Mario Valentino, in un libro la sua storia tra moda, design e arte

Che bella atmosfera ho respirato martedì sera in Triennale…

Partiamo dal presupposto che, già di suo, La Triennale è uno di quei posti capaci di farmi stare bene mettendomi a mio agio: partita nel 1933 sotto la guida di figure come Gio Ponti e Mario Sironi e ospitata in un edificio modulare e flessibile espressamente concepito per ospitare grandi manifestazioni e attività museali (il Palazzo dell’Arte), questa istituzione rappresenta, da 85 anni, un punto di riferimento nella vita culturale (e anche economica), un motore di intenso dialogo internazionale tra società, arte e impresa ben oltre i confini di Milano.

Non solo, La Triennale fa tutto ciò con una modernità e una freschezza tali da fare innamorare tutti, generazione dopo generazione, fino ad arrivare a Millennials e Generazione Z.

L’evento di martedì rispettava in pieno questa ottica di modernità, freschezza e apertura di pensiero.

A introdurre la serata, c’era un gruppetto di meravigliosi professionisti: Antonio Mancinelli (caporedattore attualità di Marie Claire, firma prestigiosa e che io stimo tanto da consigliare il suo blog nella mia sezione Cosa leggo), Alba Cappellieri (professore ordinario di Disegno Industriale e Presidente del Corso di Laurea in Design per la Moda presso il Politecnico di Milano, grande professionista che mi strega ogni volta in cui ho la fortuna di incontrarla), Eleonora Fiorani (docente presso il Politecnico di Milano, filosofa e curatrice del settore Moda della Triennale) e Arturo Dell’Acqua Bellavitis (professore ordinario di Disegno Industriale presso il Politecnico di Milano e Presidente della Fondazione Museo del Design presso la Triennale). Leggi tutto

Cecilia Arpa SS 2016, la matematica diventa (letteralmente) moda

Inutile nascondersi, è meglio confessarlo subito: io e la matematica non siamo amiche per la pelle. Viviamo un rapporto difficile, una relazione complicata – come si dice oggi.

Eppure, non è sempre stato così: quand’ero alle elementari e alle medie, la matematica mi piaceva. Non quanto le materie letterarie che sono sempre state il mio grande amore, ma anche la matematica mi incuriosiva e mi affascinava con quelli che consideravo stimolanti misteri ed enigmi da risolvere.

L’idillio tra noi si è spezzato alle scuole superiori, esattamente in quarta, quando alla mia classe fu assegnato un professore terribile, un po’ nazista, uno di quelli a cui cambiavano sezione ogni anno per le proteste di genitori e studenti.

Il nazistoide aveva regole ferree quanto assurde: sul banco non dovevamo avere nulla se non una biro, il quaderno e il libro. Se vedeva, per esempio, un innocente portapenne, lo stesso volava giù dalla finestra.

A una riunione con genitori (preoccupati) e studenti (arrabbiati), enunciò la propria teoria che voleva che lui fosse un genio (incompreso, probabilmente) e noi dei poveri stupidi. Ci fu una sollevazione generale e io chiesi la parola: non ricordo di preciso cosa dissi, ma ricordo che espressi il mio pensiero a proposito di quella sua farneticante teoria e ricordo che alla fine erano tutti in piedi ad applaudirmi, i miei compagni, i genitori e anche diversi insegnanti. Ricordo anche gli occhi, gelidi, del professore che mi fissavano.

Indovinate un po’: io che, fino all’anno prima, avevo 8 in matematica… passai al 5. Il professore me la giurò, naturalmente, e pensò bene di darmi una lezione circa autorità e potere secondo la sua visione (distorta) che prevedeva più che altro il loro abuso. Leggi tutto

Au revoir Monsieur André Courrèges

Au revoir, ovvero arrivederci e non addio, Monsieur Courrèges, perché a me gli addii non sono mai piaciuti: mi mettono addosso grande malinconia e quel senso di insoddisfazione che non riesco più a scrollar via.
André Courrèges è morto lo scorso 7 gennaio: figura fortemente innovativa della moda e dello stile, avrebbe compiuto 93 anni il 9 marzo.
Non aveva studiato moda bensì ingegneria civile e la sua formazione da stilista avvenne nell’atelier di Cristobal Balenciaga a Parigi. Le sue creazioni, insieme a quelle di Pierre Cardin e di Paco Rabanne, sono considerate le più rappresentative della cosiddetta Space Couture, la moda caratteristica degli anni ’60 percorsa da suggestioni spaziali e lunari, fascinazioni extraterrestri e rivoluzioni geometriche.
Nel 1961, dopo il periodo da Balenciaga, André Courrèges aprì la sua maison con la moglie Coqueline Barrière: tantissime le novità delle quali fu fautore.
Per esempio, è considerato il probabile inventore di un capo cult come la minigonna e la paternità risulta ancora dibattuta tra lui e Mary Quant: in realtà, l’invenzione fu molto probabilmente della stilista inglese, ma divenne famosa grazie a Courrèges che la introdusse nelle sfilate di Haute Couture.
Altra sua novità furono i go-go boots, stivali in vernice con tacco basso, versatili e comodi.
Il 1964 fu l’anno della Moon Girl Collection: cinque anni prima che l’uomo mettesse davvero piede sulla Luna (Neil Armstrong nel 1969), Courrèges ci mandò le sue ragazze che, da quel momento, incarnarono il mito del futuro e della conquista dello spazio. I materiali divennero d’avanguardia, le cromie si fecero sempre più essenziali.
Anche le sfilate diventarono innovative: le modelle di Courrèges uscivano fuori da armadi andando ad assumere pose plastiche e accantonando passo felino e ammiccamenti vari. Propose anche modernissimi filmati girati nei luoghi-simbolo di Parigi o con scenari ispirati a film come 2001: Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick (con le hostess vestite di bianco dal designer inglese sir Edwin Hardy Amies).
Altra invenzione memorabile furono i suoi Lunettes Eskimo, lanciati sul mercato nel 1965, occhiali da sole con lenti enormi solcate da una fessura, quasi come fosse una palpebra socchiusa.
Pensate che Miley Cyrus ha indossato i famosi occhiali di André Courrèges – nonché un paio di stivali che ricordano proprio i go-go boots – agli MTV Video Music Awards dello scorso 30 agosto 2015 in un outfit piuttosto provocatorio. Insomma, esattamente 50 anni dopo, le creazioni dello stilista francese continuano ad apparire interessanti anche a una giovane star, ribelle e non certo nostalgica.
Uno dei suoi capi distintivi fu – e rimane – la petite robe blanche: il bianco, colore-non colore onnipresente nelle sue collezioni, divenne protagonista di un abito che lo stilista ripropose costantemente e che divenne comune tra le donne dell’epoca.
La purezza delle sue linee e i tagli essenziali suscitarono anche delle critiche da parte di coloro che vedevano in quel design ultramoderno uno svilimento della figura femminile in quanto i capi non evidenziavano le forme sinuose del corpo. “Un design tipicamente automobilistico”, dissero in diversi anche ricordando la formazione ingegneristica di Courrèges: lui rispondeva semplicemente che la sua moda ringiovaniva le signore senza la necessità di ricorrere al bisturi.
Smise di lavorare negli anni ’90 perché era malato: mi addolora il fatto che sia morto dopo una lunghissima battaglia contro il Parkinson.
Monsieur Courrèges è uno dei pionieri della moda futurista e sperimentale: le sue creazioni sono state talmente oltre i tempi che, ancora oggi, risultano attuali, moderne e contemporanee.
Non si poneva limiti né confini di competenza: a tal proposito, sono rimasta colpita da una sua frase. “Se il mio soggetto è una donna, probabilmente creo un abito. Ma talvolta succede che un abito non sia in grado di comunicare tutte le emozioni che desidero esprimere. Cerco di esprimere le mie idee attraverso altri mezzi come l’architettura.”
La trovate ad accompagnare la foto del suo atelier a Pau, in Francia, sua città natale.
Qualcuno ha scritto che con la sua morte si chiude un capitolo della storia della moda e del costume: non sono d’accordo, non del tutto.
È vero, è scomparso uno dei designer più originali di sempre, ma chi ama profondamente la moda – così come la amo io – non dimenticherà la sua geniale creatività: dunque, ciò che lui ha fatto e ciò che ha creato continuerà a vivere.
E questo è l’unico modo che noi esseri umani abbiamo per diventare immortali.

Manu

I post nei quali ho fatto riferimenti e collegamenti al lavoro di André Courrèges: a proposito della collezione FW 2015-16 di Maison About ispirata anche alla Moon Girl Collection del 1964; a proposito della collezione FW 2015-16 di Chicca Lualdi ispirata ai tagli precisi e definiti creati dallo stilista durante tutta la sua carriera; a proposito della collezione SS 2015 di Heohwan Simulation ispirata al lavoro del trio Courrèges – Cardin – Rabanne; a proposito della collezione SS 2014 di Jo No Fui ispirata alla Space Couture della quale Courrèges fu uno dei maggiori esponenti sempre insieme a Pierre Cardin e Paco Rabanne.

Concludo con una piccola gallery di creazioni firmate da André Courrèges (cliccate sulle immagini per ingrandirle e scorrerle)

Milano Fashion Week: Heohwan Simulation SS 2015

Uno dei problemi dell’Italia di oggi è la fuga dei cervelli e dei talenti: non riesco a dare torto a chi, soprattutto tra i giovani, va a cercare fortuna all’estero, tuttavia sono molto felice quando accade il processo inverso.

Ebbene sì, dall’Italia non si fugge soltanto: per fortuna, c’è chi sceglie di venire nel nostro paese e di iniziare proprio da qui. Volete un esempio?

Dopo due anni in cui ha sfilato nel corso delle fashion week londinesi, il marchio Heohwan Simulation si è spostato approdando sul palcoscenico di Milano Moda Donna: ho avuto la fortuna di essere presente al debutto dello scorso febbraio, con la collezione autunno / inverno 2014 – 15, e ho potuto assistere anche alla presentazione della collezione primavera / estate 2015, andata in scena in settembre.

Hwan Heo, nato a Seoul e laureato al Royal College of Arts di Londra, ha fondato il marchio nel 2010: da subito, si è concentrato su un’estetica pulita e moderna che trae ispirazione dalla sartoria maschile e dal design, con una forte attenzione per i dettagli. La base di partenza nella progettazione di ogni sua collezione è la sperimentazione condotta ponendosi in modo critico verso i percorsi e la storia della moda: il suo è un approccio costruttivo e lo stilista cerca di comprendere e reinterpretare vari fenomeni creando novità e modernità.

Tutto questo suo progetto ha un nome: The Critique Collection. Leggi tutto

La moda che verrà # 9: Jo No Fui primavera / estate 2014

È inutile negarlo: pur amando (e molto) tutta la moda, ci sono cose che prediligo in quanto mi rispecchiano maggiormente rispetto ad altre.

Uno di questi casi è quello di Jo No Fui e il perché è presto detto: il brand ama la contaminazione tra moda e arte e gli show sono sempre performance interessanti.

Ero rimasta molto colpita dallo show dello scorso febbraio (qui il mio racconto), ma quello del 19 settembre mi ha proprio stregata: immaginatevi non una semplice passerella bensì un quadro vivente che si va via via componendo. Le modelle entravano una alla volta ma, anziché sfilare come avviene abitualmente, andavano ad affiancarsi l’una all’altra su una struttura a gradoni, una sorta di anfiteatro, fino a comporre un quadro, appunto, quadro che hanno poi scomposto dando vita alla sfilata.

La primavera / estate 2014 di Alessia Giacobino, direttore creativo del brand, racconta le sue radici da architetto attraverso tanti richiami geometrici: dettagli assolutamente preziosi trasformano abiti dalle linee semplici in oggetti preziosi ed esclusivi, veri e propri oggetti del desiderio.

Così come la collezione di febbraio 2013 traeva spunto dalla musica e in particolare da quella dei Kraftwerk (band tedesca elettropop formatasi nel 1970), le silhouette della nuova collezione richiamano invece la Space Age, ovvero l’epoca a cavallo tra gli anni ’60 – ’70, un momento in cui la cultura, l’arte e la moda furono fortemente influenzate dall’esplorazione dello spazio e dalle relative tecnologie.

Tra gli stilisti, André Courrèges, Pierre Cardin e Paco Rabanne contribuirono a disegnare un decennio percorso da suggestioni lunari, fascinazioni extraterrestri e rivoluzioni geometriche.

La ricetta Jo No Fui guarda a quegli anni e propone un mix straordinario formato da costruzioni e dettagli di alta moda uniti a forti richiami Art Déco: il tutto è contaminato da una dose di hip hop. Leggi tutto

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