Chez Blanchette: la moda artigianale, Made in Italy, familiare, responsabile

Era il 24 aprile 2013 quando il Rana Plaza, edificio commerciale di otto piani, crollò a Savar, sub-distretto di Dacca, la capitale del Bangladesh.
Le operazioni di soccorso e ricerca si conclusero con un bilancio dolorosissimo: 1.134 vittime e circa 2.515 feriti per quello che è considerato il più grave incidente mortale avvenuto in una fabbrica tessile nonché il più letale cedimento strutturale accidentale nella storia umana moderna.

Com’è tragicamente noto, il Rana Plaza ospitava alcune fabbriche di abbigliamento, una banca, appartamenti e numerosi negozi: nel momento in cui furono notate delle crepe, i negozi e la banca furono chiusi, mentre l’avviso di evitare di utilizzare l’edificio fu ignorato dai proprietari delle fabbriche tessili.
Ai lavoratori venne addirittura ordinato di tornare il giorno successivo, quello in cui l’edificio ha ceduto collassando durante le ore di punta della mattina.
Lo voglio ripetere: nel crollo, persero la vita 1.134 persone e ci furono oltre 2.500 feriti.

Molte delle fabbriche di abbigliamento del Rana Plaza lavoravano per i grandi committenti internazionali e questo orribile sacrificio di vite umane ha squarciato il velo di omertà che copriva, a mala pena, pratiche che moltissimi, in realtà, conoscevano da tempo e fingevano di non vedere.

Dopo la strage, oltre 200 imprese del settore abbigliamento – così dicono le cronache – hanno siglato un accordo sulla sicurezza in Bangladesh; da un recente simposio alla Ford Foundation di New York è emerso che, da allora, sono state corrette una media di 60 violazioni per impianto e sono stati organizzati corsi sulla sicurezza per 2 milioni di addetti.
Sono passi verso una maggiore responsabilità, ma è solo l’inizio: le paghe sono ancora (troppo) basse, gli orari sono spesso senza regole e la strada verso una sicurezza totale, dunque, è ancora lunga.

A chi pensa che la colpa di tutto ciò vada esclusivamente al fast fashion, alla sua nascita e alla sua diffusione, dico di non farsi trarre in inganno.
Sul banco degli imputati non ci sono solo i ben noti marchi di moda low cost, bensì anche nomi blasonati fino ad arrivare alle maison di Alta Moda, in alcuni casi accusate di poca chiarezza a proposito delle risorse e delle materie prime utilizzate, spesso con riferimento a quelle di origine animale.

Volete un esempio circa il fatto che anche i brand blasonati non siano sempre innocenti? Leggi tutto

40anni di tesori MF1 svelati da un archivio ora digitale, una mostra, un libro

Lo racconto sempre agli studenti dei miei corsi in Accademia del Lusso: siamo così abituati a pensare alla moda italiana come a un elemento costitutivo dell’identità del nostro Paese da dimenticarci spesso che essa è, al contrario, una realtà abbastanza recente.

La verità è che, fino all’Ottocento, a dettare legge in ambito moda è stata la Francia e gli stessi creatori di casa nostra hanno guardato i cugini d’Oltralpe cercando esempi e ispirazione.
Pensate alla celebrità della quale ha goduto Maria Antonietta d’Asburgo Lorena, moglie di Luigi XVI e nota semplicemente come Maria Antonietta (1755-1793): tutto ciò che la sovrana fece creare o scelse e poi indossò divenne moda non solo in Francia, bensì presso tutte le corti europee dell’epoca.
E pensate che, proprio per quanto riguarda il nostro Paese, ho scoperto che la stessa parola «moda» apparve per la prima volta solo nell’edizione del 1691 del dizionario italiano: la definizione era quella che fotografa tuttora la caratteristica fondamentale della moda, ovvero «ciò che riguarda le abitudini mutevoli».
Già, perché la moda indica comportamenti collettivi con criteri mutevoli: non solo, anche se usiamo spesso questo termine in relazione al modo di abbigliarci, dobbiamo ricordare che in realtà la moda non è solo nei vestiti.
Così come è utile ricordare che la moda nasce solo in parte dalla nostra necessità di sopravvivere, coprendoci prima con pelli e poi con materiali e tessuti lavorati per essere indossati; gli abiti assunsero infatti ben presto anche precise funzioni sociali, atte per esempio a distinguere le varie classi e le mansioni – e questo occorrerebbe ricordarlo soprattutto a chi continua a considerare la moda come cosa futile e sciocca.

Ma torniamo alla moda italiana. Leggi tutto

Pillole di primavera: la collezione alta moda Curiel SS 2018

Come ho avuto modo di scrivere in altre occasioni, occuparmi di moda – scrivendo, insegnando, facendo consulenze – incarna una mia grande passione, la più grande tra le tante che ho.

Eppure, nonostante ciò, nonostante quella che ammetto essere una fortuna, ogni tanto ho anch’io bisogno (come credo capiti a chiunque) di tornare al nucleo più autentico del mio amore, ho bisogno di ricordare a me stessa perché amo tanto questo lavoro.

Ho bisogno di emozionarmi e di dimenticare ciò che invece mi rende insofferente davanti a certi meccanismi.

Andare alle sfilate della maison Curiel mi fa esattamente questo effetto, mi regala l’opportunità di tornare al vero nucleo della mia passione, ovvero all’amore per creatività, genio, capacità, perizia.

In occasione della Milano Fashion Week dello scorso febbraio, Raffaella Curiel ha voluto lanciare la collezione di alta moda Florigrafia in 3d nel suo atelier di via Monte Napoleone: nel piccolo e grazioso cortile interno, sullo sfondo di un suggestivo canneto in bambù, le modelle hanno sfilato con 28 pezzi unici per la primavera / estate 2018 in un susseguirsi di flash show.

A spiegare la scelta è stata la stilista stessa. Leggi tutto

Pillole dalla mia #MFW: Valeorchid FW 2018 – 19

Dalla collezione Valeorchid FW 2018 – 19 (foto della stilista stessa, modella Erica)

Parlare del lavoro di un amico che fa lo stilista è un enorme piacere nonché una grande emozione, naturalmente, ma implica anche una notevole responsabilità.
Perché c’è – anche solo per un istante – il timore che il giudizio professionale possa essere offuscato o influenzato dall’affetto.
Valentina, mia Amica (sì, con la A maiuscola) e stilista, mi libera completamente da detta paura, in quanto il suo talento è talmente limpido da non lasciare spazio a timori riguardo possibili confusioni dettate dal sentimento.

Di lei e del suo brand Valeorchid ho già parlato in un paio di post precedenti, quando qui ho presentato la sua collezione autunno / inverno 2016 – 17 e quando qui ho dato un assaggio della sua collezione nell’ambito di un reportage complessivo sulla primavera / estate 2018: stavolta, vi parlo della collezione Valeorchid FW 2018 – 19 che sono andata a visionare durante l’ultima Milano Fashion Week.

La collezione si intitola “…into the sound” e, proprio in questo titolo, è racchiuso il suo concept: raccontare l’essenza dei suoni del tempo passato fino a farli diventare capi da indossare.
Ogni suono accompagna e segue il movimento del corpo in una dolce danza d’inverno; bianco e nero percorrono le linee e le forme dei capi, realizzati in tessuti caldi e morbidi che avvolgono il corpo con rispetto.

La collezione Valeorchid FW 2018 – 19 è pensata per donne che hanno il coraggio di far risuonare in loro la vita, per donne che hanno il coraggio di far vibrare – e ascoltare – i loro sensi.
L’amore per la moda ha origini lontane per Valentina: «mia madre era una sarta e così, crescendo tra macchina da cucire, ago, filo, tessuto e, al tempo stesso, musica e arte, tutto è diventato linfa vitale», racconta a chi ha la fortuna di saperla ascoltare.

La filosofia del suo brand Valeorchid è quella di custodire il corpo rendendolo unico, proteggendolo come se fosse un gioiello contenuto all’interno di uno scrigno: in questo scrigno immaginario, spazio e tempo reali cessano di esistere per lasciare la possibilità di godere di momenti di qualità da prendere per sé, per amplificare la percezione di ognuno dei nostri sensi.
Le creazioni sono tutte collegate tra loro con un filo rosso come a raccontare una storia in musica, immagine e poesia; ogni capo è la fusione di tanti versi, ogni collezione diventa capitolo di un’unica grande storia.
Nel mondo Valeorchid è forte il rimando al nostro passato unito, talvolta, al rimando a terre lontane, dal primo Novecento fino ad arrivare al Giappone, ovvero periodi e luoghi in cui la femminilità ha sempre avuto un ruolo di primo piano nonostante condizioni sociali spesso avverse.

La donna Valeorchid è un’entità libera, indipendente e forte, che sa svelare le sue emozioni a tempo debito, sussurrando la propria femminilità.
Gli abiti, in cui sono costanti ricerca e cura del dettaglio, sono privi della costrizione delle taglie; in essi vi è, al contempo, forma e assenza di forma.
Assumono infatti forma definitiva attraverso un gioco di trasformazioni e sovrapposizioni, cambiando aspetto ogni volta anche a seconda di chi li indossa

«Vestire è un atto importante – racconta ancora Valentina – poiché è dedicare tempo a corpo e spirito per esprimere al meglio la propria personalità»: è esattamente tutto ciò che penso io, la moda che si fa linguaggio e racconta il nostro quotidiano, il nostro vissuto, la nostra storia.
Ecco perché con lei non ho timore che il mio giudizio possa essere inquinato dall’affetto: a parlare è invece la stima per la qualità e il contenuto del suo lavoro.

Il brand Valeorchid è attivo dal 2013: con la collezione “…into the sound”, Valentina giunge alla sua quinta collezione, oltre ad alcune produzioni limited edition e a collaborazioni con altri brand.
E sono orgogliosa di segnalare che le collezioni sono state apprezzate tanto da godere di una discreta distribuzione su buona parte del territorio italiano, da Udine fino a Roma, presso prestigiosi e selezionati concept store che potete trovare elencati qui.

Se volete seguire Valentina, vi segnalo che qui trovate il suo sito, qui la sua pagina Facebook e qui il suo account Instagram.
Se volete visionare tutta la collezione Valeorchid FW 2018 – 19, la trovate qui; personalmente, ho già commissionato a Valentina il soprabito a pois che, oltre ad avere una linea a uovo che mi fa impazzire, è anche reversibile per un uso ancora più libero e versatile.

Geniale la mia Vale: in un panorama di proposte troppo spesso omologate e non particolarmente innovative, lei ha invece il coraggio di proporre la sua visione – che io sposo in toto.

Manu

Pillole dalla mia #MFW: Grinko FW 2018 – 19

Estratti della collezione Grinko FW 2018 – 19 dal mio account Instagram

Il nostro Paese sta vivendo un momento terribile per quanto riguarda la condizione femminile.
Gli omicidi di donne sono estremamente frequenti e spesso si consumano in ambiti familiari.
I delitti e gli episodi di violenza sembrano – se possibile – sempre più efferati, atroci, feroci, barbari, inumani.
La situazione non è migliore fuori casa: violenze sessuali, molestie sul posto di lavoro, disparità di trattamenti economici e di carriera.

Giovedì 8 marzo, Giornata Internazionale della Donna, pubblicando una foto nel mio account Instagram, ho scritto che, in realtà, credevo non ci fosse granché da festeggiare poiché molto, moltissimo resta ancora da fare e a ricordarcelo sono – purtroppo – grandi tragedie e perfino piccole cose quotidiane e il disastro, ahimè, si spinge ben oltre i nostri confini nazionali.
Senza distinzione né tra Paesi né tra classi sociali, quelle sulle donne continuano a figurare tra le violazioni dei diritti umani più diffuse in tutto il mondo: dalla violenza domestica fino alle mutilazioni genitali, gli stereotipi di genere impattano quotidianamente sulla vita di moltissime donne fin dall’infanzia.
E le statistiche a tal proposito sono a dir poco agghiaccianti.

Eppure, quel giorno ho anche scritto che, nonostante tutto, voglio restare ottimista verso l’umanità.
Perché penso che le persone di buona volontà siano donne e uomini, perché penso che tutte queste persone di buona volontà debbano e possano lavorare insieme per cambiare le cose.
Penso anche che puntare il riflettore sulle questioni aperte serva a non distrarsi, a focalizzare, a non dimenticare; penso che ognuno di noi possa fare la propria parte per cambiare le cose nel quotidiano, attraverso ciò che sa fare meglio.
E penso che la moda sia uno di quegli ambiti che può giocare un ruolo positivo, sfruttando la propria voce potente e la propria visibilità, la forte attrattiva che esercita su tante persone: la moda può e deve sfruttare quel potere comunicativo che io le riconosco da sempre per parlare di questioni davvero importanti.

Ecco perché, in un momento storico in cui parlare del concetto di women empowerment nonché di movimenti sostenuti da hashtag quali #Metoo e #Timesup diventa assolutamente fondamentale, io decido di parlarvi ancora una volta dello stilista Sergei Grinko che, in occasione della recente Milano Fashion Week, ha dato un titolo assai eloquente a collezione e sfilata: “That’s enough! Stop violence against women”.

Ebbene sì, Sergei si occupa di moda e la moda è ciò che sa fare meglio e così, da sempre, con coraggio e intelligenza, si è impegnato a legare la sua visione stilistica a tematiche sociali e politiche.

Con la collezione Grinko FW 2018 – 19, lo stilista ha voluto esprimere la sua indignazione per il presente ma, nel contempo, ha anche voluto dare voce alla speranza che le nuove generazioni sappiano creare uno scenario futuro più equo e dignitoso, uno scenario in cui uomini e donne possano vivere in reale armonia.

Esattamente come voglio sperare anch’io.

Ed è alle nuove generazioni che Sergei pensa con i suoi abiti attraversati da un’energia impetuosa e irriverente, applicando alla tradizione artigianale italiana un’attitudine decisamente moderna e che desidera scardinare il passato: in quest’ottica, decostruisce la silhouette in nome di una visione più sciolta nella quale si gioca con i generi, mischiando abiti femminili e capi dal sapore maschile, per un risultato libero e rilassato.

La collezione Grinko FW 2018 – 19 propone così elementi che trasmettono grinta: frange che diventano un fil rouge su capi e accessori richiamando un’attitudine un po’ western, tessuti naturali rivestiti da effetti metallici, spavalde immagini 3D declinate su tessuti innovativi progettati in esclusiva per la maison e tinte decise tra cui figurano bordeaux, marrone e grigio. Ritrovate tutti gli elementi in un piccolo video che ho girato a fine sfilata.

Da varie stagioni, Sergei ha fatto propria la tendenza a unire collezioni uomo e donna in un’unica sfilata e l’ha fatto anche stavolta: l’emozione è diventata palpabile quando, alla fine, sono entrati un ragazzo e una ragazza, fianco a fianco, con outfit coordinati e uniti dallo slogan “Stop violence against women”.

Bravo Sergei: ti ho sempre stimato, come persona e come stilista, fin dalla prima volta che ci siamo incontrati.
Buona parte della mia stima risiede nel fatto che sei una persona capace di agire; sai lottare per ciò in cui credi, attivamente.

Quando scrivo di credere nelle persone di buona volontà penso a persone come te: non ti sei tirato indietro e stai facendo la tua parte affinché le tue meravigliose bambine, Emma e Sophia, possano vivere in uno scenario in cui le donne non debbano avere costantemente paura.

Come persona e come donna, io ti dico il mio personale grazie.

Manu

Qui trovate il sito di Sergei (e qui tutta la collezione Grinko FW 2018 – 19), qui la sua pagina Facebook, qui Instagram e qui Twitter.

Se volete leggere i miei articoli sulle precedenti collezioni di Sergei: qui trovate un assaggio della sua collezione nel mio reportage complessivo sulla primavera / estate 2018; qui trovate un assaggio della sua collezione nel mio reportage complessivo sull’autunno / inverno 2017-18; qui trovate l’articolo sulla collezione autunno / inverno 2016-17: qui quello sulla collezione primavera / estate 2016; qui quello sulla collezione autunno / inverno 2015-16; qui quello sulla collezione primavera / estate 2015; qui quello sulla collezione autunno / inverno 2014-15; qui quello sulla collezione primavera / estate 2014; qui quello sulla collezione autunno / inverno 2013-14.

Pillole dalla mia #MFW: Angelo Marani FW 2018 – 19

Dalla presentazione della collezione Angelo Marani FW 2018 – 19 (photo courtesy ufficio stampa)

Ci sono parole che, pur essendo inglesi, fanno ormai parte del nostro quotidiano.
Io sostengo con forza e convinzione l’italiano, per la sua bellezza e la sua ricchezza, eppure devo ammettere che dalla parte dell’inglese c’è spesso il potere della sintesi, la straordinaria capacità di fotografare qualcosa in un solo termine con l’efficacia e la rapidità che ben si addicono ai tempi sempre più veloci che viviamo.

Prendete la parola trend: chi mai, al suo posto, userebbe l’espressione «andamento di un fenomeno entro un certo periodo di tempo»?
Nessuno – credo – anche se, a ben guardare, si potrebbe usare tendenza…

A ogni modo: io stessa, oggi, uso una frase che ho letto e che ha catturato la mia attenzione.
«Due i macrotrend emersi dalla fashion week: da un lato l’appeal inossidabile dell’heritage e dall’altro un’impetuosa, salutare corrente di rinnovamento.»
È stato Fashion Magazine a scrivere ciò al termine dell’edizione di Milano Moda Donna che ha da poco presentato le collezioni autunno / inverno 2018 – 19 e se la riporto integra e in virgolettato è perché mi trova in sintonia assoluta.

Come avrete già notato, questa frase abbonda di termini inglesi, a partire da macrotrend.
I trend vengono spesso distinti in base alla loro longevità e diffusione: i microtrend sono influenti in una data sfera e tendono a durare alcuni anni, mentre i fenomeni più pervasivi e persistenti sono i macrotrend.
Il macrotrend è dunque un cambiamento consistente e su larga scala: gli esperti affermano che le tendenze di questo tipo dipingono gli scenari futuri con una buona certezza.
Altro termine anglosassone usato nella frase in questione è appeal ovvero richiamo, attrazione.
E, infine, ultimo termine è heritage ovvero l’eredità e il patrimonio di un marchio, la sua storia, i valori sui quali ha fondato il proprio percorso.

Dunque, Fashion Magazine sostiene che – dopo aver osservato Milano Moda Donna – è possibile affermare che i brand di moda assecondano il richiamo esercitato dal proprio patrimonio; sostiene inoltre che tale tendenza è ampiamente condivisa e che è destinata a durare, insieme alla volontà di cercare di rinnovare e rinfrescare detto capitale fatto di preziosa eredità.

Sono d’accordo, l’ho scritto qui sopra, e oggi desidero darvi una dimostrazione di tale visione o teoria, definitela come preferite, grazie alla collezione Angelo Marani FW 2018 -19.

Credo che la mia stima verso la famiglia Marani sia cosa nota, tanto che non conto più post e articoli a loro dedicati.
Da anni seguo sia Angelo Marani, grande stilista, amico delle donne e portabandiera del Made in Italy, sia la figlia Giulia che ha seguito le orme paterne con umiltà, passione e capacità.
Quando, lo scorso anno, Angelo è prematuramente scomparso, oltre a provare un grande dolore (la stima è professionale e anche personale), mi sono interrogata circa la direzione che avrebbe preso un marchio da sempre caratterizzato da una conduzione di tipo familiare.

La risposta me l’ha data Giulia proprio attraverso la collezione Angelo Marani FW 2018 – 19, una risposta forte, chiara, concreta e che parla di heritage.

È infatti in tale ottica e in tale direzione che Giulia compie una sorta di giro di giostra del brand fondato dal padre, proponendo una capsule collection con la quale fa tesoro dell’eredità e dell’insegnamento che lui ha lasciato.
Giulia (la prima a destra nella foto qui sopra) sale su questa giostra metaforica ma anche concreta (vedere l’allestimento), sale su uno di quei cavallucci che tanto affascinano grandi e piccini e si avventura all’interno degli archivi dell’azienda di famiglia, reinterpretandone e rivisitandone alcuni grandi classici come la maglieria, il jeans, il maculato.

La maglieria è fatta di filati pregiati, cento per cento cashmere e cammello garzato, con elementi di decoro pop applicati a mano, come le maxi-stelle con le frange, i cavalli con gli strass (come la più classica delle giostre) e le macro-paillette.
Un esempio su tutti è la maglia di cashmere dal taglio lineare e le maniche preziose, con la testa di leopardo intarsiato che giganteggia sul davanti, tempestato da macro paillette nere ancora una volta rigorosamente ricamate a mano e da strass che delineano il maculato.

Il jeans è una rilettura del modello proposto dal brand negli Anni Novanta: il taglio è modificato per creare un effetto contemporaneo, ma la vita rimane alta, cosa che mi piace.
Sul tessuto stretch dai toni rosso, grigio, arancione, compare la macchia della lince: per ottenere un effetto sfumato e un’impressione tridimensionale (la macchie sembrano in rilievo), la stampa è ottenuta con la tecnica tradizionale propria dei foulard.

Ma, in questa nuova collezione, il maculato non è solo stampa bensì diventa nucleo da sviluppare ed elaborare.
Le macchie evolvono in elementi geometrici astratti, estese o ripetute ritmicamente come se si muovessero sul capo, impreziosite di macro-paillette nere ricamate a mano (e scusate se lo ripeto ancora e per la terza volta ma è estremamente importante sottolinearlo).
La macchia di lince sul velluto o sul jeans, invece, si trasforma in una texture e, attraverso colori pop applicati a un bomber, infonde un’atmosfera da jungla metropolitana, elegante e ricca di fascino moderno.

Altro leitmotiv della collezione Angelo Marani FW 2018 – 19 è il velluto stampato.
Si ritrova in vari capi e diventa estremamente intrigante nei piumini proposti non in tessuto tecnico, ma appunto in un lussuoso e confortevole velluto per un’originale reinterpretazione di un grande classico.

Il fatto che Giulia abbia lavorato per anni fianco a fianco con il padre Angelo è evidente: oltre al talento, ad accomunarli è la medesima passione, la medesima attenzione, la medesima cura in ogni singolo dettaglio, il medesimo rispetto per la tradizione insieme alla voglia di guardare costantemente verso il futuro.

Mentre Giulia mi mostrava i capi, i suoi occhi brillavano esattamente come brillavano quelli di Angelo quando mi raccontava i segreti delle sue collezioni.
E quegli occhi, perfino prima ancora della voce, mi hanno raccontato storie, esperimenti nonché la conoscenza meticolosa delle macchine per maglieria che il padre Angelo ha messo insieme e fatto ristrutturare grazie a una ricerca caparbia condotta per tutta la sua vita, affinché potessero dare vita a lavorazioni che si ottengono solo con certe macchine e che caratterizzano la maglieria Marani collezione dopo collezione, anno dopo anno.

E proprio mentre Giulia parlava, un pensiero prendeva forma nella mia testa: l’eredità Marani è in ottime mani, le migliori possibili, per giunta con quel tocco di freschezza che caratterizza la giovane stilista.
Non che avessi dubbi in proposito, visto che conosco Giulia da anni, ma avere conferme evidenti e tangibili è sempre un piacere.
È cosa che dà conforto in un mondo che offre poche certezze e questo – credo – è il fascino del cosiddetto heritage.

Manu

 

Qui trovate il sito Angelo Marani, qui la pagina Facebook, qui il profilo Instagram.
I post nei quali ho avuto il piacere e l’onore di parlare del brand: qui trovate un assaggio della collezione nel mio reportage complessivo sulla primavera / estate 2018; qui trovate un assaggio della collezione nel mio reportage complessivo sull’autunno / inverno 2017-18; qui trovate il mio post sulla collezione primavera / estate 2017, qui quello sulla collezione primavera / estate 2016, qui quello sulla collezione autunno / inverno 2015 – 16, qui quello sulla collezione primavera /estate 2015, qui quello sulla collezione autunno / inverno 2014 – 15 e qui quello sulla collezione primavera / estate 2014.

Pillole dalla mia #MFW: Alberto Zambelli FW 2018 – 19

Estratto dalla collezione Alberto Zambelli FW 2018 – 19

A volte, vorrei proprio essere capace di portare indietro il tempo, riavvolgendolo su sé stesso esattamente come si faceva con i nastri delle musicassette che ascoltavo quand’ero ragazzina.
Mi piacerebbe riavvolgere il tempo per poter rivivere la stagione d’oro della moda e in particolare gli ultimi trent’anni del Novecento, i tempi che sono i protagonisti assoluti della grande mostra che si sta tenendo a Palazzo Reale a Milano (Italiana, l’Italia vista dalla moda 1971 – 2001 aperta fino al 6 maggio) nonché i tempi in cui grandi giornaliste vivevano a stretto contatto con i più grandi stilisti.
E quando parlo di grandi giornaliste mi riferisco a figure del calibro della rimpianta Anna Piaggi oppure alla sua amica e collega Anna Riva, donna instancabile e incredibile che ho la fortuna di incrociare di tanto in tanto in occasione di qualche conferenza stampa.

In quegli anni d’oro in cui il Made in Italy trovava la definitiva consacrazione, molti stilisti oggi universalmente celebri muovevano i primi passi e professioniste integerrime e appassionate come la Piaggi e la Riva erano chiamate a dar loro consigli, suggerimenti, conferme, in uno scambio autentico e diretto: nasceva una sorta di simbiosi creativa che ha avuto come risultato la nascita di grandi icone della moda.
Me lo concedete? Rimpiango quello scenario e quei tempi poiché viverli deve essere stato straordinariamente stimolante, per gli stilisti e per coloro che hanno avuto la fortuna di affiancarli, vedendoli crescere e contribuendo a lanciarli.
Ho bene in mente quando la signora Riva, con grande generosità, mi ha raccontato di come sia stata consigliera di alcuni grandi nomi e ricordo altrettanto bene la giornalista Giusi Ferré fare racconti simili in occasione di un seminario in Accademia del Lusso.

Credo che per chi come me ha trovato la propria dimensione non nel creare la moda bensì nel comunicarla, nulla sia più desiderabile che avere l’opportunità di vivere quello scambio diretto.
Ecco perché tornerei indietro ed ecco perché mi rattrista vedere che tra i giovanissimi che aspirano a seguire le orme dei più grandi giornalisti non esiste più (o quasi) tale ambizione: molti non fanno altro che continuare a scrivere ossessivamente ed esclusivamente degli ormai soliti noti. Dov’è il coraggio di osare nuove strade?
Poi, mi dico che – forse – devo solo avere pazienza perché, in questi anni, ho avuto la fortuna di confrontarmi con parecchi stilisti che, a mio avviso, hanno tutte le carte in regola: forse, avrò il privilegio di vedere finalmente brillare i nomi di coloro che ho seguito fin dagli esordi in ambiti ancora più elevati, nella speranza che finalmente si realizzi il tanto necessario e auspicabile cambio generazionale.

Tra questi nomi figura senza dubbio quello di Alberto Zambelli, stilista talentuoso ma anche persona con una spiccata sensibilità – umana e artistica – capace di condurlo sempre oltre, perfino oltre ogni mia più rosea aspettativa.

Ogni volta in cui penso «Alberto non potrà sorprendermi oltre», ecco che lui, invece, riesce a farlo: è esattamente ciò che è successo anche in occasione della recentissima Milano Fashion Week durante la quale sono state presentate le collezioni per il prossimo autunno / inverno.

La collezione Alberto Zambelli FW 2018 – 19 parte da un pensiero: ogni essere umano è unico, nessuno è identico a un altro.
Individualità, personalità, unicità ci caratterizzano, tuttavia esiste qualcosa che ci fa smettere di essere tanti singoli, tante isole, esiste qualcosa che ci mette in connessione con i nostri simili per diventare collettività: questo qualcosa è l’abbraccio, un gesto semplice quanto primordiale che ricompone due singoli, che unisce ciò che è fisicamente separato.

«Siamo angeli con un’ala soltanto e possiamo volare solo restando abbracciati.»
Così declamava uno dei personaggi in un famoso film di Luciano De Crescenzo (Così parlò Bellavista) e nello stesso modo la pensa Alberto che trasferisce la gestualità dell’abbraccio negli abiti, attraverso un linguaggio fatto di rappresentazioni figurative e di materiali avvolgenti che si incontrano. Come avviene, appunto, in un abbraccio che unisce due metà.

La naturalezza dell’abbraccio viene così tradotta in capispalla sartoriali, caldi e avvolgenti; fasce che percorrono abiti e top e strutture tridimensionali simili a origami si palesano come braccia che stringono il corpo in una stretta morbida e calorosa.
Trasformando il gesto in rappresentazione grafica, Alberto ha inoltre creato stampe dal gusto rigoroso che si ritrovano su abiti, gonne e bluse nonché preziosi ricami in cristalli.
Ho apprezzato l’uso del jersey bianco, tecnico eppure al tempo stesso confortevole e femminile; mi piace anche il fatto che la quasi perfetta neutralità della collezione dal punto di vista dei colori (che sono sobri e moderati) conviva in perfetta armonia con interventi inattesi e decisi, estrosi e frizzanti.
Cito, per esempio, le fasce in visone colorato (in tinte che Alberto ama definire cielo e melone) oppure i calzettoni con la scritta hug, abbraccio.

Vi ho incuriositi? Lo spero e vi invito allora a guardare tutta la collezione Alberto Zambelli FW 2018 – 19 qui: spero che vi dia emozione, perché a me ne ha data.

Così come ho provato emozione in backstage quando, allungando le braccia verso di me e sfoderando il suo bel sorriso, Alberto mi ha detto «abbracciamoci»: la mia speranza che possa esserci una nuova stagione d’oro della moda italiana si è rinnovata, una stagione in cui chi crea e chi racconta possano lavorare insieme nell’ottica di un amore comune – quello verso il bello e il ben fatto.

Alberto è maestro in questo e io sono felice di esserne fedele testimone, collezione dopo collezione.

Manu

Qui trovate il sito, qui la pagina Facebook e qui l’account Instagram di Alberto Zambelli.

Se volete leggere i miei post sulle precedenti collezioni di Alberto Zambelli: qui trovate un assaggio della sua collezione nel mio reportage complessivo sulla primavera / estate 2018; qui trovate un assaggio della sua collezione nel mio reportage complessivo sull’autunno / inverno 2017-18; qui trovate il post sulla collezione autunno / inverno 2016 – 17; qui quello sulla collezione primavera / estate 2016; qui quello sulla collezione autunno / inverno 2015 – 16; qui quello sulla collezione primavera / estate 2015; qui quello sulla collezione autunno / inverno 2014 – 15; qui quello sulla collezione primavera / estate 2014.

Pillole di #PFW: Poiret FW 18 – 19, Le Magnifique rivive 100 anni dopo

Si chiude oggi il mese dedicato alle quattro principali Settimane della Moda (in ordine di tempo New York, Londra, Milano e Parigi) e alla presentazione delle collezioni donna per l’autunno / inverno 2018 – 19: prima che il lungo tour de force iniziasse, la mia attenzione era stata attirata da una notizia riguardate la Paris Fashion Week le cui passerelle sarebbero state calcate anche dalla maison Poiret.

Perché la notizia ha catturato la mia attenzione?

In primo luogo, perché Paul Poiret è una delle mie icone in ambito moda, uno di quei couturier che sono stati protagonisti di grandi cambiamenti e grandi innovazioni.

In secondo luogo, perché lo storico marchio nato nel 1903 era stato chiuso nel 1929 per essere poi resuscitato in tempi recenti sotto la guida della business woman Anne Chapelle, già fautrice della rinascita di brand di moda tra i quali Ann Demeulemeester e Haider Ackermann.
Nel nuovo corso intrapreso, Anne Chapelle, in qualità di CEO, ha affidato la direzione creativa e stilistica alla designer cinese Yiqing Yin, classe 1985, nata a Pechino ma di stanza a Parigi fin dalla più tenera età, vincitrice di prestigiosi premi.
Non solo: visto che in Francia la moda è presa con grande serietà e che le viene riconosciuta estrema importanza, l’appellativo Haute Couture viene giuridicamente protetto e può essere accordato esclusivamente dalla Fédération de la Haute Couture et de la Mode alle case che figurano in una lista stabilita ogni anno insieme al Ministero dell’Industria. Ebbene, da luglio 2011, dopo aver presentato la sua seconda collezione, Yiqing Yin è stata invitata come membro ospite; nel 2015, è diventata uno dei pochissimi membri ufficiali e permanenti e, da allora, può fregiarsi dell’appellativo di grand couturier.
Tutto ciò per dirvi che quella di Yiqing Yin è stata una scelta di grande qualità.

Alla luce di tutto ciò, curiosità, attesa e aspettativa da parte di tutti – sottoscritta inclusa – erano enormi, insieme a una certa dose di timore.
Il tentativo di rilanciare brand analoghi quanto a storia e glorioso passato (cito per esempio Vionnet) è un’operazione assai rischiosa che, spesso, non dà gli esiti sperati tuttavia, forte anche della presenza di Yiqing Yin, Anne Chapelle era molto positiva.
«Sono sicura che i social media e il digital marketing faranno risorgere Poiret», aveva dichiarato la manager alla prestigiosa testata Business of Fashion, concludendo con la frase «è come leggere un libro alle giovani generazioni». Già, un libro di storia nell’era del digitale.

Tant’è che, nelle mie lezioni in Accademia del Lusso, non manco mai di citare Paul Poiret (1879 – 1944) ai miei studenti, raccontando loro chi sia stato l’uomo al quale si deve la liberazione della donna dalla costrizione del corsetto, colui che è universalmente considerato il primo creatore di moda in senso moderno, tanto che i suoi contributi alla moda del ventesimo secolo sono stati paragonati a quelli di Picasso nell’ambito dell’arte.

Poiret fondò la propria casa di moda nel 1903: le vetrine del suo negozio, a differenza di quello che era il costume dell’alta moda dell’epoca, erano ampie e appariscenti anche perché ciò che maggiormente contraddistinse Poiret rispetto agli altri stilisti fu l’istinto per il marketing.
Non per nulla, fu il primo a pubblicare a scopo promozionale i propri bozzetti e a organizzare défilé itineranti per promuovere i propri lavori in giro per l’Europa.
Attorno al 1910, Paul Poiret decise di rivoluzionare il campo sartoriale abolendo decisamente il corsetto, proponendo una linea stile impero, con la vita alta e la gonna stretta e lunga: «ho dichiarato guerra al busto», scrisse nelle sue memorie.
La produzione della maison Poiret ben presto si allargò all’arredamento e ai complementi d’arredo; fu il primo a dedicarsi alla realizzazione di profumi, lanciando una consuetudine che sarebbe stata poi seguita dai maggiori stilisti del XX secolo (tra i quali Coco Chanel).

Oltre che per alcuni suoi abiti stravaganti (gonne asimmetriche, pantaloni alla turca e tuniche velate in stile harem nonché fantasiose creazioni per donne del calibro della marchesa Luisa Casati Stampa, come potete vedere in questo mio precedente post), il maggiore contributo al mondo della moda da parte di Poiret fu lo sviluppo di un approccio incentrato sul drappeggio che rappresentava un cambiamento radicale rispetto alle strutture in voga in quegli anni.
Le maggiori fonti di ispirazione di Poiret provenivano dalle tradizioni folcloristiche regionali e la struttura delle sue creazioni rappresentò «un momento fondamentale nella nascita del modernismo e fissò i paradigmi della moderna moda, cambiando irrevocabilmente la direzione della storia del costume», citando dal catalogo della mostra Poiret King of Fashion tenuta nel 2007 al Metropolitan Museum of Art di New York.

Negli anni della Prima Guerra Mondiale, Poiret dovette abbandonare le sue attività: nel 1919, quando poté far ritorno, la maison era sull’orlo della bancarotta.
Durante la sua assenza, nuovi stilisti come la già menzionata Coco Chanel si erano accaparrati una buona fetta della clientela grazie a creazioni dalle linee semplici e sobrie in linea con le tendenze moderniste: in breve tempo, le elaborate e sontuose creazioni di Poiret furono considerate fuori moda e lui fu costretto a ritirarsi.
Nel 1929, la maison stessa fu chiusa, mentre lui morì nel 1944, ormai dimenticato da tutti.

Così com’è accaduto a molti uomini e donne geniali, la storia di Poiret è piena di luci e ombre, grandezze e debolezze, momenti di genio assoluto alternati a cadute e contraddizioni: per questo lo amo, perché la sua è una storia estremamente ricca di umanità e perché il suo apporto alla moda è stato davvero fondamentale, tanto da essersi guadagnato il titolo di Le Magnifique.
Per questo tifavo per Yiqing Yin così come, allo stesso tempo, avevo timore che nessuno – nemmeno lei – avrebbe potuto far rivivere l’unicità di un uomo decisamente sopra le righe: forse, dovremmo adeguarci all’idea che certe avventure non possono proprio continuare oltre il proprio creatore.

Siete curiosi? Volete sapere com’è andata? Se sono stata delusa o meno?

Diciamo che la brava e intelligente stilista cinese ha fatto l’unica cosa che – secondo me – poteva fare: non ha aperto gli archivi storici della maison semplicemente reinterpretandoli, come molti si aspettavano, bensì ha pensato a ciò che un visionario come Poiret avrebbe probabilmente fatto oggi, nel 2018, più di cento anni dopo e in uno scenario molto diverso.

Lui che, a inizi Novecento, ebbe il coraggio di proporre capi e fogge considerate scandalose e irriverenti, oggi non avrebbe replicato sé stesso ma avrebbe invece trovato il modo di rompere ancora una volta gli schemi ricorrenti: nella nostra epoca, in un momento di proposte stilistiche cariche di ridondanza e di massimalismo (avete notato, per esempio, le paillette presenti su molte passerelle nonché il ritorno delle spalle esagerate e dei colori accesi se non fluo nonché le sovrapposizioni e le stratificazioni sempre più abbondanti?), tale rottura può essere rappresentata dalla pulizia.

Quindi niente pantaloni alla turca – ciò che tutti si sarebbero aspettati in casa Poiret – e plissettature presenti in abiti fluidi che danzano attorno alla figura.
Movimento è una delle parole chiave e gli abiti oversize offrono spazio alla libertà: la donna di Poiret mantiene il suo lato misterioso che non viene mai completamente rivelato al primo sguardo.

Definirei tutto ciò un debutto cauto e intelligente, lo sottolineo nuovamente, forse privo dei colpi di scena tanto cari a Paul Poiret eppure libero da qualsiasi spiacevole sensazione di flop.
Non è poco e, a questo punto, aspetto fiduciosa di vedere come la storia di Poiret potrà proseguire nell’epoca del digitale quando, se non dal corsetto, donne – e uomini – hanno bisogno di liberarsi ancora da molte gabbie, fisiche e mentali, liberando il corpo, risvegliando i sensi, abbandonando gli stereotipi per emancipare finalmente e veramente i propri pensieri.

Manu

Se anche voi volete seguire la maison Poiret: qui il sito e qui l’account Instagram dal quale viene anche l’immagine che ho scelto per illustrare il post. Qui, qui, qui e qui trovate alcune foto e brevissimi video dall’account Instagram di Suzy Menkes, una delle mie giornaliste preferite, sulla collezione e il backstage.

Come la sfilata Iulia Barton Inclusive Fashion ha testato la mia coerenza

È proprio vero.
È facile, tutto sommato, fare bei discorsi in linea teorica.
È facile scrivere che si è a favore della moda inclusiva – ovvero di quella moda che sia davvero rappresentativa della società in cui viviamo e di tutte le persone che la compongono.
È facile parlare di uguaglianza, di accettazione, di superamento e abbattimento di qualsiasi barriera, limitazione, ostacolo.
È facile riportare una frase bella come «la diversità è un attributo privo di fondamento».
Ma – come disse saggiamente qualcuno – tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.
E c’è di mezzo il mare perfino per chi è fondamentalmente una persona coerente. Una persona che davvero crede in ciò che dice e scrive, come la sottoscritta.

Perché esordisco così?

Perché, così come avevo annunciato in un post precedente, martedì 27 febbraio, a chiusura della Milano Fashion Week, sono stata alla sfilata Iulia Barton Inclusive Fashion Industry, il progetto creato da Giulia Bartoccioni.

Alla presenza di Carlo Capasa, presidente della Camera Camera Nazionale della Moda Italiana, sono andati in passerella sei stilisti rappresentativi del Made in Italy: a indossare le loro creazioni sono stati chiamati modelli e modelle, uomini e donne, scelti senza alcuna limitazione o barriera.
E scrivendo senza alcuna limitazione o barriera, mi riferisco alla scelta di far sfilare modelle e modelli con e senza disabilità. Leggi tutto

Pillole dalla mia #MFW: Mario Valentino FW 2018 – 19

Dalla presentazione della collezione Mario Valentino FW 2018 – 19 © Marco Scarpa

Qualche settimana fa, precisamente il 6 febbraio, sono stata in Triennale dove è stato presentato uno splendido volume attraverso il quale viene ricostruita l’intensa avventura di Mario Valentino, uno dei protagonisti della moda italiana tra gli Anni Cinquanta e gli Ottanta: la ricostruzione avviene grazie alla lettura del prezioso patrimonio documentario raccolto nell’archivio della sua azienda avviata sin dagli inizi del Novecento dal padre Vincenzo nel cuore di Napoli.

Dopo aver raccontato parte della storia meravigliosa di Mario Valentino in un mio precedente post, ho avuto l’opportunità di assistere a un nuovo capitolo del percorso della maison durante la Milano Fashion Week appena terminata: il 23 febbraio, è stata lanciata la nuova collezione di calzature e abiti in pelle, complice un nuovo ufficio stile che ha lavorato sempre partendo dal ricchissimo archivio, riuscendo a creare una collezione classico e innovativa al contempo.

Il progetto di Enzo Valentino (figlio del visionario fondatore e attuale amministratore delegato) è infatti quello di creare un ponte tra passato e futuro attraverso le nuove proposte, ricche di spunti appartenenti a una solida tradizione ma contemporanee nelle forme e nello stile: se nel libro – che come ho avuto modo di raccontare raccoglie gli esiti di un’appassionata quanto meticolosa ricerca condotta da Ornella Cirillo, docente di Storia della Moda –  si racconta Mario Valentino e la sua storia articolata, attraverso la collezione appena presentata si ritrovano le impronte di chi sa lavorare il pellame in tutte le sue varianti.

Il re della pelle (colui che «usava la pelle come tessuto», come veniva definito il fondatore che oggi avrebbe 90 anni) viene omaggiato nella collezione per il prossimo autunno / inverno, composta da forme estremamente femminili e da tomaie che si illuminano di colori vivaci tra cui brilla quello delle buganville in fiore.

La collezione Mario Valentino FW 2018 – 19 è impostata su tre forme di punta (sfilata, quadrata, a mandorla) e su innumerevoli tipologie di tacchi che abbracciano varie altezze: ogni tacco presenta una propria peculiarità e io segnalo in particolare quello scultura a base ottagonale (che abbina la sensualità del tacco alto alla portabilità del tacco grosso) e quello con gabbia (una reinterpretazione dello storico tacco del brand, diventato un’icona grazie all’inserimento di una rete in metallo).

I materiali utilizzati sono molteplici: si parte dai camosci presentati in diverse sfumature di colore (dal classico nero fino al viola passando per tinte sobrie come il testa di moro e tinte forti come il rosso fuoco) fino ad arrivare al camoscio stretch accompagnato dalla nappa anch’essa stretch, soffice ma decisa. La nappa viene declinata nelle varianti soffiata (una pelle granulosa dall’aspetto più sportivo) e laminata, presentata anche in una versione dorata con effetto craccato (quella che vedete anche nella foto qui sopra a destra).

È presente il vitello lucido e nero che dona un tocco decisamente rock ad alcuni modelli ed è importante anche l’inserimento del pitone che viene utilizzato in varie versioni inclusa un’eccentrica variante fluo: immancabile qualche bordo in visone nonché le fodere in montone che compongono anche il sottopiede di alcuni modelli.

Per quanto riguarda i tessuti, è stato inserito il raso stretch come nei modelli cosiddetti a calza.

Tra le lavorazioni spiccano gli intarsi di pelle che vanno a costruire tomaie moderne ma legate alle lavorazioni storiche della Mario Valentino nonché il fiocco morbido ricavato anch’esso dall’archivio storico del brand e utilizzato come accessorio contemporaneo dalla duplice anima, visto che nasconde talvolta al proprio interno un contrasto di colore o di materiale.

Per quanto riguarda gli accessori, il focus è sull’oro che è il colore delle fibbie, dei morsetti, della lavorazione a gabbia del tacco e delle borchie della collezione Mario Valentino FW 2018 – 19.

Oltre al nero, al testa di moro e agli altri colori che ho già menzionato, tra le tinte predominanti non mancano il bordeaux e i riferimenti alla terra con toni che spaziano dal fango fino al ruggine. Risaltano, come accennavo, il rosso, il viola e il buganville nonché accenni di blu notte: il tutto è sottolineato dall’oro presente anche su pelli e tessuti.

Mi fa piacere sottolineare che le creazioni di Mario Valentino fanno anche parte della mostra Italiana, l’Italia vista dalla moda 1971 – 2001 a cura di Maria Luisa Frisa: aperta a Palazzo Reale fino al 6 maggio 2018, la mostra nasce con lo scopo di evidenziare la progressiva affermazione del sistema italiano della moda in uno straordinario trentennio di relazioni e scambi tra gli esponenti di quella generazione (artisti, architetti, designer, intellettuali) che ha impostato le rotte della cultura internazionale e ha affermato il concetto di Made in Italy. Abito, arte contemporanea, oggetti di moda e di design, fotografie, riviste, schizzi danno vita a un magnifico ritratto del quale fanno parte, appunto, anche le belle creazioni di Mario Valentino.

Attraverso la mostra e attraverso la collezione Mario Valentino FW 2018 – 19 (qui, sul sito di Camera Moda, potete vederla tutta, inclusi gli abiti, mentre qui trovate la pagina Facebook di MV), la storica azienda italiana vive un nuovo percorso e, grazie a un heritage solido e a una forte consapevolezza stilistica, inaugura una stagione di rinnovamento a livello internazionale.

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Manu

Con la sfilata Iulia Barton Inclusive Fashion Industry, la moda è inclusiva

Quand’ero una ragazzina, l’aggettivo esclusivo mi affascinava.
Non mi soffermavo sul suo significato profondo, mi sembrava semplicemente che celasse un mondo misterioso al quale anch’io, piena di sogni, desideravo appartenere.
Crescendo, però, ho sviluppato una passione per il significato e l’origine delle parole e così esclusivo mi si è rivelato per ciò che è: quel fascino che avvolgeva e ammantava l’aggettivo si è piano piano dissolto, lasciando d’un tratto nudo il significato più autentico.
E non credo che tale significato risulti ai miei occhi tanto appetibile e desiderabile come allora.

Esclusivo viene spesso usato con un’accezione positiva, per sottolineare e dare enfasi, appunto, a qualcosa che si considera speciale e che si vuole far apparire come un sogno eppure, in realtà, deriva dal latino medievale exclusivus, derivato di excludĕre ovvero escludere.
Dunque esclusivo delinea un piccolo mondo, traccia un recinto ed esclude tutto il resto o tutti gli altri, in modo assoluto: ripeto, non sono più così sicura che oggi questo significato mi rappresenti, che rappresenti la mia visione, la mia voglia di comunicare, di condividere, di includere gli altri in ciò che amo.
A parte il rapporto di coppia che per me deve essere esclusivo (sono irrimediabilmente monogama e concedetemi il piccolo gioco volto a sdrammatizzare e a non rendere assoluta nemmeno me), non mi piace immaginare cose e situazioni che escludano a priori la possibilità di accesso.

Mi tocca ammetterlo: uno degli ambiti che maggiormente amo – la moda – si fonda spesso sul concetto di esclusività intesa come esclusione.
Ma, soprattutto negli ultimi anni, la musica sta cambiando e sempre più spesso si parla del concetto di moda inclusiva, ovvero di moda che non escluda qualcuno a priori.

Da esclusivo (che esclude) a inclusivo (che include) ed è proprio di questo che desidero parlarvi oggi, di un bel progetto di moda inclusiva che si chiama Iulia Barton Inclusive Fashion Industry e che avrà un nuovo capitolo durante l’imminente Milano Fashion Week.

Un’idea di moda inclusiva volta alla raccolta fondi e alla comunicazione no profit: è ciò a cui mirano Fondazione Vertical (organizzazione senza scopo di lucro creata per raccogliere risorse per finanziare la ricerca scientifica sulla lesione spinale e sulla cura della conseguente paralisi) e Iulia Barton Inclusive Fashion Industry (un’agenzia specializzata in un nuovo concetto di moda senza confini), ponendosi lo scopo di portare sulle passerelle internazionali contesti sociali da sempre tenuti fuori dall’industria moda.
Il risultato? Una sfilata che vede coinvolte anche indossatrici in carrozzina e con amputazione per dimostrare che la cosiddetta diversità è un attributo privo di fondamento.
In questa sfilata, protesi e carrozzine diventano estensioni dell’abito, un valore aggiunto grazie alla collaborazione con l’azienda Able to enjoy che è stata incaricata di personalizzare le carrozzine in base ai colori degli outfit.

Dopo il successo degli anni scorsi, i riflettori si accendono nuovamente sulla moda inclusiva martedì 27 febbraio 2018 alle ore 18 presso il Teatro Vetra di Piazza Vetra 7 a Milano.
L’evento prevede la presenza di alcune maison del Made in Italy che si uniranno con il preciso obiettivo di abbattere le barriere sociali e sostenere la ricerca.
Sfileranno in passerella volti conosciuti tra cui Tiphany Adams (atleta, modella e attrice che vive e lavora in carrozzina) e Shaholly Ayers (modella con amputazione al braccio): seguitissime sui social, Tiphany su Instagram e Shaholly su Facebook, sono entrambe impegnate sul fronte del cambiamento del modo in cui noi tutti percepiamo la disabilità.

L’evento è stato insignito della Medaglia al Valore Civile e Sociale dal Presidente Giorgio Napolitano: è stato sostenuto e patrocinato dal Consiglio dei Ministri, Dipartimento delle Pari Opportunità, e dal 2016 ha ottenuto il patrocinio di Camera Nazionale della Moda Italiana (la foto che vedete in apertura è riferita proprio all’evento 2016, con la presenza di wheelchair & standing model, per usare le parole di Giulia Bartoccioni, fondatrice del progetto Iulia Barton).

La sfilata è pubblica e il biglietto di ingresso, acquistabile sul posto oppure online qui, prevede una donazione minima di euro 19.
I proventi della serata verranno devoluti ai laboratori delle strutture Niguarda Ca’ Granda e San Paolo Hospital a sostegno della ricerca nel campo della rigenerazione dei danni al midollo spinale attraverso le nanotecnologie e l’utilizzo di cellule staminali.
I fondi raccolti saranno destinati anche all’acquisto di nuove strumentazioni di laboratorio e verranno impiegati per il sostegno dei giovani ricercatori all’interno dei team di studio.

Martedì 27 febbraio, io sarò lì perché credo fermamente che i grandi sogni non abbiano barriere di alcun tipo.
Perché credo fermamente che la moda debba essere inclusiva, ovvero essere rappresentativa della società in cui viviamo e di tutte le persone che la compongono, così come ho raccontato in varie occasioni, usando anche me stessa e le mie cicatrici.
E perché Inclusive is Exclusive – stavolta nel miglior senso possibile, però.

Vi aspetto?

Manu

Mario Valentino, in un libro la sua storia tra moda, design e arte

Che bella atmosfera ho respirato martedì sera in Triennale…

Partiamo dal presupposto che, già di suo, La Triennale è uno di quei posti capaci di farmi stare bene mettendomi a mio agio: partita nel 1933 sotto la guida di figure come Gio Ponti e Mario Sironi e ospitata in un edificio modulare e flessibile espressamente concepito per ospitare grandi manifestazioni e attività museali (il Palazzo dell’Arte), questa istituzione rappresenta, da 85 anni, un punto di riferimento nella vita culturale (e anche economica), un motore di intenso dialogo internazionale tra società, arte e impresa ben oltre i confini di Milano.

Non solo, La Triennale fa tutto ciò con una modernità e una freschezza tali da fare innamorare tutti, generazione dopo generazione, fino ad arrivare a Millennials e Generazione Z.

L’evento di martedì rispettava in pieno questa ottica di modernità, freschezza e apertura di pensiero.

A introdurre la serata, c’era un gruppetto di meravigliosi professionisti: Antonio Mancinelli (caporedattore attualità di Marie Claire, firma prestigiosa e che io stimo tanto da consigliare il suo blog nella mia sezione Cosa leggo), Alba Cappellieri (professore ordinario di Disegno Industriale e Presidente del Corso di Laurea in Design per la Moda presso il Politecnico di Milano, grande professionista che mi strega ogni volta in cui ho la fortuna di incontrarla), Eleonora Fiorani (docente presso il Politecnico di Milano, filosofa e curatrice del settore Moda della Triennale) e Arturo Dell’Acqua Bellavitis (professore ordinario di Disegno Industriale presso il Politecnico di Milano e Presidente della Fondazione Museo del Design presso la Triennale). Leggi tutto

Rosa Genoni, la moda di domani calata nella storia di ieri

So di rischiare di risultare noiosa, eppure non posso fare a meno di iniziare questo post ribadendo ancora una volta il mio immenso amore per la moda.

Si tratta di un amore talmente antico da essere diventato come la questione dell’uovo e della gallina: chi è nato prima? Io oppure l’amore per la moda era contenuto già nel mio DNA?

Scommetto di essere altrettanto noiosa se ribadisco che tale amore non è solo per la parte estetica e di apparenza, ma anche per le storie, i significati e i valori dei quali la moda sa farsi veicolo.

Con il passare del tempo, mi rendo conto che della moda amo soprattutto questo, la capacità di essere linguaggio, potente e immediato, di essere specchio formidabile dei tempi e della società.

Per questo, da anni, studio con passione la storia del costume e della moda.

Sono fermamente convinta che il passato possa fornirci la chiave per conoscere e interpretare il presente e anche gli strumenti per iniziare a immaginare il futuro: non sono una nostalgica, al contrario, vivo proiettata verso ciò che verrà, ma penso che senza passato siamo come colossi dai piedi d’argilla.

Più vado avanti a studiare la moda e più sono affamata e curiosa; più ne so e più mi rendo conto che c’è ancora tanto, anzi, tantissimo da sapere.

Per esempio, qualche anno fa, ho iniziato a sentir parlare di Rosa Genoni, figura importantissima per la moda e per il Made in Italy: è importante, già, eppure è poco conosciuta perfino tra gli addetti ai lavori, tanto che il materiale che circola su di lei è poco. Leggi tutto

Le mie scelte in pillole, Christmas edition: i foulard Adima e il ritmo interiore

Capita spesso che, qui nel blog, io racconti storie di talento al femminile: oggi vi presento Alessandra Benetatos, fondatrice di Adima Made in Presence.

Partendo dal suo amore per l’acqua, Alessandra ha creato una speciale collezione di foulard in seta.
La collezione offre un prezioso contributo all’eccellenza Made in Italy e onora le lavorazioni artigianali che ne costituiscono il cuore: lo fa attraverso quattordici originali creazioni che svelano forme e sfumature dell’acqua.
Ogni foulard è un tributo alla Natura e racconta una storia di unione tra spirito e materia attraverso il legame primordiale con il liquido vitale costantemente presente nella vita artistica, meditativa e professionale della creatrice di questi capolavori: il suo rapporto con l’acqua rivive nella trama del tessuto e viene trasmesso a chi sceglie di indossare i suoi foulard.

I foulard sono avvolgenti e sfiorano anche i due metri: sono in seta purissima, lavorati e realizzati in Italia.
Ogni creazione propone uno stato d’animo fermato nel tempo, un momento unico vissuto da Alessandra in presenza dell’acqua del mare, di un fiume o di un lago.
Tale frammento di vita viene riprodotto su seta: per questo Made in Presence, perché la presenza diventa consapevolezza e consente che bellezza e talento della Natura possano manifestarsi e che Alessandra sia lì, pronta ad accoglierli per poi poterli condividere.
«Ho scelto di rappresentare l’acqua su seta in grandi dimensioni per trasmettere la sensazione di essere avvolti da un abbraccio fluido – spiega lei – e infatti ogni foulard porta con sé una storia, un luogo in cui è simbolicamente nato.»

Un altro elemento fondamentale e irrinunciabile dello stile Adima è il tempo.
«Io mi prendo tutto il tempo necessario – spiega ancora Alessandra – e le mie saranno collezioni che seguiranno ritmi più interiori rispetto a quelli della moda tradizionale. Vado a incontrare l’acqua nel pianeta e quando sono pronta nascono i nuovi pezzi».
È una dichiarazione decisamente coraggiosa in momenti in cui il sistema moda impone agli stilisti autentici e massacranti tour de force, considerata la (assurda) e continua richiesta di nuove collezioni da dare in pasto a un mercato spesso ormai saturo.
L’intento del brand, infatti, è anche la valorizzazione del tempo necessario all’ideazione e alla lavorazione, è anche la centralità delle cosiddette trame umane, perché «ogni persona che ha lavorato al progetto ha lasciato la sua impronta».
E Alessandra precisa con orgoglio un punto importante: «abbiamo un forte intento di sostegno, non solo della maestria italiana dei nostri artigiani, ma anche delle persone che indosseranno questi foulard».

Posso dunque affermare che Adima Made in Presence realizza e offre manufatti di alta qualità che vogliono esprimere valori est-eticamente sostenibili, con un avverbio che piace molto ad Alessandra e anche a me, perché quel trattino – per niente casuale – va a legare apparenza (estetica) e contenuto (etica) in un legame che dovrebbe essere sempre inscindibile.

Ma chi è Alessandra Benetatos?
Di sé racconta di aver mosso i primi passi professionali nell’azienda di famiglia creata dal padre, uomo di grande spessore e capacità imprenditoriale, e di dover invece la sua sensibilità sia a una naturale propensione sia alla madre, donna attenta che l’ha avviata a una raffinata educazione alla bellezza.
Nell’azienda di famiglia, Alessandra si è occupata in particolare dell’area design, approfondendo gli studi in architettura a Milano e curando spesso gli eventi, aiutata dall’attrazione per le lingue straniere e per il contatto umano.
La passione per moda e design, la conoscenza dei tessuti, il desiderio di portare bellezza e ricerca spirituale nella materia (nel 2001, ha anche fondato il centro olistico Opale); tutti questi fattori hanno condotto Alessandra a creare Adima Made in Presence.

«Mi sento un connettore – racconta – amo collaborare e fare rete in ambito culturale, sociale, formativo.»
Ecco, questo è uno dei motivi per i quali ho scelto Alessandra e il suo lavoro – oltre che per qualità ed eccellenza, naturalmente.

Un altro motivo è rappresentato dal nome stesso del progetto: Adima viene dal sanscrito Ma Prem Adima e significa amore fin dalle radici.

In questa ottica, ogni foulard ha un nome evocativo: quello che vedete in alto e che ho scelto per illustrare questo post si chiama Stilla Vitale e, oltre che per i colori, mi ha attratto per il messaggio che porta con sé: «ricordo chi sono in Essenza, ricordo che posso giocare».

Ed ecco perché, in definiva, trovo che Alessandra e Adima siano perfettamente in sintonia con la rubrica Le mie scelte in pillole e con la Christmas Edition, il ciclo speciale con il quale desidero suggerire di mettere talento sotto i nostri alberi di Natale, quel talento che sostengo tutto l’anno e che è capacità, creatività, qualità, forma e contenuto ovvero est-etica.

Manu

Lo showroom Adima (qui e qui due immagini) si trova in via San Maurilio 19 a Milano, tel. 02 97801193, aperto dal martedì al sabato dalle 11 alle 19.
La cornice è quella di Palazzo Greppi, nel cuore storico meneghino, nelle vie delle arti e dei mestieri: un ulteriore tributo alle eccellenze artigianali italiane.
Qui trovate il sito completo di e-commerce, qui la pagina Facebook e qui l’account Instagram.

Armani e il suo Silos che contiene sogni, successi, storia, futuro della moda

Armani è uno dei motivi per cui mi occupo di moda.

Questo post inizia così, con un’affermazione forte che non lascia spazio a dubbi.

Giorgio Armani, classe 1934, e la sua prestigiosa maison fondata nel 1975 figurano tra i miei ricordi di bambina, ricordi che profumano di tenerezza, calore e divertimento nonché dei primissimi approcci con la moda.

Ricordo molto bene quando mia sorella e io trascorrevamo interi pomeriggi a disegnare figurini, immaginando anche di frequentare gli stilisti che erano famosi in quegli anni, Maestri del calibro di Giorgio Armani, Valentino, Gianni Versace, Ottavio Missoni, Franco Moschino, Gianfranco Ferré.

Ebbene sì, eravamo due bambine dotate di grande fantasia ed ecco perché, quando mi chiedono di parlare di me, affermo che la moda è una malattia con la quale sono nata – una malattia meravigliosa.

Armani è lo stilista che ha forgiato i miei primi sogni di moda: vi è entrato quando ero solo una bambina con gli occhi pieni di meraviglia e curiosità e lì è rimasto per sempre, stagione dopo stagione, anno dopo anno.

Sono cresciuta, ho studiato, ho coltivato tante passioni: il bello, la moda, la comunicazione sono diventati sempre di più poli di irresistibile attrazione e si sono infine fusi nel mestiere che faccio oggi, con amore, passione, devozione e quella stessa curiosità che – per fortuna – non si è mai affievolita ma che al contrario è cresciuta, diventando più matura e profonda. Nonché più consapevole, mi piace pensare, anche se ciò che avevo colto da bambina, in modo istintivo come spesso accade ai giovanissimi, continua a essere il nucleo di tutto. Leggi tutto

Zohara Tights, il look – personalizzato – inizia dalla calza

Lo confesso subito: io e i collant abbiamo un rapporto conflittuale, fatto di alti e bassi.

Come in altri casi e contesti della mia vita, è un rapporto che non conosce mezze misure e che si alimenta di estremi: posso andare in giro a gambe nude fino a novembre (ebbene sì e l’ho fatto anche quest’anno), poi passo direttamente ai collant più pesanti, minimo 70 denari.

Diciamo che non ho grande simpatia per i collant leggeri ai quali preferisco piuttosto la rete, a micro o maxi maglia: chissà, forse dipende anche dal fatto che sono un po’ maldestra e quindi meglio mi si addice ciò che è resistente rispetto a ciò che è delicato.

È bizzarro questo mio conflitto con i collant anche considerando che sono un’ammiratrice di tutto ciò che nella moda ha sostenuto la liberazione della donna: mi ritrovo spesso a riflettere su come e quanto la lotta per la nostra emancipazione sia andata di pari passo con la storia di alcuni capi e accessori che tutte noi oggi utilizziamo normalmente, magari senza rammentare l’importanza che essi hanno rivestito in determinati frangenti storici.

Tra questi indumenti che hanno contribuito a renderci più libere, figurano anche i collant: con grande passione, racconto alle studentesse dei miei corsi la loro genesi e ne ho parlato anche in un mio articolo per SoMagazine.

Conoscete questa storia interessante?

Nel 1938, si verificò un evento cruciale in mancanza del quale i collant non potrebbero esistere: il 27 ottobre di quell’anno, il presidente dell’azienda chimica DuPont annunciò l’invenzione di una nuova fibra sintetica chiamata nylon.

In precedenza c’era la seta che faceva delle calze un accessorio costoso e dunque per poche donne, pertanto la diffusione delle calze in nylon fu una piccola rivoluzione: nel 1940, la produzione procedeva a pieno regime spinta dall’enorme successo di pubblico. Leggi tutto

Piccione.Piccione FW 17-18, il bosco magico che rende omaggio alla vita

È arrivato l’autunno.

Lo so, non c’è bisogno che sia io a sottolinearlo in quanto è un fatto evidente a tutti noi: le temperature si sono abbassate, le giornate si stanno facendo più corte, le sfumature di grigio si moltiplicano preannunciando l’arrivo dell’inesorabile Generale Inverno.

Aumentano le mattinate all’insegna di una leggera nebbiolina spesso persistente e, nelle vie del centro città, i banchetti degli ambulanti vendono già cartocci pieni di caldarroste profumate.

Io rabbrividisco – e non solo per le temperature più basse nonché per la mia abitudine di fare a meno dei collant il più a lungo possibile: è la prospettiva dell’inverno a preoccuparmi, visto il mio pessimo rapporto con il grande freddo, con il colore grigio e con l’assenza di luce. Sono tra coloro che soffrono della sindrome meteoropatica, lo ammetto, e l’inverno non è certo la mia stagione preferita.

Come ogni anno, dunque, cerco di trovare buoni motivi per arrivare a un compromesso con la stagione che detesto cordialmente e, tra le altre cose, trovo conforto nel presentarvi le collezioni autunno / inverno dei miei stilisti prediletti, perché la bellezza e la creatività rappresentano – secondo me – un rimedio perfetto per ogni situazione di disagio: a maggior ragione, mi piace parlare degli stilisti che inseriscono colore e vivacità nelle loro collezioni.

Esattamente in questa ottica, oggi ho deciso di parlarvi della collezione Piccione.Piccione autunno / inverno 2017 – 2018 e desidero prima di tutto spiegarvi i motivi di tale scelta.

Seguo Salvatore Piccione, lo stilista che è l’anima del brand, da diverso tempo: ho sempre riconosciuto in lui una grande maestria nelle lavorazioni, eppure c’era qualcosa che mi impediva di essere completamente soddisfatta. Leggi tutto

Milan Fashion Week, con le collezioni SS 2018 va in scena molto di più…

Lunedì è stato l’ultimo giorno della Milan Fashion Week e dell’edizione dedicata alle collezioni primavera / estate 2018 o SS 2018, come dicono gli addetti ai lavori.
Volete sapere se sono triste per la fine della MFW, visto che la moda è un po’ il mio pane e un po’ la mia malattia?
Certo, un po’ mi dispiace che termini perché amo ciò che faccio.
Però penso anche che ci siano belle cose da fare in tanti ambiti interessanti, non solo nella moda, quindi no, non sono affatto triste.

Chi legge più o meno abitualmente A glittering woman (non guasta mai ripetere il mio sentito e sincero grazie ) sa che, al termine delle settimane dedicate alla moda, pubblico un mio reportage con le riflessioni scaturite da sfilate e presentazioni alle quali ho assistito nonché da tutto ciò che fa da contorno.

Ho scritto di certe cattive abitudini dell’ambito in cui mi muovo, ho parlato della questione accrediti alle sfilate (e in verità l’ho fatto più di una volta), ho raccontato di metatarsi malconci e di sciocchi luoghi comuni.
Al termine della scorsa edizione, quella di febbraio 2017, ho scritto di una messa (sì, una messa) che mi ha lasciato tanta tristezza nonché di un importante salone e della completa cecità nel gestire gli ingressi.

E questa volta?

Beh, tralasciando il fatto che né le cattive abitudini né i luoghi comuni sono morti (purtroppo…) e sorvolando sul fatto che la gestione spesso incomprensibile degli accrediti prosegue pressoché senza miglioramenti, a parte tutto ciò, in verità devo ammettere che questa edizione è andata piuttosto bene – se non altro a livello personale.
Non ho cioè vissuto particolari disagi o incidenti di percorso, forse perché in alcuni casi ho deciso di rinunciare proprio in partenza – e non è una cosa bella, lo so.

Eppure, cari amici, vi devo dire che a volte perfino gli spiriti più tenaci (e io lo sono) si stancano di combattere contro i mulini a vento e decidono di fare un passo indietro.
Non è una rinuncia o una resa definitiva, sia ben chiaro: è solo una tregua in attesa di capire come riorganizzare le forze, è una pausa che mi serve a riprendere fiato, è un mettermi alla finestra in attenta osservazione.

Mai rinuncerò a combattere contro i luoghi comuni e la maleducazione (perché è questa una delle cattive abitudini alle quali mi riferisco), ma al momento sono stanca di continuare a scriverne.
Mi limito a prendere in prestito le parole della brava giornalista Lucia Serlenga che, nel suo reportage post-MFW SS 2018, rivolgendosi agli addetti ai lavori, scrive le seguenti testuali parole: «andrebbe ricordato a tutti quelli che fanno parte di un mondo ritenuto raffinato che prima vengono le persone». Leggi tutto

Dettagli di stile: i pantaloni, una conquista tutta al femminile

Per capire la moda bisogna conoscere la storia.

La mia vi sembra un’affermazione azzardata o esagerata?
In realtà non lo è affatto, anzi, sostengo con grande convinzione un ulteriore concetto: non solo storia e moda sono sempre andate a braccetto, ma si sono anche influenzate a vicenda.
La storia e le sue vicende hanno naturalmente influenzato il modo di vestire, ma nel contempo il modo di vestire ha accompagnato (e talvolta facilitato) tante rivoluzioni sociali.

Tutto ciò è vero specialmente se parliamo di moda femminile: l’abbigliamento è sempre stato inevitabilmente legato alla lotta per la parità dei sessi.
Facciamo due esempi pratici, quello del costume da bagno e quello dei pantaloni.

È cosa nota che, in passato, a noi donne non era consentito mostrarci neanche al mare e fu così, ahimè, quasi fino all’arrivo degli Anni Sessanta del Novecento: in un mio precedente post ho raccontato come, nonostante il bikini sia stato inventato nel 1946, fu necessario attendere quasi due decenni affinché si diffondesse.
Parlando di pantaloni, invece, mi piace sottolineare come alcune donne che vengono considerate tutt’oggi fonte di ispirazione in materia di abbigliamento ed eleganza – cito Audrey Hepburn, Grace Kelly, Jacqueline Kennedy – siano state persone che, oltre a possedere grande grazia, usavano appunto indossare i pantaloni.
Perché lo sottolineo?
Nei secoli passati, i pantaloni sono stati percepiti come dei veri e propri simboli di forza e potere, proviamo per esempio a pensare all’espressione portare i pantaloni, usata con il significato di comandare e avere autorità; pertanto, non solo alle donne non era concesso vestirsi come gli uomini, ma non potevano indossare i pantaloni proprio per quello che rappresentavano, ovvero il potere.
Poterli indossare rappresenta dunque una conquista per la quale dobbiamo dire grazie a tutte le donne che hanno infranto quello stereotipo.

Un diritto chiamato pantaloni: ecco la conquista!

Peccato, lussuria, prostituzione: queste erano solo alcune delle accuse che venivano scagliate in passato contro le donne che portavano i pantaloni, sia da parte dagli uomini sia da una certa parte del mondo religioso e persino da parte di altre donne.
Ma chi fu a indossarli per prima?
Nell’Ottocento, attiviste come Elizabeth Smith Miller, Elizabeth Cady Stanton e Amelia Jenks Bloomer (1818 – 1894) provarono a lanciare nuovi outfit: nacquero i primi pantaloni per signora che si ispiravano all’abbigliamento tipico delle donne turche. Furono chiamati Bloomers, proprio dal nome dell’attivista e scrittrice Amelia Bloomer.
Poi, il Novecento diede i natali a dive a loro modo trasgressive, come Marlene Dietrich (1901 – 1992), donne il cui mito era destinato a diventare immortale.
Superati gli scossoni degli Anni Sessanta (tra cui, come ho già raccontato, la definitiva consacrazione e diffusione del bikini), il decennio successivo vide i pantaloni diventare definitivamente un capo unisex, anche grazie a stilisti del calibro di Giorgio Armani e Yves Saint Laurent che hanno creato elegantissimi (e femminilissimi) tailleur pantalone, rendendoli capi rappresentativi del loro stile.

Et voilà, costume da bagno e pantaloni, ovvero due esempi di reciproca influenza tra storia e moda: l’introduzione e la diffusione dei pantaloni favorì tra l’altro anche un ruolo più attivo della donna nella società.

E oggi?

Gli stereotipi e i pregiudizi colpiscono ancora oggi il mondo femminile: si continua a bollare una camicetta come troppo scollata oppure un look come troppo provocante.
E così, esattamente come avveniva in passato, la moda continua ad avere un compito: rompere gli schemi e abbattere gli stereotipi, proponendo look destinati a creare nuove tendenze.
La moda resta insomma una via di fuga da un mondo che fatica ancora ad accettare la libertà della donna e resta un mezzo per manifestare la voglia di emancipazione e di comunicazione che continua a caratterizzarci.

Parliamo allora di pantaloni e tendenze: quali sono quelle per l’inverno che sta arrivando?

I pantaloni sono ancora sovrani: non c’è una sola collezione che non li contempli al proprio interno.
E non importa di quali pantaloni parliamo, va bene ogni stile perché non esistono più rigidi diktat come in passato: dai pantaloni skinny a quelli corti, da quelli oversize fino ad arrivare a quelli a campana, oggi ogni donna sa che può trovare ciò che le serve per esprimere sé stessa nel profondo.

Le tendenze 2017 portano il ritorno dei jeans a zampa, ma anche i pantaloni a sigaretta e quelli dal taglio sartoriale, prettamente maschili.
Il jeans, che è un capo evergreen, ha dominato anche quest’anno le passerelle: è sempre una soluzione ideale quando ci si trova in crisi da outfit e non può mai mancare nel nostro armadio.
Grazie ai virtual store – a me piace per esempio yoox.com – è possibile trovare modelli di jeans da donna capaci sia di soddisfare i gusti più svariati sia di valorizzare ogni tipologia di fisico: resta solo l’imbarazzo della scelta.

Per quanto invece riguarda i tessuti, si trovano accenni Anni Ottanta tra pelle nera e lustrini: lo sguardo non è però solo al passato ma anche al futuro e così saranno in gran voga le asimmetrie e i tessuti tecnici, quelli che solitamente si utilizzavano nell’abbigliamo sportivo. Un esempio? Il PVC.
Non siete pronti a una simile rivoluzione? Non temete, nel nostro armadio troveranno spazio anche i tessuti cozy, quelli accoglienti e che coccolano, come i filati di cachemire, la seta e i velluti.

Io dico che le donne che hanno lottato affinché potessimo indossare i pantaloni apprezzerebbero una simile libertà di scelta.

Manu

 

Federico Pilia SS 2018: la Haute Couture nel lavoro di un giovane stilista

È iniziata oggi la Milano Fashion Week e, durante questa nuova edizione della settimana tradizionalmente dedicata alla moda, potremo scoprire le proposte di stilisti e designer per quanto riguarda gli abiti e gli accessori per la primavera / estate 2018.

Ho pensato che potesse essere di buon auspicio inaugurare tale settimana presentandovi un’anticipazione dedicata proprio alla prossima bella stagione: a tale scopo, così come mi piace fare spesso, ho scelto ancora una volta il talento di un giovane designer, anche perché credo che i suoi abiti che profumano di passione e maestria siano in grado di farci sognare un po’.

Dovete sapere che, poco prima delle vacanze, sono stata alla presentazione Haute Couture primavera / estate 2018 di uno stilista che si chiama Federico Pilia.

Federico ha una grande passione per la moda nonché un talento interessante: non solo, è un ragazzo intelligente che ha fatto scelte coraggiose e a mio avviso sensate, come optare appunto per la Haute Couture, visto che ready to wear e fast fashion sono oggigiorno settori che possono celare qualche rischio, visto che sono sempre più inflazionati e anche meno creativi (accade spesso e occorre ammetterlo, anche se la cosa mi provoca un certo dispiacere).

E così, Federico si è concentrato su pochi pezzi fatti con amore e cura: la sua capsule collection si compone di quattro outfit che, al momento, sono unici e che verranno personalizzati ad hoc per le future fortunate clienti, cosa che è possibile perché quello di Federico Pilia è vero Made in Italy, realizzato grazie all’aiuto di maestranze giovani, in gamba e appassionate esattamente come e quanto lo è lui. Leggi tutto

YOUnique, essere unici (e trasformisti) secondo Accademia del Lusso

«La differenza tra le persone sta solo nel loro avere maggiore o minore accesso alla conoscenza.»
Così scrisse Lev N. Tolstòj, il grande romanziere e filosofo russo autore di capolavori quali Guerra e pace e Anna Karenina.

Sono d’accordo con lui e, nel mio piccolo, ho sempre pensato che la cultura sia il miglior strumento per ottenere la libertà.
Credo fermamente nel valore della cultura come fonte di salvezza dalle brutture, come opportunità e come speranza verso il futuro.
Credo nel rispetto, nell’uguaglianza, nel dialogo interculturale e nel valore della diversità.
Credo nella comprensione, nella tolleranza e nel fatto che occorra mettersi nei panni degli altri.
Non credo invece nella violenza, nell’ignoranza, nella prepotenza, nella prevaricazione, nella cecità che porta alcuni a credersi superiori ad altri.

Penso anche che il web, oggigiorno, abbia moltiplicato le nostre possibilità di accesso a conoscenza, cultura e formazione e – naturalmente – amo infinitamente tale opportunità.
Amo il fatto che esistano ancora maggiori possibilità di incontro, scambio, condivisione.

Penso infine che le parole siano importanti nella misura in cui vengono confermate e realizzate attraverso i fatti.

È per tutti questi motivi e per altri ancora che ho accettato con gioia, entusiasmo, gratitudine di avere un ruolo attivo e concreto in Accademia del Lusso, istituto di alta formazione per la moda e il design.
È per questi motivi che sono orgogliosa di essere parte del loro corpo docenti.
Ed è sempre per questi motivi che torno a scrivere della sfilata che, come di consueto, corona le attività di ogni anno accademico. Leggi tutto

Il rosso? Lo amo e lo porto perché supera le mode e dà energia!

Quando mi chiedono quale sia il mio colore preferito sono sempre un po’ in imbarazzo.

Perché? Perché la risposta è piuttosto articolata.

Prima cosa, vado a estro (o follia…) del momento: succede che, per intere settimane, io non riesca a liberarmi del nero, mentre capitano periodi in cui vesto in maniera piuttosto colorata. Passo da un estremo all’altro, insomma, come mi capita spesso e in diversi ambiti: mai mezze misure, io!

C’è da dire che, anche quando sono nel periodo total black, in genere riservo comunque al colore qualche piccolo spazio o almeno un accenno, per esempio attraverso qualche accessorio.

Sono dunque una persona che ama il colore in generale e che non può farne a meno, sia anche solo a piccole dosi.

E tra i colori non ne ho uno preferito in particolare: mi è capitato di scegliere capi e accessori azzurri, verdi, gialli, arancioni. Amo perfino il viola (tanto!), tinta disdegnata da molti: non sono minimamente superstiziosa.

Se devo invece indicare un colore che non mi è particolarmente gradito, devo ammettere che negli ultimi anni faccio molta fatica a portare il marrone: è strano, anni fa mi piaceva e lo indossavo, spesso e volentieri. Leggi tutto

Louis Vuitton, delocalizzazione, Made in Italy, H&M: perché tutto insieme?

Eccezionalmente, oggi pubblico un secondo post nella stessa giornata perché mi preme condividere con voi alcune riflessioni alquanto calde e attuali.

In questi giorni, circola infatti la notizia di un’inchiesta fatta da The Guardian: secondo l’autorevole quotidiano britannico, la maison Louis Vuitton (gruppo LVMH, ovvero una delle grandi holding del lusso) fabbricherebbe le proprie scarpe in Romania, per la precisione in Transilvania.
Sempre a quanto risulta secondo l’inchiesta, le scarpe vengono poi spedite da noi, qui in Italia, dove vengono semplicemente incollate le suole.
Altro che Made in France o Made in Italy, insomma, come invece viene stampigliato sulle suole.

Non voglio scendere nel merito specifico di questo episodio, perché il discorso è lungo e articolato.
Prima di tutto, occorrerebbe parlare bene di cosa oggi possa legalmente fregiarsi dell’appellativo Made in Italy (e sto meditando di scrivere un post dedicato).
E secondo, se vogliamo parlare di etica e soprattutto di etica del lavoro, bisogna dire che sembrerebbe che quelle fabbriche in Romania siano un ambiente pulito nel quale lo staff lavora da seduto, ha il fine settimana libero, è pagato per gli straordinari e non usa prodotti tossici.

(A proposito: un paio di cosette circa delocalizzazione, reshoring, Made in Italy, etica e via discorrendo le avevo già scritte tempo fa, nel 2014, ora che ci penso – precisamente qui)

L’osservazione che desidero fare è dunque piuttosto un’altra: bisogna tenere gli occhi ben aperti e non dobbiamo fidarci di tutto ciò che ci viene detto.
Oggi, il fast fashion viene spesso additato come l’essenza del male in ambito moda o peggio come l’unico male, ma non è così, non del tutto, non al 100%.
Così come non è vero che le maison di alto di gamma siano sempre virtuose, non è altrettanto vero che quelle di fast fashion facciano tutto quanto male.

Vi faccio un esempio pratico anche in questo caso.
Recentemente, ho fatto degli acquisti attraverso il sito H&M e quello che vedete qui sopra è il sacchetto che mi è arrivato insieme ai capi.
Perché – nonostante le responsabilità che si imputano al fast fashion e che certo non intendo negare – occorre anche dire che H&M, per esempio, è da anni in prima linea nella lotta per la sostenibilità.
Ha un sito dedicato nel quale dettaglia tutte le attività che svolge.
E, fin dal 2013, ha creato il più grande sistema globale di raccolta di abbigliamento usato del settore retail.
Tutti i negozi della catena, in ogni paese del mondo, dispongono di contenitori di raccolta dei capi: i clienti possono depositare capi usati di qualsiasi marca che saranno riutilizzati o riciclati, ricevendo un buono in cambio.
Già a febbraio 2014, H&M ha presentato i primi prodotti contenenti materiali ottenuti con l’iniziativa, ovvero capi in denim con una percentuale di cotone riciclato.

Non voglio fare un’arringa a favore del colosso del fast fashion, non mi interessa, credetemi; desidero solo – e lo ripeto! – dire a noi tutti di tenere gli occhi aperti e di guardare oltre.
Non dobbiamo subire i luoghi comuni, né nel bene e nel male, e non beviamoci bugie e/o false promesse, qualsiasi etichetta esse portino – letteralmente!

E per il momento mi fermo qui.

Se poi volete saperne di più sul caso Louis Vuitton, vi invito a leggere l’articolo di The Guardian.
E ce n’è anche per il gruppo diretto concorrente di LVMH, ovvero Kering: leggete cosa scrive Pambianco a proposito di un’altra querelle che riguarda degli occhiali…

La butto lì: sarà forse che quello di giocare un po’ con appellativi, definizioni e cavilli sia un vizio piuttosto diffuso?
Sarà forse che – come sostengo io – il male non stia oggi solo nel fast fashion ma in chiunque si comporti con poca trasparenza?

Manu

 

We Wear Culture, dal little black dress di Coco allo street style di Tokyo

We Wear Culture: la cover della sezione dedicata al virtual tour del Metropolitan Museum of Art

Tra i tanti vantaggi del web, uno dei miei preferiti è senza dubbio quello di aver ridotto i limiti fisici e geografici.

Per esempio, possiamo stare comodamente seduti alla nostra scrivania e contemporaneamente fare ricerche grazie a luoghi virtuali, biblioteche e librerie, archivi e musei. Oppure, possiamo rilassarci sul divano mentre chiacchieriamo in live chat con persone che si trovano dall’altra parte del mondo. O ancora, possiamo fare acquisti in pochi click.

Certo, a volte tutto ciò non basta: io, in questo periodo, mi struggo per il fatto di non poter essere a New York fisicamente, precisamente al Metropolitan Museum of Art dove si sta svolgendo la mostra Rei Kawakubo / Comme des Garçons: Art of the In-Between.

Non so cosa darei per visitare l’esposizione dedicata a una delle più importanti stiliste del Novecento, colei che nel 1969 ha fondato il brand Comme des Garçons e che insieme a Yohji Yamamoto e Issey Miyake forma l’eccezionale triade giapponese che, alla fine degli Anni Settanta, ha portato un grandissimo rinnovamento nella moda.

Qui, però, torna in ballo Internet e la sua capacità di essere un mezzo che ci dà infinite possibilità che sta a noi saper sfruttare al meglio: non posso teletrasportarmi a New York, è vero, ma grazie al web posso consultare il sito del Metropolitan, godere di filmati e gallery, leggere articoli, consultare reportage.

Ed è proprio in nome di tutto ciò che, oggi, sono molto felice di parlarvi di un progetto che si chiama We Wear Culture.

We Wear Culture ovvero Indossiamo la Cultura, in quanto ben tremila anni di storia del costume e della moda confluiscono in una sorta di sfilata (o vetrina, chiamatela come preferite) che debutta online in questi giorni.

Disponibile attraverso la piattaforma Google Arts & Culture, il progetto consente di esplorare stili e look di epoche diverse nonché le storie che sono alla base degli abiti che indossiamo oggigiorno: inoltre, pezzi iconici che hanno cambiato il modo di vestire di intere generazioni vengono letteralmente fatti vivere grazie alla realtà virtuale.

L’iniziativa è frutto di una collaborazione con oltre 180 istituzioni culturali di fama mondiale: tra i nomi italiani, figura il Museo del Tessuto di Prato e una selezione di tessuti proveniente proprio dalle collezioni antiche di tale Museo è ora disponibile online. Leggi tutto

Second hand economy: i miei tre negozi preferiti a Milano

Oggi desidero parlare con voi di un argomento che mi sta molto a cuore: il second hand.

In un momento storico ed economico in cui circola meno denaro rispetto al passato (penso, per esempio, ai più goderecci Anni Ottanta), una delle soluzioni possibili è quella di allungare il ciclo di vita degli oggetti: così, dopo decenni di consumismo e di filosofia usa e getta, è il momento d’oro del riuso, dal vintage ai negozi second hand (o seconda mano), dai mercatini delle pulci alla pratica dello swap party.

Prima di tutto, però, occorre fare una doverosa distinzione tra vintage e second hand.

Il termine vintage indica espressamente oggetti prodotti almeno vent’anni prima del momento attuale e dunque si differenzia dal second hand che di solito è più recente. La caratteristica principale di un oggetto o di un capo vintage non è dunque quella di essere stato utilizzato in passato, bensì il valore che ha acquisito nel tempo per le sue doti di irripetibilità e irriproducibilità: rappresenta una testimonianza dello stile di un’epoca passata e magari ha anche segnato un particolare momento storico o un passaggio importante della moda o del design.

Tutto ciò è intrinseco già nel nome stesso: vintage deriva infatti dal francese antico vendenge, termine inizialmente coniato per i vini vendemmiati e prodotti nelle annate migliori e poi diventato sinonimo dell’espressione d’annata.

Io amo molto il vintage: qui nel blog, tale argomento gode di un tag dedicato e sono inoltre un’assidua frequentatrice di tutte le edizioni di Next Vintage, importantissima manifestazione di settore che si svolge due volte all’anno, in primavera e in autunno, al Castello di Belgioioso, in provincia di Pavia.

Oggi, però, desidero concentrarmi in particolare sul second hand.

In Paesi quali Inghilterra e Francia, la passione per l’usato è molto diffusa e lo è da tempo: per i nostri cugini d’oltralpe, per esempio, frequentare i cosiddetti mercatini delle pulci è spesso una piacevole occupazione del fine settimana.

La second hand economy non è dunque un fenomeno inedito: esiste da molto tempo, ma ciò che sta cambiando è il peso specifico che inizia a rivestire.

Oggigiorno, infatti, non è più unicamente un buon modo per risparmiare: basta guardare le cifre delle indagini di mercato per capire come stia piuttosto diventando un nuovo stile di vita e un nuovo modo di guardare alle cose.

Per intenderci: anche chi può o potrebbe comprare cose nuove (e magari costose) inizia ad apprezzare magia, divertimento, riscoperta, ovvero i valori insiti nel second hand.

E se qualcuno lo fa invece solo per ostentare… aspettate, cercherò di essere buona… se qualcuno lo fa solo per assumere un certo tipo di atteggiamento… beh, peggio per lui o per lei.  Leggi tutto

Curiosità dal mondo: Instagram e il caso dei coordinatissimi Bonpon511

Uno dei tanti outfit coordinati condivisi sull’account Instagram Bonpon511

Lo ammetto, in alcune cose sono un po’ maniaco-compulsiva e rasento una precisione che sfiora – appunto – il maniacale.
Faccio un esempio: i miei armadi sono rigorosamente suddivisi per tipo di indumento e colore.
In altre cose, invece, sono sciatta al limite dell’inverosimile e anche in questo caso faccio un esempio: la mia auto non è invasa da cartacce o carabattole varie sparse per l’abitacolo, ma viene lavata più o meno una volta all’anno e, in genere, è mio marito, mosso a pietà, a occuparsene.
Dunque, si potrebbe dire che sono anche un po’ bipolare, con estremi che convivono al limite del paradosso (vi prego, ditemi che non sono l’unica).

A ogni modo, tornando al mio ordine maniacale: un altro esempio è che conservo tutti gli spunti che reputo interessanti – sia nel lavoro sia nel privato – organizzandoli in raccolte ragionate di appunti.
Anni fa, dette raccolte erano cartacee, mentre oggi sono elettroniche e, naturalmente, ho diversi (ehm… parecchi) file pieni zeppi di note e idee.
E, altrettanto naturalmente, da brava maniaca dell’ordine e del controllo, capita che questo accumulo mi provochi ansia, sia perché temo di perdere qualcosa sia perché mi domando quando avrò mai tempo di dare seguito alle tonnellate di appunti che si stratificano sempre più.

Ma, in fondo, voglio pensare che non sia poi così grave avere quelle tonnellate di appunti; per una come me che fa un lavoro fondamentalmente basato sulla curiosità e sulla costante voglia di crescere, sarebbe probabilmente più grave non avere interessi e non avere desideri e spunti da seguire e inseguire.
Il vero guaio sarebbe forse arrivare al giorno in cui i file things to do oppure work in progress dovessero risultare vuoti: in fondo, è la mancanza di progetti nonché di prospettive future a farci invecchiare e a sancire l’inizio della fine. No?

Ho scelto di condividere con voi certe mie curiose abitudini e le riflessioni di cui sopra per due motivi.

Il primo è perché oggi ho deciso di trarre ispirazione da uno di quei miei famosi (o famigerati…) file sviluppando un appunto preso tempo fa.
Oggi è un ennesimo giorno difficile, 48 ore dopo l’orrenda strage di giovanissimi a Manchester, al termine del concerto di Ariana Grande: io scelgo, ancora una volta, di non fermare il mio lavoro e di fare esattamente il contrario di ciò che vorrebbe ottenere chi semina il terrore.

Scelgo di non assecondare la paura, di non fermare la libertà di pensiero e di parola; anche se a volte è davvero difficile, mi ostino invece ad assecondare la bellezza, cercando di rimanere salda negli ideali di civiltà e cultura nei quali credo da sempre.
Lo faccio in quanto sono fermamente convinta che difendere tali valori sia oggi l’unica risposta possibile dinnanzi a odio e follia (come ho letto ieri anche in un post di AnOther Magazine, una delle testate che seguo).

Eppure, anche se desidero fare tutto ciò, anche se credo fermamente che la paura vada combattuta e non assecondata né alimentata, mi riesce impossibile pensare di descrivere una borsa o un abito: ho scelto allora di parlarvi di umanità e unità, attraverso la storia originale (e spero simpatica) di due signori giapponesi.

Il secondo motivo è che penso che questi due signori giapponesi sarebbero d’accordo con ciò che ho scritto qui sopra, ovvero che è la mancanza di prospettive future a farci invecchiare.
E credo che loro non abbiano affatto alcuna intenzione di invecchiare, non nell’accezione negativa che spesso conferiamo a questo verbo, bensì credo intendano continuare ad avere il loro spazio nel mondo in un modo decisamente originale.

Tempo fa, durante le mie consuete navigazioni via Instagram e grazie alla segnalazione di una persona che conosco e stimo, sono approdata a un account che si chiama Bonpon511.

Appartiene a una coppia di signori giapponesi i quali coordinano quotidianamente il proprio abbigliamento, scrupolosamente, indossando gli stessi colori (in genere le tonalità del blu, del rosso, del grigio, del beige, del nero e del bianco), le stesse fantasie (spesso righe e quadretti) oppure le stesse linee, forme e proporzioni (tutto molto essenziale), cercando dunque di far risaltare il loro legame affettivo già al primo sguardo.

In giapponese, bon significa marito e pon moglie: no, non conosco questa lingua meravigliosa, l’ho scoperto grazie ai servizi di traduzione web.
Sempre grazie ai servizi di traduzione, ho scoperto che la data citata nella bio – 11/5/1980 – è quella del loro matrimonio: sono dunque sposati da 37 anni.
Ecco spiegata la scelta del nome Bonpon511 (li trovate qui).

È invece dichiarata in inglese quella che è la loro volontà: couple | over60 | grayhair | fashion | coordinate.

Ovvero mostrare una coppia oltre i 60 anni, con i capelli grigi, che propone una moda coordinata: una sintesi perfetta, insomma, una sorta di stringato manifesto di intenti.

Io li trovo fantastici: adoro la loro capacità di fare richiami che si incrociano e che legano l’una all’altro e adoro la loro sobrietà in puro stile giapponese eppure al tempo stesso mediata da un tocco assolutamente personale.
E, evidentemente, non sono l’unica a pensarla così: il loro account è infatti seguito a oggi da 463mila persone e i commenti sotto ciascun post sono pieni di parole di apprezzamento e simpatia.

Tutto ciò, miei cari amici, porta a dimostrare una teoria nella quale credo profondamente: la bellezza attira l’occhio, è vero, ma è la personalità (accompagnata da un tocco di sano divertimento, guardate bene i loro volti e le loro espressioni) a colpirci e a catturare il cuore.
E a farsi poi ricordare (anche in mezzo a tonnellate di appunti).

Manu

 

P.S.: Mi piace pensare che i deliziosi Bonpon511 sarebbero piaciuti a un grande della moda, Bill Cunningham. Secondo me, si sarebbe tanto divertito a fotografarli.

 

Emanuele Bilancia veste le spose nel nome della Mediterranean Essence

È inutile negarlo: l’abito che quasi tutte le donne sognano di indossare (e lo sognano fin da bambine) è l’abito da sposa.

So che a molte donne questo appare come un cliché riduttivo, come un retaggio culturale di una lunga tradizione che, ahimè, ci ha viste per lungo tempo relegate allo stretto ambito familiare senza possibilità di poter avere un ruolo attivo (lavorativo, economico, culturale, politico) nella società.
Io, invece, pur essendo da sempre una strenua sostenitrice della parità di doveri e di diritti tra uomini e donne e pur parlando spesso di women empowerment, non vivo la questione del sogno dell’abito da sposa in questo modo e desidero raccontarvi perché.

Non ho mai atteso il Principe Azzurro né ho mai congelato la mia vita in attesa che giungesse un ipotetico uomo dei miei sogni.
Ho viaggiato, moltissimo (da sola sono arrivata perfino in Cina e in Brasile), sono andata al cinema, alle mostre, al ristorante e spesso facendo tutto ciò non solo senza un uomo, ma senza neanche avere il supporto di un’amica.
L’ho fatto perché non avevo bisogno di un’altra persona per sentirmi completa, anzi, al contrario, avevo bisogno di imparare a stare con me stessa, avevo bisogno di capirmi, di volermi bene, di comprendere cosa volessi davvero e cosa avessi da offrire agli altri.
Non ho mai voluto un compagno per riempire un vuoto né per appoggiarmi: desideravo invece qualcuno che condividesse tutto ciò che amo.

Lo confesso: da quando questa persona è arrivata, dodici anni fa, tutto è diventato più bello.
Ho amato le mie esperienze in solitudine, ma condividere sensazioni ed emozioni – e capire che appartengono a entrambi – è ancora più bello.

Trovo che non ci sia nulla di male in tutto ciò, nel fatto di ammettere che la vita in due è migliore o tale, almeno, lo è per me: è più completa, nonostante – lo ripeto – io non abbia vissuto in questa attesa.

Pertanto, se il matrimonio è una scelta consapevole e se è una scelta d’amore (lo sottolineo), non trovo affatto sbagliato cullare il desiderio di giungervi e di giungervi essendo belle per l’uomo che abbiamo scelto. E lui per noi, ovvio!
Non lo trovo un retaggio culturale che ci ingabbia.
Anzi, trovo che in tempi incerti come il nostro, tempi talvolta aridi di sentimenti e carichi invece di angosce, scegliere l’amore (e lo ripeto di nuovo) sia una scelta straordinariamente coraggiosa.

Conseguentemente, comprendo che l’abito da sposa sia quello forse più importante per noi donne. Leggi tutto

Give me 5 for charity, Kiabi e Humana insieme per bambini e ragazzi

Ho avuto la fortuna di poter vivere un’infanzia serena con una famiglia presente e unita che mi ha dato certezze e tanto amore.
Pur essendo fortunata su quel fronte, ho comunque conosciuto il dolore attraverso alcuni incidenti gravi che hanno segnato i miei primi anni di vita, mettendomi in serio pericolo.
Proprio grazie al grande amore dei miei genitori, ho superato quegli sfortunatissimi frangenti e sono qui, oggi, a poterne parlare.

La sofferenza e il disagio di bambini e ragazzi, dunque, è un argomento che mi tocca da vicino ed è per questo che qui nel blog ho sempre volentieri dato spazio a cause in favore del benessere dei più giovani.
Non sopporto che bambini e ragazzi soffrano, né fisicamente, come è accaduto a me, né moralmente, come succede a molti, anzi, a troppi, anche perché le sofferenze morali rischiano di minare e ipotecare pesantemente il loro futuro, rendendoli degli adulti privi di quel bagaglio di certezze sulle quali io ho invece potuto contare per superare difficoltà e momenti difficili.

Credo fermamente che il benessere fisico e mentale di bambini e ragazzi sia una precisa responsabilità di tutta la società, perché una società che desideri considerarsi – ed essere – civile deve necessariamente prendersi cura dei suoi membri più fragili e indifesi.

Eppure, nonostante quello che dovrebbe essere un ideale universalmente condiviso, ancora oggi (nel 2017!) non tutti i bambini sono rispettati, curati e protetti come e quanto dovrebbero esserlo.
I maltrattamenti e gli abusi verso i bambini sono inaccettabili e mettono a rischio la società, di oggi e di domani, perché il degrado e la violenza generano spesso altro degrado e altra violenza.

Ecco perché scelgo di parlarne, ancora una volta; ecco perché ho scelto di parlarvi nello specifico di una campagna che si chiama Give me 5 for charity.

I protagonisti sono Kiabi, leader francese della moda a piccoli prezzi, e Humana People to People Italia Onlus, organizzazione che promuove la cultura della solidarietà e dello sviluppo sostenibile: anche quest’anno si rinnova la loro collaborazione in Give me 5 for charity, una campagna di raccolta abiti.

Quella del claim è una scelta accurata: il numero cinque è infatti il simbolo e il fil rouge di tutta l’operazione.

Fino al 31 maggio, nei punti vendita Kiabi, ogni 5 capi donati si riceverà un buono del valore di 5 euro spendibile sulla nuova collezione fino all’8 giugno, con una spesa minima di 45 euro, in negozio e online.

Inoltre, il nome della campagna stessa richiama il classico gesto di intesa tra due persone che, colpendosi la mano e dandosi appunto il cinque, sottolineano il fatto di avercela fatta insieme.

Ed è questo ciò che vogliono fare Kiabi e Humana: farcela tutti insieme in quanto, quest’anno, gli abiti donati dai clienti di Kiabi permetteranno di sostenere le attività di FATA Onlus (acronimo di Famiglie Temporanea Accoglienza), un’associazione che gestisce comunità di accoglienza per bambini e ragazzi che hanno vissuto gravi situazioni di abbandono e maltrattamenti, dando loro alloggio nonché supporto educativo e psicologico.

C’è poi un ulteriore motivo per sostenere Give me 5 for charity: i kit di indumenti personalizzati – che Humana distribuirà a circa 50 bambini e ragazzi di età compresa fra 1 e 20 anni – saranno confezionati anche grazie all’aiuto dei dipendenti Kiabi in occasione della Giornata di Volontariato Aziendale organizzata presso il Centro di Smistamento Humana di Pregnana Milanese. Quando si dice mostrare impegno in prima persona!

Questo progetto charity, sostenuto anche dalla Fondazione Kiabi, rientra nella strategia di sostegno delle famiglie dei Paesi in cui il brand è presente, andando così a sottolineare che si può far moda rimanendo dalla parte di chi si trova in difficoltà e confermando le idee che accompagnano Kiabi fin dalla sua nascita.

Era infatti il 1978 quando Patrick Mulliez, noto imprenditore francese, lanciò un concetto allora rivoluzionario: sviluppare una rete di grandi negozi di abbigliamento proponendo prodotti alla moda, di qualità, con prezzi accessibili e per tutta la famiglia. Nacque cosi Kiabi che l’anno prossimo compirà ben 40 anni.

Da allora, l’ambizione di Kiabi è sempre stata quella di offrire una moda colorata, generosa e accessibile, una moda che non si impone ma che si adatta e rispetta la personalità di ognuno: tutto ciò mi piace, naturalmente, e mi piace che l’azienda persegua questo ideale anche in iniziative come quella attuata con Humana.

Per chi non la conoscesse, posso raccontare che Humana People to People Italia Onlus è un’organizzazione umanitaria indipendente e laica, nata nel 1998 per contribuire allo sviluppo dei popoli svantaggiati attraverso programmi umanitari di lungo termine. È membro della Federazione Internazionale Humana People to People presente in 43 Paesi di Africa, Asia, Europa, America.

Tra i vari programmi a lunga scadenza atti a creare sviluppo sostenibile in una vasta gamma di settori (cito Educazione e Formazione, Aiuto all’Infanzia, Salute e Prevenzione, Sostegno della Comunità, Agricoltura Sostenibile, Energie Rinnovabili), Humana contribuisce alla tutela dell’ambiente anche attraverso la raccolta, la vendita e la donazione di abiti usati, fatto che spiega ulteriormente l’interessante sodalizio con Kiabi.

A questo punto, concludo lasciandovi alcune coordinate importanti:

  • Qui trovate la campagna Give me 5 for charity e qui potete trovare il negozio Kiabi più vicino a voi
  • Qui trovate la pagina Facebook della Fondazione Kiabi
  • Qui trovate la pagina Facebook di Humana People to People Italia Onlus
  • Qui trovate la pagina Facebook di FATA Onlus

Sono da sempre convinta che ciò che non serve più a noi possa fare la fortuna di altri e quindi ho sempre parteggiato per il riutilizzo: direi che, attraverso Give me 5 for charity, Kiabi e Humana hanno reso quanto mai concreta tale mia convinzione.

E, per giunta, ci ringraziano dandoci perfino qualcosa in cambio.

Manu

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