Vladimiro Gioia FW 16-17 e l’arte dell’intarsio nella pelliccia

Ho pensato molto a come iniziare questo post e vi confesso che tutto questo pensare è qualcosa che, di solito, non accade.

Gli attacchi dei miei post non sono infatti mai frutto né di costruzione progettata in maniera artificiale né di calcolo malizioso: sono semplicemente riflessioni del tutto spontanee e autentiche che amo condividere con chi legge. Spesso – per non dire sempre – non obbedisco nemmeno alle regole giornalistiche per la redazione di un attacco efficace e d’effetto, regole che mi premuro invece di spiegare alle mie studentesse con grande entusiasmo (benedetta coerenza).

Perché, allora, tanto pensiero oggi? Vedete, il punto è che so perfettamente che attorno alle pellicce – l’argomento del quale desidero parlarvi – c’è parecchia perplessità se non discordia anche piuttosto accesa: io stessa sono dubbiosa sull’argomento e ammetto di essere combattuta, in quanto non vivo di certezze assolute e definitive.

Eppure, credo che ognuno sia libero di sostenere ciò in cui crede arrivando a valutare perfino caso per caso, se necessario; eppure, da quando conosco Vladimiro Gioia, non riesco più a dire un no categorico davanti alle pellicce. La maestria dello stilista, la sua perizia, la sua passione sono talmente elevate che non posso non rimanere affascinata e ammirata davanti al suo lavoro.

Vladimiro mi conquista con la stessa spontaneità e autenticità che io stessa applico al mio codice espressivo – la scrittura – e che lui riesce a esprimere nella sua dimensione: dunque, nel suo caso, dico sì.

Fermo restando il mio immenso rispetto per chi la pensa diversamente (chiedo allo stesso modo rispetto per la mia posizione), ho deciso di assumere il rischio in prima persona: accolgo il talento dello stilista e lo sostengo, come d’altro canto ho già fatto occupandomi di lui in precedenti occasioni.

(Ripensandoci: sì, è vero, stavolta ho pensato attentamente all’attacco, ma infine sono uscite parole più che mai sincere e sentite.)

E così, A glittering woman ospita oggi la collezione autunno / inverno 2016 – 17 firmata Vladimiro Gioia, quella che ho avuto il piacere di incontrare lo scorso febbraio durante Milano Moda Donna: a guidarmi tra le creazioni e a trasmettermi tutto il suo enorme e inarrestabile entusiasmo è stato proprio lui, Vladimiro in persona. Leggi tutto

Il mio compleanno e la bellezza della gratitudine

E sono quattro.

Che cosa?

Con oggi, 26 novembre 2016, sono quattro i miei compleanni festeggiati attraverso A glittering woman, questo spazio web al quale tengo molto e che curo con grande passione, come se fosse una tenera piantina da fare crescere giorno dopo giorno.

Quindi, per prima cosa… tanti auguri a me 🙂 😆 🙂 😆

Sapete, riguardando i post degli anni passati, ho notato come ogni compleanno sia stato caratterizzato da un tema di fondo, da una sorta di leitmotiv.

Il primo anno è stato quello della gioia mista però a una vena di malinconia (lo stesso giorno è successo un fatto che mi ha rovinato la giornata); il secondo è stato invece l’anno della sindrome da pallina da flipper (quella che prende quando ci si sente un po’ sballottati come avviene, appunto, a una pallina intrappolata nel celebre gioco).

Il terzo, lo scorso, quello del 2015, è stato l’anno della teoria del kintsugi. Detta anche kintsukuroi, significa letteralmente riparare con l’oro ed è una pratica giapponese che consiste nel sistemare oggetti rotti attraverso l’uso di materiali preziosi: contiene – naturalmente – un messaggio intrinseco, ovvero che la vita consta non soltanto d’integrità, ma anche di rottura e che tale rottura va accolta come qualcosa che aggiunge bellezza.

Questo, invece, è solo e semplicemente l’anno della gratitudine. Leggi tutto

Annalisa Caricato, quanta fantasia può stare dentro una minibag?

Sì, lo so: dovrei pensare all’autunno già in corso e all’inverno ormai imminente.

Dovrei pensare a castagne da arrostire e albero di Natale da allestire, presto, molto presto.

Non dovrei pensare alla primavera, ai tessuti leggeri, a colori e stampe vivaci, alle forme sinuose e accattivanti.

Non dovrei avere la testa piena di farfalle svolazzanti e fiori pronti a sbocciare.

Ma come si fa? Come si fa a non pensare a tutto ciò – farfalle, fiori, colori – dopo aver partecipato ai press day e dopo aver visto tante deliziose anticipazioni per la prossima primavera / estate 2017?

Come si fa a far finta di non aver visto nulla e a non condividere subito con voi almeno una piccola anticipazione?

Facciamo un patto: parlo di un brand sul quale non posso proprio tacere, poi metto la testa a posto (più o meno) e torno buona buona a occuparmi di collezioni autunno / inverno 2016 – 17. Affare fatto?

Ho sentito dei timidi sì, mi pare, e dunque parto: signore e signori, vi presento la poliedrica Annalisa Caricato della quale mi sono innamorata la scorsa settimana, dopo aver ammirato e toccato (anzi, accarezzato) le sue borse.

Annalisa Caricato nasce e frequenta i primi studi artistici nella città di Bari: compiuta la maggiore età, si trasferisce a Roma per formarsi come designer. Leggi tutto

QVC Next, quando il gigante prende per mano i più piccoli

Sostenere il talento dandogli voce e supporto.

Se siete lettori abituali di A glittering woman (grazie ), probabilmente vi sarà capitato di sentirmi ripetere qualcosa di simile decine di volte.

Pare che tali parole siano infatti diventate un mantra o un motto che potrei tranquillamente scrivere in alto a destra, dove ora trova posto l’altra dichiarazione d’intenti alla quale tengo molto (“Avventure tra il serio e il faceto di una fashion something, no victim, ovvero piccola wunderkammer con sorriso curata da Emanuela Pirré”).

Se non fosse che sono affezionata sia al nomignolo fashion something sia al concetto del dividermi tra serio e faceto sempre con il sorriso, lo farei, li sostituirei. Magari scriverei qualcosa tipo “Piccola wunderkammer nata per sostenere il talento”. Mah, chissà, ci penserò.

Motto o non motto, mantra o non mantra, ciò che comunque conta è agire e oggi desidero parlarvi di qualcuno che sta agendo a concreto supporto del talento.

Così come avviene ogni anno in questo periodo, nelle ultime settimane, giornalisti e blogger sono invitati ai press day, le giornate durante le quali abbiamo l’opportunità di vedere e toccare le collezioni per la prossima stagione: tra i tanti eventi di presentazione, sono stata anche a quello di QVC e ho avuto l’opportunità di conoscere da vicino il progetto QVC Next.

Sono certa del fatto che moltissime persone conoscano già la piattaforma multicanale al servizio dello shopping e che opera attraverso televisione, web e social media: fondata nel 1986 negli USA da un imprenditore di nome Joseph Segel, oggi QVC è una grande realtà internazionale arrivata in Regno Unito, Germania, Giappone, Cina e Francia. Leggi tutto

Hillary Clinton e i significati di un tailleur dai dettagli viola

Hillary Clinton e il marito Bill in occasione del Concession Speech del 9 novembre 2016 a New York (Photo Getty Images through Vogue)

Lo ammetto: dopo l’esito delle elezioni negli Stati Uniti, sono rimasta sotto shock per qualche giorno, al punto tale da non riuscire a scrivere nemmeno due righe sui social, Facebook, Twitter oppure Instagram.
In particolare, sono scioccata dalla schiacciante vittoria di Donald Trump, ammetto anche questo; sono però ugualmente basita davanti a certi commenti e ad alcune reazioni sia pro sia contro il nuovo presidente.
Si sente e si legge di tutto: c’è perfino chi sostiene che non si possa parlare di una vera vittoria di Trump, quanto piuttosto di una sconfitta – pesantissima – della Clinton poiché il voto non sarebbe una scelta da leggere in positivo, bensì un rifiuto deciso e categorico diretto alla esponente del partito democratico. Mi spaventa il fatto che ciò possa essere la verità, mi sembra terribile votare non a favore di qualcuno in cui crediamo, ma contro un altro candidato.
Si parla anche di un ulteriore messaggio, ovvero della saturazione della gente rispetto alla politica, ai suoi giochi e ai suoi protagonisti più consumati, come Hillary, appunto: qualcuno si spinge fino ad affermare che tutto ciò influenzerà anche il referendum italiano del prossimo 4 dicembre.
Vedete, non so se invidiare chi nutre tutte queste certezze: io ho piuttosto una montagna di dubbi e interrogativi e nutrivo molte speranze sul fatto che, finalmente, un Paese come gli Stati Uniti fosse pronto a dare fiducia a una donna. Ora, morta la speranza, mi pongo un ennesimo quesito: gli americani hanno ragione? Hillary Clinton è una donna tanto pessima da non poterle dare fiducia e lo è al punto tale da preferirle un uomo considerato mediocre e non all’altezza da molti, perfino all’interno dello stesso partito repubblicano del quale fa parte?
In fondo, desiderio di una donna presidente a parte, ho nutrito io stessa diversi dubbi sulla candidatura e su certi atteggiamenti di Hillary (in parte ne avevo parlato anche qui nel blog a proposito di donne e politica): forse, la Clinton non era davvero la candidata giusta affinché il sogno, mio e di molti altri, si avverasse.
Oggi come oggi, dubbi personali a parte, faccio comunque fatica a comprendere fino in fondo la scelta degli americani, un popolo che stimo per molti motivi; eppure, pur non comprendendo e non riuscendo a condividere la loro scelta finale, non mi piace nemmeno chi dà loro degli idioti oppure degli ignoranti o ancora degli ottusi senza analizzare le ragioni profonde di questo voto.
No, non ci sto e non accetto tali generalizzazioni, così come non le accetto mai e in nessun caso.
Siccome mi piace colmare la mie lacune ascoltando gli altri, in tutti questi giorni sono stata zitta e mi sono posta in ascolto proprio per cercare di capire le ragioni dei cittadini degli Stati Uniti: per esempio, ho ascoltato spiegazioni a mio avviso interessanti grazie a Kay Rush, giornalista nonché conduttrice radiofonica e televisiva che stimo.
Kay è statunitense (è nata a Milwaukee nello Stato del Wisconsin) anche se è naturalizzata italiana: può ben dire di conoscere la mentalità americana ed è dunque in grado di tastare il polso dei suoi connazionali.
Ai microfoni di Radio Monte Carlo, Kay ha offerto punti di vista ai quali non avevo pensato o che non avevo considerato, proprio perché, non essendo americana e non vivendo negli Stati Uniti, sicuramente non posso conoscere a fondo l’animo di quel Paese (e mi permetto di dire che di questo dovremmo tenere conto tutti prima di esprimere giudizi basati su conoscenze sommarie e non dirette).
Il primo motivo per cui Hillary non è stata apprezzata da molti è il comportamento che tenne quando suo marito Bill, allora Presidente degli Stati Uniti, fu coinvolto nello scandalo con Monica Lewinsky: gli americani, ha spiegato Kay, amano le donne forti, orgogliose e indipendenti, quindi non hanno apprezzato che la Clinton sia rimasta sposata per ragioni giudicate di mero interesse politico. Inoltre, i cittadini statunitensi amano che alla Casa Bianca ci sia una vera coppia e una vera famiglia, condizioni non più riconosciute ai Clinton. Infine, un ulteriore motivo è una certa altezzosità della quale si accusa Hillary che si è un po’ messa su un piedistallo: prova ne è, secondo la giornalista, il fatto che la Clinton non si sia recata in diversi Stati durante la campagna, facendo sospettare di essere arrogante al punto tale da dare per scontata la vittoria in alcuni luoghi. L’ha fatto perfino in Illinois, il suo Stato di nascita, dove era (forse) ciecamente convinta di poter vincere proprio per un motivo di origini.
Ma gli americani non sono sciocchi (come afferma sbagliando qualcuno) e Hillary, insomma, pagherebbe oggi lo scotto del suo atteggiamento, le accuse di chi la taccia di essere una guerrafondaia (vedere il suo ruolo di Segretario di Stato in un periodo in cui il Paese è stato protagonista di molti interventi bellici) e le sue scelte all’epoca del Sexgate.
Anche il ritardo con il quale la Clinton ha fatto la “telefonata di resa” (quella con cui ogni candidato statunitense sconfitto ammette tale condizione) non è stato visto di buon occhio in un Paese in cui prendere atto della chiusura dei giochi è un gesto importante che apre la nuova fase che subentra a campagna elettorale e votazioni finite.
Anche in questo caso, si sono sprecate illazioni di ogni tipo, genere e grado, mentre già si iniziano a fare confronti (spesso impietosi e imbarazzanti) tra la First Lady uscente Michelle Obama e Melania Trump, la nuova padrona di casa alla White House.
Sinceramente, a me tutto ciò un po’ infastidisce, quasi quanto i risultati delle elezioni stesse ed esattamente come e quanto sono stata infastidita dalle polemiche (a mio avviso di bassissimo livello) che sono seguite all’ultima cena data da Barack Obama e che ha visto la partecipazione di Matteo Renzi, il nostro Presidente del Consiglio.
Per giorni, non si è parlato di altro che dei vestiti di Agnese Landini Renzi e di Michelle Obama, del loro peso, della loro taglia e della loro forma fisica, della loro bruttezza e / o bellezza (delle signore e dei vestiti), dei brand scelti e via discorrendo.
Voi direte: sarai contenta, ti occupi di moda. Eh no, cari amici, non mi piace che gli abiti vengano usati per discorsi banali, triti e superficiali né mi piace che vengano usati per giudicare le persone.
Visto che penso che sia un linguaggio, mi piace che la moda sia tirata in ballo per fare analisi stimolanti e interessanti in grado di aggiungere nuovi piani di lettura e inediti spunti di riflessione: la critica fine a sé stessa e che sfiora il pettegolezzo mi annoia e mi nausea, invece, e chi mi legge d’abitudine lo sa. Leggi tutto

Gioielli alla Moda, la preziosità intangibile della creatività

Ci sono cose o eventi che sono capaci di trasmettermi un entusiasmo incontenibile e inarrestabile.

Un esempio? La conferenza stampa e l’anteprima di una mostra che riguarda una delle mie più grandi passioni: il gioiello.

Non posso, dunque, non nutrire il grande desiderio di condividere con tutti voi il racconto di un evento molto speciale che mette al centro piccoli capolavori, pezzi di storia, esemplari significativi della bellezza che la nostra Italia sa e può produrre.

La mostra in questione presenta 500 gioielli realizzati dai più celebri maestri bigiottieri, da giovani talenti del design, da piccoli artigiani, da maison e griffe internazionali della moda: sono creazioni che dal dopoguerra a oggi definiscono lo specchio estetico di una società in evoluzione, raccontano le conquiste e le ambizioni femminili, illustrano i cambiamenti e gli avvicendamenti dello stile e anche del progresso tecnologico.

Questi 500 pezzi (tantissimi, un lavoro di cernita enorme) sono i protagonisti assoluti di Gioielli alla Moda, mostra aperta fino a domenica 20 novembre a Palazzo Reale a Milano, nelle splendide Sale degli Arazzi, una delle sedi espositive più prestigiose della città – fatto che mi riempie di grande orgoglio.

Sono infatti felice che una tale sede dedichi attenzione al gioiello attraverso un evento unico (promosso e prodotto da Comune di Milano-Cultura, Palazzo Reale, salone Homi) completamente dedicato al rapporto esistente tra gioiello e moda nelle sue intersezioni con il costume, la manifattura e – come già accennavo – la bellezza italiana.

Desidero anche porre l’accento su un altro elemento di grande prestigio: la mostra è curata da Alba Cappellieri, docente di Design del Gioiello e dell’Accessorio al Politecnico di Milano, una delle massime esperte del settore. Ecco perché parlo di evento speciale ed ecco perché lo è sotto ogni punto di vista. Leggi tutto

Bodhi, il cane modello che insidia il regno di Lucky Blue Smith

Il cane-modello Bodhi in una foto dalla pagina Facebook Menswear Dog

Recitare da cani. Recitare come un cane.
Chissà quante volte abbiamo sentito usare frasi di questo tipo: oggi, però, occorrerebbe essere più accorti e non adoperarle più. In fondo, lo afferma anche Roberto Gervaso.
«Si dice recitare come un cane, ma tutti i cani che ho visto recitare erano bravissimi», scrive il noto giornalista, scrittore e aforista. E, in effetti, mi viene da pensare a Lassie, Rin Tin Tin e Hachikō, più bravi – ed espressivi – di molti umani, attori e non.
Ma perché, a mia volta, sostengo tale tesi con tanto slancio? Perché, attraverso le mie infinite esplorazioni in rete, sono venuta a conoscenza dell’esistenza di un cane che fa il modello. Sul serio. Molto sul serio.

E così desidero narrarvi la storia di Bodhi, un cane di razza Shiba: tutto è cominciato tre anni fa, quando Yena Kim e David Fung, i suoi proprietari, hanno cominciato a vestirlo. L’animale è sembrato contento, preso dal gioco, e la prima foto pubblicata su Facebook ha avuto un successo immediato e virale: a quel punto, i due hanno avuto l’idea di lanciare un Tumblr intitolandolo Menswear Dog. Sottotitolo: The Most Stylish Dog in the World.
Quanto alla contentezza, non mi sento di contraddire la teoria: in effetti, guardando le foto, Bodhi non sembra scontento e anzi, al contrario, ha un’aria da attore molto calato nella parte – giusto per restare in tema recitazione.

Lei stilista per Ralph Lauren, lui graphic designer, Yena e David hanno lasciato i loro rispettivi lavori e hanno cominciato a rispondere alle richieste dei marchi: dopo Coach e Ferragamo, sono arrivate moltissime altre offerte da parte di marchi desiderosi di apparire con il cane neo superstar.
In tre anni, circa un centinaio di brand si sono interessati a Bodhi, da Marc Jacobs ad American Apparel passando per Victorinox e Ted Baker: il simpatico cane è anche diventato la mascotte di Comodo Square, un department store coreano.

Oggi, il quadrupede è un vero fenomeno delle reti sociali: ha centinaia di migliaia di follower combinando Instagram (286.000), Facebook (quasi 232.000) e Twitter (11.000) e le sue quotazioni da modello sono in costante crescita, tanto che c’è chi parla di uno stipendio medio di 15.000 dollari al mese, ricevuto – ovviamente – dai suoi proprietari, visto che l’apertura di un conto corrente resta per ora interdetta agli animali (chissà poi perché… lavorare sì e avere un conto no?).
I proprietari non confermano tali cifre e dichiarano solo che Bodhi guadagna un po’ di più del salario medio di un modello umano di sesso maschile: l’affare è comunque sicuramente redditizio, dato che ogni shooting viene negoziato a partire da molte migliaia di dollari. E per il momento è un business che non teme concorrenza, dato che questo cane dagli atteggiamenti incredibilmente umani è davvero particolare e alquanto unico, oserei dire.

Tutto questo successo ha permesso di lanciare anche un libro intitolato Menswear Dog – The New Classics, un volume che contiene consigli di moda per uomini, illustrato da fotografie di Bodhi e completo di dritte per coordinare al meglio gli accessori. Si parla anche del lancio di un marchio di abbigliamento per cani all’inizio del 2017.

Tutta questa storia mi è sembrata molto divertente e così ho voluto condividerla con voi insieme ad alcune considerazioni.
La prima: il termine bodhi indica l’illuminazione spirituale nell’ambito della religione buddhista. Ora, senza scomodare la religione, per carità… eppure, considerando le spiccate capacità del nostro amico peloso, mi lancerei ad affermare che il suo nome è l’indizio di un certo destino.
La seconda: si dice che il cane sia il migliore amico dell’uomo e che chi trova un amico trovi anche un tesoro. Ecco, Yena Kim e David Fung sembrano aver messo insieme le due cose elevandole all’ennesima potenza.
La terza: come ho detto in principio, la frase recitare come un cane assume, a questo punto, un significato del tutto lusinghiero.
La quarta e ultima: cari Lucky Blue Smith (per chi non lo sapesse, il modello del momento, 18 anni appena compiuti) e Cameron Dallas (un… veterano con i suoi ben 22 anni) scansatevi, per favore. Arriva Bodhi e a me, sinceramente, è anche più simpatico.

Manu

 

Vedere per credere: qui trovate Menswear Dog, qui la pagina Facebook di Bodhi, qui il suo account Twittter e qui quello Instagram.

Basta un poco di… HONEY e anche l’inverno va giù!

Ogni anno, puntualmente, l’inverno riesce a cogliermi impreparata.

Non chiedetemi come ciò sia possibile, vi prego: non so rispondere, non capisco se sia io a essere sciocca e a illudermi che il fatidico momento del suo palesarsi possa essere procrastinato (possibilmente all’infinito) o se sia lui, l’inverno, tanto bravo (o piuttosto subdolo!) da non farmi intuire il suo imminente arrivo.

E così, mentre ancora sono impegnata a lasciarmi pervadere dalla dolcezza dell’autunno (stagione che adoro) e dagli affascinanti fenomeni che lo accompagnano (come il foliage), vengo raggiunta dalla prima stoccata a tradimento del temibile Generale Inverno. Temibile per me, almeno, visto che detesto il freddo intenso; dunque incasso il colpo, d’un tratto risvegliata dai primi brividi.

In questi giorni, però, la mia proverbiale distrazione ha avuto uno scossone e mi sono ricordata di dare un occhio meno disattento al calendario. Chissà, forse sarà stata la prima mattinata di nebbia oppure sarà stato il cambio dell’ora e il ritorno all’ora solare: non so perché quest’anno tali eventi abbiano attirato la mia attenzione più del solito, ma il punto è che ho realizzato che l’autunno è ormai agli sgoccioli e lo è soprattutto qui a Milano, non tanto per ragioni di puro calendario (sempre più spesso le stagioni seguono ritmi che non combaciano necessariamente con le date ufficiali), ma piuttosto perché sento che l’aria sta cambiando.

Sì, l’aria si è già fatta più pungente e presto i meravigliosi tappeti di foglie – oro, arancioni, rosse – spariranno.

E quindi? È il panico, o almeno tale è per me! Leggi tutto

Irma Paulon, sale e spezie che si fanno gioiello

I viaggi hanno sempre avuto un ruolo importante nella mia vita: ho avuto la fortuna di visitare tanti luoghi meravigliosi e oggi mi ritrovo anima e testa colme di preziosi ricordi.

Istanti, immagini, suoni, incontri, volti, voci, colori, forme, odori, profumi: ecco, proprio questi ultimi rappresentano spesso il mezzo privilegiato attraverso il quale molti ricordi si fanno indelebili.

Penso, per esempio, al profumo intenso della salsedine in certi posti di mare dall’aspetto ruvido. Al profumo dei croissant appena sfornati da piccole pasticcerie in paesini quasi sperduti. Al profumo delle spezie nei mercati asiatici o africani.

Chiudo gli occhi e rivedo con chiarezza il mercato che visitai ad Assuan, in Egitto: sono passati molti anni da allora, eppure rammento molto bene che in quella occasione le spezie mi colpirono a tal punto da decidere al mio ritorno a casa di non consumarle, bensì di conservarle in alcuni barattoli in vetro che risultavano perfetti nella loro trasparenza per mostrare ed esaltare le molteplici e vivaci sfumature.

Ogni tanto, aprivo i barattoli per verificare se ancora si sentisse il profumo intenso che, insieme ai colori, mi aveva spinto all’acquisto: tuffavo letteralmente il naso all’interno, inspiravo e rivivevo le forti emozioni di quella giornata egiziana.

Tutto ciò mi è immediatamente tornato in mente appena ho visto alcuni lavori di Irma Paulon, artista che vive e lavora a Venezia. Leggi tutto

VALEORCHID: poetica come un’orchidea, forte come un samurai

Devo stare calma.

Non devo lasciare che l’emozione si impossessi di me, anche se la mano mi trema un po’, perfino sulla tastiera.

O forse sto sbagliando. Forse dovrei lasciarmi andare, semplicemente.

Dovrei farlo perché – per me – la moda è un linguaggio, un modo di esprimermi. Dunque è fatta di emozioni, di sensazioni.

La moda per me è vedere un abito e sentire che è quello giusto, che è quello che mi farà stare bene. Come se fosse una pelle indossata da sempre.

La moda per me è una passione che sboccia improvvisa e inattesa, è un colpo di fulmine.

Alla luce di tutto ciò e grazie al lavoro che faccio e che mi porta a conoscere personalmente molti degli stilisti e dei designer dei quali parlo, spesso è per me difficile scindere l’abito (o il gioiello o le scarpe o la borsa) da colui o da colei che li ha creati, è difficile scindere la creazione da un bagaglio fatto di emozioni e sensazioni.

E allora – penserete forse voi – lascia fluire queste emozioni. Lasciare libere, falle correre, non le imbrigliare.

Ma, vedete, oggi c’è un’altra questione sul piatto della bilancia: la designer della quale desidero parlarvi è un’Amica, una di quelle con l’iniziale maiuscola. Per questo vorrei restare calma, distaccata; mi dispiacerebbe se qualcuno pensasse anche solo per un istante che il mio racconto e il mio parere siano influenzati e compromessi dall’amicizia anche perché – in realtà – non lascio mai che esse si mescolino.

E non per cinismo; al contrario, lo evito proprio per l’enorme rispetto che provo per entrambi, per l’amicizia e per il lavoro. E perché penso che la confusione non faccia bene, a nessuno dei due ambiti. Leggi tutto

Grinko FW 16-17, quando dubbio fa rima con buonsenso

Qualche giorno fa, conversando con una persona attraverso Facebook, mi sono ritrovata a esprimerle un mio pensiero ricorrente.

“Sono i dubbi a mantenerci vigili, curiosi, interessati.”

Non importa di cosa stessimo parlando, ciò che conta è che è un principio nel quale credo profondamente e fortemente: ho mie idee e opinioni che generalmente sono ben salde, eppure sono sempre disponibile a metterle in discussione, soprattutto quando incontro persone che, con buone argomentazioni, riescono a farmi cambiare punto di vista.

Penso insomma di essere una persona aperta al cambiamento e al confronto in un’ottica di crescita umana e professionale.

Se vi state (giustamente) chiedendo il perché di un simile esordio, ve lo spiego subito: stamattina, ben decisa a scrivere un post dedicato alla collezione autunno / inverno 2016-17 di Sergei Grinko, ho aperto il comunicato stampa e ho riscoperto il nome attribuito dallo stilista a detta collezione.

“Belief + Doubt = Sanity”, ovvero “Opinione + dubbio = Salute mentale”. Oppure buonsenso, se preferite.

Ho scritto riscoperto perché in realtà non è stata una sorpresa assoluta: avevo già notato il titolo (che è un vero e proprio manifesto programmatico) in occasione della sfilata alla quale avevo assistito lo scorso 24 febbraio. Confesso però che, nel frattempo, mi era passato di mente e devo dire che sono stata colpita dalla congruenza tra il pensiero di Sergei e il mio espresso attraverso parole affidate a Facebook. Leggi tutto

Tutti in strada in via Caprera: ecco com’è andata

Lo scorso giugno, qui nel blog, avevo parlato di una bella manifestazione che si svolge a Vittorio Veneto, in provincia di Treviso, e che si chiama Tutti in strada in via Caprera.

Via Caprera è una strada della città e, una volta, ogni suo edificio ospitava un’attività economica: alla mattina, artigiani e commercianti scendevano le scale di casa e aprivano bottega. Si contavano ben otto sarti, tre calzolai, uno zoccolaio, molti falegnami e poi venditori di vino, osterie e tutte le attività che potevano servire alla vita di una comunità.

La via fungeva da crocevia tra le borgate e ancora oggi è sede di una vivace comunità che sta riscoprendo il piacere di vivere la strada: tra le varie iniziative esistenti ne figura una che mette al centro arte, storie, mestieri di una volta, giochi, intrattenimento per grandi e piccini. Dal 2013, ogni estate per un weekend, via Caprera diventa un grande laboratorio di idee e fantasia: ecco spiegata in poche parole la manifestazione.

E così, Tutti in strada in via Caprera riesce a favorire nuove amicizie, consolidare le antiche, dare nuovi stimoli a commercianti e artigiani che hanno scelto questa via per la loro attività; non solo, la manifestazione propone bellezza attraverso il concorso Abiti_Amo e promuove socializzazione e solidarietà grazie a Porta l’Arte, iniziativa che culmina in un’asta benefica.

Il tema lanciato dal comitato organizzativo per l’edizione 2016 di Abiti_Amo era, a mio avviso, molto stuzzicante: il concorso è dedicato ai creativi della moda e i partecipanti sono stati invitati a scatenare la loro fantasia attorno a “Tutto ciò che sta sulla testa”.

In un primo momento, si era pensato a due sezioni nettamente distinte: la prima, chiamata “Eccentrici ma portabili”, per cappelli artistici o che fossero comunque una dimostrazione eccentrica di creatività; la seconda, chiamata “Da manuale ma con brio”, per cappelli dalle forme classiche e dalle lavorazioni tradizionali, all’insegna della modisteria, della sartorialità e anche del comfort.

Visto che da sempre supporto il talento, ho parlato con gioia di Abiti_amo dedicando un post con il quale ho condiviso il bando di concorso: mi sembrava importante presentare un’occasione davvero perfetta per chi avesse la voglia e il coraggio di cimentarsi, stilisti, creatori di cappelli, studenti di moda e – più in generale – tutti coloro che possiedono estro, fantasia, arte, capacità, tecnica e… un briciolo di faccia tosta, naturalmente.

Non vi dico la gioia che ho provato quando sono stata invitata a fare parte della giuria che avrebbe valutato le opere arrivate e così è iniziata la mia avventura a Vittorio Veneto, tra l’altro in uno splendido week-end illuminato dal sole e allietato da una temperatura perfetta. Leggi tutto

Anna Piaggi, eredità di una straordinaria visionaria della moda

C’era una volta una grande donna il cui nome era Anna Piaggi.
Sebbene io creda che nessuna definizione possa riuscire a rendere giustizia all’intelligenza, alla sensibilità, alla cultura, alla curiosità, ai mille interessi che l’hanno caratterizzata, dirò – per chi non la conoscesse – che era una straordinaria giornalista e scrittrice.
Leggenda della moda, esperta di stile, creativa, provocatrice quanto serviva (e servirebbe), anticipatrice di tendenze, collezionista seriale di vestiti, copricapi e accessori: queste sono altre espressioni che posso aggiungere per raccontare qualcosa di lei.

Oggi c’è invece una piccola donna che aspirerebbe a fare almeno una minima parte di ciò che la grande giornalista seppe realizzare in modo tanto magistrale e unico; uso il verbo aspirare nel senso che Anna Piaggi viene presa a modello, icona, punto di riferimento, ben sapendo quanto sarà impossibile emularla o ripetere il suo percorso. È possibile, però, condividere la sua stessa visione.
La piccola donna in questione sono io, l’avrete capito, e lo scorso 26 settembre, a conclusione della Milano Fashion Week, ho passato un’incantevole e indimenticabile serata assistendo alla proiezione del docufilm Anna Piaggi – Una visionaria nella moda: l’opera, diretta dalla regista Alina Marazzi e interamente dedicata al mio grande mito, è stata proiettata presso l’Anteo spazioCinema in occasione del Fashion Film Festival Milano.

Anna Piaggi era nata a Milano nel 1931 ed era diventata giornalista di moda nei primi anni Sessanta, quando il mestiere era ancora agli albori.
Insieme al marito Alfa Castaldi, uno dei fotografi italiani più importanti, e con la collega Anna Riva, altra grande giornalista, la Piaggi gettò le basi di un mestiere, quello della redattrice di moda, che tutt’oggi deve molto (se non quasi tutto) a lei.
Fu fashion editor di Arianna, periodico femminile che fece da precursore; fu opinionista per Panorama e per L’Espresso; approdò a Vogue Italia e qui, nel 1988, creò la celeberrima rubrica D.P., ovvero le Doppie Pagine.
In quel suo spazio straordinario, la grande giornalista interpretava la moda e le tendenze facendo incontrare parole e immagini. I suoi editoriali erano sempre ricchi di riferimenti all’arte e alla letteratura tanto da farne una rubrica cult che continua a fare scuola. Leggi tutto

Andrea Mondin, colui che avrebbe fatto sognare perfino Cenerentola

Donne e calzature.

Un rapporto sul quale non si contano aneddoti e citazioni. E poi libri, novelle, favole, film.

A tal proposito, mi viene in mente una frase nella quale mi sono imbattuta navigando in rete e che mi è già capitato di citare in un articolo per un magazine.

Dice così: “Tutte le persone che pensano che le scarpe non siano importanti dovrebbero tenere a mente due nomi, Cenerentola e Dorothy”.

Cenerentola, ovvero colei che trova l’amore perdendo e ritrovando una scarpetta di cristallo; Dorothy, la protagonista del romanzo Il meraviglioso mago di Oz, colei che ritrova la strada di casa battendo per tre volte i tacchi delle sue Scarpette d’Argento. In effetti, chi meglio di queste due fanciulle potrebbe testimoniare l’importanza della scarpa giusta nel momento giusto?

Poi, c’è la saggezza popolare: sono certa che sarà capitato anche a voi di sentire dire, soprattutto dalle persone anziane, che dalle scarpe di una persona si possono capire molte cose. Credo sia una grande verità e non voglio pensare cosa comunichino le mie, soprattutto ultimamente (uso spesso modelli comodi che mi consentono di correre qua e là).

Anche un proverbio dei nativi americani dà un consiglio estremamente valido: “Prima di giudicare una persona, cammina per tre lune nei suoi mocassini”.

Valido per uomini e donne, indistintamente, così come lo è la saggezza dei nostri nonni ma, come dicevo in principio, il rapporto più stretto con le scarpe ce l’hanno proprio le donne ed è un rapporto quanto mai appassionato.

E così, a proposito di passione, oggi desidero presentarvi un designer che ha solleticato la mia, a prima vista e senza alcuna riserva né indugio, poiché a mio avviso le sue creazioni non sono solo belle e fatte con grande maestria artigianale, ma sono anche estremamente originali e ricche di personalità. E sono decisamente diverse da molte delle attuali proposte presenti sul mercato. Leggi tutto

Orticolario, il giardinaggio evoluto che regala emozioni e ispirazioni

Per quanto io non sia persona incline ai rimpianti, esistono comunque cose che mi rammarico di non aver fatto o passioni che mi dispiace non aver assecondato.

Per esempio, mi dispiace non aver imparato ad andare a cavallo (tranne una lontana esperienza adolescenziale), a suonare il pianoforte, a danzare (danza classica, in particolare, ma anche altre forme di ballo).

Mi dispiace non aver coltivato (letteralmente!) la passione per il giardinaggio, tanto più che mia mamma possiede un fantastico pollice verde.

Io, al contrario, sembro possederne uno nero: poche piante mi sopravvivono, poverette, e in casa ho solo due bulbi di giacinto, un cactus e tre piante di quelle che sopravvivono ovunque e sotto le grinfie di chiunque, perfino le mie. Pensate che una mi ha recentemente dato la soddisfazione di un fiore candido: mi ha fatto particolarmente piacere perché è una pianta che mi avevano regalato per il matrimonio e che sopravvive, eroicamente, da ben otto anni.

Di questa incapacità mi rammarico davvero tanto, perché il mondo botanico mi affascina moltissimo, mi intriga e stuzzica la mia innata curiosità: ecco perché ho subito accettato l’invito per Orticolario, bellissima manifestazione che si è svolta a Cernobbio, sul lago di Como, dal 30 settembre al 2 ottobre.

Che cos’è Orticolario? Come suggerisce il nome, è un evento dedicato alla passione per il giardino e alla sua capacità di trasmettere emozioni, esprimendo bellezza ed eleganza.

È un omaggio alla natura che avviene anche grazie alla complicità del lago: la collocazione della manifestazione nello splendido complesso di Villa Erba si riallaccia alla tradizione che ha visto nel passato le ville lariane protagoniste di importanti esposizioni florovivaistiche. Permette inoltre di offrire uno scenografico sfondo naturale ai temi della valorizzazione del paesaggio, della botanica e della biodiversità. Leggi tutto

MFW: empatia (poca), metatarsi malconci e tanta bellezza, per fortuna!

Adoro girare la mia città – Milano – a piedi, anche quando si tratta di fare molti chilometri.
Trovo che, se il clima lo consente, muoversi a piedi sia il miglior modo per conoscere il luogo in cui si vive, senza contare i notevoli benefici per salute e spirito.
Datemi un paio di scarpe comode e per me camminare non solo non è un problema, ma è invece una gioia: in questi giorni, poi, Milano gode di un clima perfetto, né caldo né freddo, quel tempo che vorrei durasse tutto l’anno.

Dovete però sapere che mercoledì scorso, primo giorno di MFW (alias Milano Fashion Week alias Milano Moda Donna alias Settimana della Moda di Milano), ho sbagliato la fondamentale scelta delle scarpe.
Ho indossato un modello che di solito è piuttosto comodo, con una leggera zeppa interna: non avevo però immaginato di percorrere quasi 15 chilometri a piedi. Posso quantificarli con tanta precisione perché ho condiviso la giornata con un caro amico (che si chiama Andrea Tisci) il quale aveva un contapassi.
Ecco, diciamo che 15 chilometri a piedi rendono scomoda qualsiasi zeppa non dotata di plateau anteriore, come è il caso di quelle mie scarpe. E, tra l’altro, la cosa peggiore non è nemmeno il fatto di camminare, bensì quello di fare lunghe soste in piedi, fermi sul posto, esattamente come accade durante la MFW per sfilate, presentazioni, incontri ed eventi, con tutto il peso del corpo che grava pericolosamente su metatarso e tallone.
Risultato: mercoledì sera quasi piangevo per il dolore. E per la rabbia, perché ho una certa esperienza e, in realtà, non avrei dovuto farmi fregare come una principiante alle prime armi.

Di conseguenza, giovedì mattina, ho optato per un paio di comodi anfibi: avevo ancora i piedi doloranti, lo giuro, ma il metatarso, almeno, ha ringraziato.
E, comunque, non ho affatto rinunciato a camminare, anzi.
A un certo punto della giornata, però, ho avuto la malaugurata idea di prendere il filobus per recarmi da una sfilata a una presentazione: ero di corsa e tra i due luoghi c’era una certa distanza.
Direte voi: perché, allora, scrivo di aver avuto un’idea malaugurata?
Perché il filobus procedeva un po’ a fatica per via del traffico nonché di alcuni cantieri dovuti a diversi lavori in corso: le fermate erano piene di gente in attesa, la vettura era colma e molti erano spazientiti.
Tant’è che una donna ha chiesto al conducente il motivo di tanta confusione e lui le ha risposto “C’è la Fashion Week, signora”.
E lei, di rimando: “Ah, ecco! Vede, se avessero invece qualcosa di serio da fare”.

Chi legge il blog abitualmente sa quanto io detesti i cliché di ogni tipo, ordine e grado e questa illuminata sentenza è proprio questo, un ottimo (anzi, pessimo) esempio di cliché.
E mi è davvero insopportabile, forse anche perché mi tocca in prima persona, lo ammetto.
Dunque, vorrei dire alcune cosette. Leggi tutto

Vi faccio una domanda: sapete dirmi chi è perfetto?

Questo blog si occupa principalmente di moda.
O così, almeno, era quando è nato: era stato pensato come un luogo virtuale, un salotto nel quale parlare del mio grande amore per la moda.
Poi, ho capito che non avevo affatto voglia di chiudermi da sola in un recinto e così, oggi, in questo spazio, mi piace parlare di vari argomenti.
Tutto, però, è legato dal principio che mi guida: la ricerca del talento e della bellezza.
Quando parlo di bellezza intendo un qualcosa che per me ha un senso ampio nonché molte possibili declinazioni.
Sicuramente, non considero che la bellezza sia sinonimo di perfezione, soprattutto perché credo che la perfezione sia noiosa e che, comunque, non esista.
Ho l’opportunità di vedere le modelle sulle passerelle, a pochi passi da me, e le trovo divine, quasi delle dee; poi, le vedo nei backstage e credetemi se vi dico che poche – anzi, pochissime – sono (quasi) perfette.
Certo, se non c’è materia prima non si fa la modella, dunque non starò a prendervi in giro dicendovi che chiunque possa farlo: alcune, tra l’altro, possiedono quel certo non so che – che prende il nome di allure – che le rende davvero uniche e inimitabili.
Ma tante sono semplicemente belle ragazze. Alte, certo, con dei bei visi freschi, certo: non dee irraggiungibili, non perfette.
Poi, ripeto, quando le vediamo in passerella o nei servizi di moda sono completamente diverse. Quasi delle dee. Merito di make-up, hair styling, abiti da sogno, stylist e fotografi bravissimi. Merito della professionalità delle modelle stesse che sono camaleontiche e capaci di trasformarsi: anche questo è un talento e sicuramente non è da tutti.
Aggiungo una cosa: coloro che sono dotate di allure, tra l’altro, possiedono anche grande carattere e personalità. Ovvero hanno qualcosa che va oltre un bel volto.
Ecco perché sostengo che la bellezza non è solo giovinezza, freschezza o perfezione; ecco perché sostengo che la bellezza ha un significato molto ampio e che a me affascina quando ha un certo spessore.

Vedete, quando penso a tutte queste cose provo un po’ di rabbia, lo ammetto.
Perché penso alle donne e alle ragazze che si rovinano la vita sperando di assomigliare a qualcosa che non esiste, ovvero a un ideale di bellezza che viene accuratamente costruito a tavolino. Confezionato, esattamente come qualsiasi buon prodotto.
E, visto che questi – bellezza, sfaccettature, possibili declinazioni, illusioni – sono tutti argomenti che mi stanno molto a cuore, oggi desidero condividere con voi un interessante progetto di una realtà che si chiama Pro Infirmis.

Pro Infirmis è un’associazione svizzera che non ha scopo di lucro e che dà sostegno ai disabili: il loro lavoro parte dal principio che ogni persona ha il diritto di condurre una vita auto-derminata e indipendente.
L’associazione si impegna allo scopo di garantire alle persone portatrici di handicap la possibilità di partecipare pienamente alla vita sociale, contrastando qualsiasi deriva discriminatoria ed emarginante; non solo, promuove una cosa molto importante, ovvero la solidarietà tra persone, siano esse portatrici o meno di handicap.
Proprio in quest’ottica di abbattimento delle frontiere, Pro Infirmis ha realizzato un esperimento che è contenuto nel video che vi mostro qui sotto. Il video si intitola “Because who is perfect?”.

Ovvero, perché chi è perfetto?”

Alcuni manichini, simboli di presunta perfezione che riempiono normalmente le vetrine dei negozi in ogni città, sono stati modellati a immagine e somiglianza di persone affette da disabilità fisiche: tra di esse, c’è chi è affetto da osteogenesi imperfetta oppure chi ha un arto menomato.
Sono tante persone diverse, un conduttore radiofonico, un critico cinematografico, un atleta paralimpico, una blogger, un attore: una volta ultimati, i manichini a loro immagine sono stati utilizzati in alcuni negozi di Zurigo, messi in vetrina nella più popolare strada dello shopping, la Bahnhofstrasse.

Il video è diventato virale e ormai conta più di 20 milioni di visualizzazioni su YouTube; al momento, mentre vi scrivo, sono diventate quasi 24 milioni.
Non voglio aggiungere molto di più: vi invito semplicemente a guardarlo.
Vi dico solo che io sono stata molto colpita da come questi uomini e queste donne guardano – e sfiorano – i loro manichini.
Sono stata colpita dalle loro reazioni, dai loro occhi e dal loro sguardo. Sono stata toccata dalla loro emozione nel rivedersi.
E sono stata colpita – nel bene e nel male – dalle reazioni di chi ha osservato quei manichini in vetrina.

Proprio perché la società, oggi più che mai, continua a essere bombardata da tutta una serie di messaggi e di immagini di corpi, femminili e maschili, statuari e apparentemente senza difetti, io credo che questo video – emozionante ma per niente lacrimoso, lo sottolineo, anzi, piuttosto disincantato – costituisca un ottimo spunto di riflessione e discussione.

Finché avrò un grammo di forza o un briciolo di fiato in corpo, continuerò a occuparmi di messaggi come quello diffuso da Pro Infirmis e da Boudoir Disability, progetto di Valentina Tomirotti e Micaela Zuliani che ho raccontato con grande orgoglio attraverso le pagine di SoMagazine.
Continuerò a ribadire che pensare che l’omologazione sia la chiave dell’accettazione personale e sociale è un grossissimo errore: dovremmo imparare a pensare e a guardare con maggior coraggio, con minore superficialità e con una testa libera da cliché, schemi, barriere, pregiudizi. Perché le barriere mentali sono invisibili eppure sono le più insidiose.
Aggiungo anche che la moda è uno dei linguaggi con cui ci esprimiamo e dunque ha precise responsabilità nel tipo di messaggi che diffonde. E io desidero che sia inclusiva, ovvero che includa, e non che invece escluda.
La diversità (e la disabilità fisica è solo uno dei tanti esempi) ci rende unici e fa sì che ognuno di noi non sia solo la copia di un modello di perfezione che, tra l’altro, è utopico e noioso – lo ripeto!
Vogliamo essere copie o vogliamo essere unici? L’omologazione appiattisce ogni cosa e non è certo la risposta giusta se ambiamo all’unicità.

Perché poi, in fondo, così come chiede il video, chi è perfetto? Chi di noi può dire di esserlo?
E vi faccio lo stesso invito contenuto nel finale del video, get closer. Avvicinatevi, venite più vicino.

Domani inizia la Milano Fashion Week e io, come al solito, sarò combattuta tra ciò che di essa amo (l’opportunità di entrare in contatto con tanto talento e tanta bellezza) e ciò che di essa detesto (molte delle cose che ruotano attorno, soprattutto certi atteggiamenti che io non comprendo, ne ho già parlato tante volte).
Ecco, proprio in questo momento e proprio io che mi occupo di moda, tenevo tanto a offrire a noi tutti quello che, a mio umile avviso, è un importante spunto di riflessione.

Manu

 

Dee di Vita, un progetto importante per tutte le donne

Ci sono questioni che toccano profondamente le mie corde più intime.
Tra tali questioni figura la malattia e, in particolare, l’approccio alla malattia e al dolore fisico.
Ho conosciuto il dolore in più occasioni e l’ho provato sulla mia pelle, letteralmente, soprattutto a causa di un grave incidente subito da bambina: tutt’oggi porto le cicatrici indelebili, i segni di un’ustione che quasi mi privò della vita.
Credetemi se dico che, nonostante fossi piccolissima, il trauma è stato tanto forte che piccoli frammenti di quella terribile esperienza sono impressi nella mia memoria. Sprazzi di dolore e momenti di angoscia (ero stata ricoverata in camera asettica e avevo paura, ero solo una bambina) che sono perfino più profondi delle cicatrici fisiche che, da adulta, non ho infine voluto togliere.
Sostengo (sorridendo) di essere stata ricompensata per quel tragico incidente attraverso la fortuna di un’ottima salute; eppure, ho conosciuto la malattia attraverso tante (troppe…) persone care che fanno parte della mia vita. Alcune non ci sono più, purtroppo, ma sono presenti più che mai nel mio cuore.
L’ustione non ha solo segnato la mia pelle, ha anche forgiato il mio animo: la mia soglia del dolore è abbastanza alta e sopporto piuttosto bene la sofferenza fisica.
Ma, per paradosso, se sono disposta a sopportarla su me stessa, mi è invece difficile accettarla in coloro che amo: un conto è soffrire in prima persona, un altro è veder soffrire coloro che amiamo. Per quanto mi riguarda, preferisco di gran lunga essere io a provare dolore. Non so, forse così ho l’illusione di poterlo controllare e di poterlo vincere ancora, così come è già stato…
Naturalmente, detesto vedere soffrire i bambini, mi fa stare male quasi fisicamente proprio perché sono stata una bambina sofferente; lo stesso mi accade quando a soffrire sono in generale le donne, soprattutto a causa delle malattie tipicamente femminili.

È per tutti questi motivi che, ogni volta in cui c’è la possibilità di dare il mio piccolo aiuto alla lotta contro la malattia, mi metto in gioco volentieri e cerco di dare il mio sostegno con tutto il cuore.
So che quel che faccio non è altro che aggiungere una piccola goccia, ma sono convinta che il mare – soprattutto se inteso in senso metaforico – sia fatto da tante, tantissime microscopiche gocce.

Sono particolarmente orgogliosa di dare un contributo quando è la moda – la dimensione nella quale mi muovo quotidianamente – a scendere in campo.
Perché da sempre credo nella moda come forma di linguaggio.
E sono altrettanto felice di poter affermare che ci sono realtà che, oltre ad amare la moda, amano i messaggi che essa può contribuire a dare, grazie all’enorme cassa di risonanza sulla quale può contare.

È il caso di La Tenda Milano che si è innamorata del progetto Dee di Vita e che ha voluto fortemente partecipare all’iniziativa solidale nata dalla collaborazione tra Mantero e l’Ospedale San Raffaele di Milano.

Scopo di Dee di Vita è quello di sostenere le attività di Salute allo Specchio, organizzazione non lucrativa che si occupa di supportare psicologicamente le donne con patologie oncologiche con l’intento di aiutarle a ritrovare bellezza, vitalità, sicurezza e femminilità.
Fulcro dell’iniziativa è Vita, un turbante speciale creato da Mantero, azienda storica fondata a Como nel 1902 e specializzata nella seta: Vita è semplice da indossare e può essere annodato con pochi gesti. È un morbido abbraccio di seta, una vera e propria carezza che non irrita la cute delicata di chi affronta terapie farmacologiche molto impegnative.
Con il desiderio di creare una serie limitata di turbanti, La Tenda, celebre boutique meneghina di prêt-à-porter, ha scelto rose acquerellate che sbocciano con sapienti colpi di pennello: sono declinate in cromie calde che ricordano i colori della terra e scenari esotici, con tocchi di indigo e fucsia. Potete vederlo in anteprima nella foto qui sopra.
Grazie al prezioso contributo di La Tenda Milano e all’impegno profuso da Mantero, una parte del ricavato delle vendite dei turbanti – prezzo al pubblico 80 euro – sarà devoluto alla Onlus Salute allo Specchio.

I turbanti limited edition Mantero per La Tenda verranno presentati a Milano in occasione dell’edizione di Milano Moda Donna che sta per iniziare, con il patrocinio della Camera Nazionale della Moda Italiana.
L’allestimento all’esterno della Boutique di via Solferino 10, nel cuore di Brera, trasformerà la via in una vera e propria galleria d’arte: dal 21 al 23 settembre, sarà infatti aperta al pubblico la mostra Donne ConTurbanti del fotografo Guido Taroni, mostra il cui obiettivo poetico fa emergere, attraverso 16 ritratti di donne, tutta la personalità di ognuna di loro. Donne che, pur non avendo affrontato in prima persona la malattia, si sono dimostrate uniche e speciali nel modo di indossare i turbanti Vita.
La mostra sarà arricchita da un nuovo esclusivo scatto che interpreta il turbante Vita nella fantasia realizzata in esclusiva per La Tenda: lo scatto verrà svelato il 20 settembre, in occasione della serata dedicata alla Vogue Fashion’s Night Out e all’inaugurazione della mostra.
E per raccontare il dietro le quinte della creazione della nuova fantasia svelandone il lato più squisitamente artistico, proprio in occasione della VFNO, La Tenda accoglierà, a partire dalle 18:30, una performance di live painting durante la quale una textile designer di Mantero mostrerà come prendono vita le fantasie che ritroviamo sul pregiato twill di seta di Vita.
L’evento proseguirà poi alle 19:30 con Lisa La Pietra, giovane soprano e ideatrice di Argia, progetto che prevede l’utilizzo della vocalità come tramite di emozioni. Attraverso alcuni brani tratti dalla tradizione operistica, una speciale performance di musica dal vivo accompagnerà tutti i presenti alla scoperta di quella che è la grande forza insita in ogni donna, in linea con il vero significato di Argia.
Sapete qual è il significato di questa parola? Illuminata.

Parola perfetta.
Perché è riuscire a vedere la luce ciò di cui ha bisogno chi affronta le patologie oncologiche.
E la luce passa anche attraverso la nuova estetica oncologica nonché attraverso tutto ciò che può trasmettere i valori della bellezza e della forza delle donne, sostenendo concretamente coloro che sono in cura e facendo ritrovare il desiderio di prendersi cura di sé.

Per questo Vita è un prodotto volutamente allegro e colorato, perché interpreta l’energia di tutte le donne, ne celebra la bellezza e ne valorizza la femminilità.

Bando al dolore e alle lacrime. Siamo Dee di Vita.

Manu

 

Qui trovate il sito di La Tenda Milano; qui il sito di Mantero; qui il sito del fotografo Guido Taroni; qui il sito del soprano Lisa La Pietra; qui il progetto Dee di Vita; qui la Onlus Salute allo Specchio con approfondimenti interessanti e importanti, per esempio a proposito dell’estetica oncologica.

 

 

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NOWGenerations fase 2, AdL porta la moda dalla passerella alla strada

Non è un segreto: amo la moda visceralmente e con tutta me stessa.
Amo la sua storia, amo studiare in che modo ha origine nella fervida immaginazione e nella fertile mente di uno stilista, amo osservare le forme che può assumere, amo vedere come interagisce con molti degli aspetti della nostra vita. Anzi, con quasi tutti gli aspetti della nostra vita.
Tuttavia, come ogni grande amore, anche il mio presenta dei lati oscuri.
Uno degli aspetti tipici della moda e che non apprezzo affatto è, per esempio, quella (spiacevole) tendenza a consumare tutto velocemente e, di conseguenza, quasi a fagocitare sé stessa.
Senza mai soffermarsi e, tra l’altro, togliendo anche a noi il tempo di concentrarci o approfondire.
Tutto questo è sempre esistito: per sua stessa natura, la moda parla del tempo in cui è concepita e dunque parla del presente. Magari diventa vintage nel caso di uno sguardo più ampio verso il passato, oppure avanguardia se ci proiettiamo nel futuro.
Ciò che rimprovero alla moda di oggi è la velocità assurda con cui tutto invecchia: una collezione diventa obsoleta nel giro di pochi mesi, in alcuni casi perfino nel giro di alcune settimane (come nel fast fashion, settore nel quale la permanenza dei capi in negozio è brevissima).
Agli stilisti non è concessa tregua: neanche il tempo di godere di un lavoro o di un successo e devono già proiettarsi sulla collezione successiva (magari anche sulle successive due o tre, tra capsule, limited edition, cruise collection e via discorrendo).
Parallelamente, a noi non viene concesso il tempo di goderne, di indossare i capi in maniera cosciente, perché è già ora di nuovi desideri. Questo è ciò che prevede il cosiddetto (e maledetto) consumismo.
Lo ripeto, a me tutto ciò non piace. Mi mette a disagio.
Vorrei avere il tempo di godere e di assaporare.
Il mio progetto A glittering woman è nato anche con tale finalità: questo spazio mi permette di avere il tempo di soffermarmi. Di dettare i miei tempi. Di scegliere. Di decidere. Di essere libera. Libera di seguire chi mi piace. Di continuare a seguire i progetti che mi piacciono e il loro evolversi nel tempo.

Sono dunque molto felice di parlarvi degli sviluppi del fashion show 2016 di Accademia del Lusso, scuola presso la quale ho il piacere e la gioia di insegnare: la sfilata che chiude l’anno, intitolata NOWGenerations, ha premiato i 18 migliori allievi ai quali è stata data la possibilità di presentare una piccola collezione.

Come avevo già raccontato in un precedente post, il titolo NOWGenerations fa riferimento al nucleo del progetto, ovvero al desiderio di narrare una bellezza priva di limiti temporali e generazionali.
La moda è stata vista come il mezzo privilegiato per esprimere un’idea di stile che può risplendere tanto sulle riviste patinate quanto per le strade: NOWGenerations ha voluto incarnare il presente che si mischia al passato e guarda al futuro, ha voluto raccontare le combinazioni e le contaminazioni che si armonizzano in una visione positiva della moda e della vita.
Ha raccontato la bellezza interiore e ha celebrato quella esteriore senza guardare al tempo che passa. Ha valorizzato e reso tutti protagonisti.

Ora, AdL desidera continuare a promuove il talento creativo delle nuove generazioni con un progetto artistico trasversale: a partire dal concept NOWGenerations, nasce l’idea di ispirarsi alle texture degli abiti creati dagli studenti per il fashion show e le superfici tessili diventano così la base di performance artistiche contemporanee in occasione della Vogue Fashion’s Night Out e della Milano Fashion Week.
Non è stata scelta la via dell’illustrazione di moda; si è preferito privilegiare un modo che fa letteralmente vivere le creazioni dei giovani designer.

Altro obiettivo ambizioso della nuova fase del progetto è quello di rendere la moda un’esperienza non elitaria pur ambendo a conservarne i tratti di unicità e originalità propri della sua dimensione migliore, quella artigianale.

Autore delle performance ispirate al concept NOWgenerations è Ascanio, unconventional street artist di origine cubana che crede nell’arte accessibile, visibile ai più e non chiusa in musei o gallerie, in grado di impreziosire le città includendone tutti i quartieri.
Ascanio non vuole solo interpretare in chiave artistica le creazioni dei designer emergenti di AdL, vuole esplorare e rivivere il mondo delle texture, dei decori, dei dettagli.
I suoi close-up sulle lavorazioni artigianali, filtrate attraverso la lente dell’arte di strada, trasformano le superfici tessili in veri e propri manifesti espressivi.

Come funzionerà in dettaglio il progetto?

In occasione della Vogue Fashion’s Night Out di Milano, martedì 20 settembre 2016 dalle 18 alle 23, AdL ha organizzato un evento Open Night nella sede di via Monte Napoleone 5.
Body painting, opere in mostra, incontro con l’artista: l’Open Night diventerà una tappa imperdibile della VFNO 2016 meneghina.

Il progetto continua in strada: le street art performance di Ascanio si svolgono anche live in zone chiave di Milano – come corso Corso, corso Sempione, zona Navigli, corso Buenos Aires e molte altre location – dal 13 al 24 settembre 2016. Le prime performance sono dunque iniziate.
L’artista riprodurrà le sue creazioni accompagnato dagli studenti di AdL e da modelle che indosseranno i capi. Un vero e proprio flashmob, insomma, per chi ama la moda, l’arte e tutto ciò che è espressione di creatività.

Ecco perché ho voluto parlarvi ancora una volta di NOWGenerations: questo sviluppo, questa fase 2 mi piace molto, come immaginerete, perché crea un legame tra la moda, la città e tutti noi.
E lo fa in un frangente – quello di Milano Moda Donna – che è importantissimo non solo per il settore moda ma per l’intera città, per molti aspetti.
Perché non mi stanco mai di sottolineare che, oltre a essere fenomeno di costume e specchio della società, la moda è fondamentale per il nostro Paese anche dal punto di vista economico, in quanto genera occupazione e posti di lavoro.
E perché altrettanto non mi stanco di sottolineare che la moda non riguarda solo gli abiti, ma è ovunque.
Anche e soprattutto nelle strade, così come dimostrano di aver ben compreso AdL e Ascanio attraverso questo progetto condiviso.

Manu

 

Per maggiori informazioni e per approfondire:

Qui trovate il sito di Accademia del Lusso, qui la pagina Facebook, qui Instagram e qui Twitter.

Qui trovate l’evento sul sito di AdL e qui trovate la mappa degli eventi di street art: seguite la pagina Facebook e l’account Instagram che vi ho segnalato e che vengono costantemente aggiornati e troverete tutte le informazioni e i dettagli in tempo reale.

Qui trovate una gallery completa della sfilata NOWGenerations e qui trovate l’album dedicato alle creazioni di street art.

Qui trovate il sito di Ascanio.

Classe 1988, Ascanio si diploma nel 2007 all’Accademia di Belle Arti di Cuba con specializzazione in pittura e disegno. Nel 2008, si sposta all’Avana ed entra in contatto con l’ambiente artistico della capitale: partecipa a numerose mostre e arricchisce la propria produzione con l’utilizzo della tecnica serigrafica. Nel 2012, si trasferisce a Milano, città nella quale oggi vive e lavora. La naturale propensione al nuovo lo porta a interagire con il contesto e a collaborare con artisti internazionali sviluppando attività e progetti interdisciplinari: attraverso l’uso esclusivo del pennello e di tecniche tradizionali di pittura murale, Ascanio porta avanti uno stile particolare e riconoscibile. Nella sua opera non mancano tuttavia elementi innovativi e di sperimentazione: ama, infatti, coinvolgere i passanti e gli interessati alla realizzazione dei suoi lavori in strada, invitandoli a partecipare e a condividere l’esperienza creativa.

Io & AdL: qui trovate il racconto dettagliato della sfilata NOWGenerations; qui trovate il racconto della sfilata dello scorso anno; qui trovate l’incontro organizzato con Agatha Ruiz de la Prada.

 

 

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Giulia Boccafogli, quando dedizione e umiltà accompagnano il talento

Più vado avanti nel mio percorso e più mi convinco circa la necessità di dare spazio a cose belle e virtuose.
A progetti belli e virtuosi.
A persone belle e virtuose. Belle in senso molto ampio, dentro e fuori.

Sento che è necessario e anche giusto in quanto tutto ciò riesce a regalarmi emozioni forti.
E l’emozione è ancora più grande, dilagante, direi, quando a essere bella e virtuosa è una persona che seguo con affetto e stima da anni.

Sì, seguo lei e il suo lavoro da parecchio: mi riferisco a Giulia Boccafogli, designer talentuosa di gioielli contemporanei di ricerca, realizzati artigianalmente utilizzando pellami italiani di recupero.

Giulia progetta, disegna e realizza personalmente le sue collezioni: lavora con passione e dedizione, operando una continua ricerca e portando avanti le principali caratteristiche (originalità, qualità, manualità, conoscenza, competenza) intrinseche nel vero Made In Italy.

Il suo lavoro si concentra sulla pelle, materiale versatile, e lei ne esplora e ne sfrutta l’aspetto materico.
Utilizza pellami di recupero, selezionati accuratamente: rigenera il materiale che, in questo modo, gode di una seconda vita. Leggi tutto

Giulia Salemi contro Giulia Marani: due approcci agli antipodi

Chissà se, leggendo il titolo di questo post, avete pensato al film Kramer contro Kramer: se è così, ne sono felice, era il mio scopo.
Desideravo evocare proprio l’atmosfera di quella pellicola che racconta di una coppia che, a seguito del divorzio, si ritrova a lottare per l’affidamento del figlioletto.
L’intento del regista è quello di sottolineare, fin dal titolo e tramite l’uso dello stesso cognome, l’aspro confronto che oppone i due coniugi.

Il mio intento è lo stesso: non vi parlerò di un matrimonio in crisi, ma di un altro confronto tra nomi.
Le due persone delle quali sto per parlarvi hanno infatti in comune il nome di battesimo, Giulia, e da esso sono unite eppur divise, come vedrete.

Giulia Salemi è una modella, lavora in televisione ed è una ex concorrente del concorso di bellezza Miss Italia; Giulia Marani è una stilista della quale ho parlato spesso.
Entrambe sono state presenti a Venezia, per la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica.

Giulia Salemi ha fatto parlare di sé per aver indossato un abito che non so davvero come definire.
Potrei chiamarlo inguinale, nel senso che lasciava praticamente scoperto l’inguine eccezion fatta per una sottile striscia di stoffa. Per onore di cronaca e per amore di verità, è giusto che io nomini anche Dayane Mello, modella brasiliana che ha condiviso la passerella con la Salemi, vestita dallo stesso stilista e con un abito simile.

Giulia Marani ha invece fatto parlare del suo lavoro, vestendo due modelle con alcuni capi che rappresentano e sintetizzano il percorso che la stilista sta portando avanti da anni.

Parliamo in entrambi i casi di moda e vestiti, dunque; eppure, le due Giulia hanno affrontato la passerella (e la vita, oserei dire) in maniera diametralmente opposta, sia per quanto riguarda l’approccio sia per quanto riguarda il risultato.

E avrete già capito che uno dei due modi mi piace e l’altro no. Leggi tutto

Sonia Rykiel, non solo la regina del tricot

Ammiro le persone che dimostrano di avere carattere e personalità.
Mi piace che una persona si distingua nel mestiere che fa, qualunque esso sia. Resto ancor più affascinata quando si tratta di donne in quanto diventano fulgidi esempi da seguire.
Per questo motivo ammiravo tanto Mariuccia Mandelli, la stilista che aveva scelto Krizia come proprio pseudonimo, nome preso in prestito dall’ultimo Dialogo incompiuto di Platone, quello incentrato sulla vanità femminile.
Nel 2013, dopo una sfilata, avevo avuto l’immenso onore di poterle stringere la mano: lo scorso dicembre, a 90 anni, se n’è andata. Nel mio cuore c’è un posto che sarà suo per sempre e ora, al suo fianco, ne riservo uno per Sonia Rykiel: appena ho saputo della sua morte, ho subito pensato alla signora Mandelli e mi è venuto istintivo unirle indissolubilmente nel fatto di essere donne di grande carattere e personalità, stiliste che hanno saputo diffondere e difendere la loro opinione a proposito della femminilità e dei possibili modi di interpretarla.

Sonia Rykiel, classe 1930, iniziò a disegnare abiti nel 1962 quando, durante la gravidanza, non riusciva a trovare vestiti che le fossero comodi.
Soprannominata regina del tricot, concentrò la propria creatività sulla lana, dandole la stessa importanza che altri stilisti riservavano a tessuti pregiati e riuscendo a portare la maglieria oltre la dimensione artigianale.
Il pezzo che le fece ottenere il titolo di regina del settore fu un piccolo pullover attillato a righe: il capo finì sulla copertina di Elle e diventò un simbolo di liberazione e seduzione nonché di uno stile sofisticato e ribelle. Le donne – e prime fra tutte celebrità quali Audrey Hepburn, Catherine Deneuve, Lauren Bacall, Brigitte Bardot – se ne innamorano.

La sua filosofia? No, ai total look, no ai diktat, no ai limiti imposti dall’età.
Per lei era la moda a doversi mettere al servizio del corpo femminile e non viceversa (e questo è uno dei motivi per cui l’ammiro); ogni donna doveva essere libera di creare il proprio guardaroba, celebrando liberamente le proprie forme.
I capi di Sonia Rykiel conquistarono la ribalta della moda perché parlavano un linguaggio schietto e perché coglievano i desideri delle donne degli anni ’70: lei regalò loro libertà di movimento e di espressione.
«È la donna che anima l’abito. Non può essere il contrario. La provocazione è la donna, mai quello che indossa», così era solita dire.

Nel 1985, ricevette la Légion d’honneur, l’onorificenza più alta attribuita dalla Repubblica Francese. Nel 1987, le celeberrime Galeries Lafayette ospitarono Vingt ans de mode, la prima grande retrospettiva a lei dedicata; nel 2008, fu invece il prestigioso Musée des Arts Décoratifs a dedicarle una mostra, sempre monografica e sempre a Parigi.
La Rykiel non ebbe paura di sperimentare anche per quanto riguarda la possibilità di collaborazioni inedite e nel 2009 firmò una collezione per H&M.
Nel 2012, rivelò di avere la malattia di Parkinson tenuta nascosta per molti anni, fino a quando le era stato possibile, proprio in nome di quel carattere forte che l’animava. La rivelazione avvenne attraverso la pubblicazione di un libro autobiografico intitolato N’oubliez pas que je joue, dove non esitò a descrivere tutti i segni visibili della patologia sul suo fisico, dai tremori alle difficoltà di deambulazione.

Ed è stato il Parkinson a portarla via il 25 agosto.
Ai suoi funerali, a Parigi, c’era anche Lionel Jospin, ex primo ministro e suo amico; come ultima dimora della stilista, la famiglia ha scelto il cimitero di Montparnasse.
Lì riposano, tra gli altri, grandi personalità della cultura e dello spettacolo tra i quali Charles Baudelaire, Guy de Maupassant, Samuel Beckett, Marguerite Duras, Simone de Beauvoir, Jean-Paul Sartre, Serge Gainsbourg, Susan Sontag, Philippe Noiret. Un luogo affine alla personalità e allo spirito di una donna che ha amato la moda, l’arte, la musica, i libri, la letteratura (fu autrice di nove romanzi), la buona cucina e il cioccolato e che era molto di più della regina del tricot.
Folgorò anche Andy Warhol che la ritrasse e le dedicò un’intervista.

Sonia Rykiel è stata dunque un emblema di unicità, anticonformismo e ribellione.

Non solo dal punto di vista professionale, ma anche sotto il profilo personale e perfino nella malattia che – purtroppo – avvicina il suo destino a quello di André Courrèges, altro stilista che amavo molto e che è mancato all’inizio di quest’anno.

In un’intervista a Elle, Madame Rykiel non nascose di amare il potere e aggiunse di aver «lavorato per ottenerlo».
«Penso che le donne e gli uomini di potere siano uguali. Ce ne sono di incapaci e di formidabili», affermò nella stessa occasione. «Ma se mi chiedete di citarne una esemplare, non so chi dire. Soprattutto tra le politiche. Non sanno conservare quel potere di seduzione e quella dolcezza, tipicamente femminili. Si comportano troppo da uomini».
Esattamente ciò che ho sostenuto a mia volta in un post recente: come pensava la stilista, anch’io sostengo che le donne, per essere accettate e per ricoprire certi ruoli, non debbano affatto comportarsi come gli uomini, ma trovare il proprio modo.

E a mio avviso, una delle sue dichiarazioni più belle fu qualcosa che disse a Elle sempre in quella stessa intervista, una frase che mi pare possa ben riassumere l’essenza del suo lavoro e della sua vita.
«Non mi considero una femminista. Amo così tanto gli uomini. Non amo il femminismo di bandiera, anche se ho sempre difeso la mia libertà. Non penso che tra donna e uomo vada cercata la parità. Ma l’uguaglianza.»

Non credo ci sia nient’altro da aggiungere se non un affettuoso augurio: bon voyage, Madame Rykiel.

Manu

Il ritratto di Sonia Rykiel viene dalla pagina Facebook del brand.

Montagna 1 – Manu 0, ovvero mi toccherà imparare a pattinare

Credo di poterlo affermare senza tema di smentita: carichiamo le vacanze di grandi aspettative.
Forse troppe aspettative. Talvolta sproporzionate.
Ci aspettiamo che esse sortiscano chissà quale miracolo, che ci rigenerino completamente e che ci divertano alla follia. Ci aspettiamo di ritornare nuovi nuovi, come bimbi appena nati.
Chissà, forse è così perché le aspettiamo tutto l’anno oppure perché abbiamo un costante bisogno di sperare in qualcosa che cambi radicalmente la nostra routine.

Naturalmente, io non rappresento un’eccezione e, come tutti, ripongo grandi speranze nel periodo di pausa.
Non mi aspettavo, dunque, di ritrovarmi dopo le vacanze così.
Ovvero disorientata.
Un po’ svuotata.
Ammaccata.

Non mi vergogno ad ammetterlo.
Non mi vergogno ad ammettere che le vacanze, le mie, non sono forse andate come mi aspettavo.
Non mi vergogno ad ammettere che non immaginavo un rientro così: un po’ sottotono. Me lo aspettavo più positivo, più energico.

In fondo, le vacanze non erano andate male e, durante gli ultimi giorni, avevo addirittura maturato un paio di idee su altrettanti post con i quali avevo intenzione di far ripartire il blog. Leggi tutto

Chloë Moretz, le azzurre del tiro con l’arco e gli orrori dei giornali

È giunto il momento che io vada in vacanza concedendomi una pausa dalla consueta routine.

Lo sento, è così, e non lo affermo guardando il calendario in questo mercoledì 10 agosto, ma piuttosto ascoltando me stessa.

Quando non ho più pazienza, quando le mie reazioni diventano (ancora) meno diplomatiche del solito, quanto non riesco più a contenere la mia impulsività, vuol dire che ho fatto il pieno e che è arrivato il momento di staccare, di cambiare orizzonti, di cercare stimoli nuovi e diversi. Di riempire cuore e cervello di aria fresca, perché se ignoro questi bisogni rischio di scoppiare come un palloncino che sia stato gonfiato a dismisura.

Ma prima di regalarmi la (credo meritata) pausa, desidero scrivere un ultimo post scomodo, uno di quelli che pubblico ogni tanto, una sorta di riflessione da portare con me nelle prossime settimane. Chissà, magari ripensando con calma alla questione riuscirò a vederla con maggiore serenità.

L’argomento è ancora una volta il corpo di noi donne. Scrivo ancora una volta perché è un argomento del quale ho disquisito spesso.

Ho scritto parecchie volte a proposito della lotta al cosiddetto body shaming, della lotta contro tutta una serie di atteggiamenti connessi nonché dei condizionamenti ai quali siamo tutti sottoposti. Ne ho scritto qui, nel blog, e ne ho scritto per SoMagazine che mi ha dato più volte l’opportunità di farlo (e ringrazio sentitamente per questo).

L’ultimo post per SoMagazine è recentissimo: è datato 22 luglio e parla della famigerata, temibile e fatidica prova costume. La mia posizione è piuttosto chiara e direi che è tutta contenuta nel titolo: “Prova costume? No, grazie”.

Diciamo che è un invito a volere bene a noi stessi, a perseguire la salute e il reale benessere, a concederci qualche sbavatura, qualche imperfezione e, soprattutto, a non farci schiacciare dalla ricerca della perfezione a tutti i costi.

Quel mio articolo era stato scritto circa una settimana prima rispetto alla data di pubblicazione, ovvero quando non era ancora esplosa la bomba della foto di Chloë Moretz, attrice e modella statunitense, pubblicata da Io Donna. Leggi tutto

Donne e politica: Hillary Clinton & Co… la moda è una cosa seria?

Donne.

Donne, politica.

Donne, politica, potere.

Donne, politica, potere, moda.

È così che, molto spesso, mi metto in testa certe idee. Parto da una parola, ne aggiungo un’altra e poi un’altra ancora. Nasce una fila (quasi) ordinata e, infine, metto a fuoco un pensiero.

In genere, c’è qualcosa che, in principio, cattura la mia attenzione, magari un fatto che sembra piccolo e isolato. Poi ne metto vicino un altro. Un altro ancora. Ed ecco che nasce un post per il blog, uno di quelli che di solito chiamo pensieri in ordine (quasi) sparso.

Credo che la suggestione alla base della sequenza donne, politica, potere, moda sia iniziata quando ho scritto il post sulla Brexit e sul referendum dello scorso 23 giugno, quello che sta conducendo all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

Tra i tanti personaggi presenti in quel post, ho citato Margaret Thatcher e il primo referendum che ci fu nel 1975 nel Regno Unito per decidere se continuare a far parte dell’UE: il 67,2% per cento dei partecipanti votò per restare. Quell’anno, la Lady di Ferro, che divenne poi primo ministro nel 1979, sostenne la campagna per la permanenza della Comunità Europea: per correttezza e completezza d’informazione, occorre precisare che le sue posizioni europeiste cambiarono nel corso dei suoi mandati.

L’episodio che mi ha fatto pensare al suo rapporto con la moda accadde proprio in quel periodo.

A una manifestazione a favore del sì, la Thatcher indossò infatti un maglione diventato famoso come la maglia “9 bandiere”: di lana e a maniche lunghe, nero sulle maniche e sulla schiena, recava sul davanti le bandiere dei Paesi che facevano parte della Comunità Europea nel ’75, ovvero Belgio, Danimarca, Francia, Irlanda, Italia, Germania Ovest, Lussemburgo, Paesi Bassi e Regno Unito. Leggi tutto

Tattoo sì o no? Nel dubbio… provate con la poltrona!

Chi frequenta questo spazio con una certa costanza lo sa: qui si trovano spesso proposte inconsuete, definiamole così.
Possono partire dalla moda (abiti, accessori, mostre, concorsi) per passare dal cibo (per esempio, un gelato artigianale di gran qualità oppure una birra a base di lievito della Patagonia) fino ad arrivare a una poltrona, proprio come quella che vedete qui sopra.
Talvolta, ciò che propongo fa sì che mondi solo apparentemente lontani possano incrociarsi.
Cosa lega il tutto?
La mia curiosità.
L’eterno desiderio di condividere bellezza, capacità, talento, passioni, emozioni nelle mille forme che possono assumere.
Un pizzico di provocazione, ovvero la spinta che stimola ad abbracciare il cambiamento, l’evoluzione e le trasformazioni.
Mi piace l’idea di condividere scelte libere dai diktat, inclusi i miei: le mie non sono infatti imposizioni, mai e in nessun caso, bensì suggerimenti. Sussurrati.
Perché sta solo a chi legge la decisione finale. Mi piace? Non mi piace? Adotto? Non adotto? L’importante – secondo me – è essere curiosi.

Ho parlato in diverse occasione dei tatuaggi e di ciò che penso a tal riguardo.
Credo che essi non siano solo ornamenti, ma che costituiscano anche e soprattutto un linguaggio.
Il tatuaggio è stato adottato da molti popoli e, a seconda degli ambiti e dei periodi storici, ha rappresentato una sorta di carta d’identità del singolo individuo oppure ha incarnato una pratica volta ad accomunare le persone. Poteva essere un segno di appartenenza, ma anche un rito di passaggio, per esempio quello all’età adulta: poteva simboleggiare un legame relativo a convinzioni religiose, spirituali e magiche.
Ammetto che le motivazioni per le quali oggi ci si fa un tatuaggio sono spesso molto differenti da quelle del passato, eppure persiste il desiderio di comunicare qualcosa di sé agli altri. Anticamente, l’individuo non era in genere libero né di decidere di essere o meno marchiato né di scegliere il disegno da portare sulla pelle: oggi, si sceglie un tatuaggio come celebrazione dei propri gusti e del proprio modo di essere, come manifesto degli eventi personali della propria vita oppure come segno di legami affettivi.
Io ne ho tre: rappresentano tutti momenti o passaggi cruciali della mia vita nonché, appunto, legami affettivi importanti. Quello che porto sul braccio destro è dedicato a mia sorella e a mia nipote. E mia sorella ne ha uno identico.

E così, dopo aver parlato di tattoo su pelle umana e perfino di scarpe tatuate, oggi vi parlo della poltrona Opus Tattoo.
Garantire un pezzo unico, disegnato e realizzato per noi: è ciò che desidera fare la Sergio Villa Mobilitaly proponendo una poltrona in pelle a effetto tatuato.
L’azienda nasce dall’incontro tra l’architetto Carlo Rampazzi e la bottega artigiana di Sergio Villa situata in Brianza, uno dei centri d’eccellenza per la produzione del mobile. La loro idea è quella di creare una sorta di sartorialità dell’arredamento: sostengono infatti che, come accade nella moda, anche i mobili possiedono una valenza che va oltre le fugaci tendenze.
Carlo e Sergio vogliono fare del mobile il centro dell’attenzione, vogliono suscitare emozioni attraverso i loro progetti, attraverso oggetti senza tempo, slegati da trend effimeri e incastonati nel mondo.
Con Opus Tattoo, Sergio, artista decoratore, crea un legame tra la personalità del proprietario e l’ambiente in cui vive: la poltrona parla di chi la possiede, come un’opera d’arte che non si produce in serie e che si gode anno dopo anno.
Il materiale di rivestimento è una pelle patinata che viene decorata a mano: il tattoo e il colore della pelle sono personalizzabili.

L’arte di fare mobili è una delle capacità per le quali noi italiani siamo conosciuti in tutto il mondo: è un onore, dunque, ospitare un’idea tanto estrosa.
Una creazione che parla di personalità libera da vincoli nonché dell’ironia della provocazione, proprio come piace a me.

Manu

 

Se volete approfondire a proposito del lavoro della Sergio Villa Mobilitaly, qui trovate il sito.

Se vi ho incuriositi parlando di scarpe tatuate, qui e qui trovate i miei post.

Sarai regina e vincerai, parola di Irene Vella (e di mamma Lidia)

Potrei iniziare questo post con la frase “io ve l’avevo detto”.

E invece inizierò confessando il mio bisogno – sempre più impellente – di belle cose, belle storie, belle persone, bei sentimenti.

Ho talmente bisogno di sentire e respirare bellezza da aver deciso di far incidere la frase «La bellezza salverà il mondo» (pronunciata dal principe Miškin ne L’idiota di Fëdor Dostoevskij) su un anello, perché tali parole sono il mio motto ormai da tempo e cerco di ripetermele come un mantra al quale aggrapparmi.

Come ho scritto in altre occasioni, quando il mondo mi fa paura e quando smetto di comprenderlo, cerco rifugio nella bellezza: è l’unico modo che conosco per portare avanti i valori di cultura, civiltà, umanità, tolleranza e libertà nei quali credo da sempre.

Purtroppo, nel frangente attuale, carico di troppo sangue e povero di umanità, è difficile restare saldi e continuare a credere: cerco dunque di impegnarmi ancor di più per rintracciare tracce di bellezza e così ho pensato che fosse il momento perfetto per leggere Sarai regina e vincerai, il libro più recente di Irene Vella, scrittrice e giornalista (mi permetto di aggiungere amica) che tanto stimo.

Non mi sbagliavo, ho fatto la scelta giusta: tra le sue righe, ho trovato ciò che cercavo – amore e bellezza – e non sono riuscita a staccarmene fino a quando non l’ho letto tutto.

Ora vi chiederete perché ho esordito con quella frase, “ve l’avevo detto”: perché di Irene avevo già parlato altre volte, di lei, dei suoi libri e della sua (meravigliosa) famiglia e avevo raccontato una cosa importante. Ovvero che Irene ha dato un rene a suo marito Luigi. Ma non così, come modo di dire: gliel’ha dato veramente, fisicamente, e lo racconta in Sarai regina e vincerai, appunto.

Il libro narra che, dopo il matrimonio e la nascita di Donatella, la primogenita di Irene e Luigi, la loro vita procede come una favola, almeno fino al giorno in cui Luigi, sportivo, atletico, sanissimo, ha un piccolo malessere. Decide di sottoporsi a una visita: quel giorno diventerà, purtroppo, uno spartiacque tra prima e dopo, perché la diagnosi sarà fortissima, ovvero insufficienza renale cronica. I suoi reni non funzionano più e la prospettiva è la dialisi a vita. O un trapianto.

All’improvviso, Irene scopre che le banalità che si dicono sul valore delle piccole cose o sulla fragilità della felicità sono tutte drammaticamente vere; ma, allo stesso tempo, scoprirà l’autenticità di un’altra banalità, ovvero che l’amore ci dà risorse che mai avremmo creduto o sospettato di avere.

E così, la decisione viene da sé: donerà a Luigi un suo rene. Anche se la parte più difficile è convincerlo ad accettarlo.

Armata di positività, senso dell’umorismo e molto coraggio, Irene affronta con Luigi la sua battaglia più difficile e salverà il suo regno di affetti, come una vera regina guerriera.

E, in fondo, come scrive la stessa Irene, la colpa (ma io direi il merito) è di sua madre che, quando la giornalista aveva solo dieci anni, si presentò con un quadretto tricottato e incorniciato che recitava: «Sarai regina e vincerai, tutte le cose che vorrai diventeranno realtà».

«Il problema – scrive Irene è che io ci ho creduto»: e per fortuna, torno a ripetere. Brava signora Lidia! Leggi tutto

Shannen non si è fermata a Beverly Hills 90210

Sono pronta a scommetterci: se scrivo Beverly Hills 90210, catturo immediatamente l’attenzione di moltissime persone e non solo di chi ha visto il celebre telefilm negli anni ’90, in occasione del primo passaggio, ma anche di chi ha imparato a conoscerlo in seguito.

Ci sono film e serie TV che, per tutta una serie di motivi, entrano nell’immaginario collettivo e vanno a occupare un posto fisso tra i cosiddetti miti pop, ovvero quei fenomeni che diventano pietre miliari della storia del nostro tempo perché rappresentano, incarnano e raccontano alcuni tra i maggiori cambiamenti della società e dei suoi costumi: sento di poter affermare che il telefilm in questione rientra in tale casistica.

Trasmessa tra il 1990 e il 2000, Beverly Hills 90210 è stata una serie speciale perché, per la prima volta, ha portato in televisione gli adolescenti per quello che erano, affrontando temi come droga, alcool, sessualità, AIDS.

Ricordate? La storia inizia con i due fratelli gemelli Walsh, Brandon e Brenda, che si trasferiscono con i genitori da Minneapolis a Beverly Hills, il quartiere VIP di Los Angeles: lì si trovano di fronte a un mondo nuovo, da una nuova scuola a nuove amicizie.

Brenda si innamora di Dylan McKay, ragazzo ricco che non riesce a stare lontano dai guai: a sua volta, la giovane dimostra di essere ribelle e combattiva e confesso che, pur con varie differenze, mi rivedevo in lei e in quella sua malcelata insofferenza verso le regole.

Ecco perché, quando ho letto della malattia che ha colpito Shannen Doherty, colei che ha dato volto, corpo e spessore a Brenda, sono rimasta molto colpita.

In agosto 2015, l’attrice aveva rivelato di avere un cancro al seno: la diagnosi, aveva spiegato, è purtroppo arrivata in ritardo, cosa che non le ha fatto perdere la voglia di combattere. Anzi, al contrario.

A distanza di un anno, Shannen ha pubblicato alcune fotografie molto forti sul suo profilo Instagram (ne vedete una parte qui sopra): davanti allo specchio e con le forbici in mano, procede al taglio della sua chioma prima di iniziare un nuovo ciclo di terapie.

A sostenerla ci sono gli affetti e gli amici di sempre: il suo corpo trasmette fragilità, per un attimo si vede in lei grande smarrimento, eppure non si rassegna e, quanto alla mastectomia, ho letto una sua dichiarazione che non ha bisogno di commenti.

«Sono solo seni. Preferisco vivere e invecchiare con mio marito.»

Viviamo un momento storico e sociale in cui molte delle nostre certezze stanno inesorabilmente vacillando, un momento in cui il mondo sta subendo profondi e probabilmente irreversibili cambiamenti: per la mia generazione, la malattia di Shannen segna un’ennesima perdita di quella spensieratezza e di quel senso di fiducia nel futuro che io stessa ho avuto la fortuna di vivere fino agli anni ′90 e che ha subito un duro colpo dopo l’11 settembre 2001 con l’attentato al World Trade Center di New York.

Così come Beverly Hills 90210 ha segnato un punto di svolta, un prima e un dopo, Shannen e la sua battaglia contro il cancro segnano (purtroppo) una divisione similare: segnano il risveglio da un sogno, quello secondo il quale noi ragazzi di allora eravamo convinti di possedere il futuro tanto da poterlo gestire in piena autonomia e in assoluta libertà, senza che nulla avesse il potere di interferire o fermarci.

Non era così, non del tutto, almeno: non siamo invincibili e credo che ogni generazione abbia vissuto questo passaggio e questa disillusione, in un modo o nell’altro.

Shannen (che ha avuto una vita da ribelle almeno quanto il suo personaggio più famoso) non è certo la prima ad ammalarsi; la differenza è che lei è stata una di quelle icone popolari di cui parlavo in principio, quelle che eleggiamo a simbolo dei nostri sogni e che poi vediamo cadere. E, oggi, sta pagando un conto salatissimo in cambio di tale consapevolezza, sua e nostra.

Eppure, non ho intenzione di fare di questo post un omaggio lacrimoso, anzi, desidero fare il contrario.

Guardando la Shannen di oggi, rivedo esattamente la Brenda di Beverly Hills 90210, come se non fosse passato nemmeno un giorno da quegli anni.

Ha lo stesso sguardo forte e fiero e, attraverso il coraggio di condividere il suo dramma, capisco che è davvero come io e i miei coetanei la vedevamo allora: è una combattente.

E allora io dico forza, Shannen.

Continua a dimostrarci che, oggi, possiamo vincere una nuova lotta importante quanto quella che abbiamo combattuto per affermare la libertà di amare chi volevamo, di scegliere i nostri amici, la scuola da frequentare, il lavoro da fare, il luogo in cui vivere. Sbagliando, magari, ma sempre in prima persona e sempre con il cuore.

Io sono con te e ti auguro che tu possa vincere la battaglia più importante di tutte, quella per la vita.

Perché se ci sbagliavamo sul fatto di essere invincibili, continuo a credere che invece non ci sbagliavamo sulla cosa più importante: possiamo agire e non subire, possiamo provare a lottare e non ad aspettare, seduti e rassegnati. In tutto, in ogni cosa.

Non desidero aggiungere altro se non che potete seguire e sostenere Shannen Doherty attraverso il suo profilo Instagram (io credo che la solidarietà, anche quella della rete, conti).

Quando lo aprirete, troverete queste parole: «My life and journey told thru the art of photos. It’s not all pretty, but it’s mine».

Ovvero «La mia vita e il mio viaggio raccontati attraverso l’arte della fotografia. Non è tutto bello, ma è mio».

Manu

 

 

Questo post è dedicato alla memoria di Simona.
Aveva la stessa età di Shannen e, pochi giorni fa, ha perso la lotta contro il cancro al pancreas.
Sit tibi terra levis, Che la terra ti sia lieve.

 

 

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