Space Girls, Space Women: lo sguardo e il contributo femminile allo Spazio

Per gentile concessione del Museo da Vinci, dalla mostra Space Girls, Space Women: l’astronauta italiana Samantha Cristoforetti

L’ho scritto tante volte: non potrei vivere di sola moda perché i miei interessi sono molteplici e variegati.

Sono curiosa verso la vita e occuparmi esclusivamente di moda equivarrebbe a sedermi a tavola e gustare un solo tipo di pietanza, ignorando tutti gli altri sapori: lo considererei noioso e monotono.

È vero, ho alcuni piatti preferiti e ai quali non rinuncerei mai ma, visto che sono una buongustaia, non potrei nutrirmi solo di quelli: parallelamente, nonostante io ami follemente la moda che considero una potente forma di linguaggio, non potrei mai limitarmi a essa ignorando altre modalità di comunicazione altrettanto capaci di raccontare i molteplici aspetti della storia umana, del costume e della società.

Sono dunque molto felice ogni volta in cui prestigiose istituzioni quali il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci mi invitano alle anteprime stampa, dandomi l’opportunità di incontrare e ascoltare esperti di diversi ambiti culturali: mercoledì scorso, sono stata invitata all’anteprima che ha introdotto Space Girls, Space Women – Lo Spazio visto dalle Donne, ovvero una splendida mostra che racconta lo sguardo e il contributo femminile all’esplorazione dello Spazio.

Per raccontare il ruolo delle donne nella ricerca spaziale, un gruppo di fotografe ha realizzato una serie di scatti in tutto il mondo: sono stati raccolti in una mostra voluta in Italia dall’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e inaugurata il 20 aprile al Museo da Vinci, qui a Milano. Seguirà una seconda inaugurazione a Roma, nel mese di maggio, proprio nella sede dell’ASI.

Prima di raccontarvi i principali fatti e dettagli della mostra, desidero però dirvi perché ho scelto di parlarne qui nel blog.

E partirò affermando di essere cresciuta con il mito della scoperta, dell’ignoto e dello Spazio.

Da ragazzina, ho divorato i libri di Jules Verne, uno dei padri della fantascienza moderna: i suoi romanzi – da Viaggio al centro della Terra a Ventimila leghe sotto i mari passando per Dalla Terra alla Luna, scritto nel 1865, più di 100 anni prima dell’allunaggio del 1969 – mi tenevano con il fiato sospeso, mi trasportavano in mondi lontani e mi facevano sognare.

In seguito, è toccato a Isaac Asimov e a diversi dei romanzi e racconti con i quali il celebre scrittore ha ipotizzato la storia futura dell’umanità.

Lo Spazio, dunque, è uno degli interessi più grandi che ho e il Museo da Vinci ha già in passato dato piena soddisfazione a questa mia sconfinata passione come quando, il 28 ottobre 2014, mi sono ritrovata ad ascoltare il grande astronauta Eugene Cernan, completamente affascinata dal suo carisma.

L’occasione di incontrarlo mi è stata data grazie alla serata di inaugurazione dell’Area Spazio, esposizione permanente del Museo.

Tale area è pensata come un viaggio interattivo tra oggetti, luoghi, personaggi, curiosità e tecnologie relative all’astronomia e all’esplorazione del cosmo: Eugene Cernan – comandante della missione Apollo 17 nel 1972 e tutt’oggi ultimo uomo ad aver lasciato la Luna – è stato l’ospite d’onore dell’inaugurazione.

Il secondo motivo per cui ho scelto di parlare di Space Girls, Space Women è altrettanto importante: sono migliaia le donne che operano nel settore spaziale, poche quelle che guidano i vertici di enti e società del settore.

La ricerca è un ambito in cui la crescita della presenza femminile ha segnato un forte incremento: eppure, se dalla prima donna nello spazio nel 1963 tanta strada è stata fatta (l’astronauta sovietica Valentina Vladimirovna Tereškova, classe 1937, oggi 80enne), è altrettanto vero che molta, ancora, ne resta da fare. Leggi tutto

Andrea de Carvalho, arte senza confini dalla pittura al gioiello

Oggi parlo – nuovamente e con immenso piacere – di una realtà che gode di tutta la mia stima.

Nell’ambito della recente Milano Design Week, sono tornata a fare visita a MAD Zone, concept store meneghino che apprezzo fortemente e del quale ho scritto spesso, un’autentica fucina di talenti tra arte, moda e design, una wunderkammer magistralmente condotta e armonizzata (fatto importante!) dalla brava Tania Mazzoleni.

In via Brera 2, per tutta la durata della MDW, è stato possibile visitare l’allestimento Erotic Pop Design | The Contemporary Design of Love, un progetto di Tania con sottotitolo assai chiaro, ovvero Quando l’amore contagia il design e viceversa.

L’esposizione risultava ironica e divertente, per nulla volgare né morbosa, perfetta per risvegliare i sensi e ricordare che seduzione ed erotismo partono (o dovrebbero partire) dalla nostra testa.

Dalla moda al design di interni passando per il gioiello, tra i creativi e gli artisti che Tania ha voluto coinvolgere nel progetto Erotic Pop Design, sono rimasta molto colpita da Andrea De Carvalho e così è lei la protagonista della storia che vi racconto oggi.

Andrea De Carvalho nasce a San Paolo, in Brasile, nel 1966.

La madre, pittrice, la fa studiare presso la scuola tedesca Waldorf: poi, a soli vent’anni, nel 1986, Andrea si trasferisce a Parigi dove studia fashion design e storia della moda.

Nela capitale francese frequenta la École Jeoffrin Byrs des Arts, de la Mode et dy Stylisme e nel 1989, diploma in tasca, rientra a San Paolo dove inizia a dipingere: diventa assistente del pittore italo-brasiliano Gaetano Miani al seguito del quale, nel 1991, si trasferisce in Italia. Leggi tutto

Urban Finder mi ha messo il grembiule da cuoca (e mi è piaciuto)

Desidero raccontare una novità: sono diventata una UF Lover!

E che cosa sarà mai? – vi chiederete forse voi.

Prima di tutto, vi dico che è una cosa bella, anzi bellissima, una di quelle che piacciono a me: parliamo di condivisione e di condivisione costruttiva e di qualità.

E poi, per spiegarvi cosa sia un UF Lover, vi racconto prima di tutto cos’è Urban Finder, la app dalla quale viene l’acronimo UF.

Urban Finder è, appunto, una app che è stata inventata per aiutare ogni persona a scoprire ciò che cerca in una data città (come suggerisce il nome stesso), trovando le soluzioni più adatte rispetto ai propri gusti e alle proprie esigenze.

È un sistema dedicato sia a chi vive in una certa città sia a chi in quella città arriva per lavoro o turismo, offrendo interessanti spunti e alternative alle consolidate abitudini per i cittadini e creando percorsi su misura per chi è nuovo.

Come funziona Urban Finder?
Attraverso un brevissimo questionario che fa parte della registrazione, la app cerca di conoscere alcune delle caratteristiche utili per effettuare ricerche semplici oppure avanzate e quindi maggiormente raffinate. Leggi tutto

Transformers Art a Milano per difendere ambiente e speranza

Quando io e mia sorella eravamo piccine ci veniva permesso di guardare pochissima televisione: mia mamma esigeva che prima facessimo fronte ai nostri impegni scolastici e comunque, anche una volta terminati i compiti, continuava a preferire che ci dedicassimo ad altre attività quali il gioco oppure lo sport.

Vi confesso che oggi sono felice della scelta di mia mamma: guardo la televisione raramente in quanto non mi diverte né mi incuriosisce particolarmente e ho sempre preferito la lettura, per esempio. E sapete perché, oggi, trovo la televisione meno interessante del web? Perché permette un livello di interazione a mio avviso troppo basso: qualcuno dà e qualcun altro – noi spettatori – riceve senza possibilità di intervento o di inversione dei ruoli. Trovo sia un intrattenimento un po’ passivo, insomma, e a me piace invece ciò con cui posso interagire.

Tornando alla mia infanzia: tra i pochi programmi che io e mia sorella potevamo guardare figuravano i programmi per i bambini, alcuni selezionatissimi programmi di prima serata (quando la prima serata era davvero tale e iniziava presto) e, naturalmente, i cartoni animati. Non tutti, in verità.

Ricordo, però, che mi era consentito guardare Ufo Robot alias Goldrake, uno dei primissimi cartoni animati di genere fantascientifico e forse tale permesso era merito di mio papà che è sempre stato un appassionato delle avventure spaziali e futuristiche. Fu con lui che mi appassionai anch’io al genere e fu sempre con lui che, qualche anno dopo, iniziai a guardare film e telefilm ambientati in quel futuro immaginario che da sempre ha affascinato scrittori e registi: amerò per sempre la saga di Star Wars, riguarderò sempre con piacere Star Trek, soprattutto i vecchi episodi.

(Altro inciso: immaginate la mia gioia quando, alcuni mesi fa, per lavoro, ho avuto l’immenso onore di conoscere di persona il grande Luigi Albertelli. Importantissimo paroliere e autore televisivo, Albertelli è colui che ha scritto innumerevoli, bellissime e indimenticabili canzoni per tanti interpreti e ha fatto felici anche i bambini come me scrivendo le sigle di Ufo Robot, Capitan Harlock, Daitan III.)

La mia passione per fantascienza e robot si è nutrita anche con i Transformers: negli Anni Ottanta, con la serie animata e il primo film; poi, in tempi più recenti, a partire dal 2007, con la prima pellicola d’azione diretta da Michael Bay che ha poi avuto ben quattro sequel, l’ultimo dei quali in arrivo il prossimo giugno. Leggi tutto

L’Oste della Bon’Ora, ode alla buona tavola e alla qualità del tempo

Se mi chiedessero di descrivermi con un solo aggettivo, credo che sceglierei curiosa.

Specifico che la mia è una curiosità da intendersi in senso del tutto positivo (nulla che abbia a che vedere con la morbosità verso i fatti personali altrui, per esempio): è un appetito che non sazio mai, è un istinto profondamente radicato e che non mi abbandona, è uno stimolo che mi spinge costantemente a esplorare le infinite sfaccettature della vita. Ciò che non conosco non mi spaventa, anzi, al contrario, mi solletica.

Tra i vari termini che ho usato figura appetito e sapete una cosa? Ci sta proprio bene, metaforicamente e letteralmente, perché il cibo è ai primi posti tra le mie curiosità: è uno dei miei tantissimi interessi e, se sono negata a cucinare (lo confesso con una certa vergogna), sono invece bravissima a mangiare. Mi ritengo una campionessa a livello olimpico o meglio una buongustaia.

Mi piace mangiare e bere bene (bere con moderazione, ben inteso) e mi piace fare tutto ciò in compagnia (buona compagnia): sono una forchetta di tutto rispetto e, nonostante la mia stazza non sia affatto imponente, tanti rimangono sorpresi per quanto il mio appetito risulti robusto.

Curiosità e gusto per la (buona) tavola vanno molto d’accordo, si sa, e sono proprio queste due caratteristiche – insieme al mio grande amore per Roma – ad avermi fatto accettare l’invito a provare la vera cucina della capitale giunta qui a Milano per una trasferta temporanea: abitualmente, trovate L’Oste della Bon’Ora nella sua storica location di Grottaferrata, nello splendido contesto dei Castelli Romani, ma fino al 28 febbraio potete incontrare Massimo Pulicati – l‘Oste – in uno spazio al secondo piano del celebre Eataly Smeraldo, tempio meneghino in cui si celebra l’eccellenza della cucina italiana. Leggi tutto

Feeling like a princess, la quotidianità del lusso secondo MAD Zone

Un paio di settimane fa, ho pubblicato un articolo dedicato a MAD Zone, la creatura di Tania Mazzoleni.

Creatura è il termine giusto, credetemi: MAD Zone è uno spazio vivo, un po’ negozio, un po’ salotto (nel senso più autentico del termine), un po’ laboratorio di moda, arte e design.

L’avevo descritto come “in continua evoluzione”: sono tornata mercoledì scorso per un vernissage e ho avuto la prova che è davvero così, lo store cambia e si evolve continuamente proprio come una creatura vivente.

Ho trovato un allestimento completamente diverso rispetto alla mia precedente visita, sorprendente e – ancora una volta – favoloso: Tania ha infatti pensato che MAD Zone dovesse celebrare l’estate con un evento molto speciale intitolato Feeling like a princess, la quotidianità del lusso.

La volontà dell’iniziativa è quella di rappresentare il mondo del lusso contemporaneo come la possibilità di riconoscere e portare con sé la bellezza ogni giorno, con eleganza, naturalezza e un tocco di ironia: Tania ha voluto mettere in scena l’idea di una moderna principessa, anticonvenzionale e dalla personalità dirompente, e l’ha fatto attraverso le creazioni oniriche e visionarie della stilista inglese Mihaela Teleaga, attraverso lo storico marchio di borse e accessori Leu Locati e attraverso le opere del ritrattista e illustratore Roberto Di Costanzo.

Visto che l’idea di lusso contemporaneo di MAD corrisponde anche alla mia, sono felice di condividere con voi racconto e foto del vernissage di mercoledì 8 giugno. Leggi tutto

MAD Zone, benvenuti in una follia che è tutta salute

Chi mi conosce bene e chi legge abitualmente A glittering woman sa che esistono cose in grado di farmi perdere l’aplomb che, di solito, mi accompagna.

Una di queste cose è l’uso improprio di determinate parole o espressioni: credo di avere già scritto quanto mi infastidisca, per esempio, l’abuso di termini quali icona e mito. Iconico o mitico sono aggettivi oggi attribuiti con grande generosità: peccato che, invece, poche cose e poche persone lo siano realmente e dunque simili definizioni andrebbero dosate con grande parsimonia.

Purtroppo, oggigiorno esiste questa tendenza: se si prende di mira una parola si tende a metterla ovunque.

Vi faccio un altro esempio: è di moda definire come concept store diversi tipi di spazi commerciali, soprattutto quelli specializzati in merci di vario genere. E così, d’un tratto, molti negozi sono – o sono diventati – concept store.

Io non ci sto: concept store ha un significato molto preciso, è un’espressione bellissima che presuppone e prevede un’idea e una progettualità, dunque non può essere usata a casaccio per qualsiasi negozio che semplicemente venda diversi tipi di merce. Non basta questo per essere un concept store: se non ci sono un filo conduttore preciso e un progetto di respiro più ampio occorrerebbe piuttosto parlare di negozi multimarca e lo dico con tutto il rispetto possibile, sia ben chiaro. In caso di spazi di dimensioni maggiori o con ancora maggiore varietà di prodotto, si può parlare di grandi magazzini o department store per chi preferisce l’inglese.

Qualcuno penserà che sono una pesantissima brontolona, ma a mia discolpa posso dire che amo a tal punto le parole che mi piace che vengano rispettate: al contrario, non amo la confusione né apprezzo il qualunquismo e il pressapochismo che spesso vanno di moda al pari delle parole mito e icona. Leggi tutto

La Moda aiuta il Duomo e instaura un dialogo tra apparenza ed essenza

Ho espresso più volte, qui e in altre sedi, il mio entusiasmo per il fermento che sta animando Milano.

Sono felice di cogliere e sottolineare tutta una serie di elementi concreti che mi fanno ben sperare che la mia città torni a essere una delle protagoniste della vita culturale e sociale italiana: talvolta, mi sono spinta fino a esprimere il sogno di un nuovo Rinascimento.

Non mi pento di queste parole e di queste speranze, anzi, le riconfermo proprio ora: in questi giorni, la città è piacevolmente invasa dal movimento generato dal Salone del Mobile e dalla Design Week e devo dire che si respira un’atmosfera bellissima, allegra, vivace e vitale. Come se ciò non bastasse, giovedì mattina ho partecipato all’inaugurazione di un evento che ha dato ancor più senso al mio entusiasmo in quanto unisce due dei miei grandi amori, quello per Milano – appunto – e quello per la Moda (questa è una delle occasioni in cui il termine va scritto con la M maiuscola).

Da buona milanese, quando parlo di amore per la mia città non posso non pensare al Duomo, una delle più grandi cattedrali gotiche in Italia e in Europa.

Il Duomo è il simbolo che rappresenta il capoluogo lombardo nel mondo grazie a una straordinaria architettura frutto di una storia secolare: generazione dopo generazione, epoca dopo epoca, lo scorrere del tempo ha scolpito e plasmato il marmo della Cattedrale, unendo tecniche e soluzioni ideate e realizzate da sapienti artisti e artigiani. Leggi tutto

Ogni vita è paese se troviamo la forza di un sorriso

“Regalami un sorriso / per i miei giorni tristi / per quando farà buio / se tu non ci sarai…”
Qualcuno ricorda questa canzone un po’ vintage di Drupi? Mi sono ritrovata a canticchiarla senza nemmeno accorgermene quando una persona che stimo mi ha chiesto di partecipare a un bel progetto che si chiama Ogni vita è paese.
Domenica 17 aprile presso il Chiosco del Parco Trapezio di Rogoredo Santa Giulia, a Milano, dalle ore 11 alle 19, l’Associazione La forza di un sorriso presenterà una mostra fotografica con un format particolare e che amo molto: immagini scattate durante viaggi in diverse città e luoghi dell’Africa verranno messe in dialogo con fotografie scattate in Italia e in Europa.
La mostra si configura come seconda parte di un progetto partito dal quartiere Rogoredo lo scorso autunno grazie a I volti dell’Africa, esposizione che ha riscosso grande successo tanto da essere ora in tour presso altre città d’Italia.
Dopo tale successo e a seguito della risposta positiva, l’Associazione ha voluto partire nuovamente dallo stesso quartiere in cui l’idea è nata e si è consolidata, continuando a puntare sullo spirito di condivisione e di solidarietà.
La nuova esposizione prevede foto di vari momenti, situazioni e volti africani – bambini, giovani e anziani – ai quali si affiancano ritratti di vita quotidiana tra Italia ed Europa: ne nasce un parallelo interessante. Da una parte, infatti, si evidenziano tante e diverse declinazioni; dall’altra, risaltano giochi di luci e di ombre del tutto simili e che vanno ben oltre le distanze geografiche e culturali.
Ogni Paese ha infatti i bambini che giocano all’aperto, il mercato di quartiere, i panni stesi al sole; in ogni Paese la natura crea scenari e paesaggi straordinari, dallo sbocciare di un fiore alle sfumature di un tramonto. Magari lo fa con forme differenti o altri colori, è vero, ma il punto è che uno solo è il mondo e una sola è la vita: che sia qui o che sia lì, che sia in Europa o in Africa, ogni luogo ha le sue bellezze, i suoi sorrisi e le risorse necessarie per inventarsi – e reinventarsi – ogni giorno. Ecco perché Ogni vita è paese. Leggi tutto

Barbie Awards: scommettiamo che puoi essere tutto ciò che desideri?

Chi mi conosce bene sa della mia cordiale avversione verso ricorrenze da calendario e feste comandate; ogni tanto, qualcuno mi chiede il perché di tale avversione.

Vedete, il problema è proprio in quell’aggettivo, comandate, sinonimo di obbligo e di imposizione, e alle imposizioni sono un po’ allergica da sempre – chiedetelo a mia madre la quale ha dovuto combattere con un’adolescente con le idee già piuttosto chiare circa libertà e indipendenza.

Il mio pensiero è questo: se il giorno di Natale dovessi non aver voglia di vedere nessuno? Se il giorno della Festa della Donna o del mio compleanno non mi sentissi affatto in vena di festeggiare? Se dovessi sentirmi felice in un giorno diverso dal giorno di Natale, dal giorno della Festa della Donna o da quello del mio compleanno?

Rivendico il diritto – per me e per tutti – di essere felici o tristi non a comando o in un giorno prestabilito, ma seguendo il nostro cuore.

Ecco perché adoro essere invitata a feste tenute in un giorno non convenzionale. Ecco perché adoro le non-ricorrenze, le non-festività, i non-compleanni. Ecco perché adoro festeggiare la Festa della Donna il 9 marzo, per esempio, e non l’8.

Ed è proprio ciò che mi è capitato grazie a Barbie (sì, di nuovo lei!) e nello specifico grazie ai Barbie Awards che si sono svolti al Mudec, il Museo delle Culture di Milano, mercoledì 9 marzo: una location non a caso, visto che proprio il Mudec ha ospitato fino a ieri, domenica 13 marzo, la mostra Barbie The Icon della quale mi sono occupata anch’io per SoMagazine. Leggi tutto

El Tredesìn de Marz: la primavera a Milano riscopre tradizione e leggenda

L’aspetto ogni anno con impazienza prestando attenzione a tutti i piccoli segnali che preannunciano il suo arrivo.
Non mi riferisco a una persona, bensì alla primavera: amo e aspetto talmente tanto questa stagione che lo scorso anno le ho perfino dedicato diversi post qui sul blog.
Sono andata a rileggerli e in uno di essi ho trovato un brano che desidero riportare qui: perdonatemi se mi cito e se mi ripeto, ma sono parole che dipingono bene il mio stato d’animo, oggi come allora.
E non mi importa se Google mi penalizzerà per aver duplicato un (mio!) testo: esistono cose che mi stanno decisamente più a cuore dell’indicizzazione e del posizionamento sui motori di ricerca.

Sono sempre stata un’estimatrice della bella stagione, così come ho sempre detestato il freddo e lungo inverno.
Ogni anno, quando iniziano i primi sentori di primavera, vivo puntualmente le stesse sensazioni: sento scorrere linfa nuova nelle vene e posso finalmente togliermi di dosso un’immaginaria e pesante coltre di torpore.
È come se, durante l’inverno, io congelassi una parte di me in una sorta di letargo per concentrare tutte le risorse verso lo sforzo di sopravvivere: terminata quella che per me è una vera e propria emergenza, le energie mentali e le emozioni tornano a fluire liberamente.
Quando andavo a scuola, sebbene fossi un’alunna piuttosto diligente, l’inizio della bella stagione coincideva con una certa insofferenza a stare chiusa fra quattro mura, costretta su banchi che improvvisamente diventavano stretti: ricordo anche che pregavo mamma affinché facesse il cambio dell’armadio consentendomi di indossare le gonne più leggere, il blazer blu coi bottoni dorati, i mocassini.
Non sono cambiata poi molto da allora e, ancora oggi, il tepore primaverile continua a darmi quella sensazione di solletico dei sensi che mi rende quasi insopportabile l’abituale routine e mi fa venire voglia di spazi liberi e di orizzonti più ampi: mi viene voglia di scappare dal traffico congestionato, dal cemento, dagli angoli di cielo ritagliati tra un palazzo e l’altro.

Così scrivevo a maggio dello scorso anno.
Quest’anno, non è ancora arrivato quel momento in cui, varcando il portone di casa, mi accorgo che l’aria è finalmente cambiata; non è ancora arrivata quella mattina in cui le mie narici si riempiono d’un tratto e a sorpresa di un odore diverso, più leggero e sottile, quell’odore al quale non so dare un nome. È semplicemente l’odore che, per me, segnala l’arrivo della primavera.
Non c’è un giorno preciso in cui ciò capita né è sempre lo stesso, perché le stagioni arrivano realmente – o finiscono – non sempre come è formalmente segnato sul calendario.
Qualcuno penserà magari che quest’anno l’inverno non si è fatto sentire con la solita irruenza: non importa, attendo lo stesso la primavera e non vedo l’ora di annusarla come se fossi una bestiolina che si risveglia dopo il lungo letargo.

Con gioia, dunque, vi parlo di una serie di eventi che si svolgeranno a Milano, la mia città: l’associazione culturale verdeFestival ha organizzato quattro appuntamenti che compongono la rassegna Primavera di verdeFestival e che sono stati pensati per dare il benvenuto alla bella stagione. Leggi tutto

Cartoline virtuali da Milano al tempo di Instagram / PARTE 4

A volte ritornano: capita con le persone, coi ricordi e perfino coi post. Come in questo caso.

Per la prima, la seconda e la terza puntata di questo post, occorre tornare rispettivamente al 30 luglio 2014, al 24 dicembre 2013 e al 30 dicembre 2014. È passato un po’ di tempo, dunque.

L’idea è nata da una riflessione: da ragazzina, soprattutto quando andavo alle medie, partivo per le vacanze estive con una lunga lista di indirizzi, lista che serviva a ricordarmi a chi dovessi mandare le cartoline. Guai a non mandarle e guai a non riceverle, era una sorta di rito.

A mio avviso, oggi è Instagram a svolgere in modo virtuale parte della funzione che avevano le cartoline: Instagram non serve forse a condividere, attraverso immagini e fotografie, ciò che ci piace, ciò che facciamo e i posti in cui andiamo? Le stesse cose che facevamo mandando una cartolina.

E così, visto che le cartoline – poverette – sembrano non andar più di moda, ho pensato di fare dei post raccogliendo le foto che scatto e poi pubblico su Instagram, soprattutto quelle che riguardano la città nella quale vivo: cartoline virtuali da Milano via Instagram. Leggi tutto

Il nuovo vocabolario della moda italiana e la contemporaneità

Il talento, il made in Italy e uno dei musei più interessanti di Milano: prendete questi tre elementi, metteteli insieme e mi fate felice. È ciò che sta succedendo alla Triennale che ospita una mostra unica nel suo genere, nata dal desiderio di celebrare l’Italia della moda contemporanea.

La mostra si chiama Il nuovo vocabolario della moda italiana e manda in scena – fino al 6 marzo 2016 – marchi e creativi che negli ultimi 20 anni hanno rinnovato e recuperato il DNA non solo culturale ma anche tecnico della nostra migliore tradizione, riuscendo a riscriverlo in un linguaggio originale e – appunto – estremamente contemporaneo.

Il nuovo vocabolario della moda italiana analizza la natura più recente della moda attraverso il lavoro dei suoi protagonisti: si va dal prêt-à-porter allo streetwear, dalle calzature alle borse, dai gioielli ai cappelli per scrivere un inedito vocabolario di stile nonché di laboriosità e produttività perché – non dimentichiamolo mai – la moda produce reddito e dà lavoro.

Il vocabolario racconta un tratto di storia del made in Italy, precisamente a partire dal 1998: perché proprio il 1998? Perché è l’anno che, convenzionalmente, segna il passaggio definitivo alle nuove forme della comunicazione, quelle digitali. Leggi tutto

A Milano c’è un giardino incantato

La foto ufficiale della mostra – ph. credit Davide Cappelletti

“Che cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo.”
In molti l’avranno già riconosciuta: è una delle frasi che William Shakespeare fa dire a Giulietta nel secondo atto della sua tragedia più famosa.
Queste parole hanno sempre colpito la mia fantasia e mi sono tornate in mente quando il mio amico Pierangelo Tomaselli mi ha sottoposto un progetto nato dalla sua collaborazione col fotografo Davide Cappelletti.
Si tratta di una mostra che racconta lo scorrere del tempo in un giardino incantato: attraverso oltre 100 foto scattate con molta pazienza nell’arco di sei mesi, sono state create delle sequenze che mostrano la vita dei fiori in momenti differenti per orario, stagione e condizioni atmosferiche.
È il tempo, quindi, il filo conduttore, il tempo come artefice del divenire e come forza trasformatrice capace di agire sui fiori, autentici protagonisti che vengono ritratti dal miracolo dello sbocciare fino alla poesia dolcemente malinconica del loro appassire.
Davide Cappelletti, milanese, classe 1971, non scatta semplici fotografie: parla attraverso la luce e i colori e lo fa mettendoci anima e cuore. Nei suoi lavori, si ispira ai primissimi fotografi e alla loro visione: essi si riproponevano di dare alla fotografia quella manualità e quel senso estetico tali da elevarla allo status di opera d’arte al pari di pittura e scultura. (Piccolo inciso: guardate la foto qui sopra… Secondo me, Davide riesce magnificamente a raggiungere il suo intento.)
Il progetto nasce dal peregrinare di Davide e Pierangelo, entrambi cittadini del quartiere Rogoredo di Milano: nelle loro passeggiate alla scoperta di nuovi percorsi, si sono imbattuti in un orto tra altri orti, ma che da essi emergeva. Coltivato a fiori più che a ortaggi, ai due è sembrato uno spettacolo di forme e colori differenti ad ogni visita: è stato per loro impossibile non soffermarsi ad osservare e catturare attimi unici.
Conosciuto il giardiniere e ottenuto il libero accesso al giardino, hanno coinvolto altre persone nel progetto che stava prendendo forma nelle loro teste: le fotografie sono andate aumentando e l’energia è dilagata. Pur con tanti sforzi e con pochi mezzi, l’idea è diventata sempre più concreta e oggi è una mostra.
Attraverso il racconto della vita nel giardino, le immagini mirano a comunicare la magia di un angolo di quartiere che cela inattese sorprese accompagnate anche dal racconto “Il giardino incantato” scritto da Daniela Troncacci. “Tra i rami di cespugli rigogliosi, occhi curiosi scrutano, al di là dell’ombra delle fronde, e scorgono la magia di un ameno angolo di mondo, dove qualcosa di straordinario, eppure antico, accade ancora”: così scrive Daniela in un brano del suo racconto che dà anche cenni sul linguaggio dei fiori.
Visto che la Natura ci insegna che nulla finisce e tutto ricomincia, così anche “Il giardino incantato” può essere ovunque: questo è il primo passo di un allestimento che gli organizzatori si ripropongono di portare fuori dal quartiere Rogoredo.
Intanto, se siete a Milano in questi giorni, non perdete la prima tappa: io non mancherò, portando nel cuore i versi shakespeariani che mi sono cari.

Manu

Mostra fotografica “Il giardino e il suo tempo – Forme e colori”
Spazio Socio Culturale Coop, via Freiköfel 7, Milano (quartiere Rogoredo)
Dal 10 al 18 ottobre 2015
Orari di apertura: dal lunedì al venerdì dalle 16 alle 18 | sabato e domenica dalle 10 alle 18
Ingresso libero – mezzi pubblici MM3 Rogoredo oppure autobus 84
La mostra, promossa dall’associazione culturale verdeFestival, gode del patrocinio del Consiglio di Zona 4, del Comune di Milano e di ExpoinCittà

Qui trovate la pagina Facebook della mostra e vi saluto con un regalo: qui potete leggere il racconto “Il giardino incantato” scritto da Daniela Troncacci

Il sapore dei gioielli di gusto? Un po’ serio e un po’ surreale

Un paio di settimane fa, qui su A glittering woman, ho parlato di un rapporto particolare e molto creativo, quello tra moda e cibo.

Concludendo il post, ho accennato a una mostra importante: oggi torno a parlarne con gioia poiché giovedì sono stata all’inaugurazione e vi dico subito che l’esposizione è bellissima e che merita una visita.

Si intitola Gioielli di gusto e si tiene a Palazzo Morando, a Milano: l’intento è chiaro anche grazie al sottotitolo, offrire racconti fantastici tra ornamenti golosi.

Aperta dal 18 settembre all’8 dicembre 2015, la mostra si propone come un punto di incontro fra cibo e ornamenti: sono esposti circa 200 affascinanti pezzi d’autore, in un fantastico mix di gioiello, bijou e accessorio moda.

Il tutto propone una riflessione seria ma anche divertente, perché se nell’ambito del gioiello prezioso il cibo è presente da sempre (esistono testimonianze e reperti risalenti al IV secolo avanti Cristo) con significati spesso allegorici (mi viene subito in mente il melograno), con l’avvento del bijou il rapporto è diventato invece surreale, ironico e talvolta anche provocatorio. Leggi tutto

Incontro con (l’androide) Leonardo da Vinci

Nessuno ha più fantasia di un bambino: durante l’infanzia, riusciamo a formulare pensieri e sogni fuori da qualsiasi schema.

Prendete, per esempio, la fantasia ricorrente in molti bimbi, quella di avere un amico immaginario: scommetto che ora state sorridendo e, forse, siete stati tra coloro che lo hanno avuto o magari state pensando a vostro figlio, a un nipote, al figlio di un amico.

Io ne avevo una versione un po’ particolare: essendo un’appassionata di fantascienza fin da piccolissima e guardando film e telefilm col mio papà in televisione, sognavo che l’amico fosse un piccolo robot tipo R2-D2, il simpatico droide tuttofare della mitica saga di Guerre Stellari (C1-P8 se siete affezionati al doppiaggio italiano della vecchia trilogia). Ecco, lui mi faceva letteralmente impazzire e ne avrei tanto voluto uno tutto mio. (Tra parentesi, l’anno scorso ho incontrato un emulo di R2-D2…)

Dovevo diventare adulta e doveva pensarci il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano affinché io potessi seriamente coronare il mio sogno incontrando un vero androide, illustre, unico e con le sembianze di uno degli uomini più famosi non solo del Rinascimento, ma di tutta la storia umana: il pittore, ingegnere e scienziato Leonardo da Vinci. Leggi tutto

Mariano Franzetti, ricetta per un Choripan d’artista

È inutile girarci attorno: la fine del mese di agosto e l’avvento di settembre a me mettono un po’ di malinconia.

Sarà che agosto è il mese delle vacanze, del sole e dei pensieri in libertà; sarà che settembre mi fa pensare che la bella stagione sta volgendo al termine per lasciare spazio a un nuovo inverno che – come sempre – sarà interminabile, soprattutto per chi detesta il freddo (io!).

E così, ho bisogno di riempire cuore e testa di nuovi progetti: per fortuna, Milano è già piena di mille iniziative. La stagione riparte alla grande e io adoro questo fermento, l’atmosfera effervescente mi stuzzica e mi solletica.

Giovedì, ho vissuto due esperienze molto interessanti e oggi vi parlo della prima: si tratta della mostra personale di Mariano Franzetti presso lo Spazio Sanremo, location suggestiva situata nel distretto denominato 5Vie, uno tra i più storici e interessanti del capoluogo meneghino.

La mostra si intitola Choripan (vi svelerò in seguito il significato del termine) e comprende numerose opere, per la maggior parte inedite, realizzate dall’artista argentino, testimone e interprete ideale del rapporto esistente tra il suo e il nostro popolo: sapevate che più della metà delle persone residenti nel paese sudamericano ha origini italiane?

Mariano Franzetti è nato in Argentina e si poi trasferito in Italia, stabilendosi infine a Milano, città che ospita l’edizione 2015 dell’Esposizione Universale: il percorso espositivo della mostra propone la sua visione molto personale a proposito dei temi dell’Expo e quindi della nutrizione. Leggi tutto

Sopra il Sotto: 24 tombini raccontano arte e moda a Milano

Ieri pomeriggio ero seduta alla mia scrivania quando Enrico, mio marito, è venuto a chiamarmi dicendo “vieni a vedere di cosa stanno parlando in televisione”.
Incuriosita, l’ho raggiunto in salotto: stava iniziando un programma incentrato sulla Bretagna, bellissima regione francese che noi amiamo molto e della quale ho anche parlato qui sul blog attraverso alcuni post pubblicati la scorsa estate.
Sono rimasta colpita dalla parte su Brest, città che noi abbiamo visitato nel 2012: il programma raccontava che, nella zona del porto commerciale, molti muri prima tristemente bianchi o grigi sono oggi ornati da bellissime opere firmate dai cosiddetti street artist.
Le opere sono autentiche pitture murali spesso di dimensioni importanti: in un certo senso, sono la versione moderna degli antichi affreschi e sono stati incoraggiati dalle autorità. Il giornalista spiegava che l’Ufficio del Turismo della città propone, tra i vari tour possibili, anche un itinerario che permette di scoprire questi capolavori d’arte a cielo aperto.
Sapete che sono una grande amante dell’arte e non vi nascondo che mi piace che essa serva a riqualificare le città non restando chiusa in musei e gallerie bensì andando incontro alle persone.
E così, innamorata dell’esempio di Brest, città che come altre ha deciso di dare spazio a questo tipo di creatività, oggi ho pensato di raccontarvi un progetto che riguarda la mia Milano con un altro esempio piuttosto curioso di open air art: le opere non si ammirano ai muri ma… sotto i nostri piedi.
Mi riferisco a Sopra il Sotto – Tombini Art raccontano la Città Cablata, un’iniziativa culturale promossa e realizzata da Metroweb, azienda titolare della più grande rete di fibre ottiche d’Europa.
Il progetto Sopra il Sotto nasce dalla volontà di guardare oltre, cosa che mi piace molto. Sotto l’asfalto e sotto i tombini si nasconde la rete in fibra ottica, una sorta di sistema di vene delle metropoli: grazie a questa rete, viaggiano informazioni preziosissime delle quali usufruiamo attraverso telefono, televisione e Internet.
Metroweb ha fatto da mecenate a questo progetto visionario che racconta la rete in un modo diverso grazie a una mostra unica nel suo genere: dal 24 febbraio di quest’anno, via Monte Napoleone e via Sant’Andrea ospitano 24 tombini artistici, pezzi unici e originali, cesellati a rilievo e dipinti a mano, pensati e ideati appositamente da numerosi stilisti, brand e maison che hanno aderito con entusiasmo.
Tra i tombini ce ne sono due progettati da altrettante giovani promesse dello stile: è stato infatti indetto un contest in collaborazione con l’Istituto Marangoni di Milano e una giuria (composta da rappresentanti di Metroweb, di Camera Nazionale della Moda Italiana e della celebre scuola di moda) ha selezionato tra gli studenti i due giovani fashion designer che hanno meglio interpretato il concetto di base. Alessandro Garofolo e Santi – questi i loro nomi – hanno così avuto la soddisfazione di veder realizzato il loro tombino che resterà in mostra fino a gennaio 2016, così come tutte le altre opere.
Questa è la terza edizione di Sopra il Sotto: come già avvenuto nel 2009 e nel 2010, a chiusura della mostra open air i Tombini Art, dopo un attento restauro, saranno battuti all’asta da Christie’s. Il ricavato sarà interamente devoluto a favore di Oxfam Italia, organizzazione non a scopo di lucro che è anche Civil Society Participant di Expo 2015.
Il tombino, oggetto che fa parte dell’arredo urbano, diventa dunque soggetto e lo fa attraverso la moda: il progetto fonde i due lati di Milano, affari ed estro creativo, in una mostra che riesce a portare l’amore per il bello e per il ben fatto dalle passerelle alla strada.
Se vivete a Milano o se avete occasione di visitarla magari proprio per Expo 2015, regalatevi un giro in via Monte Napoleone e via Sant’Andrea, stavolta a testa in giù e non in su come di solito si fa per ammirare le bellezze architettoniche delle città: in questo caso, l’arte viene messa ai nostri piedi, non solo metaforicamente, e dunque occhio a dove camminiamo 😉
Lo so, i tombini sono fatti per essere calpestati, eppure vi confesso che io non ho avuto il coraggio di camminarci sopra.

Manu

Sopra il Sotto – Tombini Art raccontano la Città Cablata, mostra di 24 tombini ideati dai grandi protagonisti della moda: in ordine di percorso, Giorgio Armani, Just Cavalli, Etro, Missoni, Larusmiani, Laura Biagiotti, Costume National, Moschino, 10 Corso Como, Prada, Trussardi, DSquared2, Versace, Iceberg, Brunello Cucinelli, Hogan, Alberta Ferretti, Valentino, Salvatore Ferragamo, Emilio Pucci, Giuseppe Zanotti Design, Ermenegildo Zegna e con la partecipazione di Istituto Marangoni.
Un progetto di Metroweb da un’idea di Monica Nascimbeni col patrocinio del Comune di Milano. In collaborazione con la Camera Nazionale della Moda Italiana e in partnership con Oxfam Italia.
Dove: Via Monte Napoleone e via Sant’Andrea, Milano
Quando: fino a gennaio 2016, a cielo aperto e sempre visibile night & day
Maggiori informazioni sul sito, sulla pagina Facebook, su Twitter e sul canale YouTube. Qui potete vedere il catalogo e qui il video di presentazione.

Il sito di Oxfam Italia: qui.

A proposito di Brest e dei suoi graffiti: qui potete ammirare uno dei murali opera dell’artista Pakone.

L’arte fuori dai musei, in giro per la città: qui ho raccontato la mostra Milan and the Magic Accessories, qui la riqualifica del sottopassaggio della Stazione Garibaldi e qui la mostra Viaggio in Italia.

La foto che illustra questo articolo mostra uno dei tombini del progetto Sopra il Sotto: è stata scattata il 27-02-2015 dalla mia amica Valentina Fazio e mostra (da sinistra in senso orario) me, la stessa Vale e Alessia Foglia (o meglio i nostri piedi!) attorno al tombino “Walk in Progress” firmato Giuseppe Zanotti Design.

Chi ha svelato tutti i segreti di Zio Paperone?

Ci sono giorni in cui mi sento indisciplinata, scapestrata e birichina come una bambina un po’ monella: forse non sono mai cresciuta del tutto.

Eppure vi dico che tutto ciò, in fondo, non mi dispiace: non è poi un male conservare un lato fanciullesco e la capacità di provare stupore e meraviglia; trovo positivo evitare di prendermi troppo sul serio e riuscire a divertirmi anche con poco.

Al contrario, ci sono cose in cui sono cresciuta fin troppo: il senso della responsabilità e del dovere, per esempio, mi caratterizza da sempre e credo che mi perseguiti, in un certo modo, fin da quando andavo all’asilo.

Quindi, per me la leggerezza è un gran dono: mi tengo stretto il mio lato infantile perché mi serve a riprendere fiato e a rendere sopportabile il lato serioso e cerco di fare andare d’accordo la parte burlona e quella seria. Un giorno, sarò una nonnetta sprint (si fa per dire, visto che non ho figli), magari con le sneaker ai piedi.

A ogni modo: ci sono giorni in cui la parte burlona e quella seria si mettono subito d’accordo e si stringono la mano soddisfatte com’è accaduto sabato scorso, giorno in cui sono stata all’inaugurazione di una mostra capace di rendere felici bambini e adulti. Leggi tutto

Milano dalle app di Art Stories ai libri di Ada Cattaneo

In questi giorni, sono letteralmente galvanizzata dall’atmosfera che respiro: non solo sento la primavera in me, ma la noto attorno, la osservo invadere Milano, la mia città.

Stavolta non mi riferisco solo al risveglio della natura, ai cespugli e agli alberi fioriti che punteggiano ogni aiuola spezzando allegramente il ritmo monotono di cemento e asfalto: mi riferisco maggiormente al fermento culturale che sta animando le ultime settimane (e voglio escludere certi brutti episodi dei quali non ho alcuna voglia di parlare in questa sede).

Prima è stata la volta della Design Week, adesso è in corso l’Expo: inoltre, sono finalmente stati terminati i lavori sulla Darsena e nella Galleria Vittorio Emanuele II. Giorgio Armani e Miuccia Prada, due stilisti da sempre fortemente legati al capoluogo lombardo, hanno inaugurato i loro spazi dedicati ad arte, moda e cultura, l’Armani/Silos e la nuova sede della Fondazione Prada.

Amo da sempre il luogo in cui sono nata e cresciuta e trovo che, pur in mezzo a innegabili limiti e difetti, offra moltissimo: non apprezzo chi se ne lamenta a vanvera, soprattutto chi qui è stato accolto e ha trovato un lavoro, ma ammetto che, nell’ultimo decennio, anch’io ho sofferto di una certa negatività che si era impossessata della città e di noi abitanti.

Mi sembra che ora le cose stiano cambiando e che ci siano elementi concreti affinché Milano torni a essere una delle capitali della vita culturale e sociale italiana. Sono orgogliosa di stare qui e cercherò di godere di tutto ciò, di avere una parte attiva e di dare il mio piccolo contributo, nella speranza che questo fermento non si arresti.

Sapete, questa atmosfera ritornata vivace mi porta a un’ulteriore considerazione: non occorre andare dall’altra parte del mondo per scoprire cose nuove, spesso è sufficiente guardare con occhi diversi ciò che è sempre stato attorno a noi. Basta attingere alla bellezza che ci circonda, cosa in fondo non difficile in Italia. Leggi tutto

Gli Avengers, supereroi Marvel, in mostra a Milano

I libri occupano da sempre uno spazio molto importante nella mia vita: leggere è una passione che ho coltivato fin dai primissimi anni delle elementari.

I miei genitori furono obbligati a farmi l’abbonamento alla biblioteca di zona perché comprare libri era cosa più dispendiosa del provvedere ad altre mie esigenze quali abbigliamento e cibo: divoravo infatti volumi di centinaia di pagine in pochi giorni e quindi la biblioteca era l’unica soluzione per evitare il salasso economico.

Durante quegli anni, ho conosciuto tanti classici della cosiddetta letteratura per ragazzi e, essendo onnivora già allora, spaziavo agilmente da generi più intimisti come Cuore e Piccole Donne a generi avventurosi come Ventimila leghe sotto i mari e Il libro della giungla: l’antipatia che provo verso i compartimenti stagni è una caratteristica che fa decisamente parte del mio DNA.

La mia passione non si fermava – e non si ferma – ai libri, estendendosi a tutta la carta stampata: non mi vergogno a raccontarvi che mi perdevo perfino a leggere i vecchi quotidiani che mia mamma stendeva sul tappeto davanti ai fornelli per parare gli schizzi quando friggeva… Capite perché i miei mi fecero l’abbonamento in biblioteca?

Oltre a libri e giornali, un altro mio grande amore è sempre stato il fumetto e questo lo devo a mio padre: ricordo ancora la sua collezione di Tex pazientemente messa insieme e gelosamente custodita.

Ovviamente, sono partita con fumetti come Topolino: negli anni, mi sono poi spostata verso la fantascienza e il fantasy, anche in questo caso amori ereditati attraverso il mio papà che è un grande estimatore di tali generi (ricordo i film di Star Wars guardati insieme). È stato così che ho conosciuto la Marvel e il suo mondo popolato di incredibili personaggi, da Hulk a Captain America, da Iron Man a Daredevil, da Wolverine a Thor. Leggi tutto

#BreakUpandMove, riflessioni su reciprocità e cattive abitudini

Non sono una da lista dei buoni propositi.
Conosco molte persone che, a settembre o a gennaio, i due momenti che consideriamo come nuovi punti di partenza, redigono tali liste.
Io non l’ho mai fatto: servirebbe solo a mettermi davanti alle mie inadeguatezze una volta di più, perché, si sa, i buoni propositi sono fatti per essere disattesi. O almeno questo è ciò che capita a me.

Volete qualche esempio pratico? Quante volte ho detto “Da domani mi metto a dieta”? “Da domani torno in palestra”? “Da domani mi metto la crema sul viso tutte le sere prima di andare a letto”?
E ancora: “Voglio avere più tempo per me stessa”? “Voglio vedere più spesso i miei amici”?
Potrei proseguire all’infinito.
La verità è che le abitudini, piccole o grandi che siano e specialmente quelle peggiori, sono dure a morire: non è facile cambiare modo di vivere, abbattere schemi consolidati.
E sapete qual è la cosa più brutta? Deludere sé stessi. Per questo non faccio liste, è questa la verità.

Un’altra verità nella quale credo è che nulla avvenga per caso.
Con questo non intendo affatto dire che tutto sia già scritto, anzi, ritengo che ognuno di noi abbia una grande responsabilità nel gestire in prima persona la propria vita.
Sono spesso affascinata dal concatenarsi degli eventi: più passa il tempo, più sono convinta che quelle che noi chiamiamo combinazioni siano in realtà eventi che mettiamo in moto col nostro stesso agire.
Nulla, quindi, è predeterminato, lo ripeto, ma, allo stesso modo, nulla avviene per caso e soprattutto siamo noi a decidere come intrecciare e annodare i fili di questo enorme telaio che è la vita.

In questi giorni, la mia teoria del “nulla è per caso” è stata confermata ancora una volta e, curiosamente, proprio sul fronte “buoni propositi”: vi racconto come e perché. Leggi tutto

Sei artisti esplorano la Metamorfosi dei Corpi

A come Arte. Quattro lettere, solo quattro, per racchiudere un mondo.
Un mondo ampio, articolato, sfaccettato perché è espressione dell’animo umano, è espressione della nostra parte immateriale, quella che sfugge a confini e definizioni.
Come ho già avuto modo di affermare, per me bellezza e cultura non conoscono genere, non possono essere intrappolate in strutture rigide e devono scorrere liberamente mescolando forme che sono solo apparentemente diverse.

Amo l’Arte perché è modalità d’espressione trasversale.
Perché regala emozioni e sensazioni che spesso sono soggettive, anche se è vero che esistono criteri universali e che esiste la critica degli esperti.
Perché può annullare le distanze di qualsiasi tipo, di epoche, di luoghi geografici, di classi sociali.

Sapete quali sono le mie mostre preferite?
Quelle in grado di creare un dialogo, una convivenza, un ponte, un’armonia.
Quelle che non seguono necessariamente un ordine cronologico bensì tracciano affinità più sottili, mescolando epoche vicine e lontane.
Quelle che riescono ad affiancare nomi celebri e meno conosciuti, evitando di partire da un pregiudizio di superiorità in base alla fama.
Quelle che attribuiscono uguale dignità al lavoro di qualsiasi artista sia che si esprima attraverso un dipinto, una scultura, un’installazione, una foto, un abito.
Un abito, sì. Gli stilisti, il loro lavoro e le loro creazioni sono sempre più spesso i protagonisti di mostre in grandi musei in tutto il mondo. Leggi tutto

A proposito di matrimonio, che ne dite di… 10 per un sì?

Dicono che noi donne sogniamo e programmiamo il giorno del nostro matrimonio fin da piccine.

Non so, sinceramente non ricordo di aver mai avuto questa fissazione, in nessuna fase della mia vita.

È vero, da piccola mi è capitato di vestire da sposa la mia Barbie, ma era più che altro per quel desiderio di emulazione che quasi tutte le bambine nutrono, soprattutto in tenera età, nei confronti della propria mamma: ero affascinata dall’album di nozze dei miei genitori e, davanti alle immagini nelle quali lei era radiosa, sognavo di essere come lei. Tutto qui: la mamma è il primo modello, il primo punto di riferimento, la prima grande icona e volerla imitare è cosa naturale, dal rossetto alle scarpe passando per l’abito nuziale.

Vedo oggi lo stesso incanto nella mia nipotina: è innamorata della sua mamma, ha voluto un velo per giocare eppure dichiara di non volersi sposare – e ha solo 6 anni. State tranquilli, non soffre di nessun trauma né turbamento: è solo perché vuole stare per sempre con la sua mamma, come dichiara.

Tornando a me, posso dire di essere sempre stata una persona autonoma e indipendente, anche dai miei genitori: non ho mai cercato un’altra persona alla quale appoggiarmi né ho mai cercato un principe azzurro che mi scarrozzasse in giro. Ho fatto tantissime cose da sola, anche andare in giro per il mondo: sono partita per il Brasile, per esempio, senza portarmi nemmeno un’amica.

Non aspettavo, insomma, un uomo per fare cose che avevo rimandato o andare nei posti che avevo sognato: aspiravo all’amore semplicemente perché intuivo che le cose condivise sono più belle, diventano migliori, hanno un sapore speciale.

Già, perché ho sempre creduto all’amore, anche se ho impiegato parecchio tempo per trovarlo: non ho mai negato la sua esistenza né l’ho denigrato, nemmeno quando per me era quasi una chimera. Leggi tutto

Cartoline da Milano al tempo di Instagram / PARTE 3

A volte ritornano: capita con le persone, coi ricordi… e anche coi post. Come in questo caso.

Per la prima e la seconda puntata di questo post, occorre tornare rispettivamente al 30 luglio e al 24 dicembre 2013. È passato tanto tempo, dunque.

Tutto era scaturito da una riflessione: da ragazzina, soprattutto quando andavo alle medie, partivo per le vacanze estive con una lunga lista di indirizzi, lista che serviva a ricordarmi a chi dovessi mandare le cartoline. Guai a non mandarle e guai a non riceverle, era una sorta di rito.

A mio avviso, oggi è Instagram a svolgere in modo virtuale parte della funzione che le cartoline svolgevano allora fisicamente. Pensateci: Instagram non serve forse a condividere, attraverso immagini e fotografie, ciò che ci piace, ciò che facciamo e i posti in cui andiamo? Le stesse cose che facevamo con le cartoline.

È identica perfino la gara: allora vinceva chi raccoglieva più cartoline, attestandosi un po’ come il leader del gruppo, proprio come oggi accade coi like. Leggi tutto

Verdiana e Beniamina, sartoria al femminile

Oggi vi racconto la storia di un piccolo angolo segreto di Milano, di un luogo molto particolare che custodisce un’arte preziosa.

È una “sartoria al femminile” e si chiama Verdiana e Beniamina: l’ha creata Marina Ferrari Rutta, una donna speciale che nutre da sempre grande passione per i viaggi e tanta curiosità per i molteplici e sfaccettati mondi femminili. Ha unito questi due amori e li ha declinati in un lavoro che ha tutto il sapore della bellezza non soggetta a mode.

Era il 2012 quando ha dato vita al suo laboratorio che ha preso il posto dell’antico studio fotografico di famiglia in un cortile d’altri tempi nel cuore del capoluogo meneghino: sarta per scelta ma soprattutto per vocazione, Marina parte ogni giorno dalla scelta di filati e materiali naturali per arrivare alla confezione di abiti e biancheria per la casa.

Gonne, soprabiti, borse, grembiuli, cappelli, sciarpe, coperte e anche bijou vengono confezionati rigorosamente a mano con abbinamenti fantasiosi e raffinati assemblando, cucendo, ricamando tessuti e materiali non trattati, talvolta grezzi, sempre preziosi grazie alla loro unicità.

Il punto di partenza è la ricerca continua che Marina spinge a qualsiasi latitudine e che ha come scopo il reperimento dei tessuti migliori: il passo successivo è raccoglierli nella sartoria per poi dare loro una nuova forma, trasformandoli in abiti pensati per valorizzare il corpo femminile con un tocco di romanticismo oppure in preziosi elementi d’arredo (perché la casa parla di noi, esattamente come gli abiti che indossiamo). Tutti i pezzi sono impreziositi dal tempo e dalla cura. Leggi tutto

Eugene Cernan, l’Uomo dello Spazio, al Museo Da Vinci

Era il 7 dicembre 1972 quando il vettore Saturn V venne lanciato da Cape Canaveral per compiere la missione Apollo 17.

A bordo, c’era l’equipaggio formato dai due piloti, Ron Evans e Harrison Schmitt, e dal comandante, Eugene Cernan.

Non ho memoria diretta di quel lancio ma ne ho letto forse milioni di volte sui libri e, se anche solo un mese fa mi avessero detto che avrei conosciuto e ascoltato di persona la testimonianza di Eugene Cernan circa le sue avventure nello Spazio, credo che avrei riso di gusto e che mi sarei chiesta divertita dove e come le nostre strade avrebbero mai potuto incrociarsi, lui, temerario Uomo dello Spazio, e io, piccola sognatrice.

E dire che dovrei aver imparato che non bisogna mai dire mai: lo scorso 28 ottobre, mi sono ritrovata in una sala gremita ad ascoltare proprio questo individuo straordinario, completamente affascinata dal suo carisma.

L’occasione di incontrarlo mi è stata data grazie alla serata di inaugurazione dell’Area Spazio, nuova esposizione permanente del Museo della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci interamente dedicata allo Spazio e all’astronomia.

L’area è pensata come un viaggio interattivo tra oggetti, luoghi, personaggi, curiosità e tecnologie relative all’esplorazione del cosmo: Eugene Cernan è stato ospite d’onore della serata insieme a Claudie Haigneré, la prima donna astronauta europea, ex ministro in Francia e oggi presidente di Universcience, importante istituzione culturale preposta alla scienza e alla scoperta. Leggi tutto

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