelto di rappresentare l’acqua su seta in grandi dimensioni per trasmettere la sensazione di essere avvolti da un abbraccio fluido – spiega lei – e infatti ogni foulard porta con sé una storia, un luogo in cui è simbolicamente nato.»

Un altro elemento fondamentale e irrinunciabile dello stile Adima è il tempo.
«Io mi prendo tutto il tempo necessario – spiega ancora Alessandra – e le mie saranno collezioni che seguiranno ritmi più interiori rispetto a quelli della moda tradizionale. Vado a incontrare l’acqua nel pianeta e quando sono pronta nascono i nuovi pezzi».
È una dichiarazione decisamente coraggiosa in momenti in cui il sistema moda impone agli stilisti autentici e massacranti tour de force, considerata la (assurda) e continua richiesta di nuove collezioni da dare in pasto a un mercato spesso ormai saturo.
L’intento del brand, infatti, è anche la valorizzazione del tempo necessario all’ideazione e alla lavorazione, è anche la centralità delle cosiddette trame umane, perché «ogni persona che ha lavorato al progetto ha lasciato la sua impronta».
E Alessandra precisa con orgoglio un punto importante: «abbiamo un forte intento di sostegno, non solo della maestria italiana dei nostri artigiani, ma anche delle persone che indosseranno questi foulard».

Posso dunque affermare che Adima Made in Presence realizza e offre manufatti di alta qualità che vogliono esprimere valori est-eticamente sostenibili, con un avverbio che piace molto ad Alessandra e anche a me, perché quel trattino – per niente casuale – va a legare apparenza (estetica) e contenuto (etica) in un legame che dovrebbe essere sempre inscindibile.

Ma chi è Alessandra Benetatos?
Di sé racconta di aver mosso i primi passi professionali nell’azienda di famiglia creata dal padre, uomo di grande spessore e capacità imprenditoriale, e di dover invece la sua sensibilità sia a una naturale propensione sia alla madre, donna attenta che l’ha avviata a una raffinata educazione alla bellezza.
Nell’azienda di famiglia, Alessandra si è occupata in particolare dell’area design, approfondendo gli studi in architettura a Milano e curando spesso gli eventi, aiutata dall’attrazione per le lingue straniere e per il contatto umano.
La passione per moda e design, la conoscenza dei tessuti, il desiderio di portare bellezza e ricerca spirituale nella materia (nel 2001, ha anche fondato il centro olistico Opale); tutti questi fattori hanno condotto Alessandra a creare Adima Made in Presence.

«Mi sento un connettore – racconta – amo collaborare e fare rete in ambito culturale, sociale, formativo.»
Ecco, questo è uno dei motivi per i quali ho scelto Alessandra e il suo lavoro – oltre che per qualità ed eccellenza, naturalmente.

Un altro motivo è rappresentato dal nome stesso del progetto: Adima viene dal sanscrito Ma Prem Adima e significa amore fin dalle radici.

In questa ottica, ogni foulard ha un nome evocativo: quello che vedete in alto e che ho scelto per illustrare questo post si chiama Stilla Vitale e, oltre che per i colori, mi ha attratto per il messaggio che porta con sé: «ricordo chi sono in Essenza, ricordo che posso giocare».

Ed ecco perché, in definiva, trovo che Alessandra e Adima siano perfettamente in sintonia con la rubrica Le mie scelte in pillole e con la Christmas Edition, il ciclo speciale con il quale desidero suggerire di mettere talento sotto i nostri alberi di Natale, quel talento che sostengo tutto l’anno e che è capacità, creatività, qualità, forma e contenuto ovvero est-etica.

Manu

Lo showroom Adima (qui e qui due immagini) si trova in via San Maurilio 19 a Milano, tel. 02 97801193, aperto dal martedì al sabato dalle 11 alle 19.
La cornice è quella di Palazzo Greppi, nel cuore storico meneghino, nelle vie delle arti e dei mestieri: un ulteriore tributo alle eccellenze artigianali italiane.
Qui trovate il sito completo di e-commerce, qui la pagina Facebook e qui l’account Instagram.

Le mie scelte in pillole, Christmas edition: Adoro Te, Elena, e anche tanto

Siete seduti? Comodamente seduti?

Se state pensando «ma guarda questa che gran ficcanaso»… aspettate, vi spiego subito il motivo della mia domanda: mettetevi comodi (avete magari del popcorn a portata di mano?) perché sto per farvi una rivelazione che rovinerà definitivamente la mia carriera da fashion blogger, sempre ammesso che io ne abbia mai avuta una.

A ogni modo: come dovrebbe essere una che crede di fare la fashion blogger? Risposta: sempre impeccabile.
Ecco, la rivelazione è che io, in casa, sono invece inguardabile.

Sono una persona perennemente in movimento e essere in ordine è un atteggiamento che fa parte di me da sempre: eppure, a casa, mi prende invece un’indicibile pigrizia da outfit e sono capace di passare intere domeniche in pigiama, soprattutto nella stagione fredda.
Non parlo di pigiami accattivanti e anche un po’ ammiccanti: in inverno, indosso pigiami pesantissimi in felpa con sopra maglie oversize in pile e copro i miei piedini numero 35-36 con calzettoni in lana.
In effetti, mancherebbe solo il berretto in testa per fare di me una perfetta caricatura da vignetta.

Il problema è che alla sera e nei giorni di relax, appena rallento un po’ i miei ritmi da persona fin troppo attiva, soffro tremendamente il freddo (anche se di giorno vado in giro senza collant fino a novembre, come ho raccontato ultimamente).
In casa, dunque, non riesco a pensare di rinunciare a outfit comodi e pigiamoni: ammiro moltissimo le donne che riescono a stare in casa indossando leggerissime ed elegantissime sottovesti in seta riscaldate solo da piccoli e stilosi cache-cœur. Il tutto a piedi nudi, naturalmente.
Beh, io non potrei mai vestirmi come loro, purtroppo: morirei all’istante!
E, tra l’altro, d’estate la situazione non è molto più rosea…

Bene, ora che ho distrutto anche quella (minima) dignità da fashion blogger che potevo avere (e dopo aver fatto guadagnare l’aureola da santo a mio marito per il fatto di avere la moglie meno attraente di tutto il pianeta), posso spiegarvi il perché di questa rivelazione un po’ masochista.

Desidero infatti ringraziare pubblicamente una giovane designer che si chiama Elena Del Carratore: per merito suo, almeno i miei piedi si salvano dalla scarsissima attitudine della sottoscritta a essere charmante.

Elena è colei che disegna Adoro Te, una collezione che reinterpreta le slipper, un classico dell’eleganza da casa.

La casa è il nostro luogo più sacro, quello in cui viviamo momenti legati alla sfera affettiva, al relax e al tempo che dedichiamo a noi stessi: il progetto Adoro Te esprime al meglio questo concetto facendolo diventare quanto mai contemporaneo e creando un mondo avvolgente e raffinato.

Le slipper create dal brand sono raffinate pantofole che, nella forma, ricordano un mocassino: per questo inverno, vengono proposte in seta e in velluto stampati, floccati o ricamati, in nuance chic come per esempio porpora, ruggine, petrolio, testa di moro e l’attualissimo giallo senape. Leggi tutto

Zohara Tights, il look – personalizzato – inizia dalla calza

Lo confesso subito: io e i collant abbiamo un rapporto conflittuale, fatto di alti e bassi.

Come in altri casi e contesti della mia vita, è un rapporto che non conosce mezze misure e che si alimenta di estremi: posso andare in giro a gambe nude fino a novembre (ebbene sì e l’ho fatto anche quest’anno), poi passo direttamente ai collant più pesanti, minimo 70 denari.

Diciamo che non ho grande simpatia per i collant leggeri ai quali preferisco piuttosto la rete, a micro o maxi maglia: chissà, forse dipende anche dal fatto che sono un po’ maldestra e quindi meglio mi si addice ciò che è resistente rispetto a ciò che è delicato.

È bizzarro questo mio conflitto con i collant anche considerando che sono un’ammiratrice di tutto ciò che nella moda ha sostenuto la liberazione della donna: mi ritrovo spesso a riflettere su come e quanto la lotta per la nostra emancipazione sia andata di pari passo con la storia di alcuni capi e accessori che tutte noi oggi utilizziamo normalmente, magari senza rammentare l’importanza che essi hanno rivestito in determinati frangenti storici.

Tra questi indumenti che hanno contribuito a renderci più libere, figurano anche i collant: con grande passione, racconto alle studentesse dei miei corsi la loro genesi e ne ho parlato anche in un mio articolo per SoMagazine.

Conoscete questa storia interessante?

Nel 1938, si verificò un evento cruciale in mancanza del quale i collant non potrebbero esistere: il 27 ottobre di quell’anno, il presidente dell’azienda chimica DuPont annunciò l’invenzione di una nuova fibra sintetica chiamata nylon.

In precedenza c’era la seta che faceva delle calze un accessorio costoso e dunque per poche donne, pertanto la diffusione delle calze in nylon fu una piccola rivoluzione: nel 1940, la produzione procedeva a pieno regime spinta dall’enorme successo di pubblico. Leggi tutto

Maneki neko, il gatto tra leggenda, cultura popolare e dieci curiosità

Non sono mai stata una persona superstiziosa, anzi, diciamo che le superstizioni mi infastidiscono.

Mi infastidisce che si dica che il viola porti male anche se conosco e capisco l’origine di tale superstizione (ne ho parlato qui) che oggi non ha comunque più alcun motivo di esistere; mi infastidisce ancor di più che si dica che una persona o un animale (poveri gatti neri!) portino male.

Forse, disprezzo le superstizioni (e non parlatemi di malocchio) perché credo che i fautori del nostro destino siamo esclusivamente noi stessi e perché credo che se e quando esistono casi, combinazioni, fortune e sfortune, siamo noi stessi a metterli in moto con le nostre azioni.

L’unica cosa in cui un poco credo è che i sentimenti positivi generino belle energie, mentre è il contrario con quelli negativi: è per questo che sto cercando di imparare, nel tempo, a tenere lontane persone e sentimenti negativi.

Come molti, invece, ho anch’io dei piccoli gesti scaramantici un po’ infantili.

Di solito, se riesco a connettere quando suona la sveglia, metto giù il piede destro dal letto e lo faccio da quando sono ragazzina.

E quando salgo le scale di casa, mi diverto talvolta a mettere i piedi al centro delle piastrelle senza calpestare i bordi. Sì, proprio come fanno i bambini.

Ma nulla che confini con la superstizione, per carità: non credo assolutamente che succeda qualcosa se metto giù dal letto il piede sinistro per primo né se calpesto il bordo della piastrella, sono solo giochetti con me stessa, modi per spronarmi da sola ma sui quali prevalgono sempre ironia e sense of humour.

Nonostante io non sia superstiziosa, da tempo amo però collezionare piccoli oggetti – soprattutto monili – che sono comunemente considerati dei portafortuna: la spiegazione è puramente imputabile alla mia passione per gli oggetti che hanno un senso, un significato, una storia da raccontare.

Questa estate, per esempio, in Grecia, ho fatto incetta di due simboli che amo da sempre: la Mano di Fatima (nota anche come Hamsa o Khamsa o Mano di Miriam a seconda della religione musulmana, dei cristiani d’oriente o ebrea) e l’Occhio di Allah spesso semplicemente chiamato Evil Eye.

Fermo restando il mio assoluto rispetto per tutte le religioni, il mio interesse verso questi due simboli è quello di una persona curiosa (di significato, origini e storia) e, conseguentemente, il mio resta un approccio da collezionista appassionata ma non credente. Qui, qui e qui potete vedere alcuni dei miei acquisti, braccialetti e anelli.

Aggiungete a tutto ciò una mia passione (mania…) per l’occhio di per sé stesso che colleziono in ogni forma (ne avevo già parlato qui) et voilà, il gioco è fatto. In fondo, non è un caso se molte civiltà hanno attribuito all’occhio moltissimi significati.

Ultimamente, mi sono appassionata a un nuovo amuleto: il maneki neko, letteralmente gatto che chiama, noto anche come gatto che dà il benvenuto, gatto della fortuna oppure gatto del denaro. O, se preferite l’inglese, lucky cat o fortune cat.

Sicuramente l’avrete visto, è una diffusa scultura giapponese, spesso fatta di porcellana o ceramica (ma ne esistono in plastica, legno, cartapesta, argilla, giada, oro), che rappresenta un gatto con una zampa alzata: si ritiene porti fortuna e per questo motivo si trova molto spesso negli esercizi commerciali o nei ristoranti orientali.

Avete letto bene, ho scritto giapponese: nonostante sia spesso presente nei ristoranti cinesi, l’usanza nasce in realtà in Giappone. Leggi tutto

Mente Captus di Marcella Milani, spazi e silenzi all’ex manicomio

Mi piace pensare che quello che stiamo vivendo possa essere un settembre all’insegna della cultura, di come e quanto essa possa avere un impatto positivo sulle nostre vite arricchendole di bellezza e magari abbattendo qualche nostro pregiudizio – come ho raccontato nel post precedente.

Mi piace anche pensare che sia un settembre ricco di attesi ritorni e piacevoli riconferme: è il caso di Marcella Milani.

Pavese DOC, classe 1974, fotografa professionista freelance: grazie alla sua bravura tecnica, alla spiccata sensibilità e alla capacità di cogliere dettagli che sfuggono a molti, Marcella collabora con le più importanti testate nazionali.

Ho il privilegio di godere della sua amicizia e, tra i moltissimi ritratti che mi sono stati fatti nel corso degli anni, i suoi sono puntualmente tra quelli in cui maggiormente mi riconosco, tant’è che la mia foto profilo di Facebook è un suo scatto che lì resiste da più di quattro anni.

Perché parlo di cultura, di ritorni e di riconferme collegando il tutto a Marcella?

Perché avevo già raccontato di lei in un precedente post qui nel blog, presentando un suo importante progetto culturale con forti valenze sociali e storiche, ovvero la mostra intitolata URBEX PAVIA – Viaggio fotografico nelle aree dismesse. Leggi tutto

Tra curiosità storiche e dritte preziose, siete pronti a fare le valigie?

Ricordo che, lo scorso anno, introducendo un brand di borse al quale tengo molto (Demanumea – qui), partii facendo un excursus sulla nascita dell’oggetto borsa che, in realtà, non nasce per le donne ma per gli uomini.

La borsa nasce infatti per un uso semplice ed estremamente pratico, ovvero come contenitore destinato a custodire il denaro: la sua origine è dunque legata alla nascita della moneta e, in un tipo di società in cui era l’uomo a svolgere attività legate al commercio e dunque all’uso del denaro, la borsa era soprattutto un accessorio maschile.

Buffo, vero?

La sua storia, però, si è poi evoluta con risvolti più vivaci e frivoli rispetto a quelli meramente economici, rendendo così la borsa un accessorio costantemente in bilico tra utilità e vezzo, tra funzione contenitiva ed esteriorità.

Un’evoluzione interessante e ricca di curiosità è quella dalle borse destinate al viaggio: in questo caso, la funzione contenitiva diventa chiaramente fondamentale e si declina in bauli, cappelliere, sacche, borsoni, zaini, valigie, trolley e altri involucri ancora, tutti destinati a ospitare ciò che vogliamo portare con noi in occasione di uno spostamento fisico e geografico.

Visto che siamo in piena estate e l’argomento valigie è particolarmente in auge, ho pensato di rispolverare uno studio che ho condotto lo scorso anno per SoMagazine.

Avete voglia di venire con me? Leggi tutto

Ridefinire il Gioiello dà l’avvio a dolci conversazioni

Continuo a dare il mio sostegno al talento, alla bellezza e alla cultura attraverso il nuovo capitolo di uno dei miei progetti preferiti: Ridefinire il Gioiello.
Sono passate solo due settimane dal mio post più recente su tale argomento ed eccomi qui a parlarvi di una nuova iniziativa voluta da Sonia Catena, la vera anima del progetto.

Faccio un breve riassunto.
Ridefinire il Gioiello è nato nel 2010 e negli anni è diventato un importante punto di riferimento nella sperimentazione materica sul gioiello contemporaneo e d’arte nonché un’interessante vetrina per artisti e designer.
È un progetto itinerante che promuove creazioni esclusive, selezionate dalla giuria e dai partner per aderenza a un tema (sempre diverso) nonché per ricerca, innovazione, originalità ideativa ed esecutiva: gioielli tra loro molto diversi per materiali impiegati vengono dunque uniti di volta in volta grazie a una tematica comune, sempre interessante e stimolante.

Dal 2014, sono tra i media partner del concorso e, a ogni edizione, attribuisco un premio a un vincitore da me scelto, ovvero un articolo di approfondimento: un paio di settimane fa, ho appunto raccontato il mondo di Alba Folcio, la vincitrice da me scelta per l’edizione 2016-2017, edizione che ha avuto un tema particolarmente stimolante, ovvero i libri, i racconti e la poesia.

Sonia è già prontissima a lanciare un nuovo tema e per l’edizione Dolci conversazioni chiede agli artisti di progettare e realizzare un gioiello a tema food.

Ovvero chiede di progettare pezzi unici ispirati alle atmosfere, ai sapori e ai colori della tavola; storie di cibo, allegre, ironiche e divertenti narrate attraverso materiali sostenibili e sperimentali.

Il progetto è condotto in collaborazione con il Gruppo Duetorrihotels, una realtà che ama investire nei giovani e nella cultura: gli hotel del gruppo sono luoghi di grande storia, da sempre frequentati dagli artisti di tutte le epoche, e custodiscono al proprio interno capolavori artistici.

I gioielli saranno dunque esposti nei quattro Luxury Hotel del gruppo (Bernini Palace | Grand Hotel Majestic | Due Torri Hotel | Hotel Bristol ), in varie tappe da ottobre 2017 a febbraio 2018, e dialogheranno con altrettanti pasticcieri, uno per ogni città, ovvero nell’ordine Firenze, Bologna, Verona e Genova.

I maestri pasticcieri realizzeranno dolci ispirati ai gioielli fra soffici spume, deliziose panne montate, mousse tentatrici e fragranti paste frolle. La progettualità dei designer si fonderà con l’estro dell’alta pasticceria, creando dolci conversazioni condotte grazie a linguaggi diversi eppure ugualmente artistici e creativi.

Inutile dire che – considerato il mio amore per la buona tavola – la nuova idea di Sonia mi piace moltissimo: ecco perché sono felice di darne diffusione.

Non mi resta altro che precisare che le iscrizioni al concorso sono aperte fino al 31 agosto 2017: qui potete scaricare il bando completo di Dolci conversazioni.

E io concludo affermando che, secondo me, è un bando goloso, da leccarsi le dita, dunque partecipate numerosi!

Manu

 

Qui trovate il sito del progetto Ridefinire il Gioiello, qui la pagina Facebook e qui Twitter

Io & Ridefinire il Gioiello:
Edizione 2016/2017 – qui trovate il mio articolo su Alba Folcio, la mia premiata; qui quello sulla partenza del progetto con le tappe principali e qui quello sulla pubblicazione del bando di concorso.
Edizione 2015 – qui trovate il mio articolo su Loana Palmas, la mia prima premiata; qui quello su Alessandra Pasini, la mia seconda premiata; qui quello su Chiara Lucato, la mia terza premiata; qui trovate il mio articolo sulla serata di inaugurazione e qui quello sulla pubblicazione del bando di concorso. Qui, infine, trovate il mio articolo su un ulteriore incontro tenuto sempre nell’ambito delle tappe dell’edizione 2015.
Edizione 2014 – qui trovate il mio articolo sulla manifestazione 2014; qui quello su Alessandra Vitali, la designer che ho scelto di premiare.

Unopiù e quel nostro bisogno di armonia tra casa e paesaggio

Noi esseri umani abbiamo talvolta strane abitudini nonché atteggiamenti e comportamenti che possono risultare davvero buffi se non addirittura bizzarri.

Prendete, per esempio, il nostro rapporto con i sogni: abbiamo luoghi immaginari in cui riporli in attesa – credo – di poter fare qualcosa affinché si avverino.

In tale ottica, moltissime persone mettono i loro sogni in un cassetto: a me il cassetto comunica invece un senso di disagio, è un posto troppo statico.

Temo infatti che possa tramutarsi in un dimenticatoio nel quale i sogni finiscono per restare prigionieri, una trappola senza via di uscita nella quale vengono condannati a prendere polvere, magari in eterno.

Preferisco pensare di metterli in una valigia perché posso portarla con me, cercando di tenere così sempre ben presenti i sogni, gli obiettivi e i progetti ancora da realizzare.

Certo, questo mio bagaglio immaginario è un po’ pesante in quanto è sempre pieno e non credo che riuscirò mai a vederne il fondo, ma forse nemmeno lo voglio: avere sogni e progetti in perenne evoluzione e movimento ci mantiene scattanti e vitali. Ciò che è importante è che vengano appunto fatti girare, proprio come i capi di una valigia intelligente e ben organizzata.

Sapete, nella mia valigia c’è spazio per sogni e progetti di varia grandezza e di ogni tipo: alcuni sono particolarmente ambiziosi – e so che richiederanno molto tempo e impegno per essere realizzati – mentre altri sono più piccoli o quotidiani. Oppure sono estremamente pratici e concreti.

Tra quelli pratici, c’è il sogno di possedere un giardino, fatto che è direttamente proporzionale alla mia passione per la bella stagione, ovvero il momento dell’anno in cui mi sento rinascere proprio come una bestiola che esca dal letargo.

Pensate che c’è stato un periodo della mia vita in cui ho avuto una casa con un terrazzo talmente ampio da poter tranquillamente assomigliare a un giardino: peccato che a essere sbagliato fosse il momento in cui l’ho avuto. Pazienza, c’est la vie.

E così ora sogno un giardino, anche piccolo. Mi piacerebbe avere spazio per qualche poltroncina, per poter creare una sorta di salotto all’aria aperta, e mi piacerebbe avere lo spazio per un bel barbecue: impazzisco per carne e verdure grigliate! Leggi tutto

Christiaan van Heijst, il mondo è un po’ più bello da un aereo

Il mio amore per gli aerei è nato già nella più tenera infanzia.
Mia mamma racconta infatti un episodio che risale al mio primo viaggio con questo mezzo: avevo circa due anni e, mentre lei era bloccata al suo posto a causa della nausea, io passeggiavo tranquilla e come se nulla fosse lungo il corridoio, intrattenendo le hostess e i passeggeri, tutti divertiti da un soldino di cacio sorridente e chiacchierino, per nulla intimorito dalla situazione nuova.
Da allora, il mio rapporto con gli aerei è sempre stato appassionato: tanto detesto viaggiare in macchina (e peraltro soffro il mal d’auto) quanto adoro prendere l’aereo. Scherzando, dico sempre che lo prenderei per andare perfino da Milano a Casalpusterlengo.
E infatti i viaggi in aereo non sono certo mancati nella mia esistenza: da quelli su e giù per l’Europa fino ai voli intercontinentali tra i quali l’Australia, la Cina, il Brasile, il Vietnam, la Polinesia.

Volare non mi spaventa, anzi, mi affascina e la vita di bordo non mi mette ansia, anzi, mi diverte passare tempi anche lunghi a zonzo per il cielo.
Non ho però mai pensato di fare un lavoro connesso a tale passione (chissà come mai) e comunque, se ci avessi pensato, mi sarebbe piaciuto fare il pilota e non la hostess.

Ecco perché oggi vi racconto la storia di Christiaan van Heijst, un pilota di aerei olandese.

La sua passione è stata molto precoce: a 14 anni si dedicava già ai voli in aliante mentre a 18 anni ha preso la sua prima licenza da pilota di voli privati, perfino prima della patente automobilistica.
Ha partecipato come pilota acrobatico al Campionato Nazionale Olandese portando a casa un primo posto nella classe principianti nel 2003, all’età di 20 anni.
Oggi è 33enne e pilota Boeing 747-8 per Cargolux, una compagnia aerea cargo lussemburghese.

Ma qual è il motivo esatto per cui vi parlo di lui?

Il punto è che, tra un decollo e un atterraggio, Christiaan van Heijst non perde occasione per fotografare il mondo dalla sua cabina.

Quello dei piloti di aerei è senza alcun dubbio un punto di vista privilegiato: nuvole, fenomeni atmosferici, montagne, mari e città creano panorami inediti per chi invece vive letteralmente con i piedi per terra, spettacoli dei quali solo chi si trova all’interno di una cabina di pilotaggio può godere.
E così, dalla sua poltrona circondata di tasti luminosi e strumenti incomprensibili ai più, Christiaan non si limita a far decollare, pilotare e fare atterrare i Boeing 747: tra una pausa e l’altra, approfitta per scattare fotografie. Precisamente, splendide fotografie.
Le luci e gli interruttori che riempiono la plancia di comando nonché i panorami mozzafiato (soprattutto quelli notturni) fuori dai finestrini sono soggetti affascinanti e Van Heijst ha deciso così di condividere con il mondo intero il suo punto di vista privilegiato.

«Sin da quando ero molto giovane provavo una grande gioia nel catturare la bellezza della luce naturale in tutte le sue forme», racconta sul suo sito.
«Più tardi, ho unito questo interesse con il volo ed è emersa una nuova passione. Potendo guardare il mondo intero attraverso il mio lavoro, mi sento privilegiato per essere in grado di catturare molte parti del pianeta attraverso la mia macchina fotografica e immortalare la bellezza dei luoghi che visito».

Le sue foto sono diventate virali grazie al web e non solo: le sue immagini sono state pubblicate da riviste e media del calibro di National Geographic e BBC.
E nel 2016, Christiaan van Heijst ha pubblicato il suo primo photobook intitolato Cargopilot che attualmente è alla seconda ristampa.

Giusto per darvi un assaggio delle sue foto meravigliose, ho selezionato per voi l’immagine qui sopra presa dal suo sito e in particolare dal suo blog: è recentissima e, come scrive lo stesso Christiaan, è stata scattata «da qualche parte sopra l’Atlantico tra il Sud America e l’Africa». Ritrae il fenomeno che prende il nome di fuoco di Sant’Elmo, ovvero una scarica elettro-luminescente provocata dalla ionizzazione dell’aria durante un temporale.

Oltre che sul sito, potete trovare le foto di Christiaan van Heijst sul suo account Instagram e su Twitter.

Io lo seguirò sognando il mio prossimo volo: quest’estate tocca alla Grecia, ma per l’autunno ho in previsione nuove avventure aeree.
Certo, non avrò la stessa visuale di un pilota né possiedo il talento fotografico di Christiaan, ma il mondo dall’alto è sempre uno spettacolo impareggiabile e speciale perché, da lassù, resta solo la bellezza e spariscono tutte le cose brutte.

Manu

 

We Wear Culture, dal little black dress di Coco allo street style di Tokyo

We Wear Culture: la cover della sezione dedicata al virtual tour del Metropolitan Museum of Art

Tra i tanti vantaggi del web, uno dei miei preferiti è senza dubbio quello di aver ridotto i limiti fisici e geografici.

Per esempio, possiamo stare comodamente seduti alla nostra scrivania e contemporaneamente fare ricerche grazie a luoghi virtuali, biblioteche e librerie, archivi e musei. Oppure, possiamo rilassarci sul divano mentre chiacchieriamo in live chat con persone che si trovano dall’altra parte del mondo. O ancora, possiamo fare acquisti in pochi click.

Certo, a volte tutto ciò non basta: io, in questo periodo, mi struggo per il fatto di non poter essere a New York fisicamente, precisamente al Metropolitan Museum of Art dove si sta svolgendo la mostra Rei Kawakubo / Comme des Garçons: Art of the In-Between.

Non so cosa darei per visitare l’esposizione dedicata a una delle più importanti stiliste del Novecento, colei che nel 1969 ha fondato il brand Comme des Garçons e che insieme a Yohji Yamamoto e Issey Miyake forma l’eccezionale triade giapponese che, alla fine degli Anni Settanta, ha portato un grandissimo rinnovamento nella moda.

Qui, però, torna in ballo Internet e la sua capacità di essere un mezzo che ci dà infinite possibilità che sta a noi saper sfruttare al meglio: non posso teletrasportarmi a New York, è vero, ma grazie al web posso consultare il sito del Metropolitan, godere di filmati e gallery, leggere articoli, consultare reportage.

Ed è proprio in nome di tutto ciò che, oggi, sono molto felice di parlarvi di un progetto che si chiama We Wear Culture.

We Wear Culture ovvero Indossiamo la Cultura, in quanto ben tremila anni di storia del costume e della moda confluiscono in una sorta di sfilata (o vetrina, chiamatela come preferite) che debutta online in questi giorni.

Disponibile attraverso la piattaforma Google Arts & Culture, il progetto consente di esplorare stili e look di epoche diverse nonché le storie che sono alla base degli abiti che indossiamo oggigiorno: inoltre, pezzi iconici che hanno cambiato il modo di vestire di intere generazioni vengono letteralmente fatti vivere grazie alla realtà virtuale.

L’iniziativa è frutto di una collaborazione con oltre 180 istituzioni culturali di fama mondiale: tra i nomi italiani, figura il Museo del Tessuto di Prato e una selezione di tessuti proveniente proprio dalle collezioni antiche di tale Museo è ora disponibile online. Leggi tutto

Pillole di mondo: a Vicolungo The Style Outlets leggere è di moda (evviva!)

Le piccole casette per il book sharing a Vicolungo The Style Outlets

Leggere è un piacere che ha caratterizzato costantemente tutta la mia vita, in ogni età e in ogni fase.
Non posso né potrei mai pensare di rinunciare al piacere di leggere riviste, giornali e libri: è come se fossero cari, preziosissimi, insostituibili amici. Compagni di vita, appunto.
Devo anche confessare di amare la carta, infinitamente, amo il suo profumo e il suo fruscìo: non potrei soppiantarla a favore di tablet e lettori vari che mi affascinano, è vero, e dei quali oggi faccio uso come tutti, anche se sporadicamente e per specifiche esigenze.

Quando mi chiedono di elencare i libri che preferisco, sono in difficoltà: ogni libro che ho letto è stato unico e speciale.
Ricordo con estremo affetto quelle che furono le mie prime letture di fanciulla: Cuore di Edmondo de Amicis, Piccole donne di Louisa May Alcott, i romanzi di Jules Verne che mi fecero innamorare della fantascienza.
Ricordo con altrettanto affetto la sfida che mi pose la mia insegnante di letteratura in prima superiore: vedendo quanto fossi vorace e curiosa quanto a letture, mi propose Cent’anni di solitudine, il capolavoro del Premio Nobel colombiano Gabriel García Márquez. Mi innamorai perdutamente di lui e da allora ho letto moltissime sue opere, buona parte delle quali proprio durante gli anni delle scuole superiori.

Non mi dilungo oltre su autori e titoli e aggiungo soltanto che, quand’ero in prima media, i miei genitori decisero di farmi l’abbonamento in biblioteca: costavo più in libri che non in qualsiasi altra cosa (inclusi abiti e cibo, altri due ambiti per me di forte attrazione) e il problema è che ogni nuovo volume mi bastava per pochi giorni soltanto.
Non so dare voce all’emozione che provai quando un paio di anni dopo, non più paga della sola struttura di zona, conquistai la tessera della Sormani, la meravigliosa biblioteca centrale di Milano.
Ogni volta in cui entravo in quel luogo, avevo l’impressione di mettere piede in un tempio sacro, in un edificio di culto: in fondo, in biblioteche e librerie non si celebra un culto, quello della curiosità e della conoscenza?

Ecco, ora c’è un altro luogo nel quale celebrare l’amore per i libri ed è un luogo al quale molti non avrebbero forse pensato: un outlet.

A lanciare tale scommessa è il gruppo The Style Outlets che ha deciso di introdurre la pratica del book sharing nella propria struttura di Vicolungo, in provincia di Novara.

La pratica del book sharing, letteralmente condivisione di libri, incontra la mia più grande approvazione in quanto è un ottimo modo per far circolare liberamente e disinteressatamente la cultura: ognuno può recarsi in angoli appositamente creati a tale scopo – in genere cabine o casette – per donare o prelevare un libro senza alcun vincolo, nemmeno quello di restituire il volume.

Dopo aver sperimentato con ottimi riscontri il bike sharing per i più piccoli, il gruppo The Style Outlets punta ancora una volta al coinvolgimento e all’intrattenimento delle persone andando oltre lo shopping e allestendo un servizio per la raccolta e la distribuzione gratuita di libri: per scoprire (o riscoprire) il piacere della lettura basta portare con sé un libro, depositarlo in una delle piccole casette installate accanto all’Info Point e sceglierne un altro.

L’outlet di Vicolungo (a settembre sarà la volta di quello di Castel Guelfo, in provincia di Bologna) presenta inoltre un calendario di interviste e reading session con autori e personaggi accomunati dal talento letterario nonché da pubblicazioni di successo.

A inaugurare l’iniziativa sabato 27 maggio è stata Sofia Viscardi intervistata da Luca Bianchini e Franco Bolelli: 18enne, autrice del successo editoriale Succede, Sofia ha parlato di amori, amicizia e relazioni.

Domani, sabato 3 giugno 2017, a partire dalle 17, toccherà a Cristina Chiperi: giovanissima eppure già fenomeno editoriale, Cristina è l’autrice della trilogia My dilemma is you.

Sabato 17 giugno 2017, sempre dalle 17, sarà invece la volta di Benedetta Parodi che leggerà alcuni brani tratti dai suoi libri Le fate a metà, ciclo di tre romanzi per bambini… di tutte le età.

Ho raccontato tante volte che le suddivisioni rigide come compartimenti a tenuta stagna non mi piacciono: mi piacciono invece le commistioni e le contaminazioni e credo fermamente che la cultura abbia molte forme e che dovrebbe essere accessibile a tutti.

Conseguentemente, il mix tra shopping e libri mi piace molto e apprezzo che il gruppo The Style Outlets pensi che lo shopping possa essere affiancato da forme gratuite di intrattenimento diversificato.

Ecco perché ho voluto sostenere questa iniziativa parlandovene e, visto che Vicolungo è un outlet che ho visitato più volte, la prossima volta avrò un ulteriore buon motivo per tornarci.

Manu

Curiosità dal mondo: l’invasione (pacifica) degli Amigurumi

Uncinetto.
Lo so, basta leggere questa parola e tante persone pensano immediatamente a qualcosa di datato.
Ad alcuni tornano in mente le immagini della nonna impegnata a sfornare centrini di ogni tipo, colore e dimensione. Quelli che, negli anni, sono poi spesso finiti in cassetti dimenticati.
Nulla è però più lontano dallo scenario attuale: l’uncinetto vive infatti evoluzioni del tutto inaspettate.

Avete mai sentito parlare, per esempio, degli Amigurumi?
Il termine è composto dalle parole giapponesi ami, che significa lavorare a maglia o all’uncinetto, e nuigurumi, che significa peluche: è pertanto traducibile come giocattoli lavorati all’uncinetto.

Amigurumi descrive quindi l’arte giapponese di creare all’uncinetto o a maglia sia animali sia piccole creature dall’aspetto generalmente antropomorfo (ovvero con sembianze umane): fondamentalmente, le creazioni non hanno un uso pratico e vengono collezionate più che altro per ragioni estetiche.

Caratteristica comune a tutti gli Amigurumi è infatti quella di essere kawaii: è un’altra espressione giapponese e indica un concetto assimilabile all’equivalente inglese cute. Significa letteralmente carino, amabile, adorabile.
Ciò che è kawaii è piccolo, buffo, dall’aspetto innocente, con fattezze minute e deliziose ed è ricco di dettagli e particolari.

Mi sono informata in rete e ho scoperto che gli Amigurumi sono solitamente realizzati all’uncinetto con la tecnica della lavorazione in tondo: possono essere lavorati ai ferri anche in questo caso lavorando circolarmente.
Gli uncinetti e i ferri utilizzati sono leggermente più piccoli della norma poiché è necessario costruire una struttura che tenga ben stretta al suo interno l’imbottitura (simile a quella dei cuscini).
Sono inoltre in genere lavorati suddivisi in parti che successivamente vengono unite: quelli che hanno soltanto testa e busto senza altri arti possono essere trattati come un unico pezzo.

Da qualche anno, la pratica degli Amigurumi sta ormai spopolando ben oltre i confini giapponesi.

Per avere la prova è sufficiente fare un piccolo esperimento con Google: provate a digitare Amigurumi e il motore di ricerca vi proporrà circa 36 milioni di risultati.

Stessa cosa su Etsy, il marketplace nel quale persone di tutto il mondo si incontrano per vendere e comprare articoli fatti a mano e oggetti vintage: qui siamo a quota 64 mila risultati (1200 circa restringendo la ricerca ai venditori italiani).

Instagram non fa eccezione, naturalmente: basta digitare #amigurumi perché il social della comunicazione visiva proponga risultati molto interessanti.
Quanti? Oltre un milione e 700 mila.

Volete qualche esempio pratico?

Io mi sono innamorata di Mei, una ragazza giapponese che non solo realizza Amigurumi deliziosi ma li fotografa anche in modo estremamente accattivante.
Dal suo account @amigurumei si può accedere anche al sito; Mei ha inoltre scritto un libro che si chiama Hello Kitty Crochet.

Visto che io ADORO letteralmente i Minions, per illustrare questo post ho scelto una creazione di Olka, un altro splendido talento proveniente dall’Ucraina: vi segnalo il suo account che si chiama @aradiyatoys e dal quale si vede la sua grande passione per il colore e per i personaggi di fantasia come appunto i miei piccoli amici gialli.
Da Instagram accedete anche al negozio Etsy di Olka che tra l’altro vende gli schemi per realizzare i suoi Amigurumi, schemi che costano davvero pochissimo.

Volete anche qualche nome italiano?

Tornando a Etsy, provate a dare un occhio a Mary’s Amiland (da Verona, Veneto), a Brama Crochet (da Firenze, Toscana), a Amy Mamy Creations (da Castelluccio Inferiore, Basilicata) e a Creo Ergo Sum Design (da Ragusa, Sicilia).
Come vedete, è rappresentata tutta l’Italia da nord a sud: ve l’ho detto che la passione è ormai sparsa ovunque a macchia d’olio.

Su Instagram, sto tenendo d’occhio anche @ohioja alias Ylenia Tagliafraschi (da Prato, Toscana).
Ho visto alcune sue creazioni trasformate in spille e la cosa mi stuzzica non poco.

La combinazione di due cose che mi incuriosiscono e mi piacciono (Amigurumi + monili) potrebbe essere mooolto pericolosa, in effetti.

Dunque, parafrasando una frase famosa, potrei dire «posate gli uncinetti e nessuno qui si farà male!» 😀 😀 😀

Mie stupide battute a parte: spero che queste creature vi siano piaciute e vi do appuntamento al prossimo post con qualche altra curiosità dal mondo scovata per arricchire sempre più la nostra wunderkammer virtuale.

Manu

P.S.: Mi sono ricordata di una cosa. Quand’ero bambina, osservavo mia nonna intenta a lavorare non solo i centrini citati in principio, ma anche delle bamboline: testa e corpo erano fatti con fili di lana intrecciati tra loro, mentre abiti e cappelli venivano pazientemente tricottati a uncinetto. Cosa dite, posso considerare mia nonna come una pioniera degli Amigurumi? 😀

 

Curiosità dal mondo: Instagram e il caso dei coordinatissimi Bonpon511

Uno dei tanti outfit coordinati condivisi sull’account Instagram Bonpon511

Lo ammetto, in alcune cose sono un po’ maniaco-compulsiva e rasento una precisione che sfiora – appunto – il maniacale.
Faccio un esempio: i miei armadi sono rigorosamente suddivisi per tipo di indumento e colore.
In altre cose, invece, sono sciatta al limite dell’inverosimile e anche in questo caso faccio un esempio: la mia auto non è invasa da cartacce o carabattole varie sparse per l’abitacolo, ma viene lavata più o meno una volta all’anno e, in genere, è mio marito, mosso a pietà, a occuparsene.
Dunque, si potrebbe dire che sono anche un po’ bipolare, con estremi che convivono al limite del paradosso (vi prego, ditemi che non sono l’unica).

A ogni modo, tornando al mio ordine maniacale: un altro esempio è che conservo tutti gli spunti che reputo interessanti – sia nel lavoro sia nel privato – organizzandoli in raccolte ragionate di appunti.
Anni fa, dette raccolte erano cartacee, mentre oggi sono elettroniche e, naturalmente, ho diversi (ehm… parecchi) file pieni zeppi di note e idee.
E, altrettanto naturalmente, da brava maniaca dell’ordine e del controllo, capita che questo accumulo mi provochi ansia, sia perché temo di perdere qualcosa sia perché mi domando quando avrò mai tempo di dare seguito alle tonnellate di appunti che si stratificano sempre più.

Ma, in fondo, voglio pensare che non sia poi così grave avere quelle tonnellate di appunti; per una come me che fa un lavoro fondamentalmente basato sulla curiosità e sulla costante voglia di crescere, sarebbe probabilmente più grave non avere interessi e non avere desideri e spunti da seguire e inseguire.
Il vero guaio sarebbe forse arrivare al giorno in cui i file things to do oppure work in progress dovessero risultare vuoti: in fondo, è la mancanza di progetti nonché di prospettive future a farci invecchiare e a sancire l’inizio della fine. No?

Ho scelto di condividere con voi certe mie curiose abitudini e le riflessioni di cui sopra per due motivi.

Il primo è perché oggi ho deciso di trarre ispirazione da uno di quei miei famosi (o famigerati…) file sviluppando un appunto preso tempo fa.
Oggi è un ennesimo giorno difficile, 48 ore dopo l’orrenda strage di giovanissimi a Manchester, al termine del concerto di Ariana Grande: io scelgo, ancora una volta, di non fermare il mio lavoro e di fare esattamente il contrario di ciò che vorrebbe ottenere chi semina il terrore.

Scelgo di non assecondare la paura, di non fermare la libertà di pensiero e di parola; anche se a volte è davvero difficile, mi ostino invece ad assecondare la bellezza, cercando di rimanere salda negli ideali di civiltà e cultura nei quali credo da sempre.
Lo faccio in quanto sono fermamente convinta che difendere tali valori sia oggi l’unica risposta possibile dinnanzi a odio e follia (come ho letto ieri anche in un post di AnOther Magazine, una delle testate che seguo).

Eppure, anche se desidero fare tutto ciò, anche se credo fermamente che la paura vada combattuta e non assecondata né alimentata, mi riesce impossibile pensare di descrivere una borsa o un abito: ho scelto allora di parlarvi di umanità e unità, attraverso la storia originale (e spero simpatica) di due signori giapponesi.

Il secondo motivo è che penso che questi due signori giapponesi sarebbero d’accordo con ciò che ho scritto qui sopra, ovvero che è la mancanza di prospettive future a farci invecchiare.
E credo che loro non abbiano affatto alcuna intenzione di invecchiare, non nell’accezione negativa che spesso conferiamo a questo verbo, bensì credo intendano continuare ad avere il loro spazio nel mondo in un modo decisamente originale.

Tempo fa, durante le mie consuete navigazioni via Instagram e grazie alla segnalazione di una persona che conosco e stimo, sono approdata a un account che si chiama Bonpon511.

Appartiene a una coppia di signori giapponesi i quali coordinano quotidianamente il proprio abbigliamento, scrupolosamente, indossando gli stessi colori (in genere le tonalità del blu, del rosso, del grigio, del beige, del nero e del bianco), le stesse fantasie (spesso righe e quadretti) oppure le stesse linee, forme e proporzioni (tutto molto essenziale), cercando dunque di far risaltare il loro legame affettivo già al primo sguardo.

In giapponese, bon significa marito e pon moglie: no, non conosco questa lingua meravigliosa, l’ho scoperto grazie ai servizi di traduzione web.
Sempre grazie ai servizi di traduzione, ho scoperto che la data citata nella bio – 11/5/1980 – è quella del loro matrimonio: sono dunque sposati da 37 anni.
Ecco spiegata la scelta del nome Bonpon511 (li trovate qui).

È invece dichiarata in inglese quella che è la loro volontà: couple | over60 | grayhair | fashion | coordinate.

Ovvero mostrare una coppia oltre i 60 anni, con i capelli grigi, che propone una moda coordinata: una sintesi perfetta, insomma, una sorta di stringato manifesto di intenti.

Io li trovo fantastici: adoro la loro capacità di fare richiami che si incrociano e che legano l’una all’altro e adoro la loro sobrietà in puro stile giapponese eppure al tempo stesso mediata da un tocco assolutamente personale.
E, evidentemente, non sono l’unica a pensarla così: il loro account è infatti seguito a oggi da 463mila persone e i commenti sotto ciascun post sono pieni di parole di apprezzamento e simpatia.

Tutto ciò, miei cari amici, porta a dimostrare una teoria nella quale credo profondamente: la bellezza attira l’occhio, è vero, ma è la personalità (accompagnata da un tocco di sano divertimento, guardate bene i loro volti e le loro espressioni) a colpirci e a catturare il cuore.
E a farsi poi ricordare (anche in mezzo a tonnellate di appunti).

Manu

 

P.S.: Mi piace pensare che i deliziosi Bonpon511 sarebbero piaciuti a un grande della moda, Bill Cunningham. Secondo me, si sarebbe tanto divertito a fotografarli.

 

Emanuele Bilancia veste le spose nel nome della Mediterranean Essence

È inutile negarlo: l’abito che quasi tutte le donne sognano di indossare (e lo sognano fin da bambine) è l’abito da sposa.

So che a molte donne questo appare come un cliché riduttivo, come un retaggio culturale di una lunga tradizione che, ahimè, ci ha viste per lungo tempo relegate allo stretto ambito familiare senza possibilità di poter avere un ruolo attivo (lavorativo, economico, culturale, politico) nella società.
Io, invece, pur essendo da sempre una strenua sostenitrice della parità di doveri e di diritti tra uomini e donne e pur parlando spesso di women empowerment, non vivo la questione del sogno dell’abito da sposa in questo modo e desidero raccontarvi perché.

Non ho mai atteso il Principe Azzurro né ho mai congelato la mia vita in attesa che giungesse un ipotetico uomo dei miei sogni.
Ho viaggiato, moltissimo (da sola sono arrivata perfino in Cina e in Brasile), sono andata al cinema, alle mostre, al ristorante e spesso facendo tutto ciò non solo senza un uomo, ma senza neanche avere il supporto di un’amica.
L’ho fatto perché non avevo bisogno di un’altra persona per sentirmi completa, anzi, al contrario, avevo bisogno di imparare a stare con me stessa, avevo bisogno di capirmi, di volermi bene, di comprendere cosa volessi davvero e cosa avessi da offrire agli altri.
Non ho mai voluto un compagno per riempire un vuoto né per appoggiarmi: desideravo invece qualcuno che condividesse tutto ciò che amo.

Lo confesso: da quando questa persona è arrivata, dodici anni fa, tutto è diventato più bello.
Ho amato le mie esperienze in solitudine, ma condividere sensazioni ed emozioni – e capire che appartengono a entrambi – è ancora più bello.

Trovo che non ci sia nulla di male in tutto ciò, nel fatto di ammettere che la vita in due è migliore o tale, almeno, lo è per me: è più completa, nonostante – lo ripeto – io non abbia vissuto in questa attesa.

Pertanto, se il matrimonio è una scelta consapevole e se è una scelta d’amore (lo sottolineo), non trovo affatto sbagliato cullare il desiderio di giungervi e di giungervi essendo belle per l’uomo che abbiamo scelto. E lui per noi, ovvio!
Non lo trovo un retaggio culturale che ci ingabbia.
Anzi, trovo che in tempi incerti come il nostro, tempi talvolta aridi di sentimenti e carichi invece di angosce, scegliere l’amore (e lo ripeto di nuovo) sia una scelta straordinariamente coraggiosa.

Conseguentemente, comprendo che l’abito da sposa sia quello forse più importante per noi donne. Leggi tutto

Give me 5 for charity, Kiabi e Humana insieme per bambini e ragazzi

Ho avuto la fortuna di poter vivere un’infanzia serena con una famiglia presente e unita che mi ha dato certezze e tanto amore.
Pur essendo fortunata su quel fronte, ho comunque conosciuto il dolore attraverso alcuni incidenti gravi che hanno segnato i miei primi anni di vita, mettendomi in serio pericolo.
Proprio grazie al grande amore dei miei genitori, ho superato quegli sfortunatissimi frangenti e sono qui, oggi, a poterne parlare.

La sofferenza e il disagio di bambini e ragazzi, dunque, è un argomento che mi tocca da vicino ed è per questo che qui nel blog ho sempre volentieri dato spazio a cause in favore del benessere dei più giovani.
Non sopporto che bambini e ragazzi soffrano, né fisicamente, come è accaduto a me, né moralmente, come succede a molti, anzi, a troppi, anche perché le sofferenze morali rischiano di minare e ipotecare pesantemente il loro futuro, rendendoli degli adulti privi di quel bagaglio di certezze sulle quali io ho invece potuto contare per superare difficoltà e momenti difficili.

Credo fermamente che il benessere fisico e mentale di bambini e ragazzi sia una precisa responsabilità di tutta la società, perché una società che desideri considerarsi – ed essere – civile deve necessariamente prendersi cura dei suoi membri più fragili e indifesi.

Eppure, nonostante quello che dovrebbe essere un ideale universalmente condiviso, ancora oggi (nel 2017!) non tutti i bambini sono rispettati, curati e protetti come e quanto dovrebbero esserlo.
I maltrattamenti e gli abusi verso i bambini sono inaccettabili e mettono a rischio la società, di oggi e di domani, perché il degrado e la violenza generano spesso altro degrado e altra violenza.

Ecco perché scelgo di parlarne, ancora una volta; ecco perché ho scelto di parlarvi nello specifico di una campagna che si chiama Give me 5 for charity.

I protagonisti sono Kiabi, leader francese della moda a piccoli prezzi, e Humana People to People Italia Onlus, organizzazione che promuove la cultura della solidarietà e dello sviluppo sostenibile: anche quest’anno si rinnova la loro collaborazione in Give me 5 for charity, una campagna di raccolta abiti.

Quella del claim è una scelta accurata: il numero cinque è infatti il simbolo e il fil rouge di tutta l’operazione.

Fino al 31 maggio, nei punti vendita Kiabi, ogni 5 capi donati si riceverà un buono del valore di 5 euro spendibile sulla nuova collezione fino all’8 giugno, con una spesa minima di 45 euro, in negozio e online.

Inoltre, il nome della campagna stessa richiama il classico gesto di intesa tra due persone che, colpendosi la mano e dandosi appunto il cinque, sottolineano il fatto di avercela fatta insieme.

Ed è questo ciò che vogliono fare Kiabi e Humana: farcela tutti insieme in quanto, quest’anno, gli abiti donati dai clienti di Kiabi permetteranno di sostenere le attività di FATA Onlus (acronimo di Famiglie Temporanea Accoglienza), un’associazione che gestisce comunità di accoglienza per bambini e ragazzi che hanno vissuto gravi situazioni di abbandono e maltrattamenti, dando loro alloggio nonché supporto educativo e psicologico.

C’è poi un ulteriore motivo per sostenere Give me 5 for charity: i kit di indumenti personalizzati – che Humana distribuirà a circa 50 bambini e ragazzi di età compresa fra 1 e 20 anni – saranno confezionati anche grazie all’aiuto dei dipendenti Kiabi in occasione della Giornata di Volontariato Aziendale organizzata presso il Centro di Smistamento Humana di Pregnana Milanese. Quando si dice mostrare impegno in prima persona!

Questo progetto charity, sostenuto anche dalla Fondazione Kiabi, rientra nella strategia di sostegno delle famiglie dei Paesi in cui il brand è presente, andando così a sottolineare che si può far moda rimanendo dalla parte di chi si trova in difficoltà e confermando le idee che accompagnano Kiabi fin dalla sua nascita.

Era infatti il 1978 quando Patrick Mulliez, noto imprenditore francese, lanciò un concetto allora rivoluzionario: sviluppare una rete di grandi negozi di abbigliamento proponendo prodotti alla moda, di qualità, con prezzi accessibili e per tutta la famiglia. Nacque cosi Kiabi che l’anno prossimo compirà ben 40 anni.

Da allora, l’ambizione di Kiabi è sempre stata quella di offrire una moda colorata, generosa e accessibile, una moda che non si impone ma che si adatta e rispetta la personalità di ognuno: tutto ciò mi piace, naturalmente, e mi piace che l’azienda persegua questo ideale anche in iniziative come quella attuata con Humana.

Per chi non la conoscesse, posso raccontare che Humana People to People Italia Onlus è un’organizzazione umanitaria indipendente e laica, nata nel 1998 per contribuire allo sviluppo dei popoli svantaggiati attraverso programmi umanitari di lungo termine. È membro della Federazione Internazionale Humana People to People presente in 43 Paesi di Africa, Asia, Europa, America.

Tra i vari programmi a lunga scadenza atti a creare sviluppo sostenibile in una vasta gamma di settori (cito Educazione e Formazione, Aiuto all’Infanzia, Salute e Prevenzione, Sostegno della Comunità, Agricoltura Sostenibile, Energie Rinnovabili), Humana contribuisce alla tutela dell’ambiente anche attraverso la raccolta, la vendita e la donazione di abiti usati, fatto che spiega ulteriormente l’interessante sodalizio con Kiabi.

A questo punto, concludo lasciandovi alcune coordinate importanti:

  • Qui trovate la campagna Give me 5 for charity e qui potete trovare il negozio Kiabi più vicino a voi
  • Qui trovate la pagina Facebook della Fondazione Kiabi
  • Qui trovate la pagina Facebook di Humana People to People Italia Onlus
  • Qui trovate la pagina Facebook di FATA Onlus

Sono da sempre convinta che ciò che non serve più a noi possa fare la fortuna di altri e quindi ho sempre parteggiato per il riutilizzo: direi che, attraverso Give me 5 for charity, Kiabi e Humana hanno reso quanto mai concreta tale mia convinzione.

E, per giunta, ci ringraziano dandoci perfino qualcosa in cambio.

Manu

Il potere di immagine e loghi: dal caso Ikea vs Balenciaga fino a Reilly

Vi sarà forse capitato di leggere qualche articolo a proposito della vicenda che, nelle scorse settimane, ha avuto come protagonisti Ikea, noto colosso svedese dell’arredamento, e Balenciaga, storico brand di moda.

Riassumo brevemente: quest’ultimo ha lanciato una borsa, una Carry Shopper chiamata Arena (con un esoso prezzo a quattro cifre…) che assomiglia (per usare un eufemismo…) nel colore, nel design e nelle dimensioni a Frakta, la (mitica) borsa blu Ikea pensata per lo shopping e per tante altre applicazioni (e venduta a 0,60 centesimi…).

Basta mettere vicino le due borse – vedere qui sopra – per verificare quanto si assomiglino: stesso colore, anzi, addirittura stessa sfumatura di colore, stesso doppio manico, stesso formato maxi, stessa silhouette.

Certo, una è in (resistente) polipropilene (quella Ikea), mentre l’altra è in pelle (quella Balenciaga), spero quanto meno pelle pregiata; è altrettanto certo, però, che se la Frakta è sul mercato da tanti anni, la Carry Shopper Arena è invece una novità per la primavera / estate 2017, dunque non si possono nutrire dubbi su quale sia… l’originale e su quale azienda abbia avuto l’idea per prima.

Nascono così vari quesiti: si tratta di un omaggio da parte di Balenciaga a quello che è diventato un oggetto quasi cult (la Frakta)? Oppure voleva essere un gioco ironico e un po’ estremo?

È uno sfacciato plagio, come sostengono invece altri? Oppure in Balenciaga sono semplicemente a corto di idee e hanno cercato ispirazione?

Negli ultimi anni, è capitato che diversi marchi di fast fashion siano stati accusati di copiare capi e accessori dalle passerelle dei brand più blasonati: avreste mai immaginato che, un giorno, sarebbe invece successo che una borsa da 0,60 centesimi sarebbe stata oggetto di un fake a quattro cifre (lo ribadisco)? O – se preferite e se ci credete – di un omaggio (sempre comunque a quattro cifre)?

Sapete, oltre a farmi riflettere sull’assurdità di un mondo in cui il fake è l’oggetto più costoso nonché quello che vorrebbe elevarsi al ruolo di status symbol, questa vicenda mi ha fatto riflettere sulla potenza delle immagini e – conseguentemente – dei loghi: quanto forte può essere la comunicazione visiva se un marchio blasonato arriva a ispirarsi (diciamo così) a un oggetto assolutamente normale e quotidiano per creare quello che il marchio stesso spera possa invece trasformarsi in un oggetto esclusivo e da desiderare?

E sempre pensando al potere di immagini e comunicazione visiva, desidero ampliare ulteriormente il discorso.

Pensate infatti a un’altra cosa: i loghi di tanti marchi famosi (più o meno esclusivi) sono così universalmente riconosciuti e così saldamente impressi nei nostri occhi e conseguentemente nelle nostre teste che – spesso – non è nemmeno necessario che siano accompagnati dal nome stesso del brand. Basta la forma del logo a suggerirlo.

Un esempio su tutti? Mi viene subito in mente Apple con la sua mela.

Che sia o meno accompagnato dal nome per esteso, oggigiorno tutti riconosciamo comunque e immediatamente Apple anche solo dalla sagoma della mela.

La stessa cosa vale per Nike e per il suo logo. E potrei continuare.

Facciamo un ulteriore passo: questo tipo di associazione è talmente potente da aver generato una vera e propria mania verso i loghi.

Ecco, è proprio su questo potentissimo meccanismo di associazione visiva tra brand e loghi e sulla percezione che ne deriva che si fonda il lavoro di un artista, illustratore e graphic designer di nome Reilly. Leggi tutto

Jovoy e #WhatMattersIsInside quando il profumo è artistico e anche partecipativo

Credo che qualsiasi lavoro svolto con onestà abbia uguale dignità; eppure, è innegabile che esistano mestieri che possiedono un fascino del tutto particolare.
Penso, per esempio al naso, ovvero la persona capace di realizzare profumi traducendo idee e ispirazioni in scie olfattive reali, concrete.
Questa professione è nata migliaia di anni fa, sembrerebbe addirittura più di 4000, quando i profumi si creavano per compiacere o rendere omaggio agli dei: per esercitare tale professione, oggi servono basi tecniche, chimiche e scientifiche, un bagaglio di conoscenze artistiche e – ovviamente – una spiccata sensibilità.
Il punto di forza di un naso è infatti la memoria olfattiva: mentre una persona è generalmente in grado di memorizzare circa un migliaio tra odori e sentori, un naso, invece, è in grado di ricordane anche tremila.
Ecco perché questa professione mi affascina: si tratta di una sorta di moderno alchimista dotato di grandi capacità, passione, cultura e preparazione.

Ed ecco perché ho deciso di sposare un’iniziativa speciale che si chiama #WhatMattersIsInside ovvero un progetto lanciato dallo storico brand parigino Jovoy specializzato in profumeria artistica. E quando scrivo storico è perché è nato, pensate un po’, nel lontano 1923.
Il loro è un progetto davvero nuovo in quanto l’obiettivo che si pone è quello di creare il primo profumo artistico partecipativo d’Italia, partendo dall’idea di dare vita, così come avveniva nel passato, a profumi che raccontino i desideri dell’individuo.
Da qui nasce #WhatMattersIsInside ovvero ciò che conta è dentro.

Come avverrà tutto ciò?
Compilando questo sondaggio per il quale basta esprimere i propri gusti: le opinioni che verranno raccolte saranno lette e interpretate da cinque nasi che realizzeranno altrettanti profumi d’autore proprio sulla base delle indicazioni di tutti coloro che parteciperanno.
C’è tempo fino al 15 aprile per compilare il sondaggio che è veloce e divertente, tanto che servono giusto un paio di minuti.

Le cinque fragranze saranno rivelate a giugno presso i rivenditori esclusivi Jovoy: per sapere quali siano, si può andare qui ovvero sul sito di Essenses, distributore esclusivo per l’Italia, e selezionare appunto i rivenditori Jovoy dove ci si potrà recare per scoprire le fragranze e poi decretare la fragranza che si preferisce.
La fragranza vincitrice sarà prodotta in edizione speciale e limitata in formato 50 ml: la sua scatola ospiterà anche i campioni degli altri quattro profumi.
Il lancio avverrà in autunno e tale edizione limitata sarà disponibile solo presso i rivenditori esclusivi Jovoy in Italia nonché in tutte le boutique Jovoy nel mondo.

E, tra tutti coloro che avranno compilato il questionario e votato, ci saranno dei fortunati che, su estrazione, potranno vincere il primo profumo creato ed eletto democraticamente.
Mi sembra un ottimo motivo per partecipare ed è anche uno dei motivi per i quali apprezzo questo progetto: mi piace perché è artistico e innovativo e perché parla un linguaggio contemporaneo e partecipativo.

#WhatMattersIsInside è stato fortemente voluto da François Hénin (colui che è alla guida di Jovoy dal 2006) in collaborazione con Luca Falchetti di Essenses.

Jovoy è una voce decisamente importante nell’ambito della profumeria artistica: le sue fragranze, conosciute a livello internazionale, sono autentici racconti che seducono per equilibrio, vivacità e originalità, come nel caso di Psychédélique, L’Art de la Guerre, La Liturgie des Heures – giusto per citare qualche nome.

La maison è stata creata da Blanche Arvoy a Parigi nel 1923, come accennavo, e la storia è curiosa e interessante già a partire dal nome.
Jovoy è infatti la contrazione di Joe, il soprannome di Blanche, e di Voy, dal nome del marito Esteban Arvoy.

Negli Anni Trenta, la boutique Jovoy di Rue de la Paix divenne il luogo nel quale i dandy parigini compravano regali per le loro amanti. I profumi erano formulati per essere estremamente opulenti: erano dotati di nomi evocativi, come L’ardente nuit, ed erano tutti contenuti in bottiglie di cristallo Baccarat o Lalique.
Con la crisi economica del 1929, Blanche Arvoy prese la decisione di creare un nuovo marchio al quale diede il nome Corday come segno di ammirazione verso Charlotte Corday, colei che uccise Jean-Paul Marat, uno dei protagonisti della Rivoluzione Francese. Tutti i profumi Jovoy rimasero sotto Corday: negli Anni Sessanta, con la morte della creatrice, purtroppo entrambi i marchi si spensero.

Ma nel 2006, arriva François Hénin che decide di dare nuova vita al marchio e sceglie di non riprodurre i primi profumi ormai troppo distanti dagli standard moderni: nel 2010, crea il suo primo negozio multibrand a Parigi e Jovoy diventa culla per selezionati marchi di nicchia.
Nel 2012, un nuovo negozio di 175 mq trasforma Jovoy nel più grande spazio di profumeria artistica indipendente di tutta la Francia: vengono lanciate sei nuove fragranze apprezzate dagli esperti di settore per la scelta delle materie prime di qualità. È l’inizio di un successo.

In un mondo ormai saturato da lanci, profumi e marchi a ciclo continuo, gli amanti delle fragranze possono rischiare di perdersi chiedendosi, giustamente, cosa sia oggi un profumo artistico.

La profumeria artistica dovrebbe essere un viaggio alla scoperta di ingredienti originali e ricercati, trasformati in fragranze affascinanti, ricche di storie e suggestioni, capaci di avvolgere i sensi con le loro note uniche create da quei nasi dei quali parlavo in principio, raffinati, colti e possibilmente anche sovversivi.

Con #WhatMattersIsInside, Jovoy spera di ritornare a ciò che è realmente un profumo artistico e sogna di farlo grazie all’aiuto degli amanti delle fragranze, ovvero ascoltando i loro pensieri.

Che ne dite, volete essere parte di tutto ciò?

Indovinate un po’? Io ho già compilato il questionario.

Manu

error: Sii glittering, non copiare :-)