A glittering woman chiude per ferie ma prima di lasciarvi…

Cara web-family (posso chiamarvi così?)… ci siamo!
Anche quest’anno è arrivato il momento più atteso (non solo per me, credo), ovvero quello delle tanto sospirate, agognate e meritate ferie estive.

Qualunque cosa sceglieremo di fare – restare a casa, spostarci di pochi chilometri o dall’altra parte del mondo, andare nel posto che frequentiamo fin da quando eravamo bambini o esplorarne uno dove non siamo mai stati…
Ovunque decideremo di andare – mare o montagna, campagna o lago, città d’arte…
Qualunque sarà la compagnia della quale godremo – famiglia, amici e se vivete con cani, gatti & co. pensate a loro, mi raccomando, perché sono per la tolleranza zero verso coloro che li abbandonano, persone inqualificabili e indefinibili
Insomma, ben oltre le nostre personali scelte, ciò che vale per tutti è fare qualcosa di diverso dal solito, spezzare la routine quotidiana.

Ne abbiamo bisogno, abbiamo bisogno di rilassare cuore, mente e fisico, di distoglierli da pensieri diventati faticosi a causa della stanchezza accumulata in un lungo anno di studio o di lavoro (e la stanchezza c’è anche se abbiamo la fortuna di fare un lavoro che amiamo) nonché di impegni personali e familiari.

Staccare consente di fare il pieno di energie da destinare alle nuove attività che intraprenderemo a partire da settembre: l’anno inizia a gennaio, formalmente e sul calendario, ma in realtà è dopo le vacanze estive che fissiamo un nuovo punto di partenza.

Io sono tra coloro che considerano le ferie estive come un’esigenza quasi fisiologica.
Credo di averlo scritto un milione di volte… amo l’estate: amo i suoi profumi (da quello della salsedine fino a quello dei solari al cocco…), i suoi colori (la sinfonia di bianco e blu…), i suoi rumori (penso per esempio al frinire delle cicale…), i suoi sapori (soprattutto quelli della frutta).
Amo l’aria tiepida (anche se non apprezzo la canicola…) e le giornate lunghissime che sembrano non finire mai.
Amo i vestiti leggeri e i sandali, i cappelli e le borse di paglia.
Amo mangiare all’aperto.
Amo i ritmi che diventano più pigri.
Ho dunque bisogno di assecondare tutti questi amori per qualche settimana e allora anche A glittering woman chiude per ferie 🙂

Prima di farvi i miei auguri di buone ferie, però, mi permetto di suggerirvi qualche lettura: sempre che ne abbiate voglia, mi piace l’idea di poter in qualche modo venire con voi, di farvi compagnia nei momenti di relax, magari sotto l’ombrellone davanti al mare oppure sotto una veranda davanti a una cima.

Se le vostre uniche parole d’ordine sono estate e vacanze (e come potrei darvi torto), vi propongo tre miei post risalenti alla scorsa estate ma sempre attuali, ovvero quello sulle valigie, quello sulla prova costume (sapete già come la penso, per me è un’autentica scempiaggine e per dirla con le parole di una persona che mi piace – Cristina Fogazzi alias L’Estetista Cinica«La prova costume? Già il fatto che “costume” e “prova” convivano in una frase in cui non c’è “camerino” mi fa ridere») e infine quello sul ventaglio.
Più estivi e vacanzieri di così non si può 🙂

Sempre per restare in tema estate, vi propongo anche un post su una app particolarmente a tema, Playaya, e un post su un gioco interamente dedicato… al gelato!

Libri da mettere in valigia?
Vi suggerisco tre titoli particolarissimi: Carta preziosa di Bianca Cappello (non solo libro ma anche scrigno…), Mario Valentino di Ornella Cirillo (una storia bella e importante di un grande stilista italiano), Mirror Mirror di Cara Delevingne (quando una modella diventa scrittrice)

Se invece siete incuriositi dalle tendenze moda estive, vi ripropongo un post dedicato a quello che prende il nome di arm party (insomma, il mix & match di bracciali), tendenza ormai in voga da diverse stagioni.
Altra tendenza di cui ho parlato recentemente è quella del marsupio, non solo tendenza ma anche grande ritorno.

Se, oltre a estate e vacanze, la vostra terza parola magica è viaggi, concordo anche in questo caso 🙂 e allora condivido tre racconti di altrettanti viaggi e luoghi che mi stanno a cuore, Vietnam (dove sono stata nel 2005), Polinesia (il mio viaggio di nozze datato 2008) e infine Bretagna, regione nel nord della Francia, luogo che amo e che ho visitato varie volte (nel caso del post nel 2014).

Se in questo periodo resterete (o verrete) a Milano, la mia amata città, ho alcuni spunti per voi: che ne dite di una visita alla mostra Leonardo da Vinci Parade, alla mostra multimediale Modigliani Art Experience, alla mostra dedicata a Valentina Cortese oppure allo splendido Armani/Silos, luogo in cui la moda diventa arte?
O ancora, poco fuori Milano e precisamente a Lainate, recentemente ho scoperto – e amato – la splendida Villa Litta con l’incantevole Ninfeo e i sorprendenti giochi d’acqua.

Se anche voi siete affascinati dalle interazioni tra moda e società, vi propongo una mia disquisizione attorno al potere di immagini e loghi partendo dal caso Ikea – Balenciaga dello scorso anno.
Perché rispolvero questo argomento ora? Perché sembrerebbe che sia vero che il lupo perde il pelo ma non il vizio: dopo il plagio o presunto tale della borsa Ikea, ora tocca a City Merchandise subire le attenzioni della celebre maison (come racconta Pambianco qui)…

Se siete sempre un passo avanti e pensate già alla moda per la prossima stagione, potete dare un occhio alla mia piccola sezione dedicata alle prime anticipazioni autunno – inverno 2018 / 2019.

Se siete in cerca di curiosità, vi propongo il post sugli Amigurumi (li conoscete?) oppure quello sui Bonpon511, una coppia giapponese irresistibile: cosa fanno? Vestono sempre in coordinato!

Altra curiosità: il maneki neko, storiellina divertente soprattutto se, in vacanza, pensate magari di fare incetta di amuleti (io continuerò la mia collezione di evil eye…).

Passiamo ai gioielli: se siete creativi, artisti o designer in tale campo, avete tempo fino al 14 ottobre per partecipare al nuovo bando di Ridefinire il Gioiello, progetto-concorso del quale sono orgogliosa media partner dal 2014.
In questo mio post trovate tutti i dettagli.

Se invece i gioielli li collezionate – come me! – vi ripropongo le mia due scoperte più recenti: Little Bit Bijoux di Giovanna Checchi ed Eilish di Alice Canapa.

Insomma… spero ci siano argomenti per tutti i gusti!
E scusate se mi sono un po’ fatta prendere la mano: è la passione verso tutto ciò che faccio

Come scrivevo in principio, il blog sarà chiuso per ferie per qualche settimana.

Lunedì parto per la Grecia, finalmente, e torno a Samos, uno dei miei luoghi del cuore (ne ho parlato l’anno scorso qui e qui) e, oltre alle letture che vi ho indicato, non sparisco o almeno ci provo 🙂
Sarò dunque attiva sui social, attraverso la mia pagina Facebook e l’account Twitter e soprattutto attraverso Instagram, il mio social preferito, lo ammetto.
Se vi va di interagire, io sono sempre felice di rispondervi, lo sapete già ma lo ribadisco.

A questo punto, non mi resta che augurarvi buone vacanze secondo quella che è sempre e costantemente la mia visione, in qualsiasi momento dell’anno.

Il mio augurio (o invito) è infatti quello di lasciare aperti il cuore e la mente: siate liberi di spirito e indipendenti nel pensiero, siate curiosi e affamati di bellezza e conoscenza.

Sinceramente,
La vostra Manu

P.S.: Ho già in mente un post per la riapertura del blog dopo il periodo di ferie… vedrete, è un’iniziativa interessante dedicata alla contaminazione tra arti visive, musica e pratiche psico-fisiche, un’esplorazione del femminile attraverso quattro giorni di incontri, workshop, concerti, proiezioni, installazioni e performance… ed è interessante sia per chi vorrà partecipare al concorso collegato in qualità di artista emergente sia per chi invece vorrà partecipare alle varie iniziative dei quattro giorni…

Villa Litta di Lainate, quando paradiso e stupore sono vicino casa

Ha proprio ragione chi sostiene che, per fare grandi viaggi, non sia necessario affrontare grandi spostamenti.
Così come ha ragione chi sostiene che, talvolta, capita di conoscere meglio luoghi lontanissimi rispetto a luoghi che abbiamo a pochi chilometri da casa.

Della prima teoria, sono io stessa una convinta sostenitrice – le belle scoperte non dipendono dalla distanza, lo credo fermamente – mentre, per quanto riguarda la seconda teoria, ho un pensiero che non pretendo essere verità assoluta ma che è vero per quanto mi riguarda: il fatto che a volte io non riesca a visitare luoghi vicini e facilmente raggiungibili non è questione di alterigia o superbia, bensì un po’ di semplice e banale stupidità.

Come tanti, tendo talvolta anch’io a rimandare visite a luoghi vicini nella sciocca illusione che tanto avrò sempre tempo o modo di farlo: sbaglio, invece, poiché il tempo passa impietoso e intanto perdo occasioni preziose.

È esattamente ciò che è accaduto con la splendida Villa Visconti Borromeo Litta di Lainate: da molto tempo ne sentivo parlare e da altrettanto ne rimandavo la visita.
Per fortuna, è arrivato un graditissimo invito (grazie M.T.) e così, grazie a una piccola e comoda trasferta organizzata per giornalisti e blogger da Milano, ho finalmente colmato questa mia imperdonabile mancanza, pentendomi abbondantemente per il ritardo, vista la meraviglia assoluta del luogo nonché la sua particolarità e unicità.

Non solo: giovedì 19 luglio, in occasione di tale visita, ho potuto assistere alla proiezione di un interessantissimo docu-film su Villa Litta, scritto e diretto da Francesco Vitali con la collaborazione di Claudia Botta. Leggi tutto

Si vede il marsupio? Ricordi Anni Ottanta – Novanta alla riscossa!

Io e il marsupio in un ritratto firmato da Valentina Fazio – grazie

Se, come me, avete vissuto in prima persona gli Anni Ottanta e gli Anni Novanta, sicuramente ricorderete anche voi un accessorio che riporterà subito alla mente quel periodo, nel bene e nel male: il marsupio.

Già, se siano ricordi positivi o negativi, se fosse successo oppure flop, lascio che siate voi a deciderlo: io mi limito a confermarvi ciò che sicuramente avrete già notato da soli.
Ebbene sì, la moda si è innamorata del marsupio ed è grande amore tra un accessorio sicuramente controverso e i marchi dell’industria moda, da quelli più blasonati a quelli del fast fashion.

Ed era controverso soprattutto il marsupio dei già citati Anni Ottanta – Novanta: era un aggeggio un po’ ingombrante e goffo, pensato più per assolvere a una funzione pratica che non per averne una estetica e dunque veniva spesso proposto in tessuti tipo nylon non esattamente accattivanti nonché in colori spesso esageratamente vistosi…

Cosa sia il marsupio è del tutto superfluo spiegarlo così com’è piuttosto scontato spiegare il motivo del suo successo e della sua diffusione: è comodissimo, lascia libere le mani e soddisfa anche i requisiti di sicurezza in quanto consente di portare addosso, in posizione comoda e ben accessibile, i nostri effetti personali. È quasi impossibile da scippare, contrariamente alla borsa appoggiata alla spalla o portata a mano; rispetto allo zaino, indossato sulle spalle almeno nel suo uso più classico, offre invece la possibilità di posizionare il carico in posizione frontale, sempre a favore del senso di sicurezza.

D’altro canto, come in molti altri casi, anche in questo l’essere umano non ha inventato nulla, ma ha piuttosto tratto ispirazione dalla Natura visto che esiste una classe di mammiferi che prende il nome di marsupiali e comprende simpatiche bestiole quali i canguri e i koala.

Ma se nella femmina del canguro è presente una tasca addominale dove i piccoli, che nascono precocemente a causa della scarsa funzionalità della placenta, completano il loro sviluppo sotto la protezione materna, l’essere umano – che spesso cede a tentazioni più utilitaristiche e meno poetiche, diciamo così – ha pensato di copiare il marsupio per portare oggetti quali soldi, documenti, chiavi di casa e via discorrendo. Ah, cellulare!

Ma dicevo che il problema del marsupio umano (e forse anche il motivo della sua sparizione per quasi due decenni) è la goffaggine nonché l’essere ingombrante: ecco che i marsupi di nuova generazione risolvono anche questi problemi, diventando più piccoli pur restando capienti e soprattutto diventando più aggraziati e accattivanti poiché scelgono di strizzare l’occhio anche alla funzione estetica. Uno di quei casi, insomma, in cui funzione e forma si prendono amichevolmente a braccetto, evviva!

Il marsupio 2018 risulta così vincente per due caratteristiche principali: versatilità e, appunto, estetica.

Versatilità perché, adesso, si può indossare in tanti modi diversi: come dicevo, il marsupio classico si portava in vita o sui fianchi, mentre i modelli più attuali conservano la caratteristica di essere portati a corpo ma si possono portare anche crossbody (ovvero a tracolla in modo trasversale) oppure, nella posizione classica, assolvono alla funzione che appartiene anche alle cinture, ovvero possono creare un punto vita laddove non c’è e perfino su giacche e cappotti. Ancora, si possono agganciare ai passanti di gonne, pantaloni e jeans oppure possono essere dotati di una cinghia che diventa tracolla e li trasforma in piccole borse, rendendoli così accessori dalla doppia anima.

Estetica perché i marsupi non sono più da nascondere, anzi, al contrario, sono da esibire con disinvoltura perché, oltre a essere utili, sono diventati visivamente piacevoli e dunque completano l’outfit: insomma, l’accessorio un po’ trash e un po’ kitsch della moda Anni Ottanta – Novanta diventa invece un oggetto desiderabile e non importa che sia di una grande firma o di un marchio low cost. Ciò che conta è che abbia un’impronta contemporanea per colori, materiali e dettagli.

A proposito… ma com’è tornato in auge il marsupio?
Anche se l’estate che stiamo vivendo pare essere il suo momento di trionfo, in realtà le prime avvisaglie risalgono almeno al 2017.
Tra i primi a proporlo c’è stato Kim Jones, all’epoca designer di Louis Vuitton (e oggi creative director di Dior Homme): a gennaio dello scorso anno, Jones ha riproposto il marsupio da uomo in una versione logata in collaborazione con Supreme, uno dei marchi culto più amati dai giovanissimi.
Da quel momento, il marsupio è apparso di nuovo in molte sfilate uomo e donna: a proporlo, nomi del calibro di Valentino, Armani, Gucci e poi Kenzo, Stella McCartney, DKNY, Marni, ognuno dando una propria interpretazione.

In fondo, la storia del marsupio non è recente e varie forme sono rintracciabili dalla preistoria lungo tutto il Medioevo fino ad arrivare alle tenute militari, incluse quelle delle due Guerre Mondiali del Novecento: occorreva arrivare all’epoca di Instagram perché il marsupio, accessorio amato per esempio da turisti e viaggiatori quanto finora odiato dal fashion system, conquistasse a sorpresa le passerelle di moda e, contemporaneamente, i cosiddetti influencer, prendendosi la propria grande rivincita, sebbene al costo di cedere anch’esso a velleità estetiche e non più solo puramente funzionali.

Come sempre, però, attenzione agli eccessi: in tempi moderni, rischiamo spesso di estremizzare capi e accessori che dimostrano di avere successo.
Sto pensando, per esempio, alla ciabatta marsupio: ebbene sì, il colosso Nike ha annunciato l’intenzione di reinterpretare il suo classico modello di ciabatta, la Benassi, in una nuova versione che fonde due degli accessori più desiderati del momento e che – fino a non molto tempo fa –  non erano certo considerati tra i più cool…

Immaginate una ciabatta (o slider) tipo piscina e immaginate che la striscia che fascia il piede abbia una zip e che nasconda una piccola tasca per riporre monete, chiavi o magari un badge.
Nelle ultime stagioni, la moda ha ridato mordente a ciabatte e marsupi e, complici gli stilisti che li hanno proposti sulle loro passerelle, li ha attualizzati: eccoli ora di nuovo in auge e, con un colpo di genio (genio del bene o del male?), Nike annuncia l’unione dei due accessori, fusi in un unico nuovo dirompente oggetto che sembrava pronto a conquistare (o colonizzare…) l’estate 2018.
E invece, a oggi, nonostante annuncio e vari articoli (perfino da parte del blasonatissimo Vogue…), sul sito ufficiale di Nike non se ne trova traccia: che siano rinsaviti (ehm…), cioè, che abbiano cambiato idea?

Ai posteri l’ardua sentenza, mentre io confesso il mio peccato: ebbene sì, da brava teenager di fine Anni Ottanta – inizi Novanta, non ho potuto che gioire del ritorno del marsupio dal look rifatto.

E l‘ho adottato abbondantemente: già quest’inverno, il primo è stato un marsupio nero con piccole borchie color oro (qui, qui, qui).
Subito dopo, ne è arrivato uno rosso, piatto, con macro borchie argento (qui, qui, qui, qui, qui).
Ne ho anche uno azzurro in pelle che ha doppia funzione, marsupio e borsa (qui), e ne ho un altro nero, piccolo quanto una sorta di tasca (qui, qui, qui).
E infine ne è arrivato un ultimo, il quinto (per ora…), molto simile a quelli dei miei anni adolescenziali, ma con due differenze fondamentali: lo vedete nella foto qui sopra, si porta crossbody, proprio come vuole la tendenza più contemporanea, ed è tutto glitterato (qui, qui, qui) come piace a me, piccola glittering woman 😀 😀 😀

In tutto ciò, mi viene in mente una cosa: qualcuno ha pensato di intervistare Giorgio Panariello chiedendogli il suo parere circa il ritorno del marsupio?
Nella galleria degli ironici personaggi caricaturali inventati dal famoso attore toscano (e inseriti anche nel suo film Bagnomaria del 1999), figura infatti anche Pierre, animale da discoteca tutto marsupio e poco cervello, dotato di un look eccessivo e diventato famoso per lo slogan «Si vede il marsupio???».
E bravo Panariello che, con grande ironia, ha fatto del marsupio un punto cruciale, comprendendo il suo ruolo di oggetto sintomo di un micro fenomeno di moda e dunque anche sociale: nel mio piccolo, non potevo che rendergli omaggio con il titolo di questo post a sua volta sospeso tra serio e faceto 😉 🙂

Oggi più che mai, vale il suo tormentone «Si vede il marsupio???» e accertatevi che la risposta sia 😀

Manu

Shine bright like… Deyemond??? Allora scegliete Eilish di Alice Canapa!

Ammiro chi, oggi come oggi, ha l’ardire di lasciare il certo per l’incerto.
Ammiro chi, oggi come oggi, rinuncia a un mestiere diciamo prestigioso (tipo medico, avvocato, commercialista, ingegnere..) per inseguire i propri sogni (tipo aprire un piccolo brand artigianale).
Ammiro chi ha questo ardire o questa follia, lascio a voi decidere di quale delle due cose si tratti.

Anche per esperienza personale, vi dico che ci vuole una dose di entrambi quasi nella stessa misura: ebbene sì, ammetto che bisogna essere un po’ pazzerelli per rinunciare, oggigiorno, a un posto fisso con stipendio certo, per esempio, eppure non è detto che la sicurezza economica sia tutto o che ci garantisca felicità.
Io, nel posto fisso, stavo rischiando di impazzire e di consumarmi, giorno dopo giorno e anno dopo anno, e ho fatto una scelta folle eppure coraggiosa, composta per una metà di rinunce e per l’altra metà di riconquista della mia vita.
Tornerei indietro? No, mai. Sono più felice oggi? Sì e posso dirlo dopo aver provato entrambe le situazioni.
Ho fatto la scelta giusta? Sì, ho fatto la scelta giusta per me (non pretendo che lo sia in assoluto) e lo dimostra il fatto che, nonostante nessuno sia libero al 100% da un qualche fardello (nel mio caso l’eterna incertezza economica da lavoro autonomo), affermo con decisione e sicurezza che non tornerei indietro e che sono più felice ora (e non di poco) rispetto a quando prendevo 14 mensilità da stipendio fisso pagato con puntualità ogni 27 del mese.

Con questo, non pretendo di dare lezioni di vita a nessuno, lo voglio dire molto chiaramente: ogni caso è a sé e, se qualcuno mi chiedesse consiglio, non suggerirei mai né l’una né l’altra scelta, ma suggerirei piuttosto di essere molto onesti, sinceri e obiettivi per quanto riguarda le proprie personali esigenze e i propri personali obiettivi.
Per questo dico di aver fatto la scelta giusta ma giusta per me.

Detto tutto ciò, ammetto di avere un debole e un’attrazione verso tutti coloro che hanno avuto il coraggio e la follia necessari per fare il grande salto cambiando il corso di una vita che poteva sembrare già tracciata: mi piace raccontare le loro storie e, stavolta, desidero raccontarvi quella di Alice Canapa, la fondatrice del brand Eilish.

Ancora una volta, le nostre strade, la mia e quella di Alice, si sono incrociate grazie al web e, precisamente, grazie a Instagram: conducendo le solite ricerche di oggetti e persone che siano capaci di catturare il mio immaginario, sono capitata sul suo account e sono stata colpita da tre sue affermazioni.

La prima – «Creo gioielli per portare nel mondo un po’ di autoironia», argomentazione che mi piace moltissimo perché considero l’autoironia come un ingrediente fondamentale in ogni impresa.
La seconda – «Credo fermamente negli unicorni», dimostrazione che Alice crede – come me – che ciò che spesso viene considerato impossibile possa invece diventare possibile.
La terza – «Glitter addicted»… e vuoi dirlo, cara Alice, a una che ha chiamato il suo spazio web A glittering woman? 😀

Detto fatto, in cinque minuti, dopo aver curiosato tra le foto di Instagram, ho cliccato sul link del negozio virtuale di Eilish su Etsy, il portale dedicato ad artigianato e vintage: lì ho scoperto un bel po’ di cose.

Alice racconta di essere nata nel luglio del 1987 a Osimo, uno splendido paesino nelle campagne marchigiane, vicino ad Ancona: è un’artigiana orafa ed è la fondatrice – appunto – del brand Eilish.

La sua passione per l’arte orafa nasce in parte grazie alla mamma che è amante dei gioielli e in parte per un grande amore di Alice stessa per tutto ciò che è a artigianato.
Accantonata la laurea in ingegneria (vedete che il mio citare gli ingeneri in principio non era poi del tutto casuale..), la nostra Alice ha capito che il suo lavoro doveva essere quello di orafa: si è rimessa a studiare e, dopo un diploma in oreficeria, ha cominciato pian piano a costruire il suo laboratorio.

Per Eilish, fa tutto da sola: disegna e crea i gioielli che sono principalmente in argento e ottone, gestisce i negozi online, spedisce, cura i social (l’account Facebook oltre al già citato Instagram) e i contatti con i clienti.
Il tutto avviene nel suo studio, «accanto al caminetto, al primo piano della mia casa».

I suoi gioielli rigorosamente artigianali parlano (molto) di lei: la sua follia (e lo dice lei!), la sua autoironia, il suo amore per il glitter e per il colore rosa…tutto si mescola aiutandola a creare accessori particolari e che non passano certo inosservati, perché i pezzi Eilish nascono con lo scopo di far sentire unica ogni donna grazie a un design moderno pensato per brillare in ogni occasione.

Negli ultimi anni, Alice ha anche cominciato a tenere dei workshop attraverso i quali insegna tecniche base di oreficeria: la sua idea è far capire che ogni persona è in grado di creare qualcosa con le proprie mani, anche chi si definisce negato (devo andare a trovarla…).
Dato il successo di questi workshop, all’inizio del 2014 e sempre a Osimo, è stata tra le fondatrici dell’associazione culturale Il Canapaio, un luogo in cui vengono organizzati laboratori in cui i creativi, locali e non, insegnano la loro arte.
Insomma, Il Canapaio (vi lascio anche l’account Instagram) è uno splendido esempio di vero spirito di condivisione, proprio come piace a me.

Forse, qualche lettore particolarmente attento (grazie ) ricorderà quando ho raccontato della mia malattia (ehm…) mania per gli occhi: infatti, tra le creazioni di Alice, ho scelto e acquistato (per ora…) un pezzo della linea Deyemond, ironico gioco di parole tra diamond e eye.
Nella foto in apertura, vedete pertanto la sottoscritta che indossa la collana con occhio in argento 925 disegnato da Alice: la nappina si può scegliere in cinque diverse varianti colore, mentre l’occhio è disponibile anche nella versione ottone placcato oro giallo.

Se vi piace la collana, la trovate qui e potrete apprezzare anche il motto scelto da Alice per questa sua linea, giocando un po’ con il ritornello di un celebre brano della cantante Rihanna: Shine bright like a diamond è diventato Shine bright like Deyemond.

Lo confesso: adoro Alice nonché la bravura e l’ironia che ha riversato in Eilish.

Meno male che non ha fatto l’ingegnere anche se, magari, sarebbe stata bravissima anche a fare quello.

Manu

Con Leonardo da Vinci Parade iniziano a Milano le celebrazioni vinciane

Ricordo molto bene l’emozione provata quando, grazie al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano, ho incontrato un vero androide, illustre, unico e con le sembianze di uno degli uomini più famosi non solo del Rinascimento, ma di tutta la storia umana: il pittore, ingegnere e scienziato Leonardo da Vinci.

Nel 2015, il Museo – che tra l’altro è intitolato proprio al grande genio – ha infatti ospitato un androide che si avvale di tecnologie di mimica facciale di ultima generazione: il robot, a grandezza naturale e con una verosomiglianza davvero impressionante, veniva dal Giappone, progettato dal team di Minoru Asada, Direttore Robotica di Neuroscienze Cognitive dell’Università di Osaka.

Da eterna curiosa e affamata di conoscenza quale sono, Leonardo è per me una figura importantissima e avere l’occasione di vedere da vicino quel robot che parlava e interagiva grazie a software sofisticatissimi ha rappresentato un’esperienza particolarissima (che ho raccontato qui).

Il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia è un luogo che amo particolarmente poiché racconta storie di scienza, tecnologia e industria senza preconcetti: vide la luce il 15 febbraio 1953, sotto la spinta di un gruppo di industriali lombardi guidati dall’ingegner Guido Ucelli.

L’idea di Ucelli era quella di dotare l’Italia, al pari degli altri grandi Paesi europei, di un museo che raccontasse «il divenire del mondo» a partire da uno sguardo di unità della cultura: questa idea di dialogo senza barriere tra cultura umanistica e artistica e cultura tecnico-scientifica ispira ancora oggi le scelte e il piano strategico di sviluppo dell’istituzione meneghina e rappresenta uno dei motivi alla base del mio amore.

Il nome di Leonardo da Vinci accompagna il Museo fin dalla sua inaugurazione avvenuta con una grande mostra che celebrava il cinquecentenario della nascita del grande genio vissuto tra il 1452 e il 1519: Leonardo è infatti il miglior simbolo di quella continuità tra i due lati della cultura, espressioni differenti quanto complementari della creatività umana, fortemente presenti nella vita e nell’operato del genio di Vinci. Leggi tutto

Elogio del micro: Giovanna Checchi e i suoi Little Bit Bijoux

Come si evince facilmente dalle foto che condivido attraverso il mio account Instagram e come ammetto molto apertamente, ho una gran passione per gli anelli dalle dimensioni importanti, come li definisco io, o vistosi, come li definiscono (peraltro giustamente) altre persone.
Li amo talmente tanto da averne ricavato anche due post pubblicati nel blog (qui e qui) e, sebbene la mia ormai vastissima collezione (portata avanti con entusiasmo da quando avevo 15 anni) sia estremamente eterogenea quanto a forme, materiali e dimensioni, in effetti a prevalere sono proprio quelli che molti chiamano statement ring oppure cocktail ring – anche se le due tipologie non sono esattamente la stessa cosa.

Statement significa dichiarazione oppure affermazione e, abbinato all’ambito gioiello, va a indicare quei pezzi che, in effetti, sono una sorta di affermazione di importanza o affermazione di visibilità: statement ring indica dunque tutti quei pezzi che si fanno notare e che attraggono lo sguardo, non necessariamente o non esclusivamente per un valore economico, tanto da essere diventato anche un hashtag molto utilizzato proprio in Instagram.

Il discorso è un po’ diverso – e secondo me più affascinante – per quanto riguarda i cocktail ring e soprattutto le loro origini.
Anch’essi grandi, sfacciati ed eccentrici, in origine i cocktail ring erano permessi solo dopo l’ora del tè, da portare rigorosamente alla mano destra.
Cocktail ring, letteralmente anello da cocktail, è la definizione che ha sempre accompagnato il monile dall’epoca del proibizionismo americano, ovvero quel periodo fra il 1919 e il 1933 in cui negli Stati Uniti venne sancito il bando sulla fabbricazione, la vendita, l’importazione e il trasporto di alcool: furono anni in cui divenne estremamente seducente e affascinante l’idea di indossare tali anelli esagerati per partecipare a feste clandestine.
In queste occasioni, in ambienti estremamente selezionati, si poteva esporre tutto ciò che era considerato illegale: per quanto riguarda l’anello, più era prezioso e originale maggiore era il fascino di chi lo sfoggiava, in modo direttamente proporzionale.
I tempi cambiarono, il proibizionismo finì, ma il cocktail ring mantenne il suo fascino e continuò a essere presente nelle feste dell’alta società degli Anni Cinquanta – Sessanta.
Oggi non ci sono più veti assoluti, il galateo non è più vincolante come un tempo e prevale l’espressione della nostra singola personalità: capita che tutti gli anelli grandi vengano definiti cocktail ring in nome di queste intriganti origini e delle dimensioni importanti, ma in realtà, dal punto di vista tecnico, non è proprio così.
Inizialmente, per essere definito da cocktail, un anello doveva infatti essere non solo oltremodo grande ma anche essere dotato di una pietra preziosa incastonata a griffe, quel tipo di montatura che prevede che la gemma venga inserita all’interno di una corona costituita da un numero variabile (in genere da tre a sei) di punte equidistanti che formano una base a forma di cestino: inoltre, andava portato assolutamente a destra, ripeto, all’anulare o al dito medio.
Pian piano, sebbene la rigidità dell’etichetta sia andata scemando, è rimasto proibito portarlo all’anulare sinistro, dito dedicato esclusivamente agli anelli del cuore, ovvero la fede e l’anello di fidanzamento.
Attualmente non è necessario che il cocktail ring sia costoso: rimarrebbe invece valido, per godere dell’appellativo, che conservasse le caratteristiche della grande pietra (che siano gemme oppure pietre semi-preziose oppure cristalli) e della montatura a griffe.
Dunque, sarebbe forse meglio definire i grandi anelli moderni semplicemente come statement ring.

Chiudo qui la divagazione storico-sociale che spero abbia affascinato e incuriosito anche voi, miei cari amici che leggete, e torno a noi …
Scherzando (ma non troppo) affermo spesso che, prima o poi e appena metto da parte un gruzzoletto, consulterò uno psicologo allo scopo di dare un perché alla mia mania per gli anelli enormi… poi, invece, spendo (quasi) tutto quanto in bijou (enormi!) e allora volete sapere una cosa? Mi sono fatta una diagnosi da sola…
Perché mi piacciono gli anelli esagerati?
Ma perché sono esagerata in tutto ciò che mi riguarda: sono fedele a persone, cause e ideali fino allo spasmo, amo con ogni centimetro e ogni grammo della mia persona, sono logorroica, gesticolo troppo, faccio un sacco di smorfie con il viso, sono una collezionista seriale e, quando faccio shopping, a volte compro non una ma due cose… volete mettere il gusto di avere una maglia che mi piace in due colori?
Insomma, sono un vero disastro…
(Ditemi però che non sono l’unica, vi prego, ad avere la mania del doppio colore…)

Non solo, oltre a essere (un tantino) esagerata in ogni mia manifestazione, ho un altro significativo difetto: non ho mezze misure.
Passo da un estremo all’altro e dunque passo dalla passione per i bijou fuori misura alla passione per quelli piccoli, leggeri, delicati, poetici, ovvero quelli che riescono, in pochi centimetri e in maniera inversamente proporzionale alle loro dimensioni micro, a contenere e sussurrare milioni di suggestioni.

E così, stavolta, un’amante del macro si innamora del micro e ne fa un sincero elogio per un motivo ben preciso: Giovanna Checchi, l’anima di Little Bit Bijoux, il marchio che vi presento, è capace di miniaturizzare mondi interi – soprattutto fiori e origami – racchiudendoli in piccole sfere, semisfere, boccette da portare al dito, al collo, al lobo.

Classe 1981, stilista freelance di abbigliamento per bambini, Giovanna vive a Milano con il suo compagno e i loro bimbi.
Si definisce curiosa e sognatrice, appassionata di viaggi, disegno, musica e DIY (l’acronimo di do it yourself, equivalente dell’italiano fai da te).
Creatività e fantasia sono eterne costanti della sua vita.

Quello da stilista di abbigliamento bimbo è un lavoro che Giovanna ama, ma desiderio e bisogno di creare direttamente con le mani l’hanno portata a dar vita a Little Bit Bijoux.
Nel suo negozio su Etsy, il grande portale particolarmente dedicato al fai da te, si possono trovare i suoi bijou interamente fatti a mano, realizzati con passione, amore e cura per il dettaglio (letteralmente!): l’intento è offrire un prodotto bello, originale e ben rifinito, pezzi unici come unica è l’ispirazione da cui nascono e unica è la personalità di ogni donna che sceglierà di indossarli.

I fiori utilizzati sono tutti veri, pressati, essiccati e trattati in modo tale che rimangano invariati nel tempo.
Alcuni sono raccolti e lavorati direttamente da Giovanna, altri vengono da lei acquistati da fornitori di sua fiducia, esperti e competenti.
Anche i piccolissimi origami – soprattutto gru e barchette – racchiusi sotto le campane di vetro sono opera delle sue pazienti manine e sono realizzati con carte di riso esclusivamente di origine giapponese.
Non solo: Little Bit Bijoux nasce per soddisfare sogni e desideri, quindi le richieste dei clienti sono ben accette e Giovanna fa fronte anche a ordini personalizzati.

Chi mi conosce sa che, monili a parte, il mare è forse la mia più grande passione: nonostante sia nata in una grande città, mi trasferirei volentieri in un posto di mare e dico di avere l’acqua salata nelle vene insieme al sangue.
Amo il mare in ogni stagione e a qualsiasi latitudine: amo tutto ciò che me lo ricorda, la sabbia, le conchiglie, le barche – e non solo quelle vere.
Quand’ero bambina mi hanno insegnato a fare le barchette di carta e ne ero tremendamente affascinata: credo di averne fatte a centinaia, forse a migliaia, di ogni dimensione e colore.
Quando ho visto quelle in miniatura di Little Bit Bijoux… non ho potuto resistere.
Ho contattato Giovanna e le ho chiesto, oltre al pendente, se fosse possibile avere un anello poiché adoro combinare questi due monili: lei ha accettato e ha creato un anello che ha fatto decisamente capitolare una fan sfegatata degli statement ring.

Vi lascio con piacere il link di Little Bit Bijoux su Etsy (il negozio, tra l’altro, è aperto dal 2014) nonché il link del relativo account Facebook e il link di quello Instagram che è il luogo virtuale in cui prediligo fare ricerche e che – come in tanti altri casi – mi ha fatto trovare Giovanna: poi, siccome lei è di Milano come me, sono andata a trovarla di persona e lì, trovando una persona appassionata, entusiasta e capace, è scattata la seconda scintilla che ha fatto sì che io abbia deciso di scrivere di lei.
Se volete i miei stessi monili, quelli che vi mostro nella foto che apre il post, qui trovate la collana con la sabbia e la barchetta e qui l’anello.

Ah, a proposito di acquisti doppi…
Ma se, visto che amo gli origami, dopo la barchetta, io acquistassi anche la collana con la gru?
(Non c’è nulla da fare, sono proprio incorreggibile…)

Manu

Antica Sartoria, il sogno di Giacomo Cinque da Positano al mondo

Undici anni fa, in agosto 2007, trascorsi un periodo di vacanza nei pressi di Salerno.
Mi portarono a visitare le perle della splendida Costiera Amalfitana, da Atrani a Cetara, da Maiori a Ravello, da Praiano a Vietri, da Amalfi a Positano: proprio a Positano, ebbi occasione di conoscere il marchio Antica Sartoria innamorandomene perdutamente.
Raramente avevo visto in vita mia un luogo così colorato, fantasioso e allegro, in Italia e all’estero, e naturalmente feci degli acquisti.

Nonostante l’Antica Sartoria di Positano avesse lasciato in me una profonda impressione, nel tempo non ho più avuto occasione di visitare alcun punto vendita, almeno non fino a quest’anno quando mi sono trovata per qualche giorno a Sestri Levante (alloggiando per la seconda volta al b&b La Terrazza sui Fieschi): lungo la via dello shopping della bella cittadina ligure, ho visto alcune vetrine coloratissime e ho subito capito che si trattava di uno dei negozi del marchio che mi aveva rubato il cuore tanti anni prima.

Inutile dirvelo: sono entrata e, tra una chiacchiera e l’altra con il simpaticissimo personale che lavora in negozio, ho fatto acquisti tra cui la gonna e la borsa (adagiata sulla panchina) che potete vedere nella foto qui sopra che risale allo scorso 3 giugno a Verbania sul Lago Maggiore.
In verità, sono tornata anche il giorno dopo, ripensando ad altri articoli che avevo lasciato in negozio: il bottino finale, oltre a gonna e borsa, è stato di due collane (qui e qui), un paio di orecchini e una candida camicia in lino per mio marito (e della quale ci siamo innamorati entrambi).

L’entusiasmo riscosso dalla gonna attraverso il mio account Instagram (qui, qui, qui e qui) è stato davvero tanto e caloroso, dandomi conferma di quanto lo stile di Antica Sartoria piaccia a moltissime persone in modo assolutamente trasversale: piace perché è uno stile libero, caratterizzante ma anche da caratterizzare e vivere a modo proprio, un po’ hippie un po’ bohémien un po’ gipsy, sicuramente libero da frontiere e barriere di qualsiasi tipo, culturali oppure etniche.
Io lo identifico con i colori del nostro splendido sud ma, allo stesso tempo, mi ricorda quelli dell’America Latina e dell’Africa.

Tutto ciò mi ha fatto venire il desiderio di indagare meglio sul brand e su Giacomo Cinque, il fondatore, condividendo la storia con voi, amici che state leggendo, una storia che affonda le proprie origini negli Anni Sessanta quando, oltre al movimento hippie (o hippy), Positano sperimentava e lanciava l’interessante fenomeno dell’omonima Moda Positano.

In quegli anni, quando si partiva per una gita al mare, frequentemente non ci si sentiva a proprio agio a causa dell’abbigliamento da città, naturalmente formale ma inadatto alla Costiera: come per incanto, il clima in questa baia dorata è infatti sempre mite e quindi chi arrivava andava subito alla ricerca di parei, bermuda, pantaloncini, costumi e tutto quanto poteva essere utilizzato in spiaggia o in barca.
E così, i primi negozi di ceramiche e souvenir nati proprio in Costiera venivano assaliti da richieste del genere: essendo per tradizione e origini storiche degli ottimi commercianti, gli abitanti inventarono la cosiddetta Moda Positano improvvisandosi sarti e tagliuzzando foulard, asciugamani di lino e cotone, qualche volta saccheggiando i corredi delle spose e trasformando lenzuola finissime ricamate a mano e vecchi centrini da tavolo fatti a tombolo o a uncinetto in particolarissimi ed estrosissimi abiti da sera.
Questa moda sicuramente stravagante venne apprezzata fin dai primi momenti proprio perché diversa e impensabile dai celebrati e blasonati sarti e stilisti di Milano, Torino, Firenze, Roma.
In seguito, aiutati dalla naturale bellezza del luogo e avendo un carnet di ospiti stravaganti e facoltosi che (forse avendo già tutto) nutrivano grande voglia di diversità, i pezzari (così furono definiti) andarono a rifornirsi nei mercatini dell’usato poiché i corredi familiari erano finiti.
E furono proprio gli improvvisati sarti commercianti che, aiutati da imprenditori del calibro di Benetton e Fiorucci, inventarono il tinto in capo: la tintura in capo è una tecnica che consiste nel tingere un capo di abbigliamento già confezionato e questo richiamò l’attenzione di molti stilisti che producevano capi in bianco che venivano poi tinti successivamente a seconda delle esigenze proprio a Positano.
Negli anni, iniziarono a fiorire tante piccole botteghe e a questo punto posso introdurre Giacomo Cinque.

Nato a Positano, Cinque vive la sua infanzia nel momento clou, ovvero i fantastici Anni Settanta, e assorbe come una spugna tutta l’energia positiva e colorata di quell’epoca: giorno dopo giorno, cresce la sua passione per l’abbigliamento e lui passa con curiosità da un laboratorio all’altro nel momento dei pezzari e delle loro pezze.
Frequenta l’accademia di moda e, tra lezioni di storia dell’arte e del costume e lezioni di stilismo e modellismo, decide che tessuti, colori e filati sarebbero stati il suo mondo.
Giacomo Cinque riversa così tutto l’amore per i ricami e l’arte proprio nell’abbigliamento, iniziando a realizzare (come fa ancora oggi) capi stravaganti e qualche volta irripetibili.
Decide di vestire le vacanziere in giro per tutto il mondo, le immagina come allegre sirene in grado di ammaliare i più restii Ulisse tra tessuti colorati, pizzi bianchi e talismani portafortuna.
Nel frattempo, siamo arrivati ai primi Anni Ottanta e le sue creazioni diventano un fenomeno moda ambito da tutte le aziende locali e dai compratori che arrivano da tutto il mondo, tanto da essere corteggiato come una star.

Tenacia, gusto, tecnica, passione, intuito, umiltà e amore per il proprio lavoro sono gli ingredienti che decretano il suo successo e, dopo aver lavorato per quasi tutte le aziende positanesi come stilista, Giacomo Cinque decide di produrre una propria linea, spostando la produzione da Positano all’India, creando insieme al socio Riccardo Ruggiti il marchio Antica Sartoria con cui oggi vende il suo prodotto in tutti i negozi (qui trovate l’elenco) posizionati vicini ai mari del mondo o dove, per la bellezza dei luoghi e per cultura (Roma, per esempio), si fanno le vacanze o regna lo spirito festaiolo.
Sì, perché Giacomo Cinque ama definirsi come il sarto per le feste: «chiamatelo – si dice sul sitoe ve ne organizzerà una».

Perché ho deciso di parlarvi di Giacomo Cinque e della sua Antica Sartoria?

Il primo motivo ve l’ho detto: amo le sue creazioni e so di non essere l’unica.

Il secondo motivo è lo spirito imprenditoriale ed etico: vista l’esigenza – e la mancanza – di sarte e corredi, Cinque si è aperto alla continua scoperta di nuovi posti dove produrre con il nostro gusto e la nostra cultura, tenendo i prezzi accessibili a un turista attento ai dettagli.
Quindi Antica Sartoria produce oggi in tutto il mondo e vende in tutto il mondo, ma con il cuore e lo spirito positanesi e italiani. Ecco perché parlo di imprenditorialità ma anche di etica.

Antica Sartoria non è una moda di passaggio e supera i trend – e qui abbiamo il terzo motivo del mio apprezzamento: è un sodalizio magico tra la creatività del fondatore e l’abilità di artigiani (soprattutto indiani) produttori da secoli di cotoni e sete, artisti nel colore e coadiuvati da abili ricamatrici.

E a dimostrare che questa formula funziona c’è anche il numero di fan su Facebook, oltre 23mila, e su Instagram, quasi 52mila, merito – a mio avviso – di una filosofia che definirei ancora una volta hippie e bohémienne, in contrasto con un’epoca un po’ tesa e spesso difficile quale è la nostra e in cui ai figli dei fiori si sono (purtroppo) sostituiti hater, troll e leoni da tastiera…

E detta filosofia piacevolmente libera e leggera in senso buono è perfettamente riassunta dallo slogan «moda mare per amare».

Ecco, magari proviamo (almeno ogni tanto) a tornare a mettere fiori nei nostri cannoni.

Manu

Quando Rolling Stone ci invita a fare la nostra scelta…

Quella che vedete qui sopra è la copertina di luglio 2018 di Rolling Stone Italia, in edicola da oggi.
E io vorrei dire qualcosa in merito, soprattutto a chi sostiene che tale copertina sia esagerata, fuori luogo, populista, demagogica, sinistroide. Che si tratti di sciacallaggio, come ho letto da qualche parte.
Quel qualcosa che desidero dire non sono parole mie: le prendo in prestito dal tedesco Martin Niemöller (1892 – 1984), teologo, pastore protestante e oppositore del nazismo.
Le parole – che mi fanno pensare ogni volta in cui le rileggo – sono queste.

«Quando i nazisti presero i comunisti,
io non dissi nulla perché non ero comunista.
Quando rinchiusero i socialdemocratici,
io non dissi nulla perché non ero socialdemocratico.
Quando presero i sindacalisti,
io non dissi nulla perché non ero sindacalista.
Poi presero gli ebrei,
e io non dissi nulla perché non ero ebreo.
Poi vennero a prendere me.
E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa.»

Ho scelto i versi originari e originali di Martin Niemöller, ma esistono diverse versioni e anche interpretazioni e reinterpretazioni.
Le sue parole risultano così forti da aver avuto influenza su molte opere venute in seguito, come la canzone Yellow Triangle del cantante di musica folk irlandese Christy Moore; anche il duo musicale scozzese Hue and Cry ha parafrasato la poesia in una propria canzone e i versi hanno avuto un peso anche per la canzone Emigre del gruppo punk statunitense Anti-Flag.

Quando le scrisse, Niemöller si riferiva all’inattività degli intellettuali tedeschi in seguito all’ascesa al potere dei nazisti e agli obiettivi da loro scelti, gruppo dopo gruppo; la poesia è in seguito diventata un monito contro il pericolo dell’apatia sociale e politica, per sottolineare come essa possa trasformarsi in qualcosa che si ritorce proprio contro chi pensa di non essere toccato da certi fenomeni.
Contro chi è indifferente, apatico, chiuso nel proprio guscio che crede sia una protezione.

Io non desidero affatto dirvi cosa dovete pensare, amici che state leggendo.
Cerco di non farlo mai, in nessun ambito e su nessun argomento: mi limito a esporre il mio punto di vista e a esporre quante più possibilità mi vengono in mente.

Non sono dunque qui per dirvi se abbia ragione Matteo Salvini, Rolling Stone Italia o chi si schiera contro la rivista.
Non vi sto dicendo da quale parte stare, vi dirò semplicemente cosa farò io.

Io che credo nella libertà (a partire da quella di parola e di stampa) e che amo i diritti, io che i diritti li voglio per tutti (come ho scritto nel 2015 qui e nel 2016 qui), io che credo nelle persone di buona volontà e di pensiero indipendente, che siano di destra o di sinistra, bianche o nere, omosessuali o eterosessuali, italiane o straniere, io che amo il mio Paese e che lo vorrei vedere progredire veramente; domani, io che ho tutto ciò nella testa e nel cuore, andrò in edicola, comprerò Rolling Stone Italia e lo leggerò (qui trovate un’anticipazione, se volete).
Non solo: continuerò sempre a informarmi e continuerò sempre a tenere testa e cuore aperti.
Darò sempre a me stessa una, dieci, cento possibilità.

E vi dirò anche cosa non farò.

Io non mi farò rinchiudere in un recinto, anzi, non mi ci rinchiuderò da sola, non resterò indifferente, non farò finta che vi siano categorie umane alle quali non appartengo.
O che non mi interessano o che mi infastidiscono o che disturbano i miei interessi.
Io non penserò di essere protetta dal fatto di essere cittadina italiana figlia di cittadini italiani e discendente di cittadini italiani, non mi sentirò protetta dal fatto di essere bianca, di religione cattolica anche se non praticante, eterosessuale e coniugata.
Io non crederò che esista guscio che possa proteggermi.

Rolling Stone è stato fondato negli Stati Uniti 51 anni fa come periodico di musica, politica e cultura di massa.
Dal 1967 porta avanti i concetti di intrattenimento e di impegno sociale: è fallibile, come qualsiasi opera e associazione umana, ma ha tanta passione da darsi lo slogan «Sulla pietra che rotola non cresce il muschio».

Ovvero chi rifiuta di stare fermo sulle proprie posizioni, chi continua a muoversi… chi fa tutto ciò impedisce che il cervello si atrofizzi imprigionato dal muschio dell’indifferenza, dell’inattività, dell’apatia, della pigrizia, dell’indolenza, della paura.

E io chiedo questo, a me e a voi: diamo a noi stessi una chance, non aspettiamo di voltarci e di non trovare anima viva attorno a noi.
Io vedo in tutto ciò, nella copertina di Rolling Stone, un’occasione, una possibilità.
L’importante è non tacere, perché non prendere posizione e non avere un’opinione è cosa che mi terrorizza più di qualsiasi scelta, sicuramente molto più di una persona che la pensi in maniera diametralmente opposta alla mia.

Manu

Modigliani Art Experience, excursus multisensoriale al Mudec di Milano

Martedì 19 giugno sono stata al Mudec, il Museo delle Culture di Milano, per l’anteprima stampa che ha inaugurato Modigliani Art Experience, affascinante excursus multi-sensoriale dedicato al Maestro Modì.

Dovete sapere che, da sempre, Modigliani colpisce profondamente il mio immaginario, dunque ero molto curiosa di scoprire come fosse stata impostata quella che, per ora, non voglio chiamare semplicemente mostra (vi spiegherò perché).

Per prima cosa, ho ascoltato l’interessante conferenza stampa, rimanendo estremamente colpita dalle parole del professor Francesco Poli, storico, critico d’arte e curatore di Modigliani Art Experience.

Dopodiché, ho attraversato la sala introduttiva che ospita alcuni capolavori di arte primitiva africana del XX secolo provenienti dalla collezione permanente del Mudec nonché due ritratti opera di Modì e provenienti dal Museo del Novecento di Milano: questa sala è determinante poiché, nel medesimo ambiente, unisce i modelli artistici di arte primitiva che il genio livornese ebbe senz’altro a ispirazione e, appunto, alcuni ritratti originati da tali ispirazioni, il tutto allo scopo di poter fare un confronto immediato e diretto.

Infine, sono entrata nella Experience room, il cuore di tutto l’evento, un’unica grande sala che introduce nel mondo bohémien di Amedeo Modigliani nella Parigi dei primi del Novecento. Leggi tutto

Francesca Caltabiano, gioielli onirici con un valore aggiunto

Succede che, in un caldo e assolato pomeriggio di maggio, io vada al press day organizzato da una persona che stimo per presentare a stampa e blogger alcuni brand.

Succede che, in quella occasione, io veda, tocchi e provi i gioielli di una designer e succede che scatti un amore immediato, per lei, per i suoi gioielli, per i suoi progetti: il nome di questa designer è Francesca Caltabiano.

Da sempre appassionata di minerali, gioielli, cinema e moda, Francesca Caltabiano si laurea nel 1989 a New York in Fashion Marketing presso il Fashion Institute of Technology e si diploma inoltre al Gemmological Institute of America: con questo istituto, Francesca collabora per alcuni anni come gemmologa.

L’influenza della New York degli Anni Novanta segna profondamente il percorso creativo e culturale dell’artista fiorentina, tanto che i gioielli che nascono dal suo cuore e dalle sue mani diventano espressione degli interessi, delle passioni e dei ricordi che mette insieme in quegli anni: non solo, il mondo fiabesco si incontra e si mixa con varie forme di arte. Leggi tutto

Ridefinire il Passato, ovvero parte l’edizione 2018-19 di Ridefinire il Gioiello

Lo confesso, sono tra coloro che pensano che sia l’uomo a rendere preziosa la materia attraverso il suo lavoro e non il contrario.

Questo pensiero mi guida in tutto ciò che faccio e in tutto ciò che scelgo di presentare, qui nel blog e attraverso il mio lavoro di editor.
Non sono una sostenitrice a ogni costo dei materiali nobili e della loro preziosità intrinseca (che spesso è preziosità economica e commerciale) e, al contrario, sostengo con convinzione che i materiali alternativi – quelli cosiddetti poveri oppure di riuso, di recupero, di riciclo o ancora estrapolati dalla loro funzione principale, come ho narrato per esempio in un recente post su Brandina, marchio che usa le tela dei lettini da mare per creare borse – siano in grado di dare le soddisfazioni più grandi, di creare la magia.

Tutto ciò è anche dovuto al fatto che attribuisco all’essere umano un ruolo fondamentale: è l’uomo con la sua azione, il suo operato, il suo intervento, la sua maestria, la sua intelligenza, la sua fantasia, la sua creatività e la sua capacità di guardare oltre a trasformare, plasmare, forgiare, elevare e, in molti casi, dare nuova dignità ai materiali, trasformandoli in oggetti compiuti, in qualcosa di intrigante o anche provocatorio.

Ed è proprio in quest’ottica che, dal 2014, sono tra i media partner di un concorso che si chiama Ridefinire il Gioiello.

Nato nel 2010 a cura di Sonia Patrizia Catena, il progetto è cresciuto edizione dopo edizione, diventando negli anni un importante punto di riferimento nella sperimentazione sul gioiello contemporaneo, di design e d’arte nonché un’interessante vetrina per artisti e designer.
È un progetto itinerante che promuove creazioni esclusive, selezionate dalla giuria e dai partner per aderenza a un tema sempre diverso nonché per ricerca, innovazione, originalità ideativa ed esecutiva: gioielli tra loro molto diversi per materiali impiegati (naturali, tecnologici, organici e inorganici ma non oro o argento se non per piccole minuterie) vengono uniti di volta in volta grazie a una tematica comune, sempre interessante e stimolante.

A fare la differenza e a dare il valore aggiunto è dunque l’idea, così come avverrà anche per la settima edizione di Ridefinire il Gioiello che vado oggi a presentare e introdurre.

L’edizione 2018 – 19 prende il nome di Ridefinire il Passato e chiede agli artisti di pensare e progettare un gioiello che valorizzi la memoria delle creazioni esposte al Museo del Bijou di Casalmaggiore.

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Valentina Cortese, splendido omaggio alla diva allo Spazio Oberdan

Valentina Cortese – Roma 1973 – foto Pierluigi

L’ho scritto in varie occasioni: reputo che, oggi, parole come icona e mito siano spesso abusate e applicate a persone, situazioni e cose che, in realtà, non sono né iconichemitiche.
Pensate che io sia un po’ troppo severa?
E allora permettetemi di farmi perdonare parlandovi di qualcuno che è davvero una icona e un mito, di qualcuno che è una grande diva: Valentina Cortese.

Nata a Milano (ma originaria di Stresa, sul Lago Maggiore) il primo gennaio 1923 (e dunque oggi 95enne), Valentina Cortese è stata una delle attrici di punta del cinema italiano degli Anni Quaranta assieme ad Alida Valli e Anna Magnani.
Da allora, la sua carriera è stata in costante ascesa: l’elenco dei suoi film e dei suoi lavori teatrali è pressoché infinito e ha lavorato con registi immensi tra i quali Michelangelo Antonioni, Vittorio Gassman, Federico Fellini, Mario Monicelli, Franco Zeffirelli, François Truffaut, Giorgio Strehler, giusto per fare alcuni nomi.
Forse non si dovrebbe mai dire l’età di una donna e soprattutto di una diva, ma io credo che nel suo caso sia un valore aggiunto nel percorso di una persona straordinaria, vera icona di stile e star internazionale, da Cinecittà a Hollywood passando per il Piccolo Teatro di Milano.

Vi sto parlando di lei perché, fino a fine agosto, lo Spazio Oberdan di Milano ospita una bellissima mostra intitolata Valentina Cortese – La diva, un progetto di Elisabetta Invernici e Antonio Zanoletti.

La mostra – a ingresso gratuito – comprende oltre 30 scatti dei più grandi fotografi italiani e stranieri che raccontano la storia privata e pubblica di Valentina Cortese, simbolo di carisma e di eleganza.

La sua è una carriera lunga ben 70 anni, trascorsa calcando le scene di set e teatri al fianco dei più grandi registi, come vi accennavo, con un piglio e una professionalità che la rendono unica.
Visionaria e, al tempo stesso, dotata di quella concretezza artigianale indispensabile in ogni lavoro artistico, Valentina Cortese testimonia con la sua vita di donna e di attrice l’autorevolezza e la dignità di chi ha saputo farsi rispettare nel privato e nel pubblico, battendosi in prima persona per l’emancipazione femminile.

Le immagini in mostra sono sia a colori sia in bianco e nero, con la sorpresa di tre ritratti inediti scattati da Giovanni Gastel nell’estate del 2013 e che costituiscono l’immagine ufficiale più recente della diva.

Ma non è finita qui: oltre alla mostra, l’omaggio allo Spazio Oberdan prevede anche altro. Leggi tutto

Brandina The Original, il mare è felicità e si può mettere in una borsa

Questa settimana, precisamente lunedì, sono stata alla presentazione della nuova campagna pubblicitaria di Brandina The Original, un marchio di borse e accessori tutti realizzati con il tessuto dei lettini da mare.

L’idea alla base di questo marchio nasce durante la realizzazione da parte di Marco Morosini di un libro fotografico dedicato alla Riviera Adriatica, pubblicato nel 2004 da Electa Mondadori.

Visto che si parla di Riviera Adriatica, il designer e fotografo Morosini decide di fare qualcosa che evochi immediatamente uno dei tratti più caratteristici del luogo: pensa dunque di utilizzare il materiale di cui sono composti i tradizionali lettini (o brandine) da mare per realizzare delle originali sovraccoperte per il libro e, nel fare ciò, scopre le potenzialità del tessuto, tanto da decidere di utilizzarlo per creare borse e accessori attraverso una produzione rigorosamente artigianale.

Così, dal 2005, il marchio Brandina unisce il fascino dell’omonima seduta da spiaggia della solare Riviera Italiana con la creatività di Marco Morosini e della sua compagna, l’architetto Barbara Marcolini che cura e disegna tutti i modelli.

E questo è il primo motivo per il quale ho scelto di parlarvi del marchio: mi piacciono le idee fuori dagli schemi e mi piace che un materiale venga estrapolato dal contesto abituale (fare lettini da spiaggia) per essere portato in un altro mondo (quello delle borse).
Mi piace chi sa vedere oltre e, se di tanto in tanto leggete A glittering woman, avrete ormai capito che nutro questo tipo di passione. Leggi tutto

Alba Cappellieri, le Catene (come gioiello) narrate in un libro (meraviglioso)

Tra le tante fiere e i tanti saloni del settore moda, accessori e gioiello, cerco di non perdere mai Homi, evento espositivo milanese che ruota intorno alla persona, ai suoi stili, ai suoi spazi.

Due volte all’anno, Homi rappresenta una buona occasione per incontrare designer dalle grandi capacità: inoltre, ogni edizione è caratterizzata da una mostra e ricordo molto bene quella di gennaio 2017 intitolata Scatenata, con sottotitolo La catena tra funzione e ornamento.

La mostra era curata da Alba Cappellieri, stimatissima esperta dell’ambito gioiello, professore ordinario al Politecnico di Milano, autrice di numerose pubblicazioni, direttore del Museo del Gioiello di Vicenza: il suo curriculum ricco e interessante non finisce qui e prosegue, ben testimoniando come il suo nome rappresenti garanzia di qualità, cura e passione.

Perché la mostra era intitolata Scatenata?

Il nome è un abile e divertente gioco che fa naturalmente riferimento alla catena, il manufatto più versatile nella storia del gioiello, l’elemento fortemente presente tanto nei monili antichi quanto in quelli contemporanei: le maglie, i motivi, la struttura, i meccanismi e gli incastri della catena hanno infatti costantemente ispirato orafi, artisti e designer di tutto il mondo. Leggi tutto

Jimi Hendrix – The Italian Experience 1968 alla Triennale di Milano

Quando infiammava le folle ai concerti, io non ero neanche nata.
E non ero ancora nata nemmeno quando morì, nel 1970, in circostanze mai del tutto chiarite.
Eppure, come ogni grande appassionato di musica rock, anch’io impazzisco per Jimi Hendrix, il celeberrimo chitarrista e cantautore statunitense morto prematuramente (doveva ancora compiere 28 anni), colui che è considerato uno dei maggiori innovatori nell’ambito della chitarra elettrica e che, durante la sua breve quanto intensa parabola artistica, si è reso precursore di molte delle future evoluzioni del rock.

Era un innovatore al punto tale che, nel 2011, l’autorevole rivista Rolling Stone l’ha posto in cima a una classifica come il più grande chitarrista di tutti i tempi in una lista di 100, precedendo altri cosiddetti mostri sacri del calibro di Eric Clapton e Jimmy Page.

Delle sue esibizioni, due in particolare sono entrate a pieno titolo nell’immaginario collettivo: il suo esordio al Festival di Monterey del 1967, occasione in cui concluse la performance dando fuoco alla sua chitarra; la chiusura del Festival di Woodstock del 1969 quando, da dissacrante e visionario artista quale era, reinterpretò l’inno nazionale statunitense in modo provocatoriamente distorto e cacofonico, cosa che – peraltro – fece di lui uno dei maggiori critici riguardo alla guerra in Vietnam.

Il vulcanico musicista è ricordato anche per The Jimi Hendrix Experience, celebre gruppo formatosi a Londra nel 1966 e che faceva capo a lui, comprendendo il bassista Noel Redding e il batterista Mitch Mitchell.

Alla luce di tutto ciò, potrete dunque comprendere perché mi sono brillati gli occhi quando ho ricevuto l’invito per l’anteprima stampa di una nuova mostra appena inaugurata alla Triennale di Milano. Leggi tutto

Risveglio di primavera? A detox e palestra, aggiungo la Linea No Dol ESI

Pensate un po’: alla mia tenera età, non ho ancora deciso se, nei miei confronti, la Natura sia stata una Fatina o una Matrigna.

Mi spiego meglio.

Se penso alla mia «altezza» (poco più di 1,60 m…), alla mia silhouette tipicamente mediterranea (fianchi morbidi che non si piallano neanche se dovessi fare la fame…), ai miei capelli lisci e sottili (li avrei voluti ricci e voluminosi…), devo pensare che la Natura sia stata con me un po’ Matrigna.
E non vado avanti a elencare i miei difetti, altrimenti convinco anche voi e pensate (giustamente???) che io sia proprio un impiastro 😀

Se penso invece a caratteristiche come il mio nasino piccolo e ben proporzionato (almeno quello!) oppure ai miei aggraziati piedini numero 35 (una delle poche cose che amo di me, peccato che siano nascosti per buona parte dell’anno…), sento allora di dover ringraziare Madre Natura per la gentilezza nei miei confronti.
Se poi voglio essere onesta e dirla tutta, è vero che la Natura mi ha dato il fisico mediterraneo, ma è anche vero che se il mio peso dovesse equivalere a tutto ciò che mangio (sono sempre stata dotata di un robusto appetito…), altro che fianchi morbidi, dovrei pesare almeno 10 chili in più.
Dunque, tutto sommato, Madre Natura mi ha regalato anche un buon metabolismo del quale non posso proprio lamentarmi. Leggi tutto

Preziosi di Carta tutti da scoprire in una mostra a Milano

Ieri, in una bellissima e tiepida serata milanese, sono stata a un evento estremamente interessante: alla Galleria Rossini, ottimo indirizzo per quanto riguarda il gioiello contemporaneo, è stata inaugurata una mostra interamente dedicata al gioiello d’artista in carta.

Questa mostra riscuote il mio interesse e la mia approvazione per la sua stessa essenza e per due motivi ben precisi.

Il primo motivo è che adoro la carta: da buona nativa analogica quale sono, riconvertita solo in un secondo tempo al digitale, la carta resta per me lo strumento principe per quanto riguarda la divulgazione di cultura e sapere.
Sono tra coloro che hanno divorato tonnellate di libri, che hanno avuto la tessera di tutte le biblioteche possibili, che hanno la casa piena non solo di libri ma anche di vecchie riviste, che immergono il naso in un libro appena comprato per aspirare il profumo – unico – della carta stampata.
Il mio lavoro è la comunicazione e scrivere è una parte importante: ho avuto l’immenso onore di vedere il mio nome sotto tanti articoli in magazine e riviste digitali, ma nulla è paragonabile alla soddisfazione che ho provato quando ho visto il mio nome stampato sulle pagine dei giornali cartacei. Leggi tutto

Dreamboule, micromondi preziosi da portare al dito

Se in questo mio piccolo spazio web capita che io racconti molto più spesso storie connesse a bijou e gioiello contemporaneo piuttosto che storie connesse a gioielleria e oreficeria è perché preferisco la sperimentazione, anche se conduce (anzi, soprattutto se conduce) a materiali davvero inconsueti, a soluzioni considerate ardite, a forme particolarmente anticonvenzionali.
E se gioielleria e oreficeria erano nate proprio così, come arti straordinariamente fantasiose e sperimentali, trovo che in tempi recenti molti protagonisti di tale settore abbiano invece un po’ sacrificato immaginazione e ardore per privilegiare esercizi di pura preziosità commerciale che a me, francamente, poco interessano visto che non è certo il valore economico ciò che cerco in un monile.
Non me ne voglia nessuno, purtroppo ho il brutto vizio di dire ciò che penso (per quanto cerco di farlo con garbo) e questa, chiaramente, è semplicemente una mia sensazione, assolutamente personale e riferita soprattutto ai grandi brand, poiché tanti laboratori orafi conducono tuttora una buona sperimentazione; capita infatti che io conosca una persona come Beniamino Crocco e le mie convinzioni sullo stato della gioielleria moderna vengono sovvertite in un attimo.

Lo scorso 20 aprile, sono stata invitata alla presentazione di un nuovo progetto di alta gioielleria presso la Boutique Nerone, prestigiosa bottega orafa ubicata in via Cusani, nel cuore del quartiere Brera: la collezione presentata porta il nome Dreamboule e confesso di essere stata incuriosita fin da quando ho ricevuto il cartoncino di invito.

Il cartoncino parlava di «un anello rivoluzionario, in grado di contenere un mondo dentro un mondo»: inutile dire che queste poche parole misteriose hanno immediatamente e completamente catturato la mia attenzione da glittering woman. Leggi tutto

Chez Blanchette: la moda artigianale, Made in Italy, familiare, responsabile

Era il 24 aprile 2013 quando il Rana Plaza, edificio commerciale di otto piani, crollò a Savar, sub-distretto di Dacca, la capitale del Bangladesh.
Le operazioni di soccorso e ricerca si conclusero con un bilancio dolorosissimo: 1.134 vittime e circa 2.515 feriti per quello che è considerato il più grave incidente mortale avvenuto in una fabbrica tessile nonché il più letale cedimento strutturale accidentale nella storia umana moderna.

Com’è tragicamente noto, il Rana Plaza ospitava alcune fabbriche di abbigliamento, una banca, appartamenti e numerosi negozi: nel momento in cui furono notate delle crepe, i negozi e la banca furono chiusi, mentre l’avviso di evitare di utilizzare l’edificio fu ignorato dai proprietari delle fabbriche tessili.
Ai lavoratori venne addirittura ordinato di tornare il giorno successivo, quello in cui l’edificio ha ceduto collassando durante le ore di punta della mattina.
Lo voglio ripetere: nel crollo, persero la vita 1.134 persone e ci furono oltre 2.500 feriti.

Molte delle fabbriche di abbigliamento del Rana Plaza lavoravano per i grandi committenti internazionali e questo orribile sacrificio di vite umane ha squarciato il velo di omertà che copriva, a mala pena, pratiche che moltissimi, in realtà, conoscevano da tempo e fingevano di non vedere.

Dopo la strage, oltre 200 imprese del settore abbigliamento – così dicono le cronache – hanno siglato un accordo sulla sicurezza in Bangladesh; da un recente simposio alla Ford Foundation di New York è emerso che, da allora, sono state corrette una media di 60 violazioni per impianto e sono stati organizzati corsi sulla sicurezza per 2 milioni di addetti.
Sono passi verso una maggiore responsabilità, ma è solo l’inizio: le paghe sono ancora (troppo) basse, gli orari sono spesso senza regole e la strada verso una sicurezza totale, dunque, è ancora lunga.

A chi pensa che la colpa di tutto ciò vada esclusivamente al fast fashion, alla sua nascita e alla sua diffusione, dico di non farsi trarre in inganno.
Sul banco degli imputati non ci sono solo i ben noti marchi di moda low cost, bensì anche nomi blasonati fino ad arrivare alle maison di Alta Moda, in alcuni casi accusate di poca chiarezza a proposito delle risorse e delle materie prime utilizzate, spesso con riferimento a quelle di origine animale.

Volete un esempio circa il fatto che anche i brand blasonati non siano sempre innocenti? Leggi tutto

Comunicare – ovvero 5 anni di A glittering woman :-)

Credo che comunicare – e soprattutto comunicare noi stessi, i nostri pensieri, i nostri sentimenti, la nostra visione del mondo – sia un’esigenza che accomuna la maggior parte degli esseri umani.
E credo anche che ognuno di noi trovi il proprio modo, la propria modalità di espressione, la propria voce.
C’è chi la trova nella scrittura, chi nella musica, chi nella pittura, chi nella scultura, chi nella fotografia, chi nel calcare un palcoscenico ballando, recitando, cantando.
C’è chi comunica attraverso un pezzo di legno, costruendo un mobile o una barca, trasformandolo in un violino.
C’è chi parla con i mattoni, costruendo case o ponti.
C’è chi ama comunicare progettando giardini.
C’è chi lo fa cucinando pietanze.
C’è chi lo fa creando un abito, una borsa, un gioiello, un paio di scarpe, un profumo.
Ognuno trova il proprio modo e ciò è bello, è ricchezza.

Non solo: il bello è che molte di quelle opere di ingegno potranno essere scelte da altre persone che, a loro volta, le useranno per raccontare nuove storie.
Potranno essere fatte proprie, mixate, rielaborate in nuove e ulteriori forme di comunicazione, in nuovi linguaggi.

Io non so né dipingere né scolpire.
Non so cantare, anzi, sono proprio stonata da far paura.
Non so cucinare né cucire. Non so erigere un ponte né so costruire uno scafo.
Me la cavo con le parole.
E questo, anno dopo anno, è diventato il mio canale comunicativo preferito, il modo in cui cerco di esprimere creatività, tanto da diventare anche un lavoro.

Non so dirvi se l’abbia trovato io o se sia il modo ad aver trovato me: so solo che mi appartiene, da sempre, so che da sempre mi viene naturale e spontaneo.
Se ho un pensiero, bello o brutto, istintivamente penso a metterlo in parole; se cullo un sentimento, bello o brutto, sento che ha bisogno di uscire e lo fa magari con una risata o una lacrima, prima, ma poi esce sotto forma di parole.

So che, con il tempo, ho imparato a governare questo modo.
Quand’ero molto giovane, mi ha procurato non pochi guai, ve lo confesso: ricordo parole disordinate e scomposte, uscite nel momento sbagliato o inopportuno, parole capaci di fare male come un proiettile o capaci di mettermi in posizioni parecchio scomode.
Crescendo, ho imparato a domare le parole: non a censurarle, questo mai, ma almeno a placarle.
Ho imparato a cercare di addomesticare il groviglio che spesso ho in me, a volte nella testa e altre nel cuore e altre volte in entrambi, ho imparato a mettere in fila (spero) ordinata le parole.
Ho voluto impararlo perché, oggi, il mio scopo non è quello di usare le parole come armi: desidero esprimere i miei pensieri per condividerli, per raccontarmi, per confrontarmi, per creare contatti e ponti.
Per comunicare, appunto.

Ciò che mi piace è che le parole – proprio come la musica, l’arte, gli abiti – possono uscire da noi ed essere poi fatte proprie da altre persone.
Quando qualcuno mi dice di riconoscersi e ritrovarsi in ciò che scrivo, quando qualcuno dice che con le mie parole l’ho emozionato o colpito o fatto riflettere, quando qualcuno mi dice che le mie parole hanno ben raccontato il suo progetto o il suo lavoro, io sono indicibilmente felice esattamente come chi ha scritto una canzone che sente canticchiare per strada o come chi vede il proprio abito calzare a pennello su un’altra persona.
È la felicità di essere riusciti a comunicare e a condividere.

A glittering woman, questa mia creatura, è il simbolo di tutto ciò, è il simbolo del mio amore per la parola e per la comunicazione verbale.
E, oggi, la mia creatura compie cinque anni.

Cinque anni non sono pochi.
Pensavo che, nello stesso numero di anni, un bambino finisce la scuola materna ed è pronto per la scuola elementare: per un essere umano, i primi cinque anni di vita sono importantissimi, sono quelli che ci portano dalla primissima infanzia all’ingresso in un mondo che ci vede sempre più protagonisti consapevoli.
E infatti, se rileggo oggi il mio primissimo post (nel quale continuo a ritrovarmi e a riconoscermi) e se ripenso a tutti i 619 (con questo) post che ci sono stati da allora, provo un’infinita tenerezza, poiché mi sento proprio come un bimbo che abbia finito la scuola materna per fare capolino in un mondo che lo vede (spero) più consapevole giorno dopo giorno.
Proprio come quel bambino, io guardo avanti, aperta e curiosa verso i prossimi cinque anni che verranno. E verso tutti quelli che verranno dopo ancora.

Ma prima mi fermo e dico un immenso grazie, grazie a chi è stato e sarà protagonista dei miei racconti, grazie a tutti voi che avete la pazienza e – a vostra volta – la curiosità di leggere.

Manu

40anni di tesori MF1 svelati da un archivio ora digitale, una mostra, un libro

Lo racconto sempre agli studenti dei miei corsi in Accademia del Lusso: siamo così abituati a pensare alla moda italiana come a un elemento costitutivo dell’identità del nostro Paese da dimenticarci spesso che essa è, al contrario, una realtà abbastanza recente.

La verità è che, fino all’Ottocento, a dettare legge in ambito moda è stata la Francia e gli stessi creatori di casa nostra hanno guardato i cugini d’Oltralpe cercando esempi e ispirazione.
Pensate alla celebrità della quale ha goduto Maria Antonietta d’Asburgo Lorena, moglie di Luigi XVI e nota semplicemente come Maria Antonietta (1755-1793): tutto ciò che la sovrana fece creare o scelse e poi indossò divenne moda non solo in Francia, bensì presso tutte le corti europee dell’epoca.
E pensate che, proprio per quanto riguarda il nostro Paese, ho scoperto che la stessa parola «moda» apparve per la prima volta solo nell’edizione del 1691 del dizionario italiano: la definizione era quella che fotografa tuttora la caratteristica fondamentale della moda, ovvero «ciò che riguarda le abitudini mutevoli».
Già, perché la moda indica comportamenti collettivi con criteri mutevoli: non solo, anche se usiamo spesso questo termine in relazione al modo di abbigliarci, dobbiamo ricordare che in realtà la moda non è solo nei vestiti.
Così come è utile ricordare che la moda nasce solo in parte dalla nostra necessità di sopravvivere, coprendoci prima con pelli e poi con materiali e tessuti lavorati per essere indossati; gli abiti assunsero infatti ben presto anche precise funzioni sociali, atte per esempio a distinguere le varie classi e le mansioni – e questo occorrerebbe ricordarlo soprattutto a chi continua a considerare la moda come cosa futile e sciocca.

Ma torniamo alla moda italiana. Leggi tutto

Pillole di primavera: la collezione alta moda Curiel SS 2018

Come ho avuto modo di scrivere in altre occasioni, occuparmi di moda – scrivendo, insegnando, facendo consulenze – incarna una mia grande passione, la più grande tra le tante che ho.

Eppure, nonostante ciò, nonostante quella che ammetto essere una fortuna, ogni tanto ho anch’io bisogno (come credo capiti a chiunque) di tornare al nucleo più autentico del mio amore, ho bisogno di ricordare a me stessa perché amo tanto questo lavoro.

Ho bisogno di emozionarmi e di dimenticare ciò che invece mi rende insofferente davanti a certi meccanismi.

Andare alle sfilate della maison Curiel mi fa esattamente questo effetto, mi regala l’opportunità di tornare al vero nucleo della mia passione, ovvero all’amore per creatività, genio, capacità, perizia.

In occasione della Milano Fashion Week dello scorso febbraio, Raffaella Curiel ha voluto lanciare la collezione di alta moda Florigrafia in 3d nel suo atelier di via Monte Napoleone: nel piccolo e grazioso cortile interno, sullo sfondo di un suggestivo canneto in bambù, le modelle hanno sfilato con 28 pezzi unici per la primavera / estate 2018 in un susseguirsi di flash show.

A spiegare la scelta è stata la stilista stessa. Leggi tutto

The Szechwan Tale e le relazioni tra Oriente e Occidente

Non mi piacciono i luoghi comuni né mi piace il pensiero omologato.

Ed è proprio la mia scarsissima simpatia verso pregiudizi e cliché ad avermi fatto accettare l’invito per la conferenza stampa e la visita in anteprima di una mostra appena inaugurata da FM Centro per l’Arte Contemporanea: l’accettazione è stata immediata, appena ho letto il titolo della mostra, appena ho compreso che si parla di Cina e della sua straordinaria cultura che molto mi attrae e mi incuriosisce.

Sono infatti addolorata dal fatto che, negli ultimi anni, associamo spesso questo immenso Paese a pensieri negativi che credo sia inutile elencare (tanto li conosciamo tutti…), dimenticando che la Cina ha in realtà molto più da offrire che un pugno di luoghi comuni e di stereotipi.

Ho avuto la fortuna di visitare Shanghai nel lontano 2004, quattordici anni fa: potrei raccontare tante cose, belle e meno belle, e devo ammettere che in occasione di quel viaggio rimasi colpita (anche) dalle profonde contraddizioni che già allora iniziavano a farsi sentire in maniera abbastanza significativa.

Potrei raccontarvi delle enormi difficoltà nel comprendere e nel farmi comprendere (allora l’inglese era parlato da pochissimi), eppure potrei anche raccontarvi come molte persone, spinte dalla curiosità, cercavano di dialogare con me, arrivando a mimare parole e concetti. Leggi tutto

La ricetta delle borse MamaMilano, fatte a mano in Italia in vera pelle

Da diversi anni, sono cliente di un’azienda a conduzione familiare che si chiama MamaMilano.

Perché ve lo racconto? Chi è e che cosa fa questa azienda?
Ve lo dico subito, senza preamboli o giri di parole, anche perché scommetto che catturerò in un attimo la vostra preziosa attenzione, soprattutto quella del pubblico femminile: MamaMilano produce borse in vera pelle e totalmente Made in Italy.

Le formula magica e le parole chiave sono dunque queste: se sono diventata una loro affezionata cliente è perché amo le borse e perché le loro sono tutte in pelle, fatte a mano rigorosamente qui in Italia, anzi, in provincia di Milano.

Devo però anche confessarvi che, ormai da tempo, mi ponevo un interrogativo, visto che l’ulteriore caratteristica di MamaMilano è che le creazioni hanno prezzi abbordabili, adatti a tutte le tasche.
Non servono investimenti stratosferici per appropriarsi di una delle loro borse e – giusto per intenderci – sarò estremamente diretta e maledettamente sincera, come al mio solito: le cifre equivalgono grosso modo a quelle delle borse in pura plastica in vendita nelle varie grandi catene di fast fashion (diretta, sincera e anche un filino scomoda, mi ero dimenticata di aggiungere, e tanto per cambiare mi attirerò qualche antipatia).
Dunque, essendo persona curiosa di natura (in senso buono) e che ama andare in fondo alle questioni, ciò che mi chiedevo è come MamaMilano riesca a vendere borse in pelle a prezzi tanto contenuti. Leggi tutto

La “Carta preziosa” diventa protagonista di un libro di Bianca Cappello

Sapevate che marzo, il mese che salutiamo oggi, è stato quello dedicato al riciclo di carta e cartone?

Il Mese del Riciclo di Carta e Cartone è una campagna nazionale promossa da Comieco, ovvero il Consorzio Nazionale Recupero e Riciclo degli Imballaggi a base Cellulosica: dal 1985, Comieco si occupa di sensibilizzare noi italiani sull’importanza della raccolta differenziata.

La carta è un materiale multiforme e polifunzionale; è un’invenzione tutta umana, preziosa in molti sensi e anche in termini di disponibilità, usabilità e sostenibilità.

Appare fragile eppure ha dimostrato ampiamente di saper durare nei secoli; ha anche dimostrato di poter vivere innumerevoli vite grazie al riciclo.

Spesso non ci soffermiamo a pensare che, non esistendo in Natura, è appunto il frutto dell’ingegno e dell’abilità dell’Uomo, così come lo è anche il riciclo; non solo, mi piace sottolineare come proprio il riciclo di carta e cartone rappresenti un’eccellenza nel nostro Paese dove, ogni minuto, vengono riciclate dieci tonnellate di materiale cellulosico.

Tale materiale rientra nel processo produttivo e rinasce sotto molteplici forme: la nuova e più recente fatica letteraria della brava Bianca Cappello, ovvero lo splendido e originalissimo libro Carta preziosa – Il design del gioiello di carta, è una di queste forme molteplici ed estremamente affascinanti.

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Pillole dalla mia #MFW: Croci & Anada FW 2018 – 19

Visto che, costantemente e con entusiasmo, offro il mio sostegno al talento in tutte le sue forme ed espressioni, oggi mi fa piacere raccontarvi un’esperienza che ho vissuto al termine della recente Milano Fashion Week: ho assistito a una sfilata di dogswear, ovvero abbigliamento per amici a quattro zampe.
Una sfilata che ha trasformato la passerella da catwalk in… dogwalk!

Da buona curiosa di natura (e in senso assolutamente positivo) quale sono, non mi nego a priori alcuna possibilità: visto che non ero mai andata alla sfilata di una stilista per cani (sebbene io sia invece talvolta capitata a sfilate di stilisti un po’ cani… oops, mi è scappato), ho detto a me stessa «perché no?» e così, mercoledì 28 febbraio, mi sono ritrovata seduta in prima fila ad applaudire con entusiasmo splendidi modelli a quattro zampe.

A sfilare è stato un nuovo brand di nome Anada con uno show dedicato al dogswear ma non solo, poiché la sfida è quella di realizzare un concept che abbracci mondo animale ma anche creatività in tutte le sue declinazioni – e questo, naturalmente, è un aspetto che mi piace molto, ovvero creatività senza barriere e senza rigide distinzioni.
Il punto di forza di Anada è infatti l’abbinamento tra capi e accessori per cani e capispalla per i proprietari, in un armonico e riuscito incontro tra tessuti tecnici e materiali all’avanguardia.

Durante lo show al quale ho assistito, è stata presentata in particolare la collezione Anada FW 2018 – 19 che prende ispirazione dal british style proiettandosi nel futuro: tweed, pied-de-poule, tartan vengono rivisitati con ironia e incontrano materiali e ispirazioni moderne e un po’ pop.
La personalità dei capi, la qualità dei materiali e la vestibilità al limite del sartoriale sono le prerogative della collezione che vuole rappresentare il nuovo standard dell’abbigliamento cinofilo di alta gamma.
Forme e colori sono ispirati ai maggiori trend, come per esempio le stampe che richiamano mondo orientale e street style; non mancano tessuti tecnici anti-pioggia proposti in colori accattivanti.
A contraddistinguere Anada è inoltre la forte attenzione per i dettagli, anche grazie a collaborazioni importanti come quella con Malucchi, azienda toscana leader nella lavorazione delle pelli per la creazione di accessori di qualità.
(Qui trovate un po’ di foto dello show prima-durante-dopo e qui trovate il piccolo video che ho girato io.)

La collezione Anada, tutta Made in Italy, è disegnata da Anastasia Bessarab.
Anastasia ha trascorso la sua vita tra Russia, Italia, India, Cina e ha tratto ispirazione da queste diverse culture; fattore determinante nella creazione del nuovo marchio è stata la conoscenza e la collaborazione con Dario Croci.
I due hanno infatti unito i quasi 30 anni di esperienza dell’azienda Croci nel mondo degli animali con le idee spumeggianti e piene di creatività di Anastasia.

Croci nasce in provincia di Varese nel 1990 grazie all’intuizione imprenditoriale dei fratelli che hanno dato il nome all’azienda: nel corso degli anni, attraverso il costante investimento nella ricerca, la continua innovazione e l’attenzione prestata alle richieste dei clienti, Croci ha conquistato un importante ruolo di leadership nel mercato.
Il core business parte da acquariologia e cinofilia per offrire una vasta selezione di prodotti che spaziano da accessori e abbigliamento per cani fino ad arrivare al pet food: il marchio offre prodotti caratterizzati da importanti valori quali affidabilità, innovazione e rispetto per l’ambiente, come le lettiere ecologiche.

Croci (qui il sito) e Anada (qui il sito) desiderano creare una connessione emotiva tra umani e animali domestici, un mondo in cui il secondo è parte integrante di una nuova idea di famiglia; è una visione rivolta soprattutto alle generazioni future che – si spera – siano in grado di abbandonare dogmi e pregiudizi del passato.

«Vedo il progetto Anada come qualcosa di profondamente innovativo, focalizzato su prodotti di alta qualità, prodotti per persone e animali, con l’obiettivo di creare un’esperienza unica e interessante.»
Così racconta Anastasia Bessarab e infatti, a chiudere la sfilata, sono stati due levrieri salvati dall’associazione non lucrativa GACI, acronimo di Greyhound Adopt Center Italy.
Dal 2002, GACI (la prima associazione di questo tipo nata nel nostro Paese) si occupa di salvare e far adottare levrieri reduci da una vita di sfruttamento nei cinodromi nei paesi anglosassoni e spagnoli.

Insomma, sfilata e collezione hanno mostrato di avere tutti gli elementi che prediligo: la storia di una bella azienda italiana, il talento, la creatività, il coraggio delle idee e del cambiamento, un tocco di emozione.
E volete sapere una cosa?
Non ricordo di essermi mai divertita così tanto a una sfilata, non ricordo di aver mai riso tanto (e guardate qui com’ero invece pensierosa mentre attendevo che iniziasse…).
E non ho riso perché fossi capitata alla sfilata di uno stilista un po’ cane, come accennavo scherzosamente ma non troppo in principio (e comunque quegli stilisti qui non entrano, visto che per fortuna il mio piccolo spazio è libero e autonomo…), bensì ho riso a cuor leggero perché in passerella ho visto bellezza, creatività, spontaneità.

Ben fatto, Anastasia e Dario.

Manu

Pillole dalla mia #MFW: Valeorchid FW 2018 – 19

Dalla collezione Valeorchid FW 2018 – 19 (foto della stilista stessa, modella Erica)

Parlare del lavoro di un amico che fa lo stilista è un enorme piacere nonché una grande emozione, naturalmente, ma implica anche una notevole responsabilità.
Perché c’è – anche solo per un istante – il timore che il giudizio professionale possa essere offuscato o influenzato dall’affetto.
Valentina, mia Amica (sì, con la A maiuscola) e stilista, mi libera completamente da detta paura, in quanto il suo talento è talmente limpido da non lasciare spazio a timori riguardo possibili confusioni dettate dal sentimento.

Di lei e del suo brand Valeorchid ho già parlato in un paio di post precedenti, quando qui ho presentato la sua collezione autunno / inverno 2016 – 17 e quando qui ho dato un assaggio della sua collezione nell’ambito di un reportage complessivo sulla primavera / estate 2018: stavolta, vi parlo della collezione Valeorchid FW 2018 – 19 che sono andata a visionare durante l’ultima Milano Fashion Week.

La collezione si intitola “…into the sound” e, proprio in questo titolo, è racchiuso il suo concept: raccontare l’essenza dei suoni del tempo passato fino a farli diventare capi da indossare.
Ogni suono accompagna e segue il movimento del corpo in una dolce danza d’inverno; bianco e nero percorrono le linee e le forme dei capi, realizzati in tessuti caldi e morbidi che avvolgono il corpo con rispetto.

La collezione Valeorchid FW 2018 – 19 è pensata per donne che hanno il coraggio di far risuonare in loro la vita, per donne che hanno il coraggio di far vibrare – e ascoltare – i loro sensi.
L’amore per la moda ha origini lontane per Valentina: «mia madre era una sarta e così, crescendo tra macchina da cucire, ago, filo, tessuto e, al tempo stesso, musica e arte, tutto è diventato linfa vitale», racconta a chi ha la fortuna di saperla ascoltare.

La filosofia del suo brand Valeorchid è quella di custodire il corpo rendendolo unico, proteggendolo come se fosse un gioiello contenuto all’interno di uno scrigno: in questo scrigno immaginario, spazio e tempo reali cessano di esistere per lasciare la possibilità di godere di momenti di qualità da prendere per sé, per amplificare la percezione di ognuno dei nostri sensi.
Le creazioni sono tutte collegate tra loro con un filo rosso come a raccontare una storia in musica, immagine e poesia; ogni capo è la fusione di tanti versi, ogni collezione diventa capitolo di un’unica grande storia.
Nel mondo Valeorchid è forte il rimando al nostro passato unito, talvolta, al rimando a terre lontane, dal primo Novecento fino ad arrivare al Giappone, ovvero periodi e luoghi in cui la femminilità ha sempre avuto un ruolo di primo piano nonostante condizioni sociali spesso avverse.

La donna Valeorchid è un’entità libera, indipendente e forte, che sa svelare le sue emozioni a tempo debito, sussurrando la propria femminilità.
Gli abiti, in cui sono costanti ricerca e cura del dettaglio, sono privi della costrizione delle taglie; in essi vi è, al contempo, forma e assenza di forma.
Assumono infatti forma definitiva attraverso un gioco di trasformazioni e sovrapposizioni, cambiando aspetto ogni volta anche a seconda di chi li indossa

«Vestire è un atto importante – racconta ancora Valentina – poiché è dedicare tempo a corpo e spirito per esprimere al meglio la propria personalità»: è esattamente tutto ciò che penso io, la moda che si fa linguaggio e racconta il nostro quotidiano, il nostro vissuto, la nostra storia.
Ecco perché con lei non ho timore che il mio giudizio possa essere inquinato dall’affetto: a parlare è invece la stima per la qualità e il contenuto del suo lavoro.

Il brand Valeorchid è attivo dal 2013: con la collezione “…into the sound”, Valentina giunge alla sua quinta collezione, oltre ad alcune produzioni limited edition e a collaborazioni con altri brand.
E sono orgogliosa di segnalare che le collezioni sono state apprezzate tanto da godere di una discreta distribuzione su buona parte del territorio italiano, da Udine fino a Roma, presso prestigiosi e selezionati concept store che potete trovare elencati qui.

Se volete seguire Valentina, vi segnalo che qui trovate il suo sito, qui la sua pagina Facebook e qui il suo account Instagram.
Se volete visionare tutta la collezione Valeorchid FW 2018 – 19, la trovate qui; personalmente, ho già commissionato a Valentina il soprabito a pois che, oltre ad avere una linea a uovo che mi fa impazzire, è anche reversibile per un uso ancora più libero e versatile.

Geniale la mia Vale: in un panorama di proposte troppo spesso omologate e non particolarmente innovative, lei ha invece il coraggio di proporre la sua visione – che io sposo in toto.

Manu

Pillole dalla mia #MFW: Grinko FW 2018 – 19

Estratti della collezione Grinko FW 2018 – 19 dal mio account Instagram

Il nostro Paese sta vivendo un momento terribile per quanto riguarda la condizione femminile.
Gli omicidi di donne sono estremamente frequenti e spesso si consumano in ambiti familiari.
I delitti e gli episodi di violenza sembrano – se possibile – sempre più efferati, atroci, feroci, barbari, inumani.
La situazione non è migliore fuori casa: violenze sessuali, molestie sul posto di lavoro, disparità di trattamenti economici e di carriera.

Giovedì 8 marzo, Giornata Internazionale della Donna, pubblicando una foto nel mio account Instagram, ho scritto che, in realtà, credevo non ci fosse granché da festeggiare poiché molto, moltissimo resta ancora da fare e a ricordarcelo sono – purtroppo – grandi tragedie e perfino piccole cose quotidiane e il disastro, ahimè, si spinge ben oltre i nostri confini nazionali.
Senza distinzione né tra Paesi né tra classi sociali, quelle sulle donne continuano a figurare tra le violazioni dei diritti umani più diffuse in tutto il mondo: dalla violenza domestica fino alle mutilazioni genitali, gli stereotipi di genere impattano quotidianamente sulla vita di moltissime donne fin dall’infanzia.
E le statistiche a tal proposito sono a dir poco agghiaccianti.

Eppure, quel giorno ho anche scritto che, nonostante tutto, voglio restare ottimista verso l’umanità.
Perché penso che le persone di buona volontà siano donne e uomini, perché penso che tutte queste persone di buona volontà debbano e possano lavorare insieme per cambiare le cose.
Penso anche che puntare il riflettore sulle questioni aperte serva a non distrarsi, a focalizzare, a non dimenticare; penso che ognuno di noi possa fare la propria parte per cambiare le cose nel quotidiano, attraverso ciò che sa fare meglio.
E penso che la moda sia uno di quegli ambiti che può giocare un ruolo positivo, sfruttando la propria voce potente e la propria visibilità, la forte attrattiva che esercita su tante persone: la moda può e deve sfruttare quel potere comunicativo che io le riconosco da sempre per parlare di questioni davvero importanti.

Ecco perché, in un momento storico in cui parlare del concetto di women empowerment nonché di movimenti sostenuti da hashtag quali #Metoo e #Timesup diventa assolutamente fondamentale, io decido di parlarvi ancora una volta dello stilista Sergei Grinko che, in occasione della recente Milano Fashion Week, ha dato un titolo assai eloquente a collezione e sfilata: “That’s enough! Stop violence against women”.

Ebbene sì, Sergei si occupa di moda e la moda è ciò che sa fare meglio e così, da sempre, con coraggio e intelligenza, si è impegnato a legare la sua visione stilistica a tematiche sociali e politiche.

Con la collezione Grinko FW 2018 – 19, lo stilista ha voluto esprimere la sua indignazione per il presente ma, nel contempo, ha anche voluto dare voce alla speranza che le nuove generazioni sappiano creare uno scenario futuro più equo e dignitoso, uno scenario in cui uomini e donne possano vivere in reale armonia.

Esattamente come voglio sperare anch’io.

Ed è alle nuove generazioni che Sergei pensa con i suoi abiti attraversati da un’energia impetuosa e irriverente, applicando alla tradizione artigianale italiana un’attitudine decisamente moderna e che desidera scardinare il passato: in quest’ottica, decostruisce la silhouette in nome di una visione più sciolta nella quale si gioca con i generi, mischiando abiti femminili e capi dal sapore maschile, per un risultato libero e rilassato.

La collezione Grinko FW 2018 – 19 propone così elementi che trasmettono grinta: frange che diventano un fil rouge su capi e accessori richiamando un’attitudine un po’ western, tessuti naturali rivestiti da effetti metallici, spavalde immagini 3D declinate su tessuti innovativi progettati in esclusiva per la maison e tinte decise tra cui figurano bordeaux, marrone e grigio. Ritrovate tutti gli elementi in un piccolo video che ho girato a fine sfilata.

Da varie stagioni, Sergei ha fatto propria la tendenza a unire collezioni uomo e donna in un’unica sfilata e l’ha fatto anche stavolta: l’emozione è diventata palpabile quando, alla fine, sono entrati un ragazzo e una ragazza, fianco a fianco, con outfit coordinati e uniti dallo slogan “Stop violence against women”.

Bravo Sergei: ti ho sempre stimato, come persona e come stilista, fin dalla prima volta che ci siamo incontrati.
Buona parte della mia stima risiede nel fatto che sei una persona capace di agire; sai lottare per ciò in cui credi, attivamente.

Quando scrivo di credere nelle persone di buona volontà penso a persone come te: non ti sei tirato indietro e stai facendo la tua parte affinché le tue meravigliose bambine, Emma e Sophia, possano vivere in uno scenario in cui le donne non debbano avere costantemente paura.

Come persona e come donna, io ti dico il mio personale grazie.

Manu

Qui trovate il sito di Sergei (e qui tutta la collezione Grinko FW 2018 – 19), qui la sua pagina Facebook, qui Instagram e qui Twitter.

Se volete leggere i miei articoli sulle precedenti collezioni di Sergei: qui trovate un assaggio della sua collezione nel mio reportage complessivo sulla primavera / estate 2018; qui trovate un assaggio della sua collezione nel mio reportage complessivo sull’autunno / inverno 2017-18; qui trovate l’articolo sulla collezione autunno / inverno 2016-17: qui quello sulla collezione primavera / estate 2016; qui quello sulla collezione autunno / inverno 2015-16; qui quello sulla collezione primavera / estate 2015; qui quello sulla collezione autunno / inverno 2014-15; qui quello sulla collezione primavera / estate 2014; qui quello sulla collezione autunno / inverno 2013-14.

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