Le mie scelte in pillole: Movea Design e la bellezza del cactus

Tempo fa, ho scoperto una leggenda che ha catturato la mia attenzione.

La leggenda narra di Quehualliu, un giovane e bellissimo indiano che passava il tempo a raccogliere fiori per Pasancana, l’altrettanto giovane e bella figlia del capo tribù.
Fin da piccoli, i due erano sempre stati insieme: avevano imparato a camminare, a giocare, a scovare i posti più belli della montagna e, una volta cresciuti, avevano compreso di essere innamorati l’uno dell’altra.
Il padre di Pasancana aveva però progetti differenti e voleva che la figlia sposasse un altro ragazzo della tribù, un eccellente cacciatore: quando Pasancana e Quehaualliu lo appresero iniziarono a piangere e a disperarsi.
Decisero allora di scappare insieme: camminando ai piedi delle loro amate colline, elaborarono un piano, ovvero pensarono di raggiungere qualche luogo perso proprio tra le montagne.
Così fecero.

Quando il capo tribù si accorse della sparizione della figlia, andò su tutte le furie e mise insieme un gruppo di uomini con lo scopo di andare a cercare la coppia.
Nel frattempo, i due giovani, stanchi per la strada percorsa, decisero di fermarsi a riposare: grazie alla luce della luna, si accorsero degli uomini che li stavano cercando e invocarono Pachamama, la dea della terra, affinché li aiutasse a nascondersi.
La dea terra ebbe pietà dei due innamorati e aprì un buco nella montagna per far sì che potessero nascondersi: il padre e i suoi uomini, adirati, urlarono ai due giovani che non si sarebbero potuti nascondere per sempre e rimasero lì tutta la notte, in attesa.
Ma, il giorno dopo, la dea terra trasformò i due giovani in un cactus e così, con la sua protezione, Pasancana e Quehualliu rimasero silenziosamente uniti per sempre.

Vedete, amo i cactus da quand’ero piccina.
Non so se dipenda dal sangue che mi scorre nelle vene, quello siciliano dei miei genitori: come molti sanno, la meravigliosa isola è un habitat perfetto per cactus, fichi d’India, agavi e in generale per tutte le piante succulente (quelle che chiamiamo comunemente piante grasse).
O chissà, forse dipende invece molto più prosaicamente dal fatto che tali piante, grazie alla loro attitudine a resistere alle condizioni più avverse, siano tra le poche in grado di sopravvivere al mio temuto e terribile pollice nero.

Non solo.
Chi mi conosce bene sa che sono un’inguaribile romantica: ancora oggi, alla mia tenera età, riesco a sperare che un film visto un milione di volte o un libro di cui ho consumato le pagine possano trasformarsi miracolosamente e che un finale tragico e lacrimevole possa diventare invece un happy end.

La leggenda di Pasancana e Quehualliu era dunque destinata inevitabilmente ad attrarre la mia attenzione, in un modo o nell’altro, anche perché offre una spiegazione perfetta del perché il cactus sia tanto tenace e del perché i suoi fiori meravigliosi siano avvezzi a sfidare sole e siccità pur di sbocciare: è perché simboleggiano amore e fedeltà.

Per questo motivo, ho deciso di iniziare il post di oggi narrandovi una romantica leggenda che risulta perfetta per una realtà solida che si chiama Movea Design.

Movea nasce nel 2013: i creatori del brand tutto italiano sono Cosimo e Veronica, una coppia unita nella vita e che condivide anche le passioni per arte, design e arredamento.
Il marchio Movea è un acronimo ricavato dalle ultime lettere del nome Cosimo (mo) e dalle iniziali del nome Veronica (ve): è stata poi aggiunta la a finale che simboleggia arte e arredamento.

In cosa consiste il progetto Movea?
Cosimo e Veronica realizzano artigianalmente piante e bonsai in tessuto: lo fanno con la massima cura dei dettagli e con la precisa volontà di offrire un prodotto di qualità.

Ogni pianta è disegnata, progettata e realizzata completamente a mano nel loro laboratorio di Nardò, in provincia di Lecce.
Le varianti dei vasi e dei tessuti sono molteplici: si contano colori che vanno dalle tinte più tenui a quelle più accese, con una gamma di materiali ricercati.
Sono tante anche le misure: si parte dalla riproduzione di piccoli cactus da collezione (come i miei che vedete qui sopra) fino ad arrivare a piante di medie e grandi dimensioni.

«Sono veneta di Mestre e la scelta di cactus & co. è nata quando mi sono trasferita al sud e precisamente nel Salento, una terra che pullula di piante grasse e in particolar modo di fichi d’india e agavi giganti», mi ha raccontato Veronica.
«È stato un amore a prima vista dal quale è nata la voglia di inventare un prodotto originale e che fosse funzionale come complemento d’arredo. Così, io e Cosimo abbiamo sfruttato al meglio le nostre doti artistiche e manuali per creare un nuovo progetto tutto nostro: tra l’altro, Cosimo è anche fotografo e quindi abbiamo potuto curare personalmente anche quell’aspetto.»

Ogni pianta Movea Design è un complemento d’arredo originale, adatto alla casa, all’ufficio, al negozio e a qualsiasi spazio nel quale si desideri inserire un tocco di stile e originalità.

Può essere una bella idea regalo per eventi, ricorrenze e cerimonie: mi vengono in mente i matrimoni, per esempio, proprio pensando alla leggenda indiana che rende il cactus un simbolo d’amore perfetto, tenace e duraturo.

Come appunto vedete qui sopra, io ho scelto il tris di piante grasse in miniatura, poiché un’altra mia grande debolezza riguarda tutto ciò che è miniaturizzato.
Sono rimasta colpita dall’amore con le quali le piantine sono realizzate e sono rimasta incantata davanti ai dettagli: vorrei potervi mostrare la precisione dei vasi, in ceramica e vimini intrecciato, nonché la ghiaietta che riproduce fedelmente quella che viene usata dai coltivatori di cactus.

Tra l’altro, devo dire grazie a Cosimo e Veronica per un altro motivo: le loro piantine risolvono definitivamente il mio problema di pollice nero.

Se volete dare un occhio ai lavori di Movea Design, vi lascio il loro sito (completo di e-shop), la pagina Facebook e l’account Instagram: lo faccio volentieri perché questo prodotto interamente Made in Italy merita a pieno titolo il mio sostegno.

E poi mi piace il parallelo tra la leggenda di Pasancana e Quehualliu e la storia vera di Veronica e Cosimo: così come i due innamorati indiani sono rimasti uniti grazie alla metamorfosi in cactus, anche i due bravi creativi italiani hanno unito passione, talento, capacità, creatività ed entusiasmo per dare vita a un progetto bello e concreto. Insieme.

Manu

AIRC e ADI con LOVE DESIGN a sostegno della ricerca oncologica

Io ci metto la faccia.
Sempre. Senza timori.

Metto la faccia quando parlo dei designer, degli artisti e dei creativi in cui credo così come quando parlo delle questioni sociali che mi stanno particolarmente a cuore.
Metto la faccia attraverso le parole che uso con rispetto e mai a sproposito, la metto attraverso la mia stessa immagine quando serve, la metto attraverso gesti pratici e concreti.

Mi piace pensare che il metterci la faccia rappresenti una garanzia per chi mi fa il dono di riporre fiducia in me, sia affidandomi la comunicazione dei propri prodotti sia leggendo questo spazio web, perché qui vige da sempre e per sempre una regola: entra solo ciò in cui credo davvero, entra solo ciò per cui – appunto – posso mettere la faccia. Serenamente e limpidamente.
E mi piace pensare che questo modo di pensare e agire sia diventato, nel mio piccolo, una sorta di marchio di fabbrica in grado di contraddistinguere me, la mia passione e il mio lavoro.

E stavolta metto la faccia per una questione che mi tocca molto profondamente, perché mai farò mancare il mio appoggio al progresso, allo sviluppo, alla ricerca e alla lotta contro le malattie.
Lo faccio usando tutto ciò che posso, usando le parole e la mia immagine, cercando di trasformarle in uno di quei gesti concreti che tanto mi piacciono: per questo, quando mi hanno chiesto di indossare la speciale t-shirt LOVE DESIGN ® per dare voce e sostegno a una splendida iniziativa, ho accettato immediatamente, senza la minima esitazione, con grande sincerità ed entusiasmo.

Di cosa si tratta?

Ora ve lo racconto.

Si tratta di un’iniziativa benefica ideata da AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro) e ADI (Associazione per il Disegno Industriale) i quali, da 14 anni, realizzano insieme LOVE DESIGN ®, ovvero un evento a sostegno della ricerca oncologica italiana: dura tre giorni e si svolge ogni due anni in collaborazione con le maggiori aziende di design.

Ma che cosa unisce il mondo del design e il mondo scientifico?

Entrambi, design e scienza, guardano verso un futuro che si baserà principalmente sulla ricerca e, proprio grazie a questa affinità, da un’idea dell’architetto Carlo Forcolini (l’allora presidente ADI), nel 2003 nacque un’alleanza sfociata nell’evento Il Design sostiene la Ricerca poi diventato LOVE DESIGN ®.

Reso possibile grazie all’impegno congiunto dei marchi leader del design italiano e grazie all’impegno di ADI che, tra l’altro, garantisce l’autorevolezza dell’iniziativa in termini di qualità dei prodotti, LOVE DESIGN ® favorisce il dialogo tra l’eccellenza della creatività italiana, la ricerca scientifica e il valore della solidarietà.

L’appuntamento per quest’anno è da venerdì 20 a domenica 22 ottobre 2017 alla Fabbrica del Vapore a Milano in via Giulio Cesare Procaccini 4: qui saranno esposti prodotti e accessori donati da aziende del calibro di Alessi, B&B Italia, Kartell, Molteni & C, Edra, Poliform e tanti altri, tutti disponibili a condizioni molto vantaggiose con lo scopo di raccogliere fondi per la ricerca sul cancro.

L’obiettivo di AIRC per questa edizione è inoltre il finanziamento di tre borse di studio triennali, ciascuna del valore di 75.000 euro, destinate a giovani ricercatori italiani: come per tutti i progetti promossi dall’Associazione, i destinatari di questi fondi verranno selezionati attraverso un processo rigoroso, meritocratico e trasparente, altro ottimo motivo per il quale do il mio appoggio con piena fiducia.

E quindi, amici miei, cosa aspettiamo?

La bellezza ci piace, l’eccellenza ci piace, il design ci piace e ci piace anche lo shopping; non ci piace il cancro e non ci piace che l’abbia vinta.

Dunque… scommetto che anche voi, come me, non esiterete. E scommetto che la vostra voglia di solidarietà è grande almeno quanto la mia.

E allora vi lascio il sito e la pagina Facebook di LOVE DESIGN ® dove potrete trovare tutte le informazioni utili e interessanti approfondimenti.

Non vi bastano sito e pagina Facebook? Ecco allora anche l’account Instagram e quello Twitter 🙂

Dal 20 al 22 ottobre ci sarà un’ottima occasione per usare la carta di credito, non solo per acquistare qualcosa di bello e utile, ma anche per compiere un atto di generosità e solidarietà che ci renderà a tutti gli effetti membri di una società che vuole guardare avanti, verso un futuro migliore e più evoluto.

Manu

#lovedesign #lovedesignairc #ildesignsostieneairc #facciamolosparire #iocisono #airc #adi #fabbricadelvapore

Unopiù e quel nostro bisogno di armonia tra casa e paesaggio

Noi esseri umani abbiamo talvolta strane abitudini nonché atteggiamenti e comportamenti che possono risultare davvero buffi se non addirittura bizzarri.

Prendete, per esempio, il nostro rapporto con i sogni: abbiamo luoghi immaginari in cui riporli in attesa – credo – di poter fare qualcosa affinché si avverino.

In tale ottica, moltissime persone mettono i loro sogni in un cassetto: a me il cassetto comunica invece un senso di disagio, è un posto troppo statico.

Temo infatti che possa tramutarsi in un dimenticatoio nel quale i sogni finiscono per restare prigionieri, una trappola senza via di uscita nella quale vengono condannati a prendere polvere, magari in eterno.

Preferisco pensare di metterli in una valigia perché posso portarla con me, cercando di tenere così sempre ben presenti i sogni, gli obiettivi e i progetti ancora da realizzare.

Certo, questo mio bagaglio immaginario è un po’ pesante in quanto è sempre pieno e non credo che riuscirò mai a vederne il fondo, ma forse nemmeno lo voglio: avere sogni e progetti in perenne evoluzione e movimento ci mantiene scattanti e vitali. Ciò che è importante è che vengano appunto fatti girare, proprio come i capi di una valigia intelligente e ben organizzata.

Sapete, nella mia valigia c’è spazio per sogni e progetti di varia grandezza e di ogni tipo: alcuni sono particolarmente ambiziosi – e so che richiederanno molto tempo e impegno per essere realizzati – mentre altri sono più piccoli o quotidiani. Oppure sono estremamente pratici e concreti.

Tra quelli pratici, c’è il sogno di possedere un giardino, fatto che è direttamente proporzionale alla mia passione per la bella stagione, ovvero il momento dell’anno in cui mi sento rinascere proprio come una bestiola che esca dal letargo.

Pensate che c’è stato un periodo della mia vita in cui ho avuto una casa con un terrazzo talmente ampio da poter tranquillamente assomigliare a un giardino: peccato che a essere sbagliato fosse il momento in cui l’ho avuto. Pazienza, c’est la vie.

E così ora sogno un giardino, anche piccolo. Mi piacerebbe avere spazio per qualche poltroncina, per poter creare una sorta di salotto all’aria aperta, e mi piacerebbe avere lo spazio per un bel barbecue: impazzisco per carne e verdure grigliate! Leggi tutto

Second hand economy: i miei tre negozi preferiti a Milano

Oggi desidero parlare con voi di un argomento che mi sta molto a cuore: il second hand.

In un momento storico ed economico in cui circola meno denaro rispetto al passato (penso, per esempio, ai più goderecci Anni Ottanta), una delle soluzioni possibili è quella di allungare il ciclo di vita degli oggetti: così, dopo decenni di consumismo e di filosofia usa e getta, è il momento d’oro del riuso, dal vintage ai negozi second hand (o seconda mano), dai mercatini delle pulci alla pratica dello swap party.

Prima di tutto, però, occorre fare una doverosa distinzione tra vintage e second hand.

Il termine vintage indica espressamente oggetti prodotti almeno vent’anni prima del momento attuale e dunque si differenzia dal second hand che di solito è più recente. La caratteristica principale di un oggetto o di un capo vintage non è dunque quella di essere stato utilizzato in passato, bensì il valore che ha acquisito nel tempo per le sue doti di irripetibilità e irriproducibilità: rappresenta una testimonianza dello stile di un’epoca passata e magari ha anche segnato un particolare momento storico o un passaggio importante della moda o del design.

Tutto ciò è intrinseco già nel nome stesso: vintage deriva infatti dal francese antico vendenge, termine inizialmente coniato per i vini vendemmiati e prodotti nelle annate migliori e poi diventato sinonimo dell’espressione d’annata.

Io amo molto il vintage: qui nel blog, tale argomento gode di un tag dedicato e sono inoltre un’assidua frequentatrice di tutte le edizioni di Next Vintage, importantissima manifestazione di settore che si svolge due volte all’anno, in primavera e in autunno, al Castello di Belgioioso, in provincia di Pavia.

Oggi, però, desidero concentrarmi in particolare sul second hand.

In Paesi quali Inghilterra e Francia, la passione per l’usato è molto diffusa e lo è da tempo: per i nostri cugini d’oltralpe, per esempio, frequentare i cosiddetti mercatini delle pulci è spesso una piacevole occupazione del fine settimana.

La second hand economy non è dunque un fenomeno inedito: esiste da molto tempo, ma ciò che sta cambiando è il peso specifico che inizia a rivestire.

Oggigiorno, infatti, non è più unicamente un buon modo per risparmiare: basta guardare le cifre delle indagini di mercato per capire come stia piuttosto diventando un nuovo stile di vita e un nuovo modo di guardare alle cose.

Per intenderci: anche chi può o potrebbe comprare cose nuove (e magari costose) inizia ad apprezzare magia, divertimento, riscoperta, ovvero i valori insiti nel second hand.

E se qualcuno lo fa invece solo per ostentare… aspettate, cercherò di essere buona… se qualcuno lo fa solo per assumere un certo tipo di atteggiamento… beh, peggio per lui o per lei.  Leggi tutto

Tattoo sì o no? Nel dubbio… provate con la poltrona!

Chi frequenta questo spazio con una certa costanza lo sa: qui si trovano spesso proposte inconsuete, definiamole così.
Possono partire dalla moda (abiti, accessori, mostre, concorsi) per passare dal cibo (per esempio, un gelato artigianale di gran qualità oppure una birra a base di lievito della Patagonia) fino ad arrivare a una poltrona, proprio come quella che vedete qui sopra.
Talvolta, ciò che propongo fa sì che mondi solo apparentemente lontani possano incrociarsi.
Cosa lega il tutto?
La mia curiosità.
L’eterno desiderio di condividere bellezza, capacità, talento, passioni, emozioni nelle mille forme che possono assumere.
Un pizzico di provocazione, ovvero la spinta che stimola ad abbracciare il cambiamento, l’evoluzione e le trasformazioni.
Mi piace l’idea di condividere scelte libere dai diktat, inclusi i miei: le mie non sono infatti imposizioni, mai e in nessun caso, bensì suggerimenti. Sussurrati.
Perché sta solo a chi legge la decisione finale. Mi piace? Non mi piace? Adotto? Non adotto? L’importante – secondo me – è essere curiosi.

Ho parlato in diverse occasione dei tatuaggi e di ciò che penso a tal riguardo.
Credo che essi non siano solo ornamenti, ma che costituiscano anche e soprattutto un linguaggio.
Il tatuaggio è stato adottato da molti popoli e, a seconda degli ambiti e dei periodi storici, ha rappresentato una sorta di carta d’identità del singolo individuo oppure ha incarnato una pratica volta ad accomunare le persone. Poteva essere un segno di appartenenza, ma anche un rito di passaggio, per esempio quello all’età adulta: poteva simboleggiare un legame relativo a convinzioni religiose, spirituali e magiche.
Ammetto che le motivazioni per le quali oggi ci si fa un tatuaggio sono spesso molto differenti da quelle del passato, eppure persiste il desiderio di comunicare qualcosa di sé agli altri. Anticamente, l’individuo non era in genere libero né di decidere di essere o meno marchiato né di scegliere il disegno da portare sulla pelle: oggi, si sceglie un tatuaggio come celebrazione dei propri gusti e del proprio modo di essere, come manifesto degli eventi personali della propria vita oppure come segno di legami affettivi.
Io ne ho tre: rappresentano tutti momenti o passaggi cruciali della mia vita nonché, appunto, legami affettivi importanti. Quello che porto sul braccio destro è dedicato a mia sorella e a mia nipote. E mia sorella ne ha uno identico.

E così, dopo aver parlato di tattoo su pelle umana e perfino di scarpe tatuate, oggi vi parlo della poltrona Opus Tattoo.
Garantire un pezzo unico, disegnato e realizzato per noi: è ciò che desidera fare la Sergio Villa Mobilitaly proponendo una poltrona in pelle a effetto tatuato.
L’azienda nasce dall’incontro tra l’architetto Carlo Rampazzi e la bottega artigiana di Sergio Villa situata in Brianza, uno dei centri d’eccellenza per la produzione del mobile. La loro idea è quella di creare una sorta di sartorialità dell’arredamento: sostengono infatti che, come accade nella moda, anche i mobili possiedono una valenza che va oltre le fugaci tendenze.
Carlo e Sergio vogliono fare del mobile il centro dell’attenzione, vogliono suscitare emozioni attraverso i loro progetti, attraverso oggetti senza tempo, slegati da trend effimeri e incastonati nel mondo.
Con Opus Tattoo, Sergio, artista decoratore, crea un legame tra la personalità del proprietario e l’ambiente in cui vive: la poltrona parla di chi la possiede, come un’opera d’arte che non si produce in serie e che si gode anno dopo anno.
Il materiale di rivestimento è una pelle patinata che viene decorata a mano: il tattoo e il colore della pelle sono personalizzabili.

L’arte di fare mobili è una delle capacità per le quali noi italiani siamo conosciuti in tutto il mondo: è un onore, dunque, ospitare un’idea tanto estrosa.
Una creazione che parla di personalità libera da vincoli nonché dell’ironia della provocazione, proprio come piace a me.

Manu

 

Se volete approfondire a proposito del lavoro della Sergio Villa Mobilitaly, qui trovate il sito.

Se vi ho incuriositi parlando di scarpe tatuate, qui e qui trovate i miei post.

Feeling like a princess, la quotidianità del lusso secondo MAD Zone

Un paio di settimane fa, ho pubblicato un articolo dedicato a MAD Zone, la creatura di Tania Mazzoleni.

Creatura è il termine giusto, credetemi: MAD Zone è uno spazio vivo, un po’ negozio, un po’ salotto (nel senso più autentico del termine), un po’ laboratorio di moda, arte e design.

L’avevo descritto come “in continua evoluzione”: sono tornata mercoledì scorso per un vernissage e ho avuto la prova che è davvero così, lo store cambia e si evolve continuamente proprio come una creatura vivente.

Ho trovato un allestimento completamente diverso rispetto alla mia precedente visita, sorprendente e – ancora una volta – favoloso: Tania ha infatti pensato che MAD Zone dovesse celebrare l’estate con un evento molto speciale intitolato Feeling like a princess, la quotidianità del lusso.

La volontà dell’iniziativa è quella di rappresentare il mondo del lusso contemporaneo come la possibilità di riconoscere e portare con sé la bellezza ogni giorno, con eleganza, naturalezza e un tocco di ironia: Tania ha voluto mettere in scena l’idea di una moderna principessa, anticonvenzionale e dalla personalità dirompente, e l’ha fatto attraverso le creazioni oniriche e visionarie della stilista inglese Mihaela Teleaga, attraverso lo storico marchio di borse e accessori Leu Locati e attraverso le opere del ritrattista e illustratore Roberto Di Costanzo.

Visto che l’idea di lusso contemporaneo di MAD corrisponde anche alla mia, sono felice di condividere con voi racconto e foto del vernissage di mercoledì 8 giugno. Leggi tutto

MAD Zone, benvenuti in una follia che è tutta salute

Chi mi conosce bene e chi legge abitualmente A glittering woman sa che esistono cose in grado di farmi perdere l’aplomb che, di solito, mi accompagna.

Una di queste cose è l’uso improprio di determinate parole o espressioni: credo di avere già scritto quanto mi infastidisca, per esempio, l’abuso di termini quali icona e mito. Iconico o mitico sono aggettivi oggi attribuiti con grande generosità: peccato che, invece, poche cose e poche persone lo siano realmente e dunque simili definizioni andrebbero dosate con grande parsimonia.

Purtroppo, oggigiorno esiste questa tendenza: se si prende di mira una parola si tende a metterla ovunque.

Vi faccio un altro esempio: è di moda definire come concept store diversi tipi di spazi commerciali, soprattutto quelli specializzati in merci di vario genere. E così, d’un tratto, molti negozi sono – o sono diventati – concept store.

Io non ci sto: concept store ha un significato molto preciso, è un’espressione bellissima che presuppone e prevede un’idea e una progettualità, dunque non può essere usata a casaccio per qualsiasi negozio che semplicemente venda diversi tipi di merce. Non basta questo per essere un concept store: se non ci sono un filo conduttore preciso e un progetto di respiro più ampio occorrerebbe piuttosto parlare di negozi multimarca e lo dico con tutto il rispetto possibile, sia ben chiaro. In caso di spazi di dimensioni maggiori o con ancora maggiore varietà di prodotto, si può parlare di grandi magazzini o department store per chi preferisce l’inglese.

Qualcuno penserà che sono una pesantissima brontolona, ma a mia discolpa posso dire che amo a tal punto le parole che mi piace che vengano rispettate: al contrario, non amo la confusione né apprezzo il qualunquismo e il pressapochismo che spesso vanno di moda al pari delle parole mito e icona. Leggi tutto

Nel giardino dei ciliegi giapponesi con Queenie Rosita Law

A volte, ho l’impressione che il tempo sia un despota capriccioso: si diverte a tiranneggiarci senza alcuna pietà e rende i nostri impegni simili a macigni pronti a schiacciarci.

Il lavoro, per esempio, occupa gran parte della nostra esistenza, senza far distinzioni o preferenze tra lavoratori dipendenti e freelance: ora che ho provato entrambe le condizioni, posso dirvi che non cambia granché. Molto spesso, da freelance si finisce semplicemente con avere molti datori di lavoro al posto di uno solo.

Terminata la parentesi lavoro, iniziano poi le incombenze familiari, le commissioni da sbrigare, le faccende domestiche.

E, infine, viene il tempo per noi stessi: sì, l’ho messo appositamente per ultimo perché è quello che facciamo più fatica a trovare. Troviamo tempo per tutto, ma non per noi stessi né per concederci un po’ di tregua.

Siamo buffi, vero? Per questo sostengo che – spesso – siamo i peggiori nemici di noi stessi (e io sono una campionessa, potrei vincere una medaglia se esistesse una disciplina olimpica).

Questo piccolo discorso è per dirvi che tutto ciò che parla di tempo (e non mi riferisco al meteo) esercita un’indicibile attrazione sulla sottoscritta: sono affascinata soprattutto quando a raccontare le sue sfaccettature sono artisti che ne hanno fatto il fulcro dei loro studi.

Poco tempo fa, ho parlato di un interessante progetto firmato dal fotografo Davide Cappelletti e incentrato sullo scorrere del tempo in un giardino; una persona che stimo mi ha ora sottoposto un altro progetto molto intrigante intitolato The invisible gap. Leggi tutto

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