E se Morfeo si dimentica di me… io provo la melatonina e le erbe della notte di ESI

Aprile dolce dormire: così dice un noto proverbio.

Ironia della sorte, aprile – e più in generale la primavera – è il momento in cui gli animali escono dal letargo: noi esseri umani, invece, in letargo ci andremmo. Volentieri!

In effetti, il meteo del mese di aprile, soprattutto il primo caldo, porta spesso a una sorta di senso di stanchezza e spossatezza: ammetto di subire tutto ciò.

Di giorno mi addormenterei ovunque e, alla sera, mi addormento (anzi, svengo!) sul divano.

Quando però finalmente decido di andare a letto, il sonno tarda invece ad arrivare o, peggio ancora, risulta estremamente frammentato facendo sì che io continui a svegliarmi per tutta la notte: il risultato è che non riposo bene e la mattina sono spossata. Vado avanti lo stesso, naturalmente, come un soldatino diligente, e così accumulo stanchezza.

Oltre alla primavera, parte del problema risiede nell’età che avanza: non è una battuta, ahimè, è provato che, con l’andare degli anni, si dorma meno.

Ma devo riconoscere che tutto ciò è soprattutto colpa delle mie cattive abitudini: lavoro anche dopo cena e, quando spengo il pc, porto tablet e smartphone sul divano continuando a lavorare in mobilità. Ecco perché poi finisco con addormentarmi proprio lì, sul divano, a un’ora già tarda e con uno dei due dispositivi ancora in mano – cosa estremamente sbagliata.

Il resto lo fa lo stress (ebbene sì) il quale genera l’ansia che porta all’insonnia: riconosco anche questo, lo stress è una componente ormai intrinseca della mia vita quotidiana e temo di non essere l’unica, vero?

Mille cose da fare, tempi strettissimi per farle, pretese sempre più assurde, la necessità (necessità?) di essere sempre connessi e dunque presenti e pronti a rispondere: tutto ciò non permette a mente e cervello di staccare per riposarsi.

E così siamo arrivati al nucleo della questione: non stacco mai. E – ripeto – temo di non essere l’unica.

Ultimamente, infatti, ho scoperto che le questioni sonno e insonnia sono tanto sentite da avere una giornata dedicata. Leggi tutto

Se una rondine non fa primavera… provo allora con la Linea Aloe Vera ESI

Sono sempre stata un’estimatrice della bella stagione, così come ho sempre detestato il freddo e lungo inverno.
Giorni fa, varcando il portone di casa per iniziare una nuova giornata, ho avuto una sensazione ben precisa: l’aria sta cambiando e le mie narici si sono riempite di un odore diverso, più leggero e sottile.
Non so spiegare bene quell’odore né riesco a dargli un nome preciso: è semplicemente il profumo che, per me, segnala l’arrivo della tanto attesa primavera.
Ogni anno, lo percepisco e lo annuso come se fossi una bestiola che si risveglia dopo il lungo letargo; ogni anno, gioisco del più piccolo raggio di sole come un passerotto che riscaldi le piume dopo il freddo e grigio inverno.

E ogni anno, da quel fatidico momento, qualcosa cambia: la primavera e la rinascita che essa porta con sé è così forte che è ben identificabile perfino a Milano.
Tra asfalto e cemento, sbucano i segnali della nuova vita, delicati eppure prepotenti. La forsizia fiorisce gialla in cespugli disseminati per tutta la città. Le magnolie si riempiono di magnifici boccioli. I fiorai propongono bouquet di ranuncoli e io ne sono felice: prediligo i fiori eleganti ma allo stesso tempo non pretenziosi.

Quando iniziano questi primi sentori di primavera, vivo puntualmente le stesse sensazioni: sento scorrere linfa nuova nelle vene e posso finalmente togliermi di dosso un’immaginaria e pesante coltre di torpore.
È come se, durante l’inverno, congelassi una parte di me in una sorta di letargo per concentrare tutte le risorse verso lo sforzo di sopravvivere: terminata quella che percepisco come una vera e propria emergenza, le energie fisiche e mentali possono tornare a fluire liberamente, così come le emozioni. Leggi tutto

Dee di Vita, un progetto importante per tutte le donne

Ci sono questioni che toccano profondamente le mie corde più intime.
Tra tali questioni figura la malattia e, in particolare, l’approccio alla malattia e al dolore fisico.
Ho conosciuto il dolore in più occasioni e l’ho provato sulla mia pelle, letteralmente, soprattutto a causa di un grave incidente subito da bambina: tutt’oggi porto le cicatrici indelebili, i segni di un’ustione che quasi mi privò della vita.
Credetemi se dico che, nonostante fossi piccolissima, il trauma è stato tanto forte che piccoli frammenti di quella terribile esperienza sono impressi nella mia memoria. Sprazzi di dolore e momenti di angoscia (ero stata ricoverata in camera asettica e avevo paura, ero solo una bambina) che sono perfino più profondi delle cicatrici fisiche che, da adulta, non ho infine voluto togliere.
Sostengo (sorridendo) di essere stata ricompensata per quel tragico incidente attraverso la fortuna di un’ottima salute; eppure, ho conosciuto la malattia attraverso tante (troppe…) persone care che fanno parte della mia vita. Alcune non ci sono più, purtroppo, ma sono presenti più che mai nel mio cuore.
L’ustione non ha solo segnato la mia pelle, ha anche forgiato il mio animo: la mia soglia del dolore è abbastanza alta e sopporto piuttosto bene la sofferenza fisica.
Ma, per paradosso, se sono disposta a sopportarla su me stessa, mi è invece difficile accettarla in coloro che amo: un conto è soffrire in prima persona, un altro è veder soffrire coloro che amiamo. Per quanto mi riguarda, preferisco di gran lunga essere io a provare dolore. Non so, forse così ho l’illusione di poterlo controllare e di poterlo vincere ancora, così come è già stato…
Naturalmente, detesto vedere soffrire i bambini, mi fa stare male quasi fisicamente proprio perché sono stata una bambina sofferente; lo stesso mi accade quando a soffrire sono in generale le donne, soprattutto a causa delle malattie tipicamente femminili.

È per tutti questi motivi che, ogni volta in cui c’è la possibilità di dare il mio piccolo aiuto alla lotta contro la malattia, mi metto in gioco volentieri e cerco di dare il mio sostegno con tutto il cuore.
So che quel che faccio non è altro che aggiungere una piccola goccia, ma sono convinta che il mare – soprattutto se inteso in senso metaforico – sia fatto da tante, tantissime microscopiche gocce.

Sono particolarmente orgogliosa di dare un contributo quando è la moda – la dimensione nella quale mi muovo quotidianamente – a scendere in campo.
Perché da sempre credo nella moda come forma di linguaggio.
E sono altrettanto felice di poter affermare che ci sono realtà che, oltre ad amare la moda, amano i messaggi che essa può contribuire a dare, grazie all’enorme cassa di risonanza sulla quale può contare.

È il caso di La Tenda Milano che si è innamorata del progetto Dee di Vita e che ha voluto fortemente partecipare all’iniziativa solidale nata dalla collaborazione tra Mantero e l’Ospedale San Raffaele di Milano.

Scopo di Dee di Vita è quello di sostenere le attività di Salute allo Specchio, organizzazione non lucrativa che si occupa di supportare psicologicamente le donne con patologie oncologiche con l’intento di aiutarle a ritrovare bellezza, vitalità, sicurezza e femminilità.
Fulcro dell’iniziativa è Vita, un turbante speciale creato da Mantero, azienda storica fondata a Como nel 1902 e specializzata nella seta: Vita è semplice da indossare e può essere annodato con pochi gesti. È un morbido abbraccio di seta, una vera e propria carezza che non irrita la cute delicata di chi affronta terapie farmacologiche molto impegnative.
Con il desiderio di creare una serie limitata di turbanti, La Tenda, celebre boutique meneghina di prêt-à-porter, ha scelto rose acquerellate che sbocciano con sapienti colpi di pennello: sono declinate in cromie calde che ricordano i colori della terra e scenari esotici, con tocchi di indigo e fucsia. Potete vederlo in anteprima nella foto qui sopra.
Grazie al prezioso contributo di La Tenda Milano e all’impegno profuso da Mantero, una parte del ricavato delle vendite dei turbanti – prezzo al pubblico 80 euro – sarà devoluto alla Onlus Salute allo Specchio.

I turbanti limited edition Mantero per La Tenda verranno presentati a Milano in occasione dell’edizione di Milano Moda Donna che sta per iniziare, con il patrocinio della Camera Nazionale della Moda Italiana.
L’allestimento all’esterno della Boutique di via Solferino 10, nel cuore di Brera, trasformerà la via in una vera e propria galleria d’arte: dal 21 al 23 settembre, sarà infatti aperta al pubblico la mostra Donne ConTurbanti del fotografo Guido Taroni, mostra il cui obiettivo poetico fa emergere, attraverso 16 ritratti di donne, tutta la personalità di ognuna di loro. Donne che, pur non avendo affrontato in prima persona la malattia, si sono dimostrate uniche e speciali nel modo di indossare i turbanti Vita.
La mostra sarà arricchita da un nuovo esclusivo scatto che interpreta il turbante Vita nella fantasia realizzata in esclusiva per La Tenda: lo scatto verrà svelato il 20 settembre, in occasione della serata dedicata alla Vogue Fashion’s Night Out e all’inaugurazione della mostra.
E per raccontare il dietro le quinte della creazione della nuova fantasia svelandone il lato più squisitamente artistico, proprio in occasione della VFNO, La Tenda accoglierà, a partire dalle 18:30, una performance di live painting durante la quale una textile designer di Mantero mostrerà come prendono vita le fantasie che ritroviamo sul pregiato twill di seta di Vita.
L’evento proseguirà poi alle 19:30 con Lisa La Pietra, giovane soprano e ideatrice di Argia, progetto che prevede l’utilizzo della vocalità come tramite di emozioni. Attraverso alcuni brani tratti dalla tradizione operistica, una speciale performance di musica dal vivo accompagnerà tutti i presenti alla scoperta di quella che è la grande forza insita in ogni donna, in linea con il vero significato di Argia.
Sapete qual è il significato di questa parola? Illuminata.

Parola perfetta.
Perché è riuscire a vedere la luce ciò di cui ha bisogno chi affronta le patologie oncologiche.
E la luce passa anche attraverso la nuova estetica oncologica nonché attraverso tutto ciò che può trasmettere i valori della bellezza e della forza delle donne, sostenendo concretamente coloro che sono in cura e facendo ritrovare il desiderio di prendersi cura di sé.

Per questo Vita è un prodotto volutamente allegro e colorato, perché interpreta l’energia di tutte le donne, ne celebra la bellezza e ne valorizza la femminilità.

Bando al dolore e alle lacrime. Siamo Dee di Vita.

Manu

 

Qui trovate il sito di La Tenda Milano; qui il sito di Mantero; qui il sito del fotografo Guido Taroni; qui il sito del soprano Lisa La Pietra; qui il progetto Dee di Vita; qui la Onlus Salute allo Specchio con approfondimenti interessanti e importanti, per esempio a proposito dell’estetica oncologica.

 

 

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Shannen non si è fermata a Beverly Hills 90210

Sono pronta a scommetterci: se scrivo Beverly Hills 90210, catturo immediatamente l’attenzione di moltissime persone e non solo di chi ha visto il celebre telefilm negli anni ’90, in occasione del primo passaggio, ma anche di chi ha imparato a conoscerlo in seguito.

Ci sono film e serie TV che, per tutta una serie di motivi, entrano nell’immaginario collettivo e vanno a occupare un posto fisso tra i cosiddetti miti pop, ovvero quei fenomeni che diventano pietre miliari della storia del nostro tempo perché rappresentano, incarnano e raccontano alcuni tra i maggiori cambiamenti della società e dei suoi costumi: sento di poter affermare che il telefilm in questione rientra in tale casistica.

Trasmessa tra il 1990 e il 2000, Beverly Hills 90210 è stata una serie speciale perché, per la prima volta, ha portato in televisione gli adolescenti per quello che erano, affrontando temi come droga, alcool, sessualità, AIDS.

Ricordate? La storia inizia con i due fratelli gemelli Walsh, Brandon e Brenda, che si trasferiscono con i genitori da Minneapolis a Beverly Hills, il quartiere VIP di Los Angeles: lì si trovano di fronte a un mondo nuovo, da una nuova scuola a nuove amicizie.

Brenda si innamora di Dylan McKay, ragazzo ricco che non riesce a stare lontano dai guai: a sua volta, la giovane dimostra di essere ribelle e combattiva e confesso che, pur con varie differenze, mi rivedevo in lei e in quella sua malcelata insofferenza verso le regole.

Ecco perché, quando ho letto della malattia che ha colpito Shannen Doherty, colei che ha dato volto, corpo e spessore a Brenda, sono rimasta molto colpita.

In agosto 2015, l’attrice aveva rivelato di avere un cancro al seno: la diagnosi, aveva spiegato, è purtroppo arrivata in ritardo, cosa che non le ha fatto perdere la voglia di combattere. Anzi, al contrario.

A distanza di un anno, Shannen ha pubblicato alcune fotografie molto forti sul suo profilo Instagram (ne vedete una parte qui sopra): davanti allo specchio e con le forbici in mano, procede al taglio della sua chioma prima di iniziare un nuovo ciclo di terapie.

A sostenerla ci sono gli affetti e gli amici di sempre: il suo corpo trasmette fragilità, per un attimo si vede in lei grande smarrimento, eppure non si rassegna e, quanto alla mastectomia, ho letto una sua dichiarazione che non ha bisogno di commenti.

«Sono solo seni. Preferisco vivere e invecchiare con mio marito.»

Viviamo un momento storico e sociale in cui molte delle nostre certezze stanno inesorabilmente vacillando, un momento in cui il mondo sta subendo profondi e probabilmente irreversibili cambiamenti: per la mia generazione, la malattia di Shannen segna un’ennesima perdita di quella spensieratezza e di quel senso di fiducia nel futuro che io stessa ho avuto la fortuna di vivere fino agli anni ′90 e che ha subito un duro colpo dopo l’11 settembre 2001 con l’attentato al World Trade Center di New York.

Così come Beverly Hills 90210 ha segnato un punto di svolta, un prima e un dopo, Shannen e la sua battaglia contro il cancro segnano (purtroppo) una divisione similare: segnano il risveglio da un sogno, quello secondo il quale noi ragazzi di allora eravamo convinti di possedere il futuro tanto da poterlo gestire in piena autonomia e in assoluta libertà, senza che nulla avesse il potere di interferire o fermarci.

Non era così, non del tutto, almeno: non siamo invincibili e credo che ogni generazione abbia vissuto questo passaggio e questa disillusione, in un modo o nell’altro.

Shannen (che ha avuto una vita da ribelle almeno quanto il suo personaggio più famoso) non è certo la prima ad ammalarsi; la differenza è che lei è stata una di quelle icone popolari di cui parlavo in principio, quelle che eleggiamo a simbolo dei nostri sogni e che poi vediamo cadere. E, oggi, sta pagando un conto salatissimo in cambio di tale consapevolezza, sua e nostra.

Eppure, non ho intenzione di fare di questo post un omaggio lacrimoso, anzi, desidero fare il contrario.

Guardando la Shannen di oggi, rivedo esattamente la Brenda di Beverly Hills 90210, come se non fosse passato nemmeno un giorno da quegli anni.

Ha lo stesso sguardo forte e fiero e, attraverso il coraggio di condividere il suo dramma, capisco che è davvero come io e i miei coetanei la vedevamo allora: è una combattente.

E allora io dico forza, Shannen.

Continua a dimostrarci che, oggi, possiamo vincere una nuova lotta importante quanto quella che abbiamo combattuto per affermare la libertà di amare chi volevamo, di scegliere i nostri amici, la scuola da frequentare, il lavoro da fare, il luogo in cui vivere. Sbagliando, magari, ma sempre in prima persona e sempre con il cuore.

Io sono con te e ti auguro che tu possa vincere la battaglia più importante di tutte, quella per la vita.

Perché se ci sbagliavamo sul fatto di essere invincibili, continuo a credere che invece non ci sbagliavamo sulla cosa più importante: possiamo agire e non subire, possiamo provare a lottare e non ad aspettare, seduti e rassegnati. In tutto, in ogni cosa.

Non desidero aggiungere altro se non che potete seguire e sostenere Shannen Doherty attraverso il suo profilo Instagram (io credo che la solidarietà, anche quella della rete, conti).

Quando lo aprirete, troverete queste parole: «My life and journey told thru the art of photos. It’s not all pretty, but it’s mine».

Ovvero «La mia vita e il mio viaggio raccontati attraverso l’arte della fotografia. Non è tutto bello, ma è mio».

Manu

 

 

Questo post è dedicato alla memoria di Simona.
Aveva la stessa età di Shannen e, pochi giorni fa, ha perso la lotta contro il cancro al pancreas.
Sit tibi terra levis, Che la terra ti sia lieve.

 

 

Pensieri in ordine (quasi) sparso: io e la (mia) salute…

Lo confesso: per quanto riguarda la salute, sono una persona molto fortunata.
Mi ammalo difficilmente e raramente: credo inoltre di avere una soglia di sopportazione del malessere piuttosto alta.
Quando ero una lavoratrice dipendente, incassavo ogni anno il cosiddetto premio presenza perché i miei giorni di assenza per malattia erano praticamente inesistenti.
Quest’inverno, per esempio, non ho avuto nemmeno un raffreddore, nonostante mio marito mi rimproveri di non coprirmi abbastanza. Non ha torto, in effetti: qualche anno fa, andavo a nuotare alle sette del mattino, prima di andare in ufficio, e uscivo dalla piscina con i capelli ancora bagnati, anche con la pioggia o con la neve. E senza cappello, naturalmente…
A volte, penso che qualcuno mi stia ripagando per tutti gli incidenti che ho subito da bambina. O, forse, quegli incidenti mi hanno temprata rendendomi più forte e donandomi una salute di ferro.
Recentemente, però, in occasione di una visita con il medico sportivo, quest’ultimo mi ha ventilato l’ipotesi di una cosa molto grave.
È stato un fulmine a ciel sereno e sono seguiti diversi controlli nonché visite specialistiche: ho covato tantissima ansia e, ogni volta in cui andavo a fare uno di quegli esami, mi sentivo come un’imputata in attesa di giudizio. Non ho memoria di un’altra volta in cui sia stata tanto in pensiero per la mia salute.
(Nota… folcloristica: nonostante tutto, però, non ho mai rinunciato ad affrontare le cose a modo mio e, anche per andare in ospedale, ho adottato tanta auto-ironia, come quella mattina in cui mi sono presentata con una collana di rossetti, come dimostra il selfie qui sopra, o come un’altra mattina in cui ho scelto una collana fluo. Altri pazienti mi guardavano come se fossi matta, le infermiere – divertite – mi hanno chiesto se i rossetti fossero veri. Sì, lo sono e la collana è un’altra opera di quel genio di Serena Ciliberti, anima di Sayang Ku. Mai perdere l’occasione di supportare il talento! 🙂 )
Tra attese varie e tempi tecnici, il tutto è durato esattamente tre mesi: per come è messa la sanità pubblica in Italia mi è andata benissimo, lo so, ma a me sono comunque sembrati mesi lunghissimi.
Durante questo periodo, ho taciuto la cosa a tutti con pochissime eccezioni: non ho detto nulla nemmeno ai miei genitori, non volevo si preoccupassero. Hanno già avuto la loro dose di preoccupazione quand’ero piccina e quando il fato si è accanito. Leggi tutto

DFuture, la prevenzione si fa col sorriso

Oggi desidero condividere con voi due fatti che mi sono capitati: in un primo momento, vi sembreranno slegati e sarà mio onere spiegarvi come e perché io li stia unendo.

Primo fatto: giorni fa, un’amica mi ha detto di essere capitata sulla pagina Contatti di questo mio blog. “Non l’avevo mai visitata prima – mi ha spiegato – e sono rimasta colpita dall’approccio forte che hai usato”.

La mia amica si riferisce al paragrafo in cui affermo che il blog “è indipendente, slegato da qualsiasi brand, editore o agenzia, e che qui troverete solo opinioni genuine e personali. Quando accetto eventuali collaborazioni, le stesse devono rispettare e rispecchiare i miei pensieri e la mia visione: non accetto per nessun motivo e in nessun caso di parlare di cose che non mi piacciono e la selezione, quindi, viene fatta alla fonte. Ciò che non mi piace qui dentro non entra.”

Ha ragione, è una presa di posizione forte, ma la difendo e, come scrivo lì, aggiungo “scusate la franchezza forse un po’ brutale, ma questo è un punto al quale tengo molto.”

Vedete, considero questo come un presupposto fondamentale di tutto il mio lavoro: magari qualcuno potrà non apprezzarlo o non gradirlo, ma io la considero in realtà una garanzia e non solo nei confronti di chi legge, ma anche verso i brand, i designer e i progetti dei quali scelgo di parlare. Se dico sì, chi lo riceve sa che sposo la sua causa con tutta me stessa; se dico no, chi lo riceve risparmia tempo e può trovare qualcuno più giusto di me. Leggi tutto

#BreakUpandMove, riflessioni su reciprocità e cattive abitudini

Non sono una da lista dei buoni propositi.
Conosco molte persone che, a settembre o a gennaio, i due momenti che consideriamo come nuovi punti di partenza, redigono tali liste.
Io non l’ho mai fatto: servirebbe solo a mettermi davanti alle mie inadeguatezze una volta di più, perché, si sa, i buoni propositi sono fatti per essere disattesi. O almeno questo è ciò che capita a me.

Volete qualche esempio pratico? Quante volte ho detto “Da domani mi metto a dieta”? “Da domani torno in palestra”? “Da domani mi metto la crema sul viso tutte le sere prima di andare a letto”?
E ancora: “Voglio avere più tempo per me stessa”? “Voglio vedere più spesso i miei amici”?
Potrei proseguire all’infinito.
La verità è che le abitudini, piccole o grandi che siano e specialmente quelle peggiori, sono dure a morire: non è facile cambiare modo di vivere, abbattere schemi consolidati.
E sapete qual è la cosa più brutta? Deludere sé stessi. Per questo non faccio liste, è questa la verità.

Un’altra verità nella quale credo è che nulla avvenga per caso.
Con questo non intendo affatto dire che tutto sia già scritto, anzi, ritengo che ognuno di noi abbia una grande responsabilità nel gestire in prima persona la propria vita.
Sono spesso affascinata dal concatenarsi degli eventi: più passa il tempo, più sono convinta che quelle che noi chiamiamo combinazioni siano in realtà eventi che mettiamo in moto col nostro stesso agire.
Nulla, quindi, è predeterminato, lo ripeto, ma, allo stesso modo, nulla avviene per caso e soprattutto siamo noi a decidere come intrecciare e annodare i fili di questo enorme telaio che è la vita.

In questi giorni, la mia teoria del “nulla è per caso” è stata confermata ancora una volta e, curiosamente, proprio sul fronte “buoni propositi”: vi racconto come e perché. Leggi tutto

Barbie strizza l’occhio all’Oriente per una buona causa

Quand’ero bambina, che fossi da sola, con mia sorella o con gli amici, giocavo moltissimo e con tutto ciò che capitava a tiro.
In cortile, c’erano la bicicletta, la corda per saltare, l’hula hoop e qualsiasi tipo di palla. Giocavamo a nascondino, a mosca cieca, a campana, a ruba bandiera, ad elastico: al mare e sulla sabbia, facevamo tunnel, fossati, piste per le biglie, castelli e perfino torte.
A casa, giocavo con le macchinine, le bambole, i pentolini, le costruzioni, le carte, le figurine e i giochi in scatola, dall’Allegro Chirurgo al Monopoli: ricordo che mi piaceva giocare a dama.
Mi inventavo giochi fabbricando cose da sola: per esempio, adoravo i barattoli vuoti che chiedevo a mia mamma.
Ho consumato milioni di fogli, matite, pastelli e pennarelli coi quali mi impiastricciavo all’inverosimile.

Ai genitori, dunque, desidero dire una cosa: non fatevi influenzare da nessuno, decidete con la vostra testa.
Volete regalare una Barbie alla vostra bambina? Fatelo. Volete regalarle le macchinine? Fatelo. Volete regalare un peluche a un maschietto? Fatelo, senza remore e senza sensi di colpa. Leggi tutto

Cosmopolitan, #CosmoSenoSano e il Mosaico Rosa

Oggi mi riesce difficile scrivere il pezzo che ho in mente: da una ventina di minuti, decido un attacco e subito dopo cambio idea.

Come ho scritto in un’altra occasione, questo capita quando ho troppe cose da dire e quando l’equilibrio da mantenere è delicato. Già, non è semplice restare neutri quando si parla di malattie e nello specifico di tumori: è fin troppo facile, invece, cadere nel tranello del sentimento. Ogni volta in cui ho scritto di cuore ed emozioni, ho cercato di mantenere questo difficile equilibrio perché, se si vuole essere efficaci e dare un reale contributo a una causa, occorre restare lucidi.

Molte persone hanno toccato il dramma del cancro, di persona o attraverso familiari e amici. Ho avuto anch’io alcuni casi in famiglia e recentemente due mie carissime amiche hanno perso la mamma dopo una lunga malattia.

Nonostante questo, nonostante conosca il dolore, a volte penso di essere affetta da una stupidità a dir poco imbarazzante. Perché scrivo ciò? Per esempio, perché rimando sempre la visita dal ginecologo e i vari screening esponendomi così al rischio di non diagnosticare in tempo utile eventuali tumori femminili. Leggi tutto

Bags for Dynamo Camp: Donatella Lucchi e 29 amici insieme per i bimbi

Sapete qual è uno dei miei desideri più grandi a proposito di questo blog? Vorrei riuscire a trasmettere che tutto ciò che pubblico, per quanto diverso e variegato, è legato da un filo immaginario al quale attribuisco il colore rosso.

Perché il rosso? Perché per me è il colore della passione, ovvero l’elemento che come un filo, appunto, unisce tutte le cose di cui parlo: quella messa da chi i progetti li concepisce e quella che ci metto nel farli miei e nel cercare di raccontarveli.

Giovedì 7 novembre sono stata invitata alla presentazione di un progetto nel quale amore e passione scorrono fortissimi: amore per la moda ma anche e soprattutto passione e voglia di fare qualcosa per gli altri nel modo in cui ognuno sa, può e riesce a farlo. So bene che la moda non salva la vita a nessuno ma so anche che, a volte, può servire ad aiutare qualcuno e può attirare l’attenzione su questioni importanti: ecco perché sono molto felice e orgogliosa di ospitare sul mio blog il progetto che vede protagoniste le borse create a sostegno di Dynamo Camp.

A presentare Bags for Dynamo è il marchio Donatella Lucchi Milano, nato dall’esperienza di Donatella Lucchi come fashion designer e da quella di Marta Tea Carpinelli nel campo del marketing e della comunicazione.

Il progetto ha la finalità di sostenere Dynamo Camp, una Onlus che organizza camp di terapia ricreativa, totalmente gratuiti, per i bambini affetti da patologie gravi e croniche, oncoematologiche, neurologiche, sindromi rare, spina bifida e diabete. Leggi tutto

Kissotto e tanti baci lunghi quanto un mese

Credo fermamente che ognuno di noi abbia il dovere di fare qualcosa per gli altri in misura delle proprie possibilità.

Anzi, scusate, mi correggo: non è un dovere, ma un’educazione morale e sentimentale che dovremmo sentire dentro di noi come un bisogno.

Non diciamoci scuse stupide come “non ho tempo” o “non ho le possibilità”: ognuno può fare ciò che è alla sua portata. Non c’è bisogno di fare cose grandiose o che vadano oltre i propri mezzi: basta farlo con generosità e col cuore. Le cose da fare sono tante: ognuno troverà il proprio modo.

Da un po’, sto provando a trovare il mio attraverso ciò che so fare meglio e ciò che provo a fare col cuore: scrivere. Scrivere per comunicare, per raccontare e per coinvolgere quante più persone sia possibile nelle cause in cui credo.

So che la beneficenza deve essere silenziosa, ma penso che la comunicazione senza strumentalizzazione giochi un ruolo importante per far sì che tante persone possano essere coinvolte in un progetto. Recentemente mi è stato chiesto di diventare ambasciatrice di un progetto che si chiama Kissotto: non ho esitato nemmeno un attimo, perché il progetto è a favore dei bambini. Leggi tutto

M Missoni is for Music: a NYC, moda e musica con un pizzico di impegno

Non sono una persona molto interessata al gossip e alla mondanità: quello che fanno attori, cantanti e sportivi non mi appassiona granché.

Mi piace seguirli nelle loro professioni, se li stimo, ma sinceramente non mi interessa sapere con chi escono o con chi si lasciano o con chi fanno un figlio.

Raramente cedo alla lettura di qualche rivista di pettegolezzi, più che altro per noia, tipo quando sono in attesa dal parrucchiere con il colore in posa, ma se ho con me il mio fido iPad la scelta non si pone: preferisco navigare in rete e cercare cose nuove.

Faccio un’eccezione quando non si tratta di gossip vero e proprio o di mondanità pura, ovvero quando le star legano i loro nomi a buone cause: sono tra coloro che credono che la celebrità possa avere un’utilità e che possa risultare positiva se diventa un esempio per gli altri.

Seguo Missoni da sempre, orgogliosa che sia un brand italiano di ottima tradizione, e lo scorso anno mi è capitato di essere invitata all’inaugurazione della nuova boutique di corso Venezia a Milano, quella che ospita i capi della linea M Missoni dedicata al prêt-à-porter (se siete interessati, potete trovare qui il mio racconto). Per questo la mia attenzione è stata attirata da un paio di eventi organizzati a New York e nei quali il marchio ha avuto un ruolo da protagonista.
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“Dal guardaroba dei gentlemen”, l’iniziativa di ProADAMO Onlus: com’è andata & intervista

Non mi piace lasciare le cose a metà e quindi cerco di portare a compimento ciò che inizio.

Vi ricordate uno dei miei primi post? Parlavo di un’iniziativa importante, quella che ha visto ProADAMO Onlus protagonista a Milano di una vendita di capi da uomo, vintage e second hand, organizzata per raccogliere fondi a favore dei propri progetti di ricerca e sostegno.

Dopo avervene parlato qui, sono andata alla vendita.

Ho curiosato tra i capi (e ho avvistato chicche meravigliose, soprattutto capi di sartoria a prezzi davvero invitanti, guardate le foto che ho scattato e che corredano questo articolo) e ho colto l’occasione per farmi raccontare meglio chi è e cosa fa esattamente ProADAMO. Leggi tutto

“Dal guardaroba dei gentlemen”: un’iniziativa di ProADAMO Onlus

Come racconto nella sezione “Chi sono”, per me la moda è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che amo e rispetto.

Come tale, come linguaggio e forma di comunicazione, la moda non può restare chiusa in sé stessa, ma deve necessariamente aprirsi e parlare con tutti i settori della nostra vita.

Ecco perché ho accolto con entusiasmo l’idea di un paio di amici che mi hanno proposto di raccontare qui nel blog un’iniziativa che consente alla moda di occuparsi di qualcosa di molto serio, un problema per il quale essa può diventare un’ottima cassa di risonanza che permetta di arrivare a molte persone. Leggi tutto

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