YOUnique, essere unici (e trasformisti) secondo Accademia del Lusso

«La differenza tra le persone sta solo nel loro avere maggiore o minore accesso alla conoscenza.»
Così scrisse Lev N. Tolstòj, il grande romanziere e filosofo russo autore di capolavori quali Guerra e pace e Anna Karenina.

Sono d’accordo con lui e, nel mio piccolo, ho sempre pensato che la cultura sia il miglior strumento per ottenere la libertà.
Credo fermamente nel valore della cultura come fonte di salvezza dalle brutture, come opportunità e come speranza verso il futuro.
Credo nel rispetto, nell’uguaglianza, nel dialogo interculturale e nel valore della diversità.
Credo nella comprensione, nella tolleranza e nel fatto che occorra mettersi nei panni degli altri.
Non credo invece nella violenza, nell’ignoranza, nella prepotenza, nella prevaricazione, nella cecità che porta alcuni a credersi superiori ad altri.

Penso anche che il web, oggigiorno, abbia moltiplicato le nostre possibilità di accesso a conoscenza, cultura e formazione e – naturalmente – amo infinitamente tale opportunità.
Amo il fatto che esistano ancora maggiori possibilità di incontro, scambio, condivisione.

Penso infine che le parole siano importanti nella misura in cui vengono confermate e realizzate attraverso i fatti.

È per tutti questi motivi e per altri ancora che ho accettato con gioia, entusiasmo, gratitudine di avere un ruolo attivo e concreto in Accademia del Lusso, istituto di alta formazione per la moda e il design.
È per questi motivi che sono orgogliosa di essere parte del loro corpo docenti.
Ed è sempre per questi motivi che torno a scrivere della sfilata che, come di consueto, corona le attività di ogni anno accademico. Leggi tutto

Louis Vuitton, delocalizzazione, Made in Italy, H&M: perché tutto insieme?

Eccezionalmente, oggi pubblico un secondo post nella stessa giornata perché mi preme condividere con voi alcune riflessioni alquanto calde e attuali.

In questi giorni, circola infatti la notizia di un’inchiesta fatta da The Guardian: secondo l’autorevole quotidiano britannico, la maison Louis Vuitton (gruppo LVMH, ovvero una delle grandi holding del lusso) fabbricherebbe le proprie scarpe in Romania, per la precisione in Transilvania.
Sempre a quanto risulta secondo l’inchiesta, le scarpe vengono poi spedite da noi, qui in Italia, dove vengono semplicemente incollate le suole.
Altro che Made in France o Made in Italy, insomma, come invece viene stampigliato sulle suole.

Non voglio scendere nel merito specifico di questo episodio, perché il discorso è lungo e articolato.
Prima di tutto, occorrerebbe parlare bene di cosa oggi possa legalmente fregiarsi dell’appellativo Made in Italy (e sto meditando di scrivere un post dedicato).
E secondo, se vogliamo parlare di etica e soprattutto di etica del lavoro, bisogna dire che sembrerebbe che quelle fabbriche in Romania siano un ambiente pulito nel quale lo staff lavora da seduto, ha il fine settimana libero, è pagato per gli straordinari e non usa prodotti tossici.

(A proposito: un paio di cosette circa delocalizzazione, reshoring, Made in Italy, etica e via discorrendo le avevo già scritte tempo fa, nel 2014, ora che ci penso – precisamente qui)

L’osservazione che desidero fare è dunque piuttosto un’altra: bisogna tenere gli occhi ben aperti e non dobbiamo fidarci di tutto ciò che ci viene detto.
Oggi, il fast fashion viene spesso additato come l’essenza del male in ambito moda o peggio come l’unico male, ma non è così, non del tutto, non al 100%.
Così come non è vero che le maison di alto di gamma siano sempre virtuose, non è altrettanto vero che quelle di fast fashion facciano tutto quanto male.

Vi faccio un esempio pratico anche in questo caso.
Recentemente, ho fatto degli acquisti attraverso il sito H&M e quello che vedete qui sopra è il sacchetto che mi è arrivato insieme ai capi.
Perché – nonostante le responsabilità che si imputano al fast fashion e che certo non intendo negare – occorre anche dire che H&M, per esempio, è da anni in prima linea nella lotta per la sostenibilità.
Ha un sito dedicato nel quale dettaglia tutte le attività che svolge.
E, fin dal 2013, ha creato il più grande sistema globale di raccolta di abbigliamento usato del settore retail.
Tutti i negozi della catena, in ogni paese del mondo, dispongono di contenitori di raccolta dei capi: i clienti possono depositare capi usati di qualsiasi marca che saranno riutilizzati o riciclati, ricevendo un buono in cambio.
Già a febbraio 2014, H&M ha presentato i primi prodotti contenenti materiali ottenuti con l’iniziativa, ovvero capi in denim con una percentuale di cotone riciclato.

Non voglio fare un’arringa a favore del colosso del fast fashion, non mi interessa, credetemi; desidero solo – e lo ripeto! – dire a noi tutti di tenere gli occhi aperti e di guardare oltre.
Non dobbiamo subire i luoghi comuni, né nel bene e nel male, e non beviamoci bugie e/o false promesse, qualsiasi etichetta esse portino – letteralmente!

E per il momento mi fermo qui.

Se poi volete saperne di più sul caso Louis Vuitton, vi invito a leggere l’articolo di The Guardian.
E ce n’è anche per il gruppo diretto concorrente di LVMH, ovvero Kering: leggete cosa scrive Pambianco a proposito di un’altra querelle che riguarda degli occhiali…

La butto lì: sarà forse che quello di giocare un po’ con appellativi, definizioni e cavilli sia un vizio piuttosto diffuso?
Sarà forse che – come sostengo io – il male non stia oggi solo nel fast fashion ma in chiunque si comporti con poca trasparenza?

Manu

 

We Wear Culture, dal little black dress di Coco allo street style di Tokyo

We Wear Culture: la cover della sezione dedicata al virtual tour del Metropolitan Museum of Art

Tra i tanti vantaggi del web, uno dei miei preferiti è senza dubbio quello di aver ridotto i limiti fisici e geografici.

Per esempio, possiamo stare comodamente seduti alla nostra scrivania e contemporaneamente fare ricerche grazie a luoghi virtuali, biblioteche e librerie, archivi e musei. Oppure, possiamo rilassarci sul divano mentre chiacchieriamo in live chat con persone che si trovano dall’altra parte del mondo. O ancora, possiamo fare acquisti in pochi click.

Certo, a volte tutto ciò non basta: io, in questo periodo, mi struggo per il fatto di non poter essere a New York fisicamente, precisamente al Metropolitan Museum of Art dove si sta svolgendo la mostra Rei Kawakubo / Comme des Garçons: Art of the In-Between.

Non so cosa darei per visitare l’esposizione dedicata a una delle più importanti stiliste del Novecento, colei che nel 1969 ha fondato il brand Comme des Garçons e che insieme a Yohji Yamamoto e Issey Miyake forma l’eccezionale triade giapponese che, alla fine degli Anni Settanta, ha portato un grandissimo rinnovamento nella moda.

Qui, però, torna in ballo Internet e la sua capacità di essere un mezzo che ci dà infinite possibilità che sta a noi saper sfruttare al meglio: non posso teletrasportarmi a New York, è vero, ma grazie al web posso consultare il sito del Metropolitan, godere di filmati e gallery, leggere articoli, consultare reportage.

Ed è proprio in nome di tutto ciò che, oggi, sono molto felice di parlarvi di un progetto che si chiama We Wear Culture.

We Wear Culture ovvero Indossiamo la Cultura, in quanto ben tremila anni di storia del costume e della moda confluiscono in una sorta di sfilata (o vetrina, chiamatela come preferite) che debutta online in questi giorni.

Disponibile attraverso la piattaforma Google Arts & Culture, il progetto consente di esplorare stili e look di epoche diverse nonché le storie che sono alla base degli abiti che indossiamo oggigiorno: inoltre, pezzi iconici che hanno cambiato il modo di vestire di intere generazioni vengono letteralmente fatti vivere grazie alla realtà virtuale.

L’iniziativa è frutto di una collaborazione con oltre 180 istituzioni culturali di fama mondiale: tra i nomi italiani, figura il Museo del Tessuto di Prato e una selezione di tessuti proveniente proprio dalle collezioni antiche di tale Museo è ora disponibile online. Leggi tutto

Second hand economy: i miei tre negozi preferiti a Milano

Oggi desidero parlare con voi di un argomento che mi sta molto a cuore: il second hand.

In un momento storico ed economico in cui circola meno denaro rispetto al passato (penso, per esempio, ai più goderecci Anni Ottanta), una delle soluzioni possibili è quella di allungare il ciclo di vita degli oggetti: così, dopo decenni di consumismo e di filosofia usa e getta, è il momento d’oro del riuso, dal vintage ai negozi second hand (o seconda mano), dai mercatini delle pulci alla pratica dello swap party.

Prima di tutto, però, occorre fare una doverosa distinzione tra vintage e second hand.

Il termine vintage indica espressamente oggetti prodotti almeno vent’anni prima del momento attuale e dunque si differenzia dal second hand che di solito è più recente. La caratteristica principale di un oggetto o di un capo vintage non è dunque quella di essere stato utilizzato in passato, bensì il valore che ha acquisito nel tempo per le sue doti di irripetibilità e irriproducibilità: rappresenta una testimonianza dello stile di un’epoca passata e magari ha anche segnato un particolare momento storico o un passaggio importante della moda o del design.

Tutto ciò è intrinseco già nel nome stesso: vintage deriva infatti dal francese antico vendenge, termine inizialmente coniato per i vini vendemmiati e prodotti nelle annate migliori e poi diventato sinonimo dell’espressione d’annata.

Io amo molto il vintage: qui nel blog, tale argomento gode di un tag dedicato e sono inoltre un’assidua frequentatrice di tutte le edizioni di Next Vintage, importantissima manifestazione di settore che si svolge due volte all’anno, in primavera e in autunno, al Castello di Belgioioso, in provincia di Pavia.

Oggi, però, desidero concentrarmi in particolare sul second hand.

In Paesi quali Inghilterra e Francia, la passione per l’usato è molto diffusa e lo è da tempo: per i nostri cugini d’oltralpe, per esempio, frequentare i cosiddetti mercatini delle pulci è spesso una piacevole occupazione del fine settimana.

La second hand economy non è dunque un fenomeno inedito: esiste da molto tempo, ma ciò che sta cambiando è il peso specifico che inizia a rivestire.

Oggigiorno, infatti, non è più unicamente un buon modo per risparmiare: basta guardare le cifre delle indagini di mercato per capire come stia piuttosto diventando un nuovo stile di vita e un nuovo modo di guardare alle cose.

Per intenderci: anche chi può o potrebbe comprare cose nuove (e magari costose) inizia ad apprezzare magia, divertimento, riscoperta, ovvero i valori insiti nel second hand.

E se qualcuno lo fa invece solo per ostentare… aspettate, cercherò di essere buona… se qualcuno lo fa solo per assumere un certo tipo di atteggiamento… beh, peggio per lui o per lei.  Leggi tutto

Pillole di mondo: Instagram e lo strano caso dei coordinatissimi bonpon511

Uno dei tanti outfit coordinati condivisi sull’account Instagram bonpon511

Lo ammetto, in alcune cose sono un po’ maniaco-compulsiva e rasento una precisione che sfiora – appunto – il maniacale.
Faccio un esempio: i miei armadi sono rigorosamente suddivisi per tipo di indumento e colore.
In altre cose, invece, sono sciatta al limite dell’inverosimile e anche in questo caso faccio un esempio: la mia auto non è invasa da cartacce o carabattole varie sparse per l’abitacolo, ma viene lavata più o meno una volta all’anno e, in genere, è mio marito, mosso a pietà, a occuparsene.
Dunque, si potrebbe dire che sono anche un po’ bipolare, con estremi che convivono al limite del paradosso (vi prego, ditemi che non sono l’unica).

A ogni modo, tornando al mio ordine maniacale: un altro esempio è che conservo tutti gli spunti che reputo interessanti – sia nel lavoro sia nel privato – organizzandoli in raccolte ragionate di appunti.
Anni fa, dette raccolte erano cartacee, mentre oggi sono elettroniche e, naturalmente, ho diversi (ehm… parecchi) file pieni zeppi di note e idee.
E, altrettanto naturalmente, da brava maniaca dell’ordine e del controllo, capita che questo accumulo mi provochi ansia, sia perché temo di perdere qualcosa sia perché mi domando quando avrò mai tempo di dare seguito alle tonnellate di appunti che si stratificano sempre più.

Ma, in fondo, voglio pensare che non sia poi così grave avere quelle tonnellate di appunti; per una come me che fa un lavoro fondamentalmente basato sulla curiosità e sulla costante voglia di crescere, sarebbe probabilmente più grave non avere interessi e non avere desideri e spunti da seguire e inseguire.
Il vero guaio sarebbe forse arrivare al giorno in cui i file things to do oppure work in progress dovessero risultare vuoti: in fondo, è la mancanza di progetti nonché di prospettive future a farci invecchiare e a sancire l’inizio della fine. No?

Ho scelto di condividere con voi certe mie curiose abitudini e le riflessioni di cui sopra per due motivi.

Il primo è perché oggi ho deciso di trarre ispirazione da uno di quei miei famosi (o famigerati…) file sviluppando un appunto preso tempo fa.
Oggi è un ennesimo giorno difficile, 48 ore dopo l’orrenda strage di giovanissimi a Manchester, al termine del concerto di Ariana Grande: io scelgo, ancora una volta, di non fermare il mio lavoro e di fare esattamente il contrario di ciò che vorrebbe ottenere chi semina il terrore.

Scelgo di non assecondare la paura, di non fermare la libertà di pensiero e di parola; anche se a volte è davvero difficile, mi ostino invece ad assecondare la bellezza, cercando di rimanere salda negli ideali di civiltà e cultura nei quali credo da sempre.
Lo faccio in quanto sono fermamente convinta che difendere tali valori sia oggi l’unica risposta possibile dinnanzi a odio e follia (come ho letto ieri anche in un post di AnOther Magazine, una delle testate che seguo).

Eppure, anche se desidero fare tutto ciò, anche se credo fermamente che la paura vada combattuta e non assecondata né alimentata, mi riesce impossibile pensare di descrivere una borsa o un abito: ho scelto allora di parlarvi di umanità e unità, attraverso la storia originale (e spero simpatica) di due signori giapponesi.

Il secondo motivo è che penso che questi due signori giapponesi sarebbero d’accordo con ciò che ho scritto qui sopra, ovvero che è la mancanza di prospettive future a farci invecchiare.
E credo che loro non abbiano affatto alcuna intenzione di invecchiare, non nell’accezione negativa che spesso conferiamo a questo verbo, bensì credo intendano continuare ad avere il loro spazio nel mondo in un modo decisamente originale.

Tempo fa, durante le mie consuete navigazioni via Instagram e grazie alla segnalazione di una persona che conosco e stimo, sono approdata a un account che si chiama bonpon511.

Appartiene a una coppia di signori giapponesi i quali coordinano quotidianamente il proprio abbigliamento, scrupolosamente, indossando gli stessi colori (in genere le tonalità del blu, del rosso, del grigio, del beige, del nero e del bianco), le stesse fantasie (spesso righe e quadretti) oppure le stesse linee, forme e proporzioni (tutto molto essenziale), cercando dunque di far risaltare il loro legame affettivo già al primo sguardo.

In giapponese, bon significa marito e pon moglie: no, non conosco questa lingua meravigliosa, l’ho scoperto grazie ai servizi di traduzione web.
Sempre grazie ai servizi di traduzione, ho scoperto che la data citata nella bio – 11/5/1980 – è quella del loro matrimonio: sono dunque sposati da 37 anni.
Ecco spiegata la scelta del nome bonpon511 (li trovate qui).

È invece dichiarata in inglese quella che è la loro volontà: couple | over60 | grayhair | fashion | coordinate.

Ovvero mostrare una coppia oltre i 60 anni, con i capelli grigi, che propone una moda coordinata: una sintesi perfetta, insomma, una sorta di stringato manifesto di intenti.

Io li trovo fantastici: adoro la loro capacità di fare richiami che si incrociano e che legano l’una all’altro e adoro la loro sobrietà in puro stile giapponese eppure al tempo stesso mediata da un tocco assolutamente personale.
E, evidentemente, non sono l’unica a pensarla così: il loro account è infatti seguito a oggi da 463mila persone e i commenti sotto ciascun post sono pieni di parole di apprezzamento e simpatia.

Tutto ciò, miei cari amici, porta a dimostrare una teoria nella quale credo profondamente: la bellezza attira l’occhio, è vero, ma è la personalità (accompagnata da un tocco di sano divertimento, guardate bene i loro volti e le loro espressioni) a colpirci e a catturare il cuore.
E a farsi poi ricordare (anche in mezzo a tonnellate di appunti).

Manu

 

P.S.: Mi piace pensare che i deliziosi bonpon511 sarebbero piaciuti a un grande della moda, Bill Cunningham. Secondo me, si sarebbe tanto divertito a fotografarli.

 

Give me 5 for charity, Kiabi e Humana insieme per bambini e ragazzi

Ho avuto la fortuna di poter vivere un’infanzia serena con una famiglia presente e unita che mi ha dato certezze e tanto amore.
Pur essendo fortunata su quel fronte, ho comunque conosciuto il dolore attraverso alcuni incidenti gravi che hanno segnato i miei primi anni di vita, mettendomi in serio pericolo.
Proprio grazie al grande amore dei miei genitori, ho superato quegli sfortunatissimi frangenti e sono qui, oggi, a poterne parlare.

La sofferenza e il disagio di bambini e ragazzi, dunque, è un argomento che mi tocca da vicino ed è per questo che qui nel blog ho sempre volentieri dato spazio a cause in favore del benessere dei più giovani.
Non sopporto che bambini e ragazzi soffrano, né fisicamente, come è accaduto a me, né moralmente, come succede a molti, anzi, a troppi, anche perché le sofferenze morali rischiano di minare e ipotecare pesantemente il loro futuro, rendendoli degli adulti privi di quel bagaglio di certezze sulle quali io ho invece potuto contare per superare difficoltà e momenti difficili.

Credo fermamente che il benessere fisico e mentale di bambini e ragazzi sia una precisa responsabilità di tutta la società, perché una società che desideri considerarsi – ed essere – civile deve necessariamente prendersi cura dei suoi membri più fragili e indifesi.

Eppure, nonostante quello che dovrebbe essere un ideale universalmente condiviso, ancora oggi (nel 2017!) non tutti i bambini sono rispettati, curati e protetti come e quanto dovrebbero esserlo.
I maltrattamenti e gli abusi verso i bambini sono inaccettabili e mettono a rischio la società, di oggi e di domani, perché il degrado e la violenza generano spesso altro degrado e altra violenza.

Ecco perché scelgo di parlarne, ancora una volta; ecco perché ho scelto di parlarvi nello specifico di una campagna che si chiama Give me 5 for charity.

I protagonisti sono Kiabi, leader francese della moda a piccoli prezzi, e Humana People to People Italia Onlus, organizzazione che promuove la cultura della solidarietà e dello sviluppo sostenibile: anche quest’anno si rinnova la loro collaborazione in Give me 5 for charity, una campagna di raccolta abiti.

Quella del claim è una scelta accurata: il numero cinque è infatti il simbolo e il fil rouge di tutta l’operazione.

Fino al 31 maggio, nei punti vendita Kiabi, ogni 5 capi donati si riceverà un buono del valore di 5 euro spendibile sulla nuova collezione fino all’8 giugno, con una spesa minima di 45 euro, in negozio e online.

Inoltre, il nome della campagna stessa richiama il classico gesto di intesa tra due persone che, colpendosi la mano e dandosi appunto il cinque, sottolineano il fatto di avercela fatta insieme.

Ed è questo ciò che vogliono fare Kiabi e Humana: farcela tutti insieme in quanto, quest’anno, gli abiti donati dai clienti di Kiabi permetteranno di sostenere le attività di FATA Onlus (acronimo di Famiglie Temporanea Accoglienza), un’associazione che gestisce comunità di accoglienza per bambini e ragazzi che hanno vissuto gravi situazioni di abbandono e maltrattamenti, dando loro alloggio nonché supporto educativo e psicologico.

C’è poi un ulteriore motivo per sostenere Give me 5 for charity: i kit di indumenti personalizzati – che Humana distribuirà a circa 50 bambini e ragazzi di età compresa fra 1 e 20 anni – saranno confezionati anche grazie all’aiuto dei dipendenti Kiabi in occasione della Giornata di Volontariato Aziendale organizzata presso il Centro di Smistamento Humana di Pregnana Milanese. Quando si dice mostrare impegno in prima persona!

Questo progetto charity, sostenuto anche dalla Fondazione Kiabi, rientra nella strategia di sostegno delle famiglie dei Paesi in cui il brand è presente, andando così a sottolineare che si può far moda rimanendo dalla parte di chi si trova in difficoltà e confermando le idee che accompagnano Kiabi fin dalla sua nascita.

Era infatti il 1978 quando Patrick Mulliez, noto imprenditore francese, lanciò un concetto allora rivoluzionario: sviluppare una rete di grandi negozi di abbigliamento proponendo prodotti alla moda, di qualità, con prezzi accessibili e per tutta la famiglia. Nacque cosi Kiabi che l’anno prossimo compirà ben 40 anni.

Da allora, l’ambizione di Kiabi è sempre stata quella di offrire una moda colorata, generosa e accessibile, una moda che non si impone ma che si adatta e rispetta la personalità di ognuno: tutto ciò mi piace, naturalmente, e mi piace che l’azienda persegua questo ideale anche in iniziative come quella attuata con Humana.

Per chi non la conoscesse, posso raccontare che Humana People to People Italia Onlus è un’organizzazione umanitaria indipendente e laica, nata nel 1998 per contribuire allo sviluppo dei popoli svantaggiati attraverso programmi umanitari di lungo termine. È membro della Federazione Internazionale Humana People to People presente in 43 Paesi di Africa, Asia, Europa, America.

Tra i vari programmi a lunga scadenza atti a creare sviluppo sostenibile in una vasta gamma di settori (cito Educazione e Formazione, Aiuto all’Infanzia, Salute e Prevenzione, Sostegno della Comunità, Agricoltura Sostenibile, Energie Rinnovabili), Humana contribuisce alla tutela dell’ambiente anche attraverso la raccolta, la vendita e la donazione di abiti usati, fatto che spiega ulteriormente l’interessante sodalizio con Kiabi.

A questo punto, concludo lasciandovi alcune coordinate importanti:

  • Qui trovate la campagna Give me 5 for charity e qui potete trovare il negozio Kiabi più vicino a voi
  • Qui trovate la pagina Facebook della Fondazione Kiabi
  • Qui trovate la pagina Facebook di Humana People to People Italia Onlus
  • Qui trovate la pagina Facebook di FATA Onlus

Sono da sempre convinta che ciò che non serve più a noi possa fare la fortuna di altri e quindi ho sempre parteggiato per il riutilizzo: direi che, attraverso Give me 5 for charity, Kiabi e Humana hanno reso quanto mai concreta tale mia convinzione.

E, per giunta, ci ringraziano dandoci perfino qualcosa in cambio.

Manu

Lucio Costa, quando la moda racconta qualcosa di bello e speciale

Ci sono momenti in cui è necessario avere l’intelligenza e l’umiltà di fare un passo indietro.

Perché oggi esordisco con questa affermazione? Ora ve lo spiego.

Lo scorso 23 settembre, durante Milano Moda Donna, ho avuto il grande piacere di partecipare a un evento speciale dedicato a Lucio Costa.

Si è trattato di un momento suggestivo pensato per parlare di un capitolo interessante della moda italiana e di un protagonista che ha contribuito a scriverne la storia: da una parte, è stato presentato So Lucio!, ovvero il libro dedicato allo stilista prematuramente scomparso; dall’altra, è stato presentato il rilancio del marchio con la nuova capsule collection primavera / estate 2017 disegnata da Roberto Pelizzoni, socio e compagno storico di Lucio Costa.

Il libro presenta il percorso personale e professionale di Lucio Costa attraverso immagini iconiche tratte dalle più importanti riviste di moda, dalle sfilate e dagli scatti fotografici delle sue proposte stilistiche dal 1987, anno del suo debutto internazionale, al 2012, anno della sua scomparsa.

I testi sono di chi ha amato e stimato Lucio, le giornaliste Giusi Ferré, Renata Molho, Gisella Borioli, Cinzia Brandi, Dominique Muret; la presentazione dello spaccato storico e sociale di Milano negli Anni Ottanta è curata dal critico e giornalista Matteo Ceschi.

Alice Gentilucci ha invece coordinato il fashion editing del libro So Lucio! e l’immagine dello shooting con la guest model Soo Joo Park, fotografata da Federico Garibaldi.

Potrei andare avanti citando altri bravi professionisti che hanno collaborato a questo progetto straordinario: straordinario perché racconta un uomo e un professionista che merita di essere raccontato e ricordato; straordinario perché non è poi così consueto – nella moda così come in altri settori – che tante persone si riuniscano con un unico scopo che vada oltre qualsiasi singolo interesse personale.

E, in questo caso, il desiderio è quello di rendere unico protagonista Lucio Costa, desiderio che riconferma quanto lui sia stato una persona speciale in grado di lasciare una grande eredità in termini di affetto e di stima. Leggi tutto

Freedomday, ricordi di viaggio in un piumino

Che ci piaccia o no, sono due gli argomenti che vanno per la maggiore in questi giorni: il tempo e l’inizio dei saldi.

A me la cosa non meraviglia più di tanto: il meteo è sempre oggetto di animate discussioni (e in questi giorni fa proprio un gran freddo ovunque, ammettiamolo) e a tutti fa piacere fare acquisti a prezzi ridotti.

E così, ho pensato di mettere insieme le due cose e di parlarvi, oggi, di un marchio di outerwear che ha catturato la mia attenzione in occasione del press day dello scorso maggio: mi piace l’idea di poter mostrare un prodotto di qualità e penso che il periodo dei saldi dovrebbe essere dedicato ad acquistare qualcosa che sia un buon investimento. Per giunta, penso (o meglio temo) che, se andiamo avanti così, piumini e giubbotti serviranno ancora molto a lungo…

Il marchio in questione si chiama Freedomday e nasce dalla passione e dall’esperienza quarantennale dei fratelli Russo, fondatori di un’azienda che si chiama Max Moda: l’azienda è specializzata nella produzione e distribuzione di capispalla per alcuni dei marchi più noti del panorama italiano e internazionale. Può contare su uno staff altamente specializzato e che comprende l’ufficio stile e il controllo qualità.

Freedomday è nato nel 2014 proprio grazie a questa realtà consolidata: giubbotti e piumini – per donna, uomo e bambino – propongono modelli che hanno fatto la storia della moda e dello stile, resi però originali dalla cura dei dettagli e della vestibilità. Leggi tutto

Bodhi, il cane modello che insidia il regno di Lucky Blue Smith

Il cane-modello Bodhi in una foto dalla pagina Facebook Menswear Dog

Recitare da cani. Recitare come un cane.
Chissà quante volte abbiamo sentito usare frasi di questo tipo: oggi, però, occorrerebbe essere più accorti e non adoperarle più. In fondo, lo afferma anche Roberto Gervaso.
«Si dice recitare come un cane, ma tutti i cani che ho visto recitare erano bravissimi», scrive il noto giornalista, scrittore e aforista. E, in effetti, mi viene da pensare a Lassie, Rin Tin Tin e Hachikō, più bravi – ed espressivi – di molti umani, attori e non.
Ma perché, a mia volta, sostengo tale tesi con tanto slancio? Perché, attraverso le mie infinite esplorazioni in rete, sono venuta a conoscenza dell’esistenza di un cane che fa il modello. Sul serio. Molto sul serio.

E così desidero narrarvi la storia di Bodhi, un cane di razza Shiba: tutto è cominciato tre anni fa, quando Yena Kim e David Fung, i suoi proprietari, hanno cominciato a vestirlo. L’animale è sembrato contento, preso dal gioco, e la prima foto pubblicata su Facebook ha avuto un successo immediato e virale: a quel punto, i due hanno avuto l’idea di lanciare un Tumblr intitolandolo Menswear Dog. Sottotitolo: The Most Stylish Dog in the World.
Quanto alla contentezza, non mi sento di contraddire la teoria: in effetti, guardando le foto, Bodhi non sembra scontento e anzi, al contrario, ha un’aria da attore molto calato nella parte – giusto per restare in tema recitazione.

Lei stilista per Ralph Lauren, lui graphic designer, Yena e David hanno lasciato i loro rispettivi lavori e hanno cominciato a rispondere alle richieste dei marchi: dopo Coach e Ferragamo, sono arrivate moltissime altre offerte da parte di marchi desiderosi di apparire con il cane neo superstar.
In tre anni, circa un centinaio di brand si sono interessati a Bodhi, da Marc Jacobs ad American Apparel passando per Victorinox e Ted Baker: il simpatico cane è anche diventato la mascotte di Comodo Square, un department store coreano.

Oggi, il quadrupede è un vero fenomeno delle reti sociali: ha centinaia di migliaia di follower combinando Instagram (286.000), Facebook (quasi 232.000) e Twitter (11.000) e le sue quotazioni da modello sono in costante crescita, tanto che c’è chi parla di uno stipendio medio di 15.000 dollari al mese, ricevuto – ovviamente – dai suoi proprietari, visto che l’apertura di un conto corrente resta per ora interdetta agli animali (chissà poi perché… lavorare sì e avere un conto no?).
I proprietari non confermano tali cifre e dichiarano solo che Bodhi guadagna un po’ di più del salario medio di un modello umano di sesso maschile: l’affare è comunque sicuramente redditizio, dato che ogni shooting viene negoziato a partire da molte migliaia di dollari. E per il momento è un business che non teme concorrenza, dato che questo cane dagli atteggiamenti incredibilmente umani è davvero particolare e alquanto unico, oserei dire.

Tutto questo successo ha permesso di lanciare anche un libro intitolato Menswear Dog – The New Classics, un volume che contiene consigli di moda per uomini, illustrato da fotografie di Bodhi e completo di dritte per coordinare al meglio gli accessori. Si parla anche del lancio di un marchio di abbigliamento per cani all’inizio del 2017.

Tutta questa storia mi è sembrata molto divertente e così ho voluto condividerla con voi insieme ad alcune considerazioni.
La prima: il termine bodhi indica l’illuminazione spirituale nell’ambito della religione buddhista. Ora, senza scomodare la religione, per carità… eppure, considerando le spiccate capacità del nostro amico peloso, mi lancerei ad affermare che il suo nome è l’indizio di un certo destino.
La seconda: si dice che il cane sia il migliore amico dell’uomo e che chi trova un amico trovi anche un tesoro. Ecco, Yena Kim e David Fung sembrano aver messo insieme le due cose elevandole all’ennesima potenza.
La terza: come ho detto in principio, la frase recitare come un cane assume, a questo punto, un significato del tutto lusinghiero.
La quarta e ultima: cari Lucky Blue Smith (per chi non lo sapesse, il modello del momento, 18 anni appena compiuti) e Cameron Dallas (un… veterano con i suoi ben 22 anni) scansatevi, per favore. Arriva Bodhi e a me, sinceramente, è anche più simpatico.

Manu

 

Vedere per credere: qui trovate Menswear Dog, qui la pagina Facebook di Bodhi, qui il suo account Twittter e qui quello Instagram.

Yezael by Angelo Cruciani: Pink Power sulla SS 2016

Molte persone sostengono che il bello di avere un’idea risiede anche nella possibilità di poterla cambiare o di vederla evolvere.
Ho passato metà della mia vita – la prima, quella da adolescente impetuosa – a essere ciò che oserei definire un’integralista delle opinioni; ora, nella seconda fase – quella di donna ormai matura, almeno dal punto di vista anagrafico – sto in effetti riscoprendo la bellezza che non conoscevo fin quando sono stata solita dividere ogni cosa tra bianco e nero senza vedere le sfumature.
Per questo, oggi, quando ascolto le opinioni di qualche giovane testa impetuosa esattamente quanto lo era la mia, cerco di non prendermela per sentenze a volte taglienti se non offensive; cerco di sorridere e lo faccio con un filo di imbarazzo, rendendomi conto solo ora di quanto, probabilmente, all’epoca sono apparsa come un giovane, inesperto e cocciutissimo mulo.
Eppure, a discolpa mia e di quei giovanissimi che sono come me, posso citare una frase che mi ripeteva spesso mia mamma quando, paziente, ascoltava le mie idee intemperanti: il fuoco non scotta fino a quando sono gli altri a dirtelo. Ovvero, per capire certe cose devi provarle sulla tua pelle.

Perché questo esordio?
Perché oggi vi parlo di moda uomo e questo è un argomento sul quale il mio pensiero è costantemente in evoluzione. È un territorio sul quale mi riservo la facoltà di cambiare idea.

Mi spiego meglio.

Ricordo di aver scritto in un post – a proposito di Julian Zigerli e Alessandro Dell’Acqua – di non apprezzare le mezze misure applicate al guardaroba, soprattutto a quello maschile.
A me piace quel tipo di moda che continua la grande tradizione sartoriale oppure apprezzo la moda d’avanguardia e chi osa; ciò che sta in mezzo, per come la vedo io, è solo noia.
Visto che penso che la moda sia linguaggio e comunicazione, credo che stare a metà tra le due scelte crei un territorio in cui regna la confusione: detesto quando una collezione comunica un senso di pretenziosità immotivata, così come detesto se trasmette un messaggio del tipo vorrei ma non oso.
Ciò che è certo è che occorre coraggio per entrambe le opzioni: se si segue la strada tracciata dai grandi sarti, si accetta un confronto che può risultare rischioso; se si decide di rompere con la tradizione, si tenta di scrivere nuovi codici che spesso risultano di non facile comprensione, soprattutto nell’immediato. Leggi tutto

NOWGenerations, la moda priva di limiti temporali e generazionali

Sono ancora malinconica per la scomparsa di Bill Cunningham, autentica icona e protagonista del mio post precedente.

Pensando a lui, oggi più che mai, ho voglia di dare spazio al talento, alla passione, alla bellezza.

E allora credo che sia il giorno giusto per parlarvi dell’esperienza che ho avuto la fortuna di vivere lo scorso 10 giugno quando Accademia del Lusso, scuola di moda e di design, ha presentato il fashion show 2016, ovvero la sfilata che chiude l’anno accademico: cornice suggestiva e avveniristica dell’evento è stata Piazza Città di Lombardia a Milano.

Lo show – intitolato NOWGenerations – è stato preceduto da lunghi mesi di preparazione nonché da un contest che ha premiato i 18 migliori allievi ai quali è stata data la possibilità di presentare una piccola collezione di 3 look ciascuno.

Non è il primo anno che seguo la sfilata di AdL: feci lo stesso lo scorso anno, ma stavolta lo show ha avuto un sapore ancora più particolare in quanto ho terminato il mio primo anno di docenza proprio presso tale scuola con la cattedra di Fashion Web Editing.

È stato un anno molto impegnativo durante il quale mi sono messa alla prova: posso affermare che la prima sfida di chi desidera insegnare è sicuramente quella da vivere con sé stesso e il successo più grande è quello di riuscire a trasmettere veramente qualcosa, a lasciare un segno. Sarà il tempo a dire che tipo di insegnante io sia, ma intanto posso dirvi che, visto che sono una persona che mette cuore e passione in ogni singola cosa che fa, quest’anno ho sentito ancor di più l’emozione dello show in quanto, durante tutti questi mesi, ho potuto vivere l’atmosfera della scuola dall’interno. Leggi tutto

Collezione Aeronautica Militare SS 2016: buon 2 giugno!

Oggi, giovedì 2 giugno, è la Festa della Repubblica Italiana.

È una ricorrenza davvero importante, perché si celebra la nostra nazione nella forma che ha oggi, in maniera simile al 14 luglio in Francia (anniversario della presa della Bastiglia avvenuta nel 1789) e al 4 luglio negli Stati Uniti (anniversario della dichiarazione d’indipendenza dalla Gran Bretagna firmata nel 1776).

La nostra festa è più giovane e risale al 1946: il 2 e il 3 giugno, si tenne un referendum istituzionale con il quale gli italiani vennero chiamati alle urne per decidere quale forma – monarchia o repubblica – dare al Paese. Dopo 85 anni di regno, con 12.718.641 voti contro 10.718.502, l’Italia diventò una repubblica e i monarchi di casa Savoia vennero esiliati.

Ogni anno, il festeggiamento è doppio: quel referendum fu infatti la prima votazione a suffragio universale indetta in Italia, ovvero le cittadine italiane votarono per la prima volta.

Stavolta, l’anniversario è a cifra tonda: la Repubblica compie 70 anni e pertanto noi italiane abbiamo il diritto al voto dallo stesso tempo. È tanto o è poco? Dipende dai punti di vista: 70 anni, nella Storia con la S maiuscola, sono quasi nulla, mentre nella vita di un essere umano sono molti. E se da una parte penso che sono solo 70 anni che le italiane votano, dall’altra penso che, in fondo, la nostra Repubblica è giovane.

Pensate che la nazione più all’avanguardia da questo punto di vista è stata la Nuova Zelanda dove le donne votano dal 1893: in altri Stati ci furono esempi precedenti ma solo temporanei.

Ho deciso che è giusto che anche A glittering woman si adegui, a proprio modo, sì, ma con un festeggiamento coerente: nonostante io non ami particolarmente le feste comandate, trovo che sia invece bello rendere omaggio e lo faccio presentando la collezione Aeronautica Militare per la primavera / estate 2016. Leggi tutto

MAD Zone, benvenuti in una follia che è tutta salute

Chi mi conosce bene e chi legge abitualmente A glittering woman sa che esistono cose in grado di farmi perdere l’aplomb che, di solito, mi accompagna.

Una di queste cose è l’uso improprio di determinate parole o espressioni: credo di avere già scritto quanto mi infastidisca, per esempio, l’abuso di termini quali icona e mito. Iconico o mitico sono aggettivi oggi attribuiti con grande generosità: peccato che, invece, poche cose e poche persone lo siano realmente e dunque simili definizioni andrebbero dosate con grande parsimonia.

Purtroppo, oggigiorno esiste questa tendenza: se si prende di mira una parola si tende a metterla ovunque.

Vi faccio un altro esempio: è di moda definire come concept store diversi tipi di spazi commerciali, soprattutto quelli specializzati in merci di vario genere. E così, d’un tratto, molti negozi sono – o sono diventati – concept store.

Io non ci sto: concept store ha un significato molto preciso, è un’espressione bellissima che presuppone e prevede un’idea e una progettualità, dunque non può essere usata a casaccio per qualsiasi negozio che semplicemente venda diversi tipi di merce. Non basta questo per essere un concept store: se non ci sono un filo conduttore preciso e un progetto di respiro più ampio occorrerebbe piuttosto parlare di negozi multimarca e lo dico con tutto il rispetto possibile, sia ben chiaro. In caso di spazi di dimensioni maggiori o con ancora maggiore varietà di prodotto, si può parlare di grandi magazzini o department store per chi preferisce l’inglese.

Qualcuno penserà che sono una pesantissima brontolona, ma a mia discolpa posso dire che amo a tal punto le parole che mi piace che vengano rispettate: al contrario, non amo la confusione né apprezzo il qualunquismo e il pressapochismo che spesso vanno di moda al pari delle parole mito e icona. Leggi tutto

Poculum, quando il vetro diventa papillon

Il vetro ha sempre esercitato su di me un fascino smisurato.

Possiede una serie di caratteristiche che mi intrigano particolarmente: è frutto di ingegno e creatività; può assumere infinite forme e colori; nasce grazie a un elemento quale il fuoco, sinonimo di pura energia.

Ricordo bene quanto da bambina il vetro mi incantasse apparendomi come un autentico prodigio, una sorta di miracolo; ricordo con quanta meraviglia andai a visitare una vetreria con la scuola. Conservo ancora un coniglietto bianco e rosa che fu forgiato in quella occasione davanti ai miei occhi sbalorditi: poi, poco più grande e insieme ai miei genitori, scoprii anche l’arte veneziana in tale settore. E fu amore.

La scorsa estate, in occasione di un piccolo viaggio stampa in Francia, ho appreso che la Provenza ha una storia lunga circa un migliaio di anni nel campo della vetreria: ho visitato un paio di laboratori e ho avuto la possibilità di assistere ad alcune fasi della lavorazione.

Quando è stata offerta la possibilità di cimentarsi in prima persona, non me lo sono fatta ripetere due volte e mi sono offerta volontaria, facendo una scoperta: soffiare il vetro è difficilissimo! Pensavo – scioccamente – fosse necessario essere vigorosi e così, quando ho avvicinato le labbra alla pesante canna di metallo aiutata dal maestro vetraio, ho soffiato con quanto fiato avevo in corpo.

Ma il vetro, miracolo di leggerezza, non ha bisogno di forza bensì di grazia e perizia: come risultato ho dunque ottenuto una bolla abnorme e assai sgraziata che ha fatto sorridere perfino l’esperto maestro il quale, nonostante cercasse di restare serio, aveva un guizzo divertito negli occhi. Chissà cosa avrà pensato, minimo che fossi la solita inetta, o magari ha apprezzato il mio spudorato coraggio.

Dal canto mio, mi sono divertita e ho avuto la conferma che è meglio che continui a limitarmi ad ammirare il vetro: temo che, da grande, non farò questo meraviglioso mestiere.

In qualità – appunto – di semplice osservatrice ed estimatrice, sono felicissima di segnalarvi un brand che mette al centro proprio il vetro e lo fa in un modo originale e inconsueto: oggi, desidero raccontarvi la storia di Poculum, il primo papillon in vetro temperato rigorosamente made in Italy. Leggi tutto

Franco Catalini, quando il legno diventa alta sartoria

La storia che vi racconto oggi è tanto bella da poter sembrare una favola.

Invece, è una storia reale e si differenzia da una fiaba per almeno due motivi.

Prima di tutto, non inizia con “c’era una volta” bensì con “c’è” in quanto è attuale e sta accadendo ora. E poi, non è un volo di fantasia bensì una vera e concreta dimostrazione di ingegno, talento e saper fare.

E allora iniziamo: prima di tutto, ci sono i due protagonisti, Mattia Pasini e Franco Casotto.

Mattia Pasini, classe 1991, è un giovane diplomato in architettura ed arredo; Franco Casotto, classe 1964, è un esperto falegname e un abile ebanista. La sua Casotto Restauri si occupa dal 1998 di mobili antichi e in stile, usando metodi tradizionali (finitura con gommalacca a tampone, lucidatura con cera d’api), privilegiando il lavoro manuale e cercando di mantenere le tecniche degli antichi artigiani del legno.

L’attività portata avanti da Franco implica passione e conoscenza dei materiali, degli stili e delle tecniche utilizzate nel corso dei secoli per la lavorazione e la produzione di mobili: il passo successivo e naturale è stato quello della costruzione di interni moderni su misura, dal mobile ai soppalchi, con progettazione al computer e seguendo le esigenze del cliente. Leggi tutto

Il nuovo vocabolario della moda italiana e la contemporaneità

Il talento, il made in Italy e uno dei musei più interessanti di Milano: prendete questi tre elementi, metteteli insieme e mi fate felice. È ciò che sta succedendo alla Triennale che ospita una mostra unica nel suo genere, nata dal desiderio di celebrare l’Italia della moda contemporanea.

La mostra si chiama Il nuovo vocabolario della moda italiana e manda in scena – fino al 6 marzo 2016 – marchi e creativi che negli ultimi 20 anni hanno rinnovato e recuperato il DNA non solo culturale ma anche tecnico della nostra migliore tradizione, riuscendo a riscriverlo in un linguaggio originale e – appunto – estremamente contemporaneo.

Il nuovo vocabolario della moda italiana analizza la natura più recente della moda attraverso il lavoro dei suoi protagonisti: si va dal prêt-à-porter allo streetwear, dalle calzature alle borse, dai gioielli ai cappelli per scrivere un inedito vocabolario di stile nonché di laboriosità e produttività perché – non dimentichiamolo mai – la moda produce reddito e dà lavoro.

Il vocabolario racconta un tratto di storia del made in Italy, precisamente a partire dal 1998: perché proprio il 1998? Perché è l’anno che, convenzionalmente, segna il passaggio definitivo alle nuove forme della comunicazione, quelle digitali. Leggi tutto

Il talento trova casa con webelieveinstyle.maison

Ci sono persone che occupano un ruolo importante nella nostra vita e che sono capaci di influenzarci e di esercitare un forte ascendente: è bellissimo quando tutto ciò è in positivo, quando ci porta a non fermarci mai e a migliorarci, sempre.

Stefano Guerrini è per me una di queste persone: è un amico, è stato un mio docente e continua a essere un grande modello, dal punto di vista umano e professionale.

Dovete sapere che, prima ancora di conoscere il suo nome, sono rimasta colpita da lui: lo vedevo alle sfilate ed ero attratta dall’aria di autorevolezza che emanava. Un giorno, ho avuto una grande sorpresa: l’ho ritrovato in IED, la scuola di moda che stavo frequentando. Non solo, ho scoperto che lui sarebbe stato uno dei miei docenti.

Il mondo è straordinariamente piccolo e spesso cose, fatti, persone e momenti si incastrano alla perfezione: ben presto ho scoperto che quella sensazione di autorevolezza che Stefano mi ispirava era più che fondata. Attenzione, ho scelto l’aggettivo accuratamente: Stefano è autorevole ma non autoritario e c’è una bella differenza.

Fare lezione con lui è un’esperienza straordinaria, perché è vulcanico ed entusiasta: la sua cultura e la sua memoria sono enciclopediche e sono pari solo alla sua passione. Leggi tutto

Riflessioni su moda e costume passando per i jeans

Oggi mi sento in vena di nostalgia per il passato.
E – chissà perché – spesso capita che quello che proviamo sembra essere acuito e amplificato da ciò che ci circonda.
Mi spiego meglio: avete presente quando vi sentite romantiche e non vedete altro che coppie che si baciano? Oppure quando siete tristi e in televisione danno solo film strappalacrime?
Ecco, oggi, nelle mie incursioni sul web, mi sembra di trovare solo materiale che alimenta pensieri e nostalgie, ma ho deciso di volgere il tutto in un’ottica positiva: la mia convinzione è che si guarda avanti solo conoscendo ciò che è stato. Presente e futuro privi della memoria del passato equivalgono a una casa senza fondamenta e mi piacerebbe dimostrare quanto ciò sia vero più che mai nella moda e nel costume.
Ho usato – appositamente distinguendoli – i termini moda e costume e qui mi tocca fare una digressione: c’è differenza? Possono essere considerati sinonimi?
Diciamo che esistono delle sfumature.
La moda riguarda il cambiamento progressivo – e sempre temporaneo – del nostro modo di vestire e di arredare, ma anche, per esempio, di viaggiare, spostarci o divertirci: racconta insomma lo stile di vita sia della società sia dei singoli individui. Un tempo, i cambiamenti erano molto lenti, mentre oggi sono sempre più veloci.
Il costume analizza invece comportamenti, usi e abitudini in chiave antropologica, ovvero studia i bisogni alla base e le caratteristiche che permettono di riconoscere una civiltà da un’altra o un’epoca da un’altra.
Naturalmente, moda e costume si influenzano a vicenda e sono correlati: non dimentichiamo inoltre che l’essere umano è l’unica creatura vivente che interviene volontariamente sul proprio aspetto attraverso il tramite di elementi esterni e lo fa per moltissimi motivi pratici e sociali, dall’esigenza di coprirsi e proteggersi al bisogno di comunicare passando per la pura vanità (l’intervento di modifica avviene talvolta anche nel mondo animale e vegetale, è vero, ma solitamente è finalizzato e limitato a precise fasi e a momenti specifici quali per esempio il corteggiamento, l’accoppiamento, l’impollinazione).
Sapete, Enrico, il mio amore, mi ha appena regalato un libro molto interessante, si intitola “Fashion:Box” ed è edito da Contrasto: racconta quelli che sono considerati i grandi classici della moda (la minigonna, la camicia bianca e via discorrendo) e li collega alle icone che hanno contribuito a renderli immortali (un esempio per tutti, Audrey Hepburn e il tubino nero). Proprio iniziando a leggere questo volume, mi è venuto in mente un esempio di capo che ha fatto la storia del costume e che oggi racconta la moda: mi riferisco ai jeans.
Si dice che i jeans siano nati a Genova sebbene la loro definitiva affermazione sia poi partita dagli Stati Uniti, nel periodo della corsa all’oro: nel 1853, Levi Strauss apre a San Francisco un negozio per vendere oggetti utili a lavoratori e cercatori d’oro e propone dei grembiuli in denim, un pesante tessuto di colore blu. Un sarto di nome Jacob Davis si unisce a lui e, nel 1873, l’ufficio americano dei brevetti rilascia loro l’autorizzazione a produrre in esclusiva pantaloni di cotone robusto tenuti insieme anche grazie a rivetti metallici.
In quegli anni, il denim viene usato dagli operai che costruiscono le prime ferrovie americane, dai taglialegna e dai mandriani di bestiame: i jeans vanno dunque a soddisfare un bisogno, quello di avere indumenti funzionali, resistenti e longevi.
Con l’avvento del secolo successivo e in particolare negli anni ’50, il cinema americano porta i jeans nelle case dei giovani attraverso idoli come James Dean o Elvis Presley: i pantaloni in denim diventano il simbolo della ribellione giovanile e della voglia di prendere le distanze dalla monotonia (e dall’ipocrisia) del mondo degli adulti.
In seguito, però, i jeans diventano trasversali e negli anni ’80 si trasformano addirittura in un capo di lusso. Oggi non parlano necessariamente di bisogni soddisfatti o di voglia di ribellione e sono indossati da tutti, qualsiasi mestiere si faccia e a qualsiasi età, cambiando rapidamente fogge e modelli: hanno smesso quindi di essere un fenomeno di costume per entrare a pieno titolo nelle vicende di moda.
A questo punto, dopo aver fatto una piccola distinzione tra costume e moda, torno a ciò che volevo affermare fin dal principio: il passato ci dà chiavi di lettura che permettono di capire il presente e ci consentono di guardare al futuro.
Inoltre, osservando lo scorrere del tempo, possiamo fare un’altra constatazione: i cambiamenti nella moda non sono affatto un prodotto della società moderna come molti credono, bensì hanno accompagnato ogni epoca. Al limite, ciò che è cambiato è l’atteggiamento, l’attitudine a fare dei trend una mania che può diventare malsana nel momento in cui perdiamo la componente critica che invece dovrebbe essere sempre presente.
La critica alla quale mi riferisco deve essere costruttiva e non distruttiva: semplicemente, come ho affermato in altri casi, cerchiamo di non accettare pedissequamente tutto ciò che la moda ci propina e facciamo invece sentire la nostra voce e la nostra personalità. È così che taluni sono riusciti a scrivere la storia della moda.
A dimostrazione del perenne mutare della moda in ogni epoca, vi mostro il delizioso quadretto qui sopra: illustra quanto e come siano cambiate le fogge femminili in un periodo relativamente breve, dal 1809 al 1828 (1).
E concludo con due video molto divertenti: per par condicio, uno è dedicato alle donne e uno agli uomini.
Guardando i video, a me è venuto un pensiero: in alcuni casi, preferisco la moda del passato, naturalmente senza tornare ad estremismi come i corsetti che stringevano la vita, per carità, orpelli che rendevano la donna prigioniera (2).
Ve l’avevo detto che oggi sono nostalgica, tuttavia non voglio perdere di vista il mio obiettivo primario e torno a sottolineare che storia e ricordo devono avere una valenza educativa e fungere da insegnamento senza imprigionarci: “Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo”, scriveva il filosofo e saggista spagnolo George Santayana.
Sono d’accordo con lui e lo sono comunque sia il passato, bello o brutto.

Manu

(1) Per chi fosse curioso quanto lo sono io: l’illustrazione cita un periodico pubblicato in Inghilterra tra il 1809 e il 1829 dall’editore e litografo Rudolph Ackermann. Sebbene tale periodico fosse spesso chiamato Ackermann’s Repository o semplicemente Ackermann’s, il titolo esatto e completo era Repository of arts, literature, commerce, manufactures, fashions and politics: in effetti, andava a coprire tutti questi campi e, durante gli anni della sua pubblicazione, ha avuto grande influenza sui gusti inglesi. Il quadretto d’insieme è un’elaborazione digitale dell’artista Evelyn Kennedy Duncan aka EKDuncan.

(2) Nel caso in cui qualcuno non creda al fatto che i corsetti stringivita imprigionassero le donne, riporto le significative parole di Thorstein Bunde Veblen, economista e sociologo statunitense: “Il busto – scriveva Veblen, grande ritrattista della classe agiata – è sostanzialmente uno strumento di mutilazione al fine di ridurre la vitalità del soggetto e di renderla evidentemente inadatta al lavoro”. Durante tutto il 1800, la donna doveva avere il cosiddetto vitino di vespa con una circonferenza che non superava i 40 centimetri, in netto contrasto con l’ampiezza delle gonne.

L’unico frutto dell’ironia è sempre la banana

Immagino che mi attirerò qualche antipatia, ma devo confessare che il calcio non mi appassiona granché e non perché io non sia una sportiva.
Ho un autentico amore per il nuoto, per esempio, e mi piace moltissimo l’atletica leggera: sono sinceramente ammirata davanti ad atleti che compiono imprese epiche tipo le attraversate del deserto a piedi.
E mi piacciono gli sport un po’ ruvidi, come il rugby o l’hockey sul ghiaccio. Ruvidi solo in campo, però: trovo che il cosiddetto terzo tempo del rugby, il momento conviviale in cui compagni di squadra e avversari vanno a farsi una birra insieme, sia espressione di grande civiltà.
Al contrario, il calcio è talvolta collegato a episodi negativi: disordini negli stadi, episodi di becera intolleranza e perfino morti.
Non capirò mai tutto questo né come si passi da quello che dovrebbe essere un momento di svago e festa a momenti di bassissima umanità: fin da piccola, mi è stato insegnato il valore assoluto dell’impegno e del riconoscere la propria sconfitta. Lavorare sodo, ma anche divertirsi, perché non c’è vittoria onorevole senza un onorevole avversario.
L’anno scorso, mi sembra fosse aprile del 2014, rimasi colpita dall’ennesimo fattaccio avvenuto in uno stadio: il calciatore Dani Alves si apprestava a battere un calcio d’angolo quando dagli spalti volò una banana diretta verso di lui.
Il brasiliano, però, non fece una piega: raccolse la banana, la sbucciò e ne mangiò un pezzo.
L’episodio ha fatto il giro del mondo amplificato dal web: Alves ha dato la migliore risposta possibile a coloro che volevano dargli della scimmia mangiabanane solo perché è di colore. Per questo ha tutta la mia ammirazione: bisogna ridere delle persone ridicole e i razzisti lo sono, sono ridicoli e tristi.
Si sa che il sistema moda è sempre pronto a captare le tendenze della nostra società rivelandosi un buon termometro dei fatti che colpiscono l’immaginario collettivo e così ha fatto suo il periodo di celebrità vissuto dal giallo frutto e l’ha piazzato ovunque: la banana ha invaso capi di abbigliamento e si è impossessata degli accessori più svariati.
Ebbene sì, dopo i meravigliosi turbanti e i copricapi con fiori e frutta di Carmen Miranda, la banana torna oggi in auge, anzi, torna di moda.
Nonostante io non sia un’amante dei trend – lo sapete – ammetto che questo mi diverte per via del suo lato altamente ironico: quello che voleva essere un gesto di disprezzo si è trasformato in un allegro sberleffo.
E, tra le varie proposte, scelgo un brand che seguo da un po’, ovvero Maison About.
La loro collezione primavera / estate è ricca di capi divertenti: la banana è proposta in tanti colori – dal classico giallo al rosa, verde e viola – e ci sono gonne danzanti e maglie per noi donne nonché felpe e costumi taglio boxer per gli uomini.
Visto che ho dichiarato più volte quanto mi diverta il fatto di pescare nell’armadio maschile, per illustrare questo post ho scelto non pezzi femminili bensì maschili: come interpreterei i boxer qui sopra?
Li farei diventare degli ironici e comodi bermuda aggiungendo una semplicissima t-shirt bianca, un paio di sandali rasoterra, un cappello anch’esso bianco e un paio di orecchini colorati. Non serve altro.
Può essere un outfit carino per passeggiare sul lungomare o per lanciarsi in un giro di shopping al mercato con le amiche: saremo fresche, carine, allegre e con quel tocco di ironia che non dovrebbe mai abbandonarci.

Manu

Qui trovate il sito di Maison About (e qui l’e-shop con la linea P/E 2015), qui la pagina Facebook, qui Twitter e qui Instagram. Qui il mio articolo sulla collezione A/I 2015-16.

P.S.: A proposito del gesto dello sciocco tifoso. Pochi giorni fa, ho scritto un post su eleganza e volgarità sostenendo che la massima volgarità è quella dei cattivi pensieri: ecco, questo tifoso ha perfettamente dimostrato la mia teoria.

MFW, Stella Jean Uomo SS 16 e le mie riflessioni

È da poco terminata la kermesse di Milano Moda Uomo e a me tocca ammettere che, stavolta, ho accettato pochissimi inviti.

Credo sia dipeso dal fatto che preferisco stare un po’ alla finestra come spettatrice perché, francamente, devo ancora digerire la nuova direzione che la moda maschile sta prendendo.

Ma come – direte voi – ti occupi di moda e non comprendi i nuovi trend? Ebbene sì, nonostante dovrebbero essere il mio pane quotidiano, come si suol dire, in certe cose in realtà sono lenta come un bradipo – con tutto il rispetto per i bradipi, ovviamente.

Ciò che devo ancora digerire è la moda genderless o no sex, chiamatela come preferite, quella che propone capi neutri (neutri si fa per dire) indossabili sia da uomini sia da donne, senza grosse distinzioni.

Durante i cinque giorni dedicati alle tendenze uomo per la prossima primavera / estate 2016 si sono visti capi che spesso sembrano usciti più dal guardaroba femminile (per questo scrivo “neutri si fa per dire”): mi domando se e quanto tutto ciò sia una provocazione. Leggi tutto

Milano Fashion Week: HORO FW 2015-16

Quanto tempo occorre affinché ci si possa innamorare di una nuova idea? Vi dico quanto ci impiego io nel momento in cui me ne viene esposta una che reputo geniale: 5 minuti.

Ebbene sì, a Luca Micco sono bastati esattamente 5 minuti perché riuscisse a farmi innamorare del suo progetto: quando l’eclettico fondatore e designer di HORO ha iniziato a raccontarmi in che modo l’oro possa trasformarsi in capi di abbigliamento (non metaforicamente, ma realmente), ho impiegato poco a capire quando la sua idea fosse innovativa e accattivante.

Luca Micco è nato a Moncalvo, una piccola cittadina nel cuore del Monferrato, in Piemonte, e si è laureato in relazioni pubbliche allo IULM di Milano: fin da bambino, è sempre stato affascinato dalla moda che è diventata un sogno nonché l’obiettivo della sua vita.

Durante la carriera accademica, la grande passione per la moda ha portato Luca ad avere diverse esperienze e stage presso designer famosi, ma la svolta è avvenuta grazie all’amicizia con l’artista Clelia Cortemiglia, allieva del grande Lucio Fontana, pittrice rinomata per le sue opere con linee e globi che si muovono su sfondi bianchi o neri, realizzate con intagli in oro zecchino: osservando i dipinti, Luca ha avuto un’intuizione d’oro, ovvero fondere l’arte di Clelia con la sua passione per la moda. Leggi tutto

L’uomo secondo Alessandro Dell’Acqua e Julian Zigerli

Ve lo confesso apertamente: per quanto riguarda la moda, in genere non apprezzo le mezze misure. Mentre le sostengo fermamente in altri ambiti e in altri contesti, non mi piacciono se applicate al guardaroba, soprattutto a quello maschile: oggi desidero spiegarvi perché, secondo me, occorre fare una scelta netta.
Se uno stilista decide di fare quel tipo di moda che continua la grande tradizione sartoriale (Savile Row docet), occorre che padroneggi alla perfezione tagli, proporzioni, volumi e che sappia dosare sapientemente rigore e contemporaneità. Se decide invece di fare moda d’avanguardia, bisogna che prima di tutto studi quanto sopra e che poi si dedichi con passione a sovvertire le regole: occorre che osi e che lo faccia in grande stile, senza timori.
Ciò che sta in mezzo, per come la vedo io, è noia.
Visto che penso che la moda sia linguaggio e comunicazione, credo che stare a metà tra le due scelte crei un territorio in cui regna la confusione, qualcosa di ibrido che non è né carne né pesce, una sorta di macchia grigia e indefinita. Detesto quando una collezione comunica un senso di pretenziosità immotivata, così come detesto se trasmette un messaggio del tipo vorrei ma non oso.
Ciò che è certo è che occorre coraggio per entrambe le opzioni: se si segue la strada tracciata dai grandi sarti, si accetta un confronto che può risultare rischioso; se si decide di rompere con la tradizione, si tenta di scrivere nuovi codici che spesso risultano di non facile comprensione, soprattutto nell’immediato.
In entrambi i casi, occorre portare avanti la propria scelta con chiarezza, determinazione e decisione. Leggi tutto

È tempo di rinascita in casa Samas

Amo da sempre miti e leggende, forse perché sono una sognatrice.

Tra i miti che più mi affascinano, c’è quello della fenice e della sua rinascita dalle proprie ceneri: mi piace l’idea intrinseca, qualcuno o qualcosa capace di risollevarsi perfino quando sembra non esserci più speranza.

Oggi, oltre al concetto di rinascita personale, si fa strada quello di rinascita aziendale: sono felice di vedere che, finalmente, anziché limitarci esclusivamente a consumare rapidamente, si inizi piuttosto a pensare a come dare una seconda possibilità a ciò che è stato un successo.

L’idea di rilanciare un brand mi piace quanto quella di dare opportunità alle realtà emergenti: in entrambi i casi, si parla di talento, quello che risorge e quello che nasce vergine. E siccome penso che il talento non vada sprecato né buttato via, mai e in nessun caso, apprezzo decisamente il fatto che esistano persone in grado di mettere mano a un’azienda di valore facendo sì che storia ed eredità non vadano perse.

Ecco perché ho deciso di raccontarvi del rilancio del brand Samas: nato nel 1959 a Chiuro, in Valtellina, si è fatto conoscere specializzandosi in abbigliamento sciistico. Leggi tutto

Jumbled: uno stile di vita che unisce due menti creative

Questo è il penultimo post prima delle vacanze estive. Volevo quindi qualcosa di speciale per concludere la stagione alla grande, qualcosa che riassumesse tutti i valori nei quali credo: l’ho trovato. La storia che vi racconto oggi racchiude tutto ciò che amo di più, contiene gli elementi sui quali spingo con forza ogni volta che posso: la bellezza delle persone e del loro talento. Vi racconto la storia di Jumbled, di Simone Borioni e di Fabiola Grisci.

Simone e Fabiola fanno coppia nella vita e nelle attività che portano avanti in parallelo, un vero e proprio progetto, un modo di pensare, di sentire e di fare che li unisce: ad accomunarli è la medesima passione e la cura che mettono in ogni singola cosa che fanno.

La prima curiosità che ho avuto nei loro confronti è stato il nome. Non conoscevo questo termine inglese e, cercando sul dizionario il verbo jumble, ho trovato la definizione “to mix in a confused mass, put together without order”, ovvero fare un miscuglio, mettere alla rinfusa. Jumbled mi è così diventato immediatamente simpatico, perché il miscuglio e la rinfusa io li immagino come nuclei di creatività senza fine. Non per nulla, uno dei miei aforismi preferiti è quello del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche: “bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante”. Leggi tutto

Messagerie: dal Casanova di Fellini a una nuova bellezza

A voi piace essere sorpresi? A me sì, tantissimo. Mi piace essere sorpresa e – perché no – anche spiazzata: amo provare un’emozione inattesa grazie a qualcosa a cui non avevo pensato o che non avevo messo in conto. È quello che mi è successo recentemente con la sfilata del brand Messagerie: ammetto che non mi ero mai focalizzata con particolare attenzione sulle loro creazioni e, quando sono stata invitata, ho dato un’occhiata veloce, giusto per non arrivare impreparata. Ciò che ho assaggiato mi è piaciuto (altrimenti non avrei accettato l’invito), ma non ho voluto appositamente approfondire ulteriormente: ho voluto riservarmi il piacere della scoperta diretta e della sorpresa. Mi sono detta “vediamo che effetto mi fa”: ho fatto bene.

Appena ho visto entrare i primi capi della collezione per la primavera / estate 2015 di Messagerie, ho avuto una sensazione precisa: è stato come se fossi stata prelevata dalla mia sedia per essere trasportata in una dimensione molto particolare fatta di ispirazioni sfaccettate, come se il meglio di tante epoche e di tanti luoghi fosse stato preso e unito in un’unica nuova realtà. Il brand ha tratto ispirazione dal Casanova di Federico Fellini, film capolavoro del 1976: partendo da un simbolo di ricercatezza e fascino senza tempo, ha rivisitato il passato creando un nuovo ideale di bellezza capace di mixare stili e influenze. Leggi tutto

Tom Rebl veste uomo e donna tra Oriente e Occidente

È da un po’ che ronzo attorno a Tom Rebl esattamente come un’ape farebbe con un fiore dal nettare succulento: ho reso l’idea? Lo stilista mi incuriosisce assai e il suo lavoro ricco di riferimenti cosmopoliti mi affascina in maniera inenarrabile.

Sono quindi felice di dedicare un articolo alla sua fatica più recente, la collezione primavera / estate 2015 appena presentata in occasione di Milano Moda Uomo: la sfilata alla quale ho assistito con grande piacere e sommo interesse ha segnato anche una grossa novità, ovvero l’introduzione dei primi capi disegnati appositamente per la donna.

Tom Rebl gioca con gli opposti che si attraggono e si respingono: crea un sofisticato gioco di equilibri – tra Oriente e Occidente, tra natura maschile e femminile – e trae ispirazione dalla figura ambivalente della dea Kali, la divinità indù che racchiude in sé oscurità e luce, bene e male. Leggi tutto

Officine Erminio Toesca: dai motori alla Secret Jacket

“Racconti tutto come se fosse una favola”: qualche settimana fa, una persona che stimo ha scritto queste parole dedicate a me e a ciò che faccio. Mi sono sembrate un elogio meraviglioso e mi piacerebbe molto potermi prendere tale merito, ma non so se posso: la verità è che le storie che scelgo di raccontare sono già belle, perché con la negatività non perdo nemmeno tempo. Prendete quella che sto per raccontarvi oggi: non serve aggiungere nulla, in quanto le vicende di Erminio Toesca e del brand che da lui prende il nome sono talmente speciali da sembrare un romanzo avvincente.

Per raccontarvi tutta la storia, devo fare un passo indietro di 100 anni: era il 5 marzo 1913 quando Torino diede i natali a Erminio Toesca, figlio di Giovanni, meccanico e artigiano dalle mani d’oro, tanto da essere conosciuto con un nomignolo, ‘l rangeur, ovvero l’arrangiatore. Non esisteva infatti mezzo a due ruote che Giovanni Toesca non fosse in grado di rimettere in sesto: all’epoca, solo i più ricchi potevano permettersi il lusso di acquistare un’autovettura o un cavallo o magari addirittura una carrozza. Le biciclette venivano invece utilizzate da buona parte della popolazione torinese: essendo economiche e di facile manutenzione, erano considerate l’alternativa perfetta a un trasporto pubblico allora praticamente inesistente. Leggi tutto

Hai ragione tu, caro Julian Zigerli, “Life Is One Of The Hardest”

Più passa il tempo e più si rafforza in me la convinzione che la moda sia un’arte nonché un linguaggio parlato a volte da personaggi che possiamo definire precursori o anticipatori o pionieri. Sono coloro che riescono a cambiare e riscrivere i codici, che hanno il coraggio di introdurre cambiamenti epocali: se queste persone non esistessero, ci vestiremmo ancora come i nostri trisavoli.

Non usando i codici attuali o stravolgendoli, è normale che questi stilisti risultino un po’ visionari. Faccio un paragone: pensate a cosa accadde quando alcuni artisti abbandonarono la pittura figurativa per passare a quella astratta; furono presi per folli. A mio avviso, Julian Zigerli è uno di questi antesignani: credo che stia cercando di sovvertire i codici esistenti, introducendo la sua visione ironica. Le sue parole d’ordine sembrano essere colore, positività e un tocco di humour.

Dopo aver aperto la precedente edizione di Milano Moda Uomo sfilando all’Armani Teatro con la benedizione del grande Re Giorgio (e scusate se è poco, come si suol dire), Julian ha invece stavolta chiuso la kermesse sfilando nella splendida cornice di Palazzo Isimbardi in un clima sicuramente carico di attesa e curiosità. Quando ho visto entrare i primi due modelli, sul mio volto si è aperto un sorriso: il giovane stilista è riuscito, ancora una volta, a sorprendermi. Leggi tutto

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