Second hand economy: i miei tre negozi preferiti a Milano

Oggi desidero parlare con voi di un argomento che mi sta molto a cuore: il second hand.

In un momento storico ed economico in cui circola meno denaro rispetto al passato (penso, per esempio, ai più goderecci Anni Ottanta), una delle soluzioni possibili è quella di allungare il ciclo di vita degli oggetti: così, dopo decenni di consumismo e di filosofia usa e getta, è il momento d’oro del riuso, dal vintage ai negozi second hand (o seconda mano), dai mercatini delle pulci alla pratica dello swap party.

Prima di tutto, però, occorre fare una doverosa distinzione tra vintage e second hand.

Il termine vintage indica espressamente oggetti prodotti almeno vent’anni prima del momento attuale e dunque si differenzia dal second hand che di solito è più recente. La caratteristica principale di un oggetto o di un capo vintage non è dunque quella di essere stato utilizzato in passato, bensì il valore che ha acquisito nel tempo per le sue doti di irripetibilità e irriproducibilità: rappresenta una testimonianza dello stile di un’epoca passata e magari ha anche segnato un particolare momento storico o un passaggio importante della moda o del design.

Tutto ciò è intrinseco già nel nome stesso: vintage deriva infatti dal francese antico vendenge, termine inizialmente coniato per i vini vendemmiati e prodotti nelle annate migliori e poi diventato sinonimo dell’espressione d’annata.

Io amo molto il vintage: qui nel blog, tale argomento gode di un tag dedicato e sono inoltre un’assidua frequentatrice di tutte le edizioni di Next Vintage, importantissima manifestazione di settore che si svolge due volte all’anno, in primavera e in autunno, al Castello di Belgioioso, in provincia di Pavia.

Oggi, però, desidero concentrarmi in particolare sul second hand.

In Paesi quali Inghilterra e Francia, la passione per l’usato è molto diffusa e lo è da tempo: per i nostri cugini d’oltralpe, per esempio, frequentare i cosiddetti mercatini delle pulci è spesso una piacevole occupazione del fine settimana.

La second hand economy non è dunque un fenomeno inedito: esiste da molto tempo, ma ciò che sta cambiando è il peso specifico che inizia a rivestire.

Oggigiorno, infatti, non è più unicamente un buon modo per risparmiare: basta guardare le cifre delle indagini di mercato per capire come stia piuttosto diventando un nuovo stile di vita e un nuovo modo di guardare alle cose.

Per intenderci: anche chi può o potrebbe comprare cose nuove (e magari costose) inizia ad apprezzare magia, divertimento, riscoperta, ovvero i valori insiti nel second hand.

E se qualcuno lo fa invece solo per ostentare… aspettate, cercherò di essere buona… se qualcuno lo fa solo per assumere un certo tipo di atteggiamento… beh, peggio per lui o per lei.  Leggi tutto

A glittering woman… e siamo arrivati a quota quattro :-)

Talento, capacità, creatività, estro, passione: sono i termini più ricorrenti in questo blog.
Eppure, come per una sorta di beffarda legge del contrappasso, devo ammettere di non avere nessun talento né artistico né creativo.
Questa consapevolezza si trasforma in un grande rammarico, anche se non sono una persona che vive di rimpianti.
Il rimpianto è in effetti un sentimento che non mi appartiene: sono per l’azione, penso, decido e agisco, e quindi capita raramente che io mi rimproveri per non aver fatto quel che avrei dovuto fare.
Soffro invece ogni tanto di rimorsi, proprio per il fatto di essere spontanea, istintiva e talvolta impulsiva: agisco spesso di pancia e di cuore e ammetto, quindi, che ci sono cose che non rifarei.

Eppure, da piccola sembravo promettere bene quanto a talenti: avevo una certa buona predisposizione nel disegnare, dipingere, fare collage e bozzetti, un’inclinazione riconosciuta da maestri e professori fino alle medie.
Poi, però, per volontà dei miei genitori, seguii un’altra strada e il mio talento artistico subì una decisa battuta d’arresto.

Con la musica è andata anche peggio.
Riconosco che le lezioni di flauto alle medie erano una vera tortura, per me e per chiunque avesse la sfortuna di ascoltarmi: in tale ambito, non avevo alcun talento e massacravo il povero strumento tirando fuori notte a dire poco strazianti.
Non parliamo nemmeno del canto: credo di essere una delle persona più stonate che siano mai esistite. Dicono che l’intonazione sia questione di esercizio e di educazione vocale, ma non so se sia un modo gentile per rincuorare quelli senza speranza come me.
Comunque, visto che amo immensamente la musica, sfogo il mio amore cantando in macchina. Rigorosamente da sola.

Nulla di fatto nemmeno con la sartoria: rammendo qualche cosa o riattacco un bottone giusto per necessità.

Da bambina, oltre a disegnare e dipingere, infilavo perline: non so quanti bracciali e collane avrò fatto.
Oggi, però, mi limito a fare piccole riparazioni o modifiche sui pezzi della mia sterminata collezione di gioielli.

Per quanto riguarda la fotografia, qualcuno dice che io abbia buon occhio, ma non l’ho mai affinato con studi specifici né aiutato con strumenti idonei come una macchina professionale.

Comprenderete dunque il mio rammarico: mi sento come un insieme di occasioni mancate, ahimè, e, per anni, ho pensato con dispiacere di essere una persona… sterile.

Poi, è successa una cosa.
Ho capito che due delle cose che amavo e che amo follemente – moda e comunicazione – potevano convivere in grande armonia; non solo, insieme potevano dare addirittura vita a una (buona) forma di creatività.

È vero, non so dipingere, disegnare, suonare, cantare, cucire, creare un abito o un gioiello, eppure una capacità ce l’ho perfino io: mi piace inseguire il talento, riconoscerlo, sceglierlo accuratamente, cercare di diffonderlo dandogli voce nonché la chance di essere conosciuto.

Le parole sono diventate la materia prima con cui fare tutto ciò, le adopero come se fossero un pennello, uno strumento musicale, un ago.

E i creativi, i designer, gli stilisti, gli artisti dei quali mi occupo e dei quali racconto sono diventati membri di una famiglia che ho scelto e alla quale tengo molto.
Una famiglia che costruisco giorno dopo giorno, fatta di persone in gamba, volenterose, volitive, talentuose, capaci, coraggiose. Persone delle quali sono orgogliosa, come se fossero davvero sangue del mio sangue, anche perché il talento e la passione che esso genera sono in realtà legami forti capaci di unire le persone oltre le parentele di legge.

Nutro immensa stima e ammirazione per chi come loro ha il coraggio della fantasia.
Perché se avere fantasia e creatività è spesso un dono innato, decidere di assecondare tali doti e di non imbrigliarle, decidere di non omologarsi è invece una scelta. Precisa e molto, molto coraggiosa.
Ammiro le persone che non hanno paura di impegnarsi, di lavorare sodo, di inventare, di sperimentare, di rompere i confini dell’omologazione e della banalità.

Tutte queste persone sanano il rammarico di non saper creare nulla perché oggi credo che le mie parole possano aiutare la diffusione della bellezza che loro sanno creare.
Possiamo essere una squadra nella quale ognuno ha il proprio compito.

Ecco perché considero A glittering woman come la mia creatura.

Ecco perché amo questo blog: adoro scrivere per giornali e riviste, certo, ma qui… è diverso. Qui sono a casa.
Ed ecco perché amo voi, la comunità che è nata attorno a questo spazio e che è unita proprio dalla passione per bellezza, talento, capacità.
Ed ecco infine perché – come ho già raccontato lo scorso anno in occasione del suo terzo compleanno – A glittering woman è l’unica cosa della quale non mi sono mai, mai, mai pentita.

Oggi, A glittering woman compie quattro anni e sì, proprio così, è una delle cose delle quali non mi sono mai pentita, nemmeno per un istante: sono felice di aver aperto questo spazio e ne sono felice ogni giorno che passa, è stata ed è una scelta giusta.
Non mi sono mai pentita nemmeno di una singola riga che ho scritto qui e per una ragione molto semplice: sono sempre stata me stessa.
A glittering woman non potrebbe assomigliarmi di più né io potrei assomigliarle di più: tornerei a scrivere tutti i 527 post pubblicati (528 con questo) e non è poco, credo, soprattutto per una persona che ha il cruccio – lo ripeto – di non sapere creare nulla.
E amo Agw al punto che tutti i miei scritti – chiamateli post o articoli, per me non fa alcuna differenza – sono un po’ come figli, perdonatemi per il paragone.

Volete sapere un’ultima cosa?
Tempo fa, mi sono ricordata di un gioco che io e mia sorella facevamo da bambine.
Tra le innumerevoli cose che ci piaceva fare, tra bambole, Barbie, palloni, biciclette, pennarelli, costruzioni, giocavamo anche a creare dei giornalini. Lo ricordo perfettamente, passavamo ore a preparare copertine e sommari, imitando ciò che osservavamo entrare in casa nostra grazie a mamma e papà.
Insomma, un gioco e quasi un destino, oserei dire: oggi, questo blog… è il mio giornalino.

Tanti auguria te, A glittering woman.

Non ci sono rimpianti o rimorsi legati a te, né per situazioni né per decisioni.
Se tornassi indietro, aprirei di nuovo questo spazio. Anzi, lo farei prima.
Tutto ciò che hai portato e comportato è stato positivo, in mille modi diversi, perché la mia voglia di condivisione è sempre stata autentica e sincera e – di conseguenza –  A glittering woman non è mai stato uno specchio delle (mie) vanità.

È stato, è e sarà un luogo libero nel quale celebrare la positività perché – nonostante tutto, nonostante tempi certo non facili – io continuo a vedere tanta bellezza ovunque.

E farò del mio meglio affinché tu possa continuare a crescere in modo sano, così come ho fatto in questi quattro anni.

Manu

 

(Nella foto di apertura: collage di momenti da glittering woman alle prese con le mille forme del talento 🙂 Dall’alto, da sinistra: le meravigliose calzature di Andrea Mondin | Sul set della rivista Fashink per il mio styling con la modella Amy Beth | Le splendide borse di Annalisa Caricato | Io con il grande maestro Manolo Blahník all’inaugurazione della sua mostra a Milano | Perle di saggezza fotografate a un press day e che ben rappresentano la mia filosofia | Io all’evento della geniale app Urban Finder | Le spille di Paola Brunello tra fantasia e cuore | Io e la storica del gioiello Bianca Cappello all’inaugurazione della mostra dedicata al grande bigiottiere Carlo Zini | Due creazioni di Serena Ciliberti, una designer che non ha paura di osare )

 

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Situationist FW 17-18 e il vento di novità che viene dalla Georgia

Al termine di ogni edizione di Milano Moda Donna, ho in genere due diverse e quasi contrapposte reazioni.

Da un lato, sento il bisogno di creare una distanza allo scopo di riuscire a godere di un punto di vista complessivo, di un panorama completo.

È un po’ come se si guardasse un quadro o un arazzo: da vicino si possono vedere bene i dettagli, ma è solo allontanandosi un po’ che si può godere dell’opera nel suo insieme e comprenderne tutta la portata.

Qualcuno si scandalizzerà, forse, per il paragone con un’opera d’arte, ma in realtà il mio non vuole essere un paragone blasfemo: è esattamente il sentimento che provo dopo una settimana che si trasforma in un’overdose di stimoli. Sento il bisogno di regalarmi tempo e distanza per comprendere bene ciò che ho visto e per scegliere quelle che per me sono le collezioni davvero interessanti.

Subito dopo, però, nasce la seconda esigenza: dopo essermi regalata un po’ di tempo per la mia analisi, sento di non poter aspettare oltre e provo il desiderio di condividere ciò che ho amato con voi che mi fate il dono di frequentare questo spazio. Senza aspettare il prossimo autunno, in questo caso.

E così, oggi desidero parlarvi di Situationist, stilista georgiano che lo scorso febbraio ha catturato la mia attenzione per molti buoni motivi. Leggi tutto

Le collezioni FW 17 – 18 in 9 momenti oltre estetica e apparenza

È appena terminata un’altra edizione di Milano Fashion Week, quella dedicata alle collezioni FW 17 – 18.
Come sempre, questo The End (e non so ancora se definirlo Happy End) provoca in me un miscuglio di sentimenti altalenanti e talvolta in contrasto tra loro: individuo tracce di stanchezza, dispiacere, gioia, soddisfazione.
Stanchezza perché – siamo onesti – sei giorni di full immersion sono lunghi. E infatti sento il desiderio di fare dell’altro, ora, di cercare nuovi stimoli altrove, proprio per tornare con più entusiasmo e con più carica a occuparmi di moda.
Dispiacere perché – stanchezza e / o nervosismi a parte – la moda è per me una grande passione e quindi un po’ mi dispiace che i giorni di incontri, presentazioni e sfilate siano terminati.
Gioia e soddisfazione perché ho visto cose interessanti e ho vissuto belle esperienze.
A fine MFW, è ormai abitudine che io pubblichi un reportage: ho scritto di certe cattive abitudini dell’ambito in cui mi muovo, ho parlato (più di una volta) della questione accrediti alle sfilate, ho raccontato di metatarsi malconci e di sciocchi luoghi comuni. Leggi tutto

Parthenope Botteghe Artigiane, una storia narrata dalle emozioni

C’era una volta.

Questo post potrebbe iniziare così, con l’incipit che introduce tutte le favole, poiché il brand del quale desidero parlarvi oggi – Parthenope Botteghe Artigiane – trae origine da una leggenda, bella quanto struggente.

La leggenda riguarda le tre Sirene, creature mitologiche alate con corpo di uccello e testa di donna: Partenope (o Parthenope) e le sorelle Ligeia e Leucosia erano depositarie della potenza magica del canto e decisero di morire gettandosi in mare quando Ulisse si dimostrò insensibile davanti al fascino delle loro voci. Il mare trasportò i corpi in vari luoghi e quello di Partenope fu rigettato dalle onde alle foci del fiume Sebeto: lì nacque una città che dapprima portò il suo stesso nome per poi essere invece chiamata Neàpolis, ovvero Napoli.

Come spesso accade, esistono diverse versioni della leggenda e, in alcune, la protagonista diventa una leggiadra fanciulla che fugge con il giovane del quale si innamora: ciò che conta è che, a Napoli, Partenope fu venerata come protettrice e il suo nome è ancora oggi utilizzato in qualità di appellativo storico e geografico riferito a ciò che ha i propri natali nel capoluogo campano.

Mito e diverse versioni a parte, esiste una certezza assoluta: Napoli crebbe nel segno dell’amore per la bellezza, diventando culla di capacità e mestieri e sede ideale di numerosi laboratori nei quali, da generazioni, si tramanda la cultura del Fatto a Mano nonché un’arte – quella della moda sartoriale – oggi riconosciuta e apprezzata in tutto il mondo.

Il brand Parthenope Botteghe Artigiane racchiude tale arte nei propri prodotti, ricercando, riscoprendo e rivalutando il lavoro degli artigiani napoletani più capaci. Leggi tutto

E ora Pantone comanda colore… Greenery!

Mentre pensavo al titolo da dare a questo post, mi è venuto in mente un ricordo di infanzia: avete mai giocato a strega comanda colore?

Assomiglia a ce l’hai o a rimpiattino: la strega in questione è il giocatore che conduce e che ha l’obiettivo di catturare gli avversari. Pronuncia la frase strega comanda colore seguita dal nome di un colore: gli altri giocatori devono cercare un oggetto della tinta indicata e mettersi in salvo toccandolo.

Ho ripensato a tale gioco in riferimento a una delle tante attività portate avanti da Pantone, l’azienda statunitense che è sinonimo del sistema di classificazione del colore più conosciuto e diffuso al mondo: ogni anno, l’ente indica infatti la tinta più rappresentativa, quella che influenza lo sviluppo di prodotti in settori tra cui moda e design.

Insomma, trasformerei il nome del gioco in Pantone comanda colore in quanto la tinta eletta diventa un simbolo, diventa l’istantanea di quello che avviene nel nostro tempo e nella nostra società: per il 2017, è la volta del Greenery, una tonalità verde-gialla, fresca e frizzante, capace di evocare rinascita, rinnovamento e rigenerazione.

Secondo Pantone «rievoca i primi giorni di primavera, quando le infinite sfumature di verde della natura si risvegliano, si riaccendono e tornano a essere più belle che mai. Tipico delle chiome verdeggianti e delle distese lussureggianti dei paesaggi naturali, Greenery richiama il bisogno di respirare aria pura, ossigenarsi e attingere nuova linfa.»

Risveglio, ossigeno, nuova linfa: ecco perché decido di parlarvi proprio ora della scelta fatta da Pantone, perché a questo punto, fatto fuori l’interminabile gennaio e approcciato febbraio, abbiamo davanti a noi la prospettiva della primavera che – speriamo! – inizierà a darci qualche cenno con l’arrivo del mese di marzo. Insomma, siamo pronti ad accogliere tutto ciò che parla di rinnovamento. Leggi tutto

Playhat e il bello di fare squadra con persone di buona volontà

Amo sfatare i luoghi comuni.

Per esempio, mi diverte smontare quello che vuole che le donne non sappiano fare squadra tra loro: sono donna e il gioco di squadra mi piace e mi piace in generale, senza discriminazioni di genere. Il presupposto irrinunciabile è farlo con persone di buona volontà perché, che si tratti di donne o uomini, preferisco tenere lontano chi risucchia energia e chi non crede nella reciprocità. Dico no, insomma, a rapporti a senso unico nei quali una persona dà (soltanto) e l’altra prende (soltanto).

Un altro luogo comune che mi piace sfatare, sempre parlando di gioco di squadra, è quello che vuole che il mondo blogger sia frammentato e incapace di fare fronte comune. Non è così e, per quanto mi riguarda, lo dimostro anche con una sezione di questo blog, quella in cui indico i colleghi da tenere d’occhio, donne, in moltissimi casi.

Vedete, il presente post smonta entrambi questi luoghi comuni in un colpo solo, ovvero nasce grazie a un gioco di squadra tra donne e per giunta blogger. Devo dire infatti grazie a Ida Galati per avermi fatto conoscere la storia che sto per raccontarvi: tra le tante cose che fa, Ida ha anche un ottimo blog che si chiama Le stanze della Moda e si è adoperata per far conoscere Playhat tramite una community di donne che per lavoro o divertimento vivono quotidianamente la vita dei social network.

Playhat: è questo il nome del brand protagonista della storia, un’azienda fondata nel 2008 da Matteo Marziali.

Classe 1978, marchigiano, Matteo ha vissuto la sua adolescenza in giro per il mondo, respirando creatività, innovazione e cultura cosmopolita: dopo tanti viaggi ed esperienze importanti (per esempio in Spagna dove ha vissuto per diverso tempo), è rientrato in Italia e dal 2003 vive e lavora in provincia di Macerata.

La creatività, la ricerca stilistica e la curiosità verso il mondo hanno fatto sì che Matteo sia diventato uno stilista brioso e fantasioso, attento a un concetto (moda ricercata e anche allegra, vivace e colorata) che si è concretizzato in Playhat.

Il brand è nato proprio nel cuore del distretto calzaturiero marchigiano e, grazie a questa origine, è diventato un prodotto di manifattura artigiana e locale, 100% italiano, di altissima qualità eppure allo stesso tempo internazionale, anticonformista e versatile, rivolto alle esigenze di chi ama l’estetica ma non vuole dimenticare il benessere dei propri piedi.

Ecco, finora vi ho raccontato la parte bella, la storia di un giovane uomo che ha ottime idee nonché la forza e il coraggio per realizzarle, perché l’avventura di Matteo è partita semplicemente e senza grandi supporti, in un garage, il luogo in cui ha tagliato le prime 200 paia di scarpe semplicemente con un cutter. E grazie al suo coraggio, oggi Playhat propone una collezione di sneaker fuori dal coro, con un carattere deciso e distintivo nel suo genere grazie alla cura del dettaglio, alla scelta di materiali eccellenti e alla continua ricerca di modelli originali.

Per contro, però, in questa bella storia ci sono i fantasmi dell’ormai onnipresente crisi nonché della burocrazia (purtroppo quella italiana, bisogna dirlo): Matteo non si è arreso e insieme al suo team ha studiato nuovi modi per distribuire i suoi prodotti senza passare attraverso i canali tradizionali (rappresentanti e negozi) che, oggi, rappresentano un fattore di rischio talvolta troppo alto soprattutto per piccoli brand come Playhat che sta invece lavorando a nuove formule (tra queste un proprio sito di e-commerce). Leggi tutto

Manolo Blahník a Milano per la mostra The Art of Shoes

Mercoledì, mentre ero seduta nella sala conferenze di Palazzo Morando intenta ad ascoltare un uomo meraviglioso e un favoloso couturier, continuavo a pensare a Sex and the City.

Quando guardavo i telefilm in tv e i film al cinema, quando invidiavo Carrie Bradshaw, Miranda Hobbes, Charlotte York, Samantha Jones per le loro vite spumeggianti e per i loro favolosi guardaroba, chi mai avrebbe potuto dirmi che, un giorno, io, proprio io, avrei incontrato Manolo Blahník, ovvero l’uomo che crea (nella finzione ma soprattutto nella realtà) le calzature oggetto del desiderio delle quattro amiche newyorchesi nonché di tutte le donne (reali) del pianeta?

Se qualcuno me lo avesse detto, magari qualche mese fa, non ci avrei mai creduto e credo avrei riso; invece è proprio vero che, talvolta, la realtà supera la fantasia e la finzione e così ho potuto conoscere il favoloso couturier spagnolo, scambiandoci anche quattro chiacchiere e scoprendo che è un uomo meraviglioso.

Colui che ha affermato «Shoes help transform a woman» è infatti il protagonista di una splendida mostra (scusate l’abbondanza di aggettivi iperbolici ma l’occasione lo merita) che si svolge dal 26 gennaio fino al 9 aprile 2017 presso Palazzo Morando, Museo del Costume, della Moda e dell’Immagine: l’incontro è avvenuto in occasione della conferenza stampa al quale era presente lui, Manolo Blahník (e sia benedetto il mio lavoro di editor!).

La mostra si intitola Manolo Blahník – The Art of Shoes, è curata da Cristina Carrillo de Albornoz ed è ospitata, appunto, a Palazzo Morando che è la sede deputata alla conservazione e alla valorizzazione del ricchissimo patrimonio di abiti e accessori, antichi e moderni, del Comune di Milano. La raccolta di calzature attualmente comprende circa 300 esemplari databili tra il XVI e il XX secolo, dalle scarpe rinascimentali ritrovate durante gli scavi intorno all’area del Castello Sforzesco fino all’alta moda.

The Art of Shoes si configura come un’occasione di reciproca valorizzazione, tra l’oggetto antico musealizzato e le moderne creazioni di Blahník: si tratta della prima esposizione in Italia dedicata all’iconico couturier spagnolo e mette in mostra una nutrita selezione di scarpe (ben 212 modelli) e di disegni (80) che coprono 45 anni di attività (anzi 46, come ha specificato il designer in conferenza stampa), a partire dal 1971. Leggi tutto

QVC Next, quando il gigante prende per mano i più piccoli

Sostenere il talento dandogli voce e supporto.

Se siete lettori abituali di A glittering woman (grazie ), probabilmente vi sarà capitato di sentirmi ripetere qualcosa di simile decine di volte.

Pare che tali parole siano infatti diventate un mantra o un motto che potrei tranquillamente scrivere in alto a destra, dove ora trova posto l’altra dichiarazione d’intenti alla quale tengo molto (“Avventure tra il serio e il faceto di una fashion something, no victim, ovvero piccola wunderkammer con sorriso curata da Emanuela Pirré”).

Se non fosse che sono affezionata sia al nomignolo fashion something sia al concetto del dividermi tra serio e faceto sempre con il sorriso, lo farei, li sostituirei. Magari scriverei qualcosa tipo “Piccola wunderkammer nata per sostenere il talento”. Mah, chissà, ci penserò.

Motto o non motto, mantra o non mantra, ciò che comunque conta è agire e oggi desidero parlarvi di qualcuno che sta agendo a concreto supporto del talento.

Così come avviene ogni anno in questo periodo, nelle ultime settimane, giornalisti e blogger sono invitati ai press day, le giornate durante le quali abbiamo l’opportunità di vedere e toccare le collezioni per la prossima stagione: tra i tanti eventi di presentazione, sono stata anche a quello di QVC e ho avuto l’opportunità di conoscere da vicino il progetto QVC Next.

Sono certa del fatto che moltissime persone conoscano già la piattaforma multicanale al servizio dello shopping e che opera attraverso televisione, web e social media: fondata nel 1986 negli USA da un imprenditore di nome Joseph Segel, oggi QVC è una grande realtà internazionale arrivata in Regno Unito, Germania, Giappone, Cina e Francia. Leggi tutto

Andrea Mondin, colui che avrebbe fatto sognare perfino Cenerentola

Donne e calzature.

Un rapporto sul quale non si contano aneddoti e citazioni. E poi libri, novelle, favole, film.

A tal proposito, mi viene in mente una frase nella quale mi sono imbattuta navigando in rete e che mi è già capitato di citare in un articolo per un magazine.

Dice così: “Tutte le persone che pensano che le scarpe non siano importanti dovrebbero tenere a mente due nomi, Cenerentola e Dorothy”.

Cenerentola, ovvero colei che trova l’amore perdendo e ritrovando una scarpetta di cristallo; Dorothy, la protagonista del romanzo Il meraviglioso mago di Oz, colei che ritrova la strada di casa battendo per tre volte i tacchi delle sue Scarpette d’Argento. In effetti, chi meglio di queste due fanciulle potrebbe testimoniare l’importanza della scarpa giusta nel momento giusto?

Poi, c’è la saggezza popolare: sono certa che sarà capitato anche a voi di sentire dire, soprattutto dalle persone anziane, che dalle scarpe di una persona si possono capire molte cose. Credo sia una grande verità e non voglio pensare cosa comunichino le mie, soprattutto ultimamente (uso spesso modelli comodi che mi consentono di correre qua e là).

Anche un proverbio dei nativi americani dà un consiglio estremamente valido: “Prima di giudicare una persona, cammina per tre lune nei suoi mocassini”.

Valido per uomini e donne, indistintamente, così come lo è la saggezza dei nostri nonni ma, come dicevo in principio, il rapporto più stretto con le scarpe ce l’hanno proprio le donne ed è un rapporto quanto mai appassionato.

E così, a proposito di passione, oggi desidero presentarvi un designer che ha solleticato la mia, a prima vista e senza alcuna riserva né indugio, poiché a mio avviso le sue creazioni non sono solo belle e fatte con grande maestria artigianale, ma sono anche estremamente originali e ricche di personalità. E sono decisamente diverse da molte delle attuali proposte presenti sul mercato. Leggi tutto

MFW: empatia (poca), metatarsi malconci e tanta bellezza, per fortuna!

Adoro girare la mia città – Milano – a piedi, anche quando si tratta di fare molti chilometri.
Trovo che, se il clima lo consente, muoversi a piedi sia il miglior modo per conoscere il luogo in cui si vive, senza contare i notevoli benefici per salute e spirito.
Datemi un paio di scarpe comode e per me camminare non solo non è un problema, ma è invece una gioia: in questi giorni, poi, Milano gode di un clima perfetto, né caldo né freddo, quel tempo che vorrei durasse tutto l’anno.

Dovete però sapere che mercoledì scorso, primo giorno di MFW (alias Milano Fashion Week alias Milano Moda Donna alias Settimana della Moda di Milano), ho sbagliato la fondamentale scelta delle scarpe.
Ho indossato un modello che di solito è piuttosto comodo, con una leggera zeppa interna: non avevo però immaginato di percorrere quasi 15 chilometri a piedi. Posso quantificarli con tanta precisione perché ho condiviso la giornata con un caro amico (che si chiama Andrea Tisci) il quale aveva un contapassi.
Ecco, diciamo che 15 chilometri a piedi rendono scomoda qualsiasi zeppa non dotata di plateau anteriore, come è il caso di quelle mie scarpe. E, tra l’altro, la cosa peggiore non è nemmeno il fatto di camminare, bensì quello di fare lunghe soste in piedi, fermi sul posto, esattamente come accade durante la MFW per sfilate, presentazioni, incontri ed eventi, con tutto il peso del corpo che grava pericolosamente su metatarso e tallone.
Risultato: mercoledì sera quasi piangevo per il dolore. E per la rabbia, perché ho una certa esperienza e, in realtà, non avrei dovuto farmi fregare come una principiante alle prime armi.

Di conseguenza, giovedì mattina, ho optato per un paio di comodi anfibi: avevo ancora i piedi doloranti, lo giuro, ma il metatarso, almeno, ha ringraziato.
E, comunque, non ho affatto rinunciato a camminare, anzi.
A un certo punto della giornata, però, ho avuto la malaugurata idea di prendere il filobus per recarmi da una sfilata a una presentazione: ero di corsa e tra i due luoghi c’era una certa distanza.
Direte voi: perché, allora, scrivo di aver avuto un’idea malaugurata?
Perché il filobus procedeva un po’ a fatica per via del traffico nonché di alcuni cantieri dovuti a diversi lavori in corso: le fermate erano piene di gente in attesa, la vettura era colma e molti erano spazientiti.
Tant’è che una donna ha chiesto al conducente il motivo di tanta confusione e lui le ha risposto “C’è la Fashion Week, signora”.
E lei, di rimando: “Ah, ecco! Vede, se avessero invece qualcosa di serio da fare”.

Chi legge il blog abitualmente sa quanto io detesti i cliché di ogni tipo, ordine e grado e questa illuminata sentenza è proprio questo, un ottimo (anzi, pessimo) esempio di cliché.
E mi è davvero insopportabile, forse anche perché mi tocca in prima persona, lo ammetto.
Dunque, vorrei dire alcune cosette. Leggi tutto

IconaBio, le calzature con l’impronta della coerenza

Io ho bisogno di innamorarmi, ogni giorno e – se possibile – in ogni cosa che faccio: lo so, sono noiosa e ripetitiva, in quanto non è la prima volta che lo dichiaro.

Eppure, penso che certi concetti non vengano ribaditi mai abbastanza, soprattutto in un’epoca in cui la coerenza è spesso messa a dura prova: sono conscia del fatto di avere tanti difetti, ma penso di poter affermare che tra di essi non figura l’incoerenza.

Forse dipende dal fatto che so con sicurezza cosa fa per me e cosa invece non mi piace, dunque scegliere non è in fondo poi così difficile: ogni mia scelta è dettata dal quel bisogno di innamorarmi e, conseguentemente, dal cuore. È come se esistesse un sottile filo rosso che lega e guida tutto, vita privata e lavoro, che si parli di gelati o di abiti, di borse o di negozi (giusto per fare riferimenti concreti ad argomenti che ho trattato recentemente qui sul blog).

Certo, a volte mi chiedo quanto questa coerenza mi convenga, visto che ad andare per la maggiore sono l’opportunismo e i rapidi cambiamenti di opinione e di bandiera secondo convenienza: la risposta è che, in termini di mero profitto, questo modo di essere mi porta zero vantaggio o quasi, ma volete mettere la soddisfazione di guardarmi allo specchio e negli occhi senza vergogna? A qualcuno apparirà come una magra consolazione, lo so, ma per me, invece, è fondamentale.

Oggi, dunque, vi racconto un’altra scelta fatta con coerenza e cuore usando l’unico criterio che io desideri applicare – ovvero la presenza di talento, buone idee, creatività e saper fare: questa è la storia di IconaBio, il marchio fondato da un signore che si chiama Edouard Obringer.

Monsieur Obringer, nato e cresciuto in Francia e oggi milanese di adozione, ha una solida esperienza: ha collaborato con importanti gruppi del lusso e della moda tra i quali la holding LVMH (in particolare con Berluti) dove, in qualità di Sales Manager, ha sviluppato le linee dedicate agli accessori. Edouard è considerato, in questo segmento di mercato, uno dei maggiori specialisti in Italia: grazie alla sua esperienza, ha creato il brand eco-sostenibile IconaBio. Leggi tutto

MAD Zone, benvenuti in una follia che è tutta salute

Chi mi conosce bene e chi legge abitualmente A glittering woman sa che esistono cose in grado di farmi perdere l’aplomb che, di solito, mi accompagna.

Una di queste cose è l’uso improprio di determinate parole o espressioni: credo di avere già scritto quanto mi infastidisca, per esempio, l’abuso di termini quali icona e mito. Iconico o mitico sono aggettivi oggi attribuiti con grande generosità: peccato che, invece, poche cose e poche persone lo siano realmente e dunque simili definizioni andrebbero dosate con grande parsimonia.

Purtroppo, oggigiorno esiste questa tendenza: se si prende di mira una parola si tende a metterla ovunque.

Vi faccio un altro esempio: è di moda definire come concept store diversi tipi di spazi commerciali, soprattutto quelli specializzati in merci di vario genere. E così, d’un tratto, molti negozi sono – o sono diventati – concept store.

Io non ci sto: concept store ha un significato molto preciso, è un’espressione bellissima che presuppone e prevede un’idea e una progettualità, dunque non può essere usata a casaccio per qualsiasi negozio che semplicemente venda diversi tipi di merce. Non basta questo per essere un concept store: se non ci sono un filo conduttore preciso e un progetto di respiro più ampio occorrerebbe piuttosto parlare di negozi multimarca e lo dico con tutto il rispetto possibile, sia ben chiaro. In caso di spazi di dimensioni maggiori o con ancora maggiore varietà di prodotto, si può parlare di grandi magazzini o department store per chi preferisce l’inglese.

Qualcuno penserà che sono una pesantissima brontolona, ma a mia discolpa posso dire che amo a tal punto le parole che mi piace che vengano rispettate: al contrario, non amo la confusione né apprezzo il qualunquismo e il pressapochismo che spesso vanno di moda al pari delle parole mito e icona. Leggi tutto

Angela Pavese fa sbarcare a Monza blogger che vengono da Mercurio

Ho spesso sospettato di essere una marziana o – quanto meno – mi sono spesso sentita un pesce fuor d’acqua.

Marziana nel senso che mi pare di non appartenere né ad alcun luogo né ad alcuna tipologia, soprattutto professionale: da quando lavoro come freelance, mi sento un po’ confusa e spaesata esattamente come E.T., l’extra-terrestre del famoso e omonimo film, diviso tra gli amici trovati sulla Terra e il desiderio di tornare a casa, tra le stelle, coi suoi cari.

Cosa sono io, in effetti?

Qualcuno mi chiama blogger, altri mi dicono che assomiglio di più a una giornalista, più che altro per il lavoro che svolgo per alcune testate online.

E io? Cosa penso di me stessa?

Mi sento una blogger? Non lo so, credo di sì in quanto tengo in vita questo spazio, ma di sicuro mi sento poco fashion blogger perché le categorie chiuse non mi piacciono e perché qui pubblico un po’ di tutto, dalla moda all’arte, dal cibo ai viaggi, dal lifestyle al beauty, dai libri che amo ai miei pensieri in libertà.

Mi sento una giornalista? No, per carità, non mi sento affatto una giornalista perché sono molto severa con me stessa e, non essendo in possesso del famoso tesserino, non oserei mai nemmeno pensare di poterlo essere. In linea generale, non credo nei “pezzi di carta”, eppure quel mestiere mi incute un tale senso di rispetto che no, senza tesserino non me la sento proprio di usare una parola che per me è troppo importante. Leggi tutto

Cecilia Arpa SS 2016, la matematica diventa (letteralmente) moda

Inutile nascondersi, è meglio confessarlo subito: io e la matematica non siamo amiche per la pelle. Viviamo un rapporto difficile, una relazione complicata – come si dice oggi.

Eppure, non è sempre stato così: quand’ero alle elementari e alle medie, la matematica mi piaceva. Non quanto le materie letterarie che sono sempre state il mio grande amore, ma anche la matematica mi incuriosiva e mi affascinava con quelli che consideravo stimolanti misteri ed enigmi da risolvere.

L’idillio tra noi si è spezzato alle scuole superiori, esattamente in quarta, quando alla mia classe fu assegnato un professore terribile, un po’ nazista, uno di quelli a cui cambiavano sezione ogni anno per le proteste di genitori e studenti.

Il nazistoide aveva regole ferree quanto assurde: sul banco non dovevamo avere nulla se non una biro, il quaderno e il libro. Se vedeva, per esempio, un innocente portapenne, lo stesso volava giù dalla finestra.

A una riunione con genitori (preoccupati) e studenti (arrabbiati), enunciò la propria teoria che voleva che lui fosse un genio (incompreso, probabilmente) e noi dei poveri stupidi. Ci fu una sollevazione generale e io chiesi la parola: non ricordo di preciso cosa dissi, ma ricordo che espressi il mio pensiero a proposito di quella sua farneticante teoria e ricordo che alla fine erano tutti in piedi ad applaudirmi, i miei compagni, i genitori e anche diversi insegnanti. Ricordo anche gli occhi, gelidi, del professore che mi fissavano.

Indovinate un po’: io che, fino all’anno prima, avevo 8 in matematica… passai al 5. Il professore me la giurò, naturalmente, e pensò bene di darmi una lezione circa autorità e potere secondo la sua visione (distorta) che prevedeva più che altro il loro abuso. Leggi tutto

Chanel Haute Couture primavera / estate 2016 tra sogno e realtà

Mi trovo in un gran bel posto, sebbene non sappia dargli un nome; in realtà, non saprei nemmeno dire come io sia arrivata qui.
C’è tanta luce e, proprio davanti a me, un prato perfetto assomiglia a un tappeto verde: in fondo, vedo una bella casa in legno. L’atmosfera è tranquilla, serena.
D’un tratto, vedo una figura uscire dalla casa: avanza verso di me, si avvicina con passo leggero e senza fretta, dunque ho tutto il tempo di mettere a fuoco i vari dettagli.
È una giovane donna: indossa una giacca in tweed e una pencil skirt lunga fino al polpaccio. Noto anche i capelli, elegantemente raccolti in uno chignon molto particolare, e le sue scarpe, delle zeppe in sughero con tomaia bicolore. Da grande estimatrice di gioielli, non posso fare a meno di notare la meraviglia che indossa, ovvero un’ape graziosamente appuntata sulla giacca: sembra viva tanto è vibrante di luce e colore.
Non riconosco la giovane donna così come continuo a non riconoscere il luogo.
Eppure, tutta la situazione ha qualcosa di così familiare… Leggi tutto

Francesca Fossati, (ex) abiti da lavoro diventano raffinata sartoria

In pieno svolgimento di Milano Moda Donna e in un momento in cui tutto il sistema moda si interroga a proposito della possibilità di un cambio epocale (ovvero smettere di presentare le collezioni con circa sei mesi di anticipo rispetto alla distribuzione in negozio), desidero parlarvi di un evento che ha catturato la mia attenzione per diversi motivi.

La stilista Francesca Fossati ha voluto realizzare un evento aperto al pubblico (e non ai soli addetti, dunque diverso dai classici format della Milano Fashion Week) e ha voluto presentare la collezione primavera / estate 2016 (e non quella autunno / inverno 2016-17, ovvero ciò che stilisti e marchi stanno facendo in questi giorni). Inoltre, il suo evento – che si tiene in via della Moscova 60 – proseguirà fino a sabato 12 marzo.

In pratica, Francesca sta già applicando due teorie caldeggiate da molti: aprire gli eventi moda a tutti senza distinzioni e cancellare il divario esistente tra il momento della presentazione e quello della messa in vendita.

Ieri, venerdì 26 febbraio, sono stata alla presentazione della sua collezione di alta sartoria che nasce da una ricerca a mio avviso molto interessante: parte infatti dall’analisi e dal recupero progettuale degli abiti da lavoro fino agli anni ’50 del secolo scorso.

Non per nulla, Francesca è stata definita – con un’espressione che mi piace molto – una dressteller: per lei, ogni creazione è un racconto, è la storia unica della donna che lo indossa, è un percorso infinito di intuizioni al singolare in cui forme preziose e materiali pregiati creano un mondo ricco di tradizione e innovazione. Leggi tutto

L’anticonformista, la collezione Grinko SS 2016

È inutile, non ce la faccio proprio: provo a restare fredda e asettica, provo a frenare la spontaneità, ma è qualcosa che proprio non mi riesce.

O almeno non mi riesce con la moda: in questo ambito sono come quando ero ragazzina e avevo poche mezze misure.

Nella moda ci sono cose che mi piacciono e cose che non mi piacciono; cose che mi appassionano e cose che mi lasciano del tutto indifferente. Cercare di convincermi è inutile, in un senso o nell’altro, perché lo ammetto, soffro di un’imperdonabile presunzione, quella di voler pensare con la mia testa.

Scelgo le cose che mi piacciono e che mi appassionano e dedico loro tutto il mio entusiasmo; al contrario, non sono interessata a uniformarmi al pensiero che va per la maggiore né sono interessata a unirmi ai cori osannanti gli stilisti più in voga. Allo stesso modo, non ho timore di dire “piace anche a me” se ciò è la verità, ma il punto è questo: deve essere la verità.

D’altro canto, l’ho dichiarato fin dall’inizio: in questo spazio web entra solo ciò che mi piace attraverso una selezione fatta alla fonte. Una piccola dittatrice? Direi piuttosto che è una garanzia di sincerità.

Propongo e non impongo; propongo ciò che mi piace, spiego perché mi piace e poi lascio la decisione finale a chi guarda e legge. Tutto qui.

Nel caso in cui chi guarda e legge approva a sua volta ciò che ho accuratamente selezionato, questa persona gode di una garanzia: sa che la mia opinione è sincera.

Ecco, è questa la mia presunzione. E se, alla fine, sia perdonabile o no, lo lascio decidere a voi. Leggi tutto

Il nuovo vocabolario della moda italiana e la contemporaneità

Il talento, il made in Italy e uno dei musei più interessanti di Milano: prendete questi tre elementi, metteteli insieme e mi fate felice. È ciò che sta succedendo alla Triennale che ospita una mostra unica nel suo genere, nata dal desiderio di celebrare l’Italia della moda contemporanea.

La mostra si chiama Il nuovo vocabolario della moda italiana e manda in scena – fino al 6 marzo 2016 – marchi e creativi che negli ultimi 20 anni hanno rinnovato e recuperato il DNA non solo culturale ma anche tecnico della nostra migliore tradizione, riuscendo a riscriverlo in un linguaggio originale e – appunto – estremamente contemporaneo.

Il nuovo vocabolario della moda italiana analizza la natura più recente della moda attraverso il lavoro dei suoi protagonisti: si va dal prêt-à-porter allo streetwear, dalle calzature alle borse, dai gioielli ai cappelli per scrivere un inedito vocabolario di stile nonché di laboriosità e produttività perché – non dimentichiamolo mai – la moda produce reddito e dà lavoro.

Il vocabolario racconta un tratto di storia del made in Italy, precisamente a partire dal 1998: perché proprio il 1998? Perché è l’anno che, convenzionalmente, segna il passaggio definitivo alle nuove forme della comunicazione, quelle digitali. Leggi tutto

Al Castello di Belgioioso faccio incetta di immagini

Che io sia una persona alla quale piace chiacchierare è cosa nota a tutti coloro che mi conoscono: mia mamma mi ha raccontato due aneddoti che testimoniano come fossi affetta da questa inguaribile malattia fin da piccina.

Uno degli episodi risale al mio primo viaggio in aereo: avevo circa due anni e, mentre mia mamma era bloccata al suo posto dalla nausea, io passeggiavo tranquilla lungo il corridoio intrattenendo passeggeri e hostess, tutti divertiti da quel soldino di cacio sorridente e chiacchierino, per nulla intimorito dalla situazione nuova. L’altro episodio risale a poco tempo dopo, andavo all’asilo e mamma era in attesa di mia sorella: io raccontavo la cosa, con infantile sorpresa ma giudiziosa come un’adulta, tanto che le maestre mi mettevano a sedere in mezzo a loro e, anch’esse divertite, mi facevano domande.

Mia mamma lo scoprì perché una maestra le fece i complimenti per la gravidanza: lei, sorpresa, chiese come facesse a saperlo (era magrissima e non aveva ancora una pancia visibile) e la maestra le disse delle chiacchierate con la sottoscritta.

Da allora non ho mai smesso, parrebbe, di chiacchierare (ma sono molto più riservata, lo giuro) e, da quando ho aperto il presente blog, il mio essere logorroica è ormai un dato di fatto anche per tutti coloro che mi fanno il dono di leggere queste pagine virtuali.

A mia (parziale) discolpa, posso dire che i lunghissimi post sono dovuti esclusivamente alla passione: amo non fermarmi alla superficie delle cose, amo cercare di andare oltre e amo condividere il tutto con chi legge. Spero di trasmettere emozioni e suggestioni, spunti che possano essere poi approfonditi da ognuno secondo i propri interessi e secondo le proprie inclinazioni.

Per fortuna, però, ci sono cose che riescono a mettermi a tacere – o quasi: una di queste è la manifestazione Next Vintage al Castello di Belgioioso.

Per me, è un momento speciale e infatti è stato il soggetto del primo post qui sul blog due anni fa: è un luogo in cui incontro persone che sono diventate amiche e che sono guidate – come me – da una forte passione e da un istinto di ricerca che non conosce fine. Leggi tutto

Milano Fashion Week: Philippe Model Paris FW 2015-16

Entrare in uno showroom e trovare un arcobaleno fatto di borse e scarpe è il genere di sorpresa che a me regala istantaneamente il sorriso.

È successo durante la Milano Fashion Week di febbraio, mentre giravo tra sfilate e presentazioni relative alle collezioni per l’autunno / inverno 2015 – 2016: l’arcobaleno è quello immaginato e creato dal brand Philippe Model Paris.

Philippe Model, classe 1956, è un designer francese che ha esordito facendo cappelli.

Non aveva ancora 20 anni quando si è trovato a collaborare con grandi couturier come Claude Montana, Jean Paul Gaultier, Issey Miyake e Thierry Mugler, poi, agli inizi degli anni ’80, ha fondato il suo marchio: è diventato famoso per le sue sneaker originali e per una particolare collezione.

Le calzature di quella collezione oggi storica erano realizzate completamente in elastico e gli valsero il soprannome di Monsieur Elastique: per molti, da allora, è diventato il “miglior artigiano di Francia”. Leggi tutto

Stefano Bressani e le Skultoshoes, una camminata tra arte e moda

Sono una persona piuttosto ostinata: se mi metto in testa qualcosa, non mi faccio distrarre o distogliere facilmente. Non per nulla, ai tempi della scuola, alcuni insegnanti mi definivano cocciuta.

Negli ultimi anni, sono alquanto determinata per quanto riguarda la moda: mi ostino a concepirla secondo la visione ben precisa che ho in testa.

Chiamatemi illusa o folle, ma fino a quando ci saranno persone come Stefano Bressani, non cambierò idea; fino a quando artisti del suo calibro vedranno nella moda un ambito di interesse e sperimentazione, continuerò a sostenere che non esistono solo le tendenze e le collezioni di stagione; fino a quando artisti, stilisti e designer firmeranno collaborazioni che danno vita a contaminazioni interessanti, continuerò a credere che la moda è in primo luogo una forma di comunicazione e che è dotata della stessa dignità di altri linguaggi.

Per sostenere questo pensiero, oggi mi faccio forte di un bellissimo incontro, quello tra Stefano Bressani e Silvia Fabiani, designer specializzata in calzature: insieme hanno creato le Skultoshoes, un connubio perfetto tra arte e scarpe, accessori moda da sempre molto amati dalle donne e spesso anche dagli uomini.

Stefano e Silvia hanno dato vita a scarpe-scultura in tessuti innovativi e dalle forme ardite: per presentare la loro collezione artistica, realizzata rigorosamente a mano e ça va sans dire in Italia, hanno scelto Vigevano, la città che forma un binomio indissolubile col mondo della calzatura. Qui, nel tempo, si sono sperimentate innovazioni che hanno portato a invenzioni come quella del tacco a spillo (anno 1953): la bella città lombarda è anche la sede di un importante museo interamente dedicato alla scarpa. Leggi tutto

Il meglio (e il peggio) della mia Settimana della Moda

Viene preparata a lungo da tutti gli addetti al settore, poi arriva e passa in un attimo: mi riferisco alla Settimana della Moda.

Quella appena terminata ha visto andare in scena (anzi, in passerella) le collezioni relative al prossimo autunno / inverno 2015 – 2016 e così ora sappiamo come ci vestiremo o almeno come gli stilisti ci vestirebbero: non solo, come ormai puntualmente accade a ogni stagione, la settimana è stata accompagnata da un carico di polemiche e discussioni di ogni genere e grado.

Quanto a questo clima di critica, prendo la mia parte di colpa: abitualmente preferisco essere costruttiva e dare spazio a ciò che mi piace, ma oggi desidero spendere anch’io qualche parola su alcuni comportamenti e atteggiamenti che mi hanno lasciato un’impressione molto negativa, purtroppo.

Già, confesso che è stata una settimana dolce e amara allo stesso tempo, ricca di luci ma anche di ombre: nonostante lo scorso ottobre abbia già scritto un altro articolo piuttosto dettagliato sulla questione accrediti, non riesco a stare zitta e desidero tornare a evidenziare un paio di concetti che esulano da qualsiasi distinzione di settore e che dovrebbero appartenere a tutti, qualsiasi mestiere si faccia.

Partiamo dalle ombre, perché preferisco occuparmi subito della parte brutta e riservarmi quella bella alla fine: spero che, mandato giù il boccone amaro, mi rimanga in bocca soltanto il dolce. Leggi tutto

I tatuaggi oggi, da AltaRoma alla Milano Tattoo Convention

Ci sono argomenti capaci di sollevare vivaci controversie: i tatuaggi, per esempio, dividono nettamente coloro che sono a favore da coloro che sono contro l’idea di tracciare segni indelebili sulla propria pelle.

Ho già dichiarato altre volte quale sia la mia posizione: io li amo e li considero vere e proprie forme d’arte, a patto che siano realizzati da professionisti seri e secondo le più severe regole igieniche.

Penso inoltre che i tatuaggi non siano solo ornamenti, ma costituiscano anche e soprattutto un linguaggio che attinge da culture, filosofie ed epoche diverse.

Il tatuaggio è stato adottato da molti popoli antichi e contemporanei; a seconda degli ambiti e dei periodi storici, ha rappresentato una sorta di carta d’identità del singolo individuo oppure ha incarnato una pratica volta ad accomunare le persone. Poteva essere un segno di appartenenza, ma anche un rito di passaggio, per esempio quello all’età adulta: poteva simboleggiare un legame relativo a convinzioni religiose, spirituali e magiche.

Si trovano tracce di tatuaggi risalenti a ben prima di Cristo: prima che il Cristianesimo divenisse religione lecita, molti fedeli si tatuavano sulla pelle simboli religiosi a mo’ di suggello del proprio credo. Nel Medioevo, i pellegrini avevano l’usanza di tatuarsi coi simboli dei santuari visitati. Leggi tutto

Caro Babbo Natale ti scrivo (così mi distraggo un po’)

Da giovanissima non avevo mezze misure né sfumature: con gli anni ho imparato che i punti di vista – soprattutto i propri – sono fatti per essere messi in discussione, rivisti e anche sovvertiti, se e quando è necessario.

Lo scorso anno, più o meno di questi tempi, avevo raccontato di non amare particolarmente le feste comandate con la conseguenza che non sono entusiasta all’idea di distribuire consigli per i regali, nello specifico per Natale.

Non ho cambiato idea sulle festività e continuo a pensare che tutto ciò che ho da dire sia già più o meno contenuto nel mio lavoro quotidiano e nei post che pubblico giorno dopo giorno qui sul blog, tuttavia, visto che mi sono arrivate diverse richieste, ho voluto mettermi in discussione e rivedere questo mio punto di vista almeno parzialmente, anche perché inizio a sentirmi un po’ come il malefico Grinch: quasi tutti sembrano essere presi dall’atmosfera natalizia che ormai si sta insinuando ovunque, quindi… che sia io la guastafeste? Leggi tutto

Vintage a Belgioioso: ispirazioni, destini e Roberta di Camerino

Ieri, in macchina, ascoltavo la radio più o meno distrattamente: a un certo punto, è andata in onda la pubblicità e uno slogan ha catturato tutta la mia attenzione. Mi pare fosse di una casa automobilistica e diceva pressapoco “il futuro è di chi ha un grande passato”.

Mi è sembrato un segno: stavo infatti guidando per raggiungere il Castello di Belgioioso, sede della manifestazione Next Vintage, un appuntamento al quale sono molto fedele.

Non è un mistero che io ami il vintage: ne parlo spesso e lo apprezzo per tanti motivi, non ultimo quello del valore del passato che continua a vivere grazie al passaggio di un oggetto dal vecchio al nuovo proprietario.

È come se gli oggetti riuscissero a legare passato, presente e futuro con un filo rosso. E lo fanno con un alto contenuto di personalità, visto che sostengo con convinzione il fatto che scegliere un oggetto che abbia già avuto una sua storia richieda personalità e che un po’ di questa nostra personalità finisca poi col permeare l’oggetto stesso.

Mi piace l’idea che una borsa, un abito, un gioiello diventino un racconto, il racconto della storia dei suoi proprietari: a ogni passaggio, si aggiunge un capitolo. Leggi tutto

Milano Fashion Week SS 2015: Ramponi Be Cool

Oggi vi racconto una storia che profuma di creatività, immaginazione, spirito d’iniziativa, talento, eccellenza.

Dobbiamo tornare per un attimo agli anni ’80, quando Alfredo Ramponi eredita dal padre l’azienda specializzata nella lavorazione di articoli in materiale plastico: animato da spirito innovativo, il giovane imprenditore decide di dare inizio a una nuova avventura. Un commerciante nel settore della bigiotteria gli chiede di produrre una pietra dal taglio ricercato come il cristallo, ma più duttile e a un prezzo accessibile: Alfredo accetta la sfida e, proprio grazie all’esperienza nella lavorazione dei materiali plastici e a una sua passione per pietre e minerali, riesce a realizzare il primo cristallo sintetico che ripropone tutte le caratteristiche del vetro.

Negli anni, Ramponi diventa famoso per la perfezione tecnica, la qualità e la straordinaria brillantezza dei suoi prodotti che fanno rapidamente il giro del mondo. Il suo amore per l’innovazione non si arresta e continua a lavorare con passione: l’esperienza e il desiderio di creare costantemente qualcosa di nuovo e diverso fanno sì che i risultati siano sempre più raffinati.

Simbolo dell’eccellenza raggiunta è il Taglio Ramponi, concepito a seguito di uno studio approfondito sulla lavorazione dei diamanti, arte in grado di trasformare una pietra grezza in un oggetto del desiderio. Leggi tutto

Pokemaoke: posai i piedi sull’aria e resse

Posai i piedi sull’aria e resse… No, non sto delirando: ripeto a voce alta il motto di due sognatrici, Giulia Simoncelli e Jessica Piantoni, che insieme sono il nucleo e il cuore di Pokemaoke, brand artigianale tutto italiano.

Di solito si usa dire “ha i piedi per terra” quando si vuole indicare una persona concreta e solida, ma queste due giovani donne dimostrano un teorema nel quale io credo profondamente: avere dei sogni non significa non essere concreti e voler fare le cose a proprio modo non significa essere folli. Avere dei sogni vuol dire guardare oltre, essere vivi, avere progetti da realizzare.

Ma procediamo con ordine, fatemi raccontare qualcosa di loro.

Tutto nasce da un incontro tra un architetto d’interni e un’imprenditrice specializzata nel settore del tessile e della calzatura. Giulia e Jessica potevano sembrare lontane quanto a formazione ed estrazione, ma – come spesso accade – la loro diversità non è stata altro che un’occasione di ricchezza e ispirazione: hanno unito forze ed esperienze, dando vita a un marchio che rappresenta il meglio di entrambe. Leggi tutto

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