Curiel, l’Alta Moda che fa sognare è (anche) un affare di famiglia

Il post di oggi nasce da due considerazioni.

La prima è legata alla velocità che caratterizza i nostri tempi: ogni cosa – o quasi – viene ingurgitata e fagocitata con un ritmo sempre più galoppante, quasi come se esistesse perennemente l’esigenza di non soffermarsi, di non pensare e di passare rapidamente al successivo momento da consumare. Spesso non godiamo l’attimo perché siamo troppo protesi in avanti, già proiettati in un prossimo futuro.

E allora mi chiedo: sarà un bene? Digeriamo davvero tutto ciò che – ripeto – sembriamo ingoiare in fretta e furia? Approfondiamo, interiorizziamo? Oppure lasciamo piuttosto che le nostre esperienze restino in superficie, che galleggino senza farle davvero nostre?

Ve lo confesso, mi pongo sempre più spesso questi interrogativi perché la moderna velocità, a volte, mi impensierisce. E se velocità e dinamismo sono stati concetti al centro di movimenti artistici come il Futurismo, mi domando se non abbiamo reso tutto quanto fin troppo esasperato.

La seconda considerazione è legata al mio lavoro e al suo nucleo: come ho avuto modo di scrivere anche in occasione del reportage sulla recente Milano Fashion Week, occuparmi di moda – scrivendo, insegnando, facendo consulenze – incarna una mia grande passione, la più grande tra tutte quelle che ho.

Eppure, nonostante ciò, nonostante quella che ammetto essere una fortuna, ogni tanto ho anch’io bisogno (come capita a chiunque, credo) di tornare al nucleo più autentico del mio amore, ho bisogno di ricordare a me stessa perché amo tanto questo lavoro.

Ho bisogno di emozionarmi e di dimenticare ciò che mi rende insofferente davanti a certi meccanismi dei quali ho talvolta parlato. Leggi tutto

Paolin SS 2017, il viaggio continua tra sogno e realtà

Era gennaio 2015, dunque esattamente due anni fa, quando ho conosciuto Francesca Paolin e ho ospitato il suo lavoro parlandone in un post per il blog.
Visto che amo continuare a seguire – e a sostenere – il percorso dei designer nei quali credo, oggi inizio questo nuovo post indossando e presentando un’altra delle sue leggiadre creazioni ottenute con la tecnica della stampa 3D. Scommetto che non è poi così difficile immaginare il nome dell’anello (… Butterfly!): direi che la forma è piuttosto suggestiva e intuitiva.
Mi fa piacere sottolineare un’altra cosa: la busta con le coloratissime sferette di polistirolo è il packaging dell’anello, a riprova del fatto che alcune persone sprizzano originalità e creatività da ogni poro, a 360 gradi e in tutto ciò che fanno.

Come ho già avuto modo di raccontare, Francesca è cresciuta tra la moda degli eccessi degli anni ’80 e il conseguente minimalismo di reazione degli anni ’90: ha coltivato la sua passione osservando la madre intenta a confezionare abiti, a lavorare a maglia, a realizzare a mano ricami raffinati così come aveva imparato dalle signore della nobiltà veneziana.
Allo stesso tempo, però, Francesca era affascinata dalla figura del padre e dai suoi abbinamenti di capi moderni e vecchi: senza dubbio, suo padre era un antesignano e aveva capito con un certo anticipo che il mix & match tra nostalgia e personalità sarebbe diventato un certo modo di essere, pensare e vivere. Oggi, quel certo modo si chiama vintage.

Grazie al suo talento, lo IED – Istituto Europeo di Design le ha offerto una borsa di studio per il diploma in Fashion and Textile Design: in seguito, ha ricevuto un’altra borsa di studio per il master in Fashion Design dalla Domus Academy.
Le sue esperienze professionali comprendono collaborazioni con designer e marchi di moda in tutto il mondo, dal Regno Unito all’Ecuador: nel 2011, ha vinto il premio Levi’s Womenswear Award al Mittelmoda, uno dei più accreditati concorsi internazionali per stilisti emergenti e studenti in fashion design.

A seguito di questo intenso vissuto tra figure per lei importanti e percorsi di studio e lavoro, Francesca ha sentito che era giunto il momento di creare il suo marchio ed è nata l’etichetta Paolin che riflette i suoi viaggi, i suoi sogni e le gioiose reminiscenze di famiglia. Leggi tutto

Felice di piacervi e non, parola di Franca Sozzani

Non so mentire: provavo una simpatia alquanto tiepida nei confronti di Franca Sozzani.

A non farmi sentire a mio agio – io eternamente scomposta e con infinite imperfezioni – era in parte la sua aria eterea, il suo aspetto quasi serafico: sembrava sempre essere appena uscita da un quadro, i capelli (lunghissimi e ondulati) e lo sguardo mi ricordavano immancabilmente la perfezione della Venere di Botticelli.

Insultatemi pure, pensate pure che io sia poco delicata a scrivere tali pensieri a pochi giorni dalla sua dipartita: non posso darvi torto, eppure preferisco essere sincera.
D’altro canto, mi sembra altrettanto sconveniente l’atteggiamento di chi oggi la osanna quando alcune di quelle stesse persone si sono scatenate giusto poco tempo fa in una ridda di commenti caustici a proposito del docu-film Franca: Chaos and Creation girato dal figlio Francesco Carrozzini.
Ciò avveniva quando pochissimi sapevano della malattia che l’ha portata via il 22 dicembre: oggi quel lavoro appare come un omaggio e un saluto, eppure ricordo bene Facebook pieno di battutine sarcastiche perché purtroppo (purtroppo, sì) godo di buona memoria.

Credo che di questo stridente contrasto tra il prima e il dopo sorriderebbe lei per prima, visto che non teneva affatto né a piacere a tutti né a essere simpatica a tutti, come scrisse molto chiaramente in un post datato 22 luglio 2010 dal quale è presa la foto qui sopra e che è apparso sul suo frequentatissimo Blog del Direttore.
«Non si può sempre piacere a tutti e soprattutto non si deve»: così scrisse in tale occasione e dunque sono certa che sorriderebbe anche della mia tiepida simpatia per poi infischiarsene.
Giustamente e senza perdere la sua solita classe, naturalmente.

Franca Sozzani ha fatto tanto per la moda e questo è un dato inconfutabile che va ben oltre qualsiasi simpatia, antipatia o sarcasmo.

Non si mette minimamente in discussione e non servono certo le mie parole a ricordare tutto ciò che ha fatto. Anzi, a tal proposito, vi invito a leggere l’articolo di Antonio Mancinelli per Marie Claire, decisamente quanto di meglio io abbia letto, oppure il ricordo firmato da Anna Wintour, inossidabile direttrice di Vogue USA.
Quindi, pur non avendo alcuna intenzione di esibirmi in dichiarazioni di simpatia postuma (che nel mio caso sarebbero ipocrite considerando ciò che ho confessato), scrivo queste righe di stima e commiato con slancio spontaneo e sincero, per dire grazie a Franca Sozzani per almeno quattro buoni motivi.

Il primo motivo è, signora Sozzani, proprio ciò che lei ha fatto.
Vogue ha un grande peso nella formazione di ogni appassionato e/o professionista di moda che si rispetti e lei ha dedicato a Vogue Italia – una delle edizioni più belle a livello mondiale – ben 28 dei suoi 66 anni di vita. Dal 1988 a oggi, con coraggio e passione. E con successo.
Questo è qualcosa che solo un’ingrata o una stupida o una folle potrebbe non riconoscerle. Sarebbe una pessima dimostrazione di ignoranza e arroganza.
Dunque, ecco il mio primo grazie.

Il secondo motivo è l’importanza che lei ha dato al talento, parola, idea concetto che amo a mia volta.
Ha supportato molti professionisti della moda decretandone il successo; dicono che abbia allo stesso modo decretato l’insuccesso di altri e di questo qualcuno gliene fa una colpa.
Non sono d’accordo con accuse di questo tipo: dire di a tutti sarebbe insensato quanto sbagliato e dire dei no comporta un prezzo da pagare. Lei ha accettato di pagarlo e anche per questo le dico un altro grazie, perché la sincerità e la fedeltà a noi stessi e alle nostre idee è fondamentale e irrinunciabile.

Il terzo motivo è che, oltre al talento, lei credeva nell’impegno e nel duro lavoro.
Una come me che crede ciecamente che impegno, studio e lavoro siano valori assoluti non può che dirle un ennesimo grazie.

Il quarto motivo è proprio quel suo coraggio di non voler piacere a tutti.
Viviamo in un’epoca in cui molti (troppi) vogliono piacere a più persone possibili raccogliendo qualunque consenso; vivo in un ambiente – il suo stesso, quello della moda – in cui tutto ciò è ancor più enfatizzato e nel quale molti (troppi) giocano ancor di più a fare i piacioni (ma sì, uso questa espressione). In una simile epoca e in un simile ambiente, il suo atteggiamento assumeva ancora più importanza. Era quasi rivoluzionario.
E allora le dico l’ultimo grazie, signora Sozzani, a titolo estremamente personale, perché l’esempio di una persona così importante come lei dà forza a me – nel mio piccolo e con le dovute proporzioni – per continuare a pensare che non sbaglio nel portare avanti a mia volta lo stesso atteggiamento.

Ho iniziato il post scrivendo di non nutrire simpatia particolare per lei: arrivata a questo punto, mi rendo conto che provavo e provo per lei un grande rispetto.
Chino la testa davanti al fatto che se ne sia andata con discrezione e in silenzio, senza rendere pubblico il male che la stava consumando.
E sono sinceramente colpita dai ricordi di molte persone che l’hanno conosciuta e che testimoniano come lei non facesse mai mancare qualche parola gentile alle sfilate o come non mancasse di spronare a coltivare il talento e a inseguire i sogni, in qualunque campo essi fossero: sono racconti che la dipingono come persona di buona carica umana, in barba all’impressione di distacco che suggeriva invece a me.

Chissà, se avessi avuto l’opportunità di intrattenermi con lei, forse avrei superato l’imbarazzo che la sua figura mi incuteva: mi rimarrà il rammarico di non aver avuto tale opportunità.

Manu

Annalisa Caricato, quanta fantasia può stare dentro una minibag?

Sì, lo so: dovrei pensare all’autunno già in corso e all’inverno ormai imminente.

Dovrei pensare a castagne da arrostire e albero di Natale da allestire, presto, molto presto.

Non dovrei pensare alla primavera, ai tessuti leggeri, a colori e stampe vivaci, alle forme sinuose e accattivanti.

Non dovrei avere la testa piena di farfalle svolazzanti e fiori pronti a sbocciare.

Ma come si fa? Come si fa a non pensare a tutto ciò – farfalle, fiori, colori – dopo aver partecipato ai press day e dopo aver visto tante deliziose anticipazioni per la prossima primavera / estate 2017?

Come si fa a far finta di non aver visto nulla e a non condividere subito con voi almeno una piccola anticipazione?

Facciamo un patto: parlo di un brand sul quale non posso proprio tacere, poi metto la testa a posto (più o meno) e torno buona buona a occuparmi di collezioni autunno / inverno 2016 – 17. Affare fatto?

Ho sentito dei timidi sì, mi pare, e dunque parto: signore e signori, vi presento la poliedrica Annalisa Caricato della quale mi sono innamorata la scorsa settimana, dopo aver ammirato e toccato (anzi, accarezzato) le sue borse.

Annalisa Caricato nasce e frequenta i primi studi artistici nella città di Bari: compiuta la maggiore età, si trasferisce a Roma per formarsi come designer. Leggi tutto

Hillary Clinton e i significati di un tailleur dai dettagli viola

Hillary Clinton e il marito Bill in occasione del Concession Speech del 9 novembre 2016 a New York (Photo Getty Images through Vogue)

Lo ammetto: dopo l’esito delle elezioni negli Stati Uniti, sono rimasta sotto shock per qualche giorno, al punto tale da non riuscire a scrivere nemmeno due righe sui social, Facebook, Twitter oppure Instagram.
In particolare, sono scioccata dalla schiacciante vittoria di Donald Trump, ammetto anche questo; sono però ugualmente basita davanti a certi commenti e ad alcune reazioni sia pro sia contro il nuovo presidente.
Si sente e si legge di tutto: c’è perfino chi sostiene che non si possa parlare di una vera vittoria di Trump, quanto piuttosto di una sconfitta – pesantissima – della Clinton poiché il voto non sarebbe una scelta da leggere in positivo, bensì un rifiuto deciso e categorico diretto alla esponente del partito democratico. Mi spaventa il fatto che ciò possa essere la verità, mi sembra terribile votare non a favore di qualcuno in cui crediamo, ma contro un altro candidato.
Si parla anche di un ulteriore messaggio, ovvero della saturazione della gente rispetto alla politica, ai suoi giochi e ai suoi protagonisti più consumati, come Hillary, appunto: qualcuno si spinge fino ad affermare che tutto ciò influenzerà anche il referendum italiano del prossimo 4 dicembre.
Vedete, non so se invidiare chi nutre tutte queste certezze: io ho piuttosto una montagna di dubbi e interrogativi e nutrivo molte speranze sul fatto che, finalmente, un Paese come gli Stati Uniti fosse pronto a dare fiducia a una donna. Ora, morta la speranza, mi pongo un ennesimo quesito: gli americani hanno ragione? Hillary Clinton è una donna tanto pessima da non poterle dare fiducia e lo è al punto tale da preferirle un uomo considerato mediocre e non all’altezza da molti, perfino all’interno dello stesso partito repubblicano del quale fa parte?
In fondo, desiderio di una donna presidente a parte, ho nutrito io stessa diversi dubbi sulla candidatura e su certi atteggiamenti di Hillary (in parte ne avevo parlato anche qui nel blog a proposito di donne e politica): forse, la Clinton non era davvero la candidata giusta affinché il sogno, mio e di molti altri, si avverasse.
Oggi come oggi, dubbi personali a parte, faccio comunque fatica a comprendere fino in fondo la scelta degli americani, un popolo che stimo per molti motivi; eppure, pur non comprendendo e non riuscendo a condividere la loro scelta finale, non mi piace nemmeno chi dà loro degli idioti oppure degli ignoranti o ancora degli ottusi senza analizzare le ragioni profonde di questo voto.
No, non ci sto e non accetto tali generalizzazioni, così come non le accetto mai e in nessun caso.
Siccome mi piace colmare la mie lacune ascoltando gli altri, in tutti questi giorni sono stata zitta e mi sono posta in ascolto proprio per cercare di capire le ragioni dei cittadini degli Stati Uniti: per esempio, ho ascoltato spiegazioni a mio avviso interessanti grazie a Kay Rush, giornalista nonché conduttrice radiofonica e televisiva che stimo.
Kay è statunitense (è nata a Milwaukee nello Stato del Wisconsin) anche se è naturalizzata italiana: può ben dire di conoscere la mentalità americana ed è dunque in grado di tastare il polso dei suoi connazionali.
Ai microfoni di Radio Monte Carlo, Kay ha offerto punti di vista ai quali non avevo pensato o che non avevo considerato, proprio perché, non essendo americana e non vivendo negli Stati Uniti, sicuramente non posso conoscere a fondo l’animo di quel Paese (e mi permetto di dire che di questo dovremmo tenere conto tutti prima di esprimere giudizi basati su conoscenze sommarie e non dirette).
Il primo motivo per cui Hillary non è stata apprezzata da molti è il comportamento che tenne quando suo marito Bill, allora Presidente degli Stati Uniti, fu coinvolto nello scandalo con Monica Lewinsky: gli americani, ha spiegato Kay, amano le donne forti, orgogliose e indipendenti, quindi non hanno apprezzato che la Clinton sia rimasta sposata per ragioni giudicate di mero interesse politico. Inoltre, i cittadini statunitensi amano che alla Casa Bianca ci sia una vera coppia e una vera famiglia, condizioni non più riconosciute ai Clinton. Infine, un ulteriore motivo è una certa altezzosità della quale si accusa Hillary che si è un po’ messa su un piedistallo: prova ne è, secondo la giornalista, il fatto che la Clinton non si sia recata in diversi Stati durante la campagna, facendo sospettare di essere arrogante al punto tale da dare per scontata la vittoria in alcuni luoghi. L’ha fatto perfino in Illinois, il suo Stato di nascita, dove era (forse) ciecamente convinta di poter vincere proprio per un motivo di origini.
Ma gli americani non sono sciocchi (come afferma sbagliando qualcuno) e Hillary, insomma, pagherebbe oggi lo scotto del suo atteggiamento, le accuse di chi la taccia di essere una guerrafondaia (vedere il suo ruolo di Segretario di Stato in un periodo in cui il Paese è stato protagonista di molti interventi bellici) e le sue scelte all’epoca del Sexgate.
Anche il ritardo con il quale la Clinton ha fatto la “telefonata di resa” (quella con cui ogni candidato statunitense sconfitto ammette tale condizione) non è stato visto di buon occhio in un Paese in cui prendere atto della chiusura dei giochi è un gesto importante che apre la nuova fase che subentra a campagna elettorale e votazioni finite.
Anche in questo caso, si sono sprecate illazioni di ogni tipo, genere e grado, mentre già si iniziano a fare confronti (spesso impietosi e imbarazzanti) tra la First Lady uscente Michelle Obama e Melania Trump, la nuova padrona di casa alla White House.
Sinceramente, a me tutto ciò un po’ infastidisce, quasi quanto i risultati delle elezioni stesse ed esattamente come e quanto sono stata infastidita dalle polemiche (a mio avviso di bassissimo livello) che sono seguite all’ultima cena data da Barack Obama e che ha visto la partecipazione di Matteo Renzi, il nostro Presidente del Consiglio.
Per giorni, non si è parlato di altro che dei vestiti di Agnese Landini Renzi e di Michelle Obama, del loro peso, della loro taglia e della loro forma fisica, della loro bruttezza e / o bellezza (delle signore e dei vestiti), dei brand scelti e via discorrendo.
Voi direte: sarai contenta, ti occupi di moda. Eh no, cari amici, non mi piace che gli abiti vengano usati per discorsi banali, triti e superficiali né mi piace che vengano usati per giudicare le persone.
Visto che penso che sia un linguaggio, mi piace che la moda sia tirata in ballo per fare analisi stimolanti e interessanti in grado di aggiungere nuovi piani di lettura e inediti spunti di riflessione: la critica fine a sé stessa e che sfiora il pettegolezzo mi annoia e mi nausea, invece, e chi mi legge d’abitudine lo sa. Leggi tutto

Basta un poco di… HONEY e anche l’inverno va giù!

Ogni anno, puntualmente, l’inverno riesce a cogliermi impreparata.

Non chiedetemi come ciò sia possibile, vi prego: non so rispondere, non capisco se sia io a essere sciocca e a illudermi che il fatidico momento del suo palesarsi possa essere procrastinato (possibilmente all’infinito) o se sia lui, l’inverno, tanto bravo (o piuttosto subdolo!) da non farmi intuire il suo imminente arrivo.

E così, mentre ancora sono impegnata a lasciarmi pervadere dalla dolcezza dell’autunno (stagione che adoro) e dagli affascinanti fenomeni che lo accompagnano (come il foliage), vengo raggiunta dalla prima stoccata a tradimento del temibile Generale Inverno. Temibile per me, almeno, visto che detesto il freddo intenso; dunque incasso il colpo, d’un tratto risvegliata dai primi brividi.

In questi giorni, però, la mia proverbiale distrazione ha avuto uno scossone e mi sono ricordata di dare un occhio meno disattento al calendario. Chissà, forse sarà stata la prima mattinata di nebbia oppure sarà stato il cambio dell’ora e il ritorno all’ora solare: non so perché quest’anno tali eventi abbiano attirato la mia attenzione più del solito, ma il punto è che ho realizzato che l’autunno è ormai agli sgoccioli e lo è soprattutto qui a Milano, non tanto per ragioni di puro calendario (sempre più spesso le stagioni seguono ritmi che non combaciano necessariamente con le date ufficiali), ma piuttosto perché sento che l’aria sta cambiando.

Sì, l’aria si è già fatta più pungente e presto i meravigliosi tappeti di foglie – oro, arancioni, rosse – spariranno.

E quindi? È il panico, o almeno tale è per me! Leggi tutto

Irma Paulon, sale e spezie che si fanno gioiello

I viaggi hanno sempre avuto un ruolo importante nella mia vita: ho avuto la fortuna di visitare tanti luoghi meravigliosi e oggi mi ritrovo anima e testa colme di preziosi ricordi.

Istanti, immagini, suoni, incontri, volti, voci, colori, forme, odori, profumi: ecco, proprio questi ultimi rappresentano spesso il mezzo privilegiato attraverso il quale molti ricordi si fanno indelebili.

Penso, per esempio, al profumo intenso della salsedine in certi posti di mare dall’aspetto ruvido. Al profumo dei croissant appena sfornati da piccole pasticcerie in paesini quasi sperduti. Al profumo delle spezie nei mercati asiatici o africani.

Chiudo gli occhi e rivedo con chiarezza il mercato che visitai ad Assuan, in Egitto: sono passati molti anni da allora, eppure rammento molto bene che in quella occasione le spezie mi colpirono a tal punto da decidere al mio ritorno a casa di non consumarle, bensì di conservarle in alcuni barattoli in vetro che risultavano perfetti nella loro trasparenza per mostrare ed esaltare le molteplici e vivaci sfumature.

Ogni tanto, aprivo i barattoli per verificare se ancora si sentisse il profumo intenso che, insieme ai colori, mi aveva spinto all’acquisto: tuffavo letteralmente il naso all’interno, inspiravo e rivivevo le forti emozioni di quella giornata egiziana.

Tutto ciò mi è immediatamente tornato in mente appena ho visto alcuni lavori di Irma Paulon, artista che vive e lavora a Venezia. Leggi tutto

Anna Piaggi, eredità di una straordinaria visionaria della moda

C’era una volta una grande donna il cui nome era Anna Piaggi.
Sebbene io creda che nessuna definizione possa riuscire a rendere giustizia all’intelligenza, alla sensibilità, alla cultura, alla curiosità, ai mille interessi che l’hanno caratterizzata, dirò – per chi non la conoscesse – che era una straordinaria giornalista e scrittrice.
Leggenda della moda, esperta di stile, creativa, provocatrice quanto serviva (e servirebbe), anticipatrice di tendenze, collezionista seriale di vestiti, copricapi e accessori: queste sono altre espressioni che posso aggiungere per raccontare qualcosa di lei.

Oggi c’è invece una piccola donna che aspirerebbe a fare almeno una minima parte di ciò che la grande giornalista seppe realizzare in modo tanto magistrale e unico; uso il verbo aspirare nel senso che Anna Piaggi viene presa a modello, icona, punto di riferimento, ben sapendo quanto sarà impossibile emularla o ripetere il suo percorso. È possibile, però, condividere la sua stessa visione.
La piccola donna in questione sono io, l’avrete capito, e lo scorso 26 settembre, a conclusione della Milano Fashion Week, ho passato un’incantevole e indimenticabile serata assistendo alla proiezione del docufilm Anna Piaggi – Una visionaria nella moda: l’opera, diretta dalla regista Alina Marazzi e interamente dedicata al mio grande mito, è stata proiettata presso l’Anteo spazioCinema in occasione del Fashion Film Festival Milano.

Anna Piaggi era nata a Milano nel 1931 ed era diventata giornalista di moda nei primi anni Sessanta, quando il mestiere era ancora agli albori.
Insieme al marito Alfa Castaldi, uno dei fotografi italiani più importanti, e con la collega Anna Riva, altra grande giornalista, la Piaggi gettò le basi di un mestiere, quello della redattrice di moda, che tutt’oggi deve molto (se non quasi tutto) a lei.
Fu fashion editor di Arianna, periodico femminile che fece da precursore; fu opinionista per Panorama e per L’Espresso; approdò a Vogue Italia e qui, nel 1988, creò la celeberrima rubrica D.P., ovvero le Doppie Pagine.
In quel suo spazio straordinario, la grande giornalista interpretava la moda e le tendenze facendo incontrare parole e immagini. I suoi editoriali erano sempre ricchi di riferimenti all’arte e alla letteratura tanto da farne una rubrica cult che continua a fare scuola. Leggi tutto

Dee di Vita, un progetto importante per tutte le donne

Ci sono questioni che toccano profondamente le mie corde più intime.
Tra tali questioni figura la malattia e, in particolare, l’approccio alla malattia e al dolore fisico.
Ho conosciuto il dolore in più occasioni e l’ho provato sulla mia pelle, letteralmente, soprattutto a causa di un grave incidente subito da bambina: tutt’oggi porto le cicatrici indelebili, i segni di un’ustione che quasi mi privò della vita.
Credetemi se dico che, nonostante fossi piccolissima, il trauma è stato tanto forte che piccoli frammenti di quella terribile esperienza sono impressi nella mia memoria. Sprazzi di dolore e momenti di angoscia (ero stata ricoverata in camera asettica e avevo paura, ero solo una bambina) che sono perfino più profondi delle cicatrici fisiche che, da adulta, non ho infine voluto togliere.
Sostengo (sorridendo) di essere stata ricompensata per quel tragico incidente attraverso la fortuna di un’ottima salute; eppure, ho conosciuto la malattia attraverso tante (troppe…) persone care che fanno parte della mia vita. Alcune non ci sono più, purtroppo, ma sono presenti più che mai nel mio cuore.
L’ustione non ha solo segnato la mia pelle, ha anche forgiato il mio animo: la mia soglia del dolore è abbastanza alta e sopporto piuttosto bene la sofferenza fisica.
Ma, per paradosso, se sono disposta a sopportarla su me stessa, mi è invece difficile accettarla in coloro che amo: un conto è soffrire in prima persona, un altro è veder soffrire coloro che amiamo. Per quanto mi riguarda, preferisco di gran lunga essere io a provare dolore. Non so, forse così ho l’illusione di poterlo controllare e di poterlo vincere ancora, così come è già stato…
Naturalmente, detesto vedere soffrire i bambini, mi fa stare male quasi fisicamente proprio perché sono stata una bambina sofferente; lo stesso mi accade quando a soffrire sono in generale le donne, soprattutto a causa delle malattie tipicamente femminili.

È per tutti questi motivi che, ogni volta in cui c’è la possibilità di dare il mio piccolo aiuto alla lotta contro la malattia, mi metto in gioco volentieri e cerco di dare il mio sostegno con tutto il cuore.
So che quel che faccio non è altro che aggiungere una piccola goccia, ma sono convinta che il mare – soprattutto se inteso in senso metaforico – sia fatto da tante, tantissime microscopiche gocce.

Sono particolarmente orgogliosa di dare un contributo quando è la moda – la dimensione nella quale mi muovo quotidianamente – a scendere in campo.
Perché da sempre credo nella moda come forma di linguaggio.
E sono altrettanto felice di poter affermare che ci sono realtà che, oltre ad amare la moda, amano i messaggi che essa può contribuire a dare, grazie all’enorme cassa di risonanza sulla quale può contare.

È il caso di La Tenda Milano che si è innamorata del progetto Dee di Vita e che ha voluto fortemente partecipare all’iniziativa solidale nata dalla collaborazione tra Mantero e l’Ospedale San Raffaele di Milano.

Scopo di Dee di Vita è quello di sostenere le attività di Salute allo Specchio, organizzazione non lucrativa che si occupa di supportare psicologicamente le donne con patologie oncologiche con l’intento di aiutarle a ritrovare bellezza, vitalità, sicurezza e femminilità.
Fulcro dell’iniziativa è Vita, un turbante speciale creato da Mantero, azienda storica fondata a Como nel 1902 e specializzata nella seta: Vita è semplice da indossare e può essere annodato con pochi gesti. È un morbido abbraccio di seta, una vera e propria carezza che non irrita la cute delicata di chi affronta terapie farmacologiche molto impegnative.
Con il desiderio di creare una serie limitata di turbanti, La Tenda, celebre boutique meneghina di prêt-à-porter, ha scelto rose acquerellate che sbocciano con sapienti colpi di pennello: sono declinate in cromie calde che ricordano i colori della terra e scenari esotici, con tocchi di indigo e fucsia. Potete vederlo in anteprima nella foto qui sopra.
Grazie al prezioso contributo di La Tenda Milano e all’impegno profuso da Mantero, una parte del ricavato delle vendite dei turbanti – prezzo al pubblico 80 euro – sarà devoluto alla Onlus Salute allo Specchio.

I turbanti limited edition Mantero per La Tenda verranno presentati a Milano in occasione dell’edizione di Milano Moda Donna che sta per iniziare, con il patrocinio della Camera Nazionale della Moda Italiana.
L’allestimento all’esterno della Boutique di via Solferino 10, nel cuore di Brera, trasformerà la via in una vera e propria galleria d’arte: dal 21 al 23 settembre, sarà infatti aperta al pubblico la mostra Donne ConTurbanti del fotografo Guido Taroni, mostra il cui obiettivo poetico fa emergere, attraverso 16 ritratti di donne, tutta la personalità di ognuna di loro. Donne che, pur non avendo affrontato in prima persona la malattia, si sono dimostrate uniche e speciali nel modo di indossare i turbanti Vita.
La mostra sarà arricchita da un nuovo esclusivo scatto che interpreta il turbante Vita nella fantasia realizzata in esclusiva per La Tenda: lo scatto verrà svelato il 20 settembre, in occasione della serata dedicata alla Vogue Fashion’s Night Out e all’inaugurazione della mostra.
E per raccontare il dietro le quinte della creazione della nuova fantasia svelandone il lato più squisitamente artistico, proprio in occasione della VFNO, La Tenda accoglierà, a partire dalle 18:30, una performance di live painting durante la quale una textile designer di Mantero mostrerà come prendono vita le fantasie che ritroviamo sul pregiato twill di seta di Vita.
L’evento proseguirà poi alle 19:30 con Lisa La Pietra, giovane soprano e ideatrice di Argia, progetto che prevede l’utilizzo della vocalità come tramite di emozioni. Attraverso alcuni brani tratti dalla tradizione operistica, una speciale performance di musica dal vivo accompagnerà tutti i presenti alla scoperta di quella che è la grande forza insita in ogni donna, in linea con il vero significato di Argia.
Sapete qual è il significato di questa parola? Illuminata.

Parola perfetta.
Perché è riuscire a vedere la luce ciò di cui ha bisogno chi affronta le patologie oncologiche.
E la luce passa anche attraverso la nuova estetica oncologica nonché attraverso tutto ciò che può trasmettere i valori della bellezza e della forza delle donne, sostenendo concretamente coloro che sono in cura e facendo ritrovare il desiderio di prendersi cura di sé.

Per questo Vita è un prodotto volutamente allegro e colorato, perché interpreta l’energia di tutte le donne, ne celebra la bellezza e ne valorizza la femminilità.

Bando al dolore e alle lacrime. Siamo Dee di Vita.

Manu

 

Qui trovate il sito di La Tenda Milano; qui il sito di Mantero; qui il sito del fotografo Guido Taroni; qui il sito del soprano Lisa La Pietra; qui il progetto Dee di Vita; qui la Onlus Salute allo Specchio con approfondimenti interessanti e importanti, per esempio a proposito dell’estetica oncologica.

 

 

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Giulia Boccafogli, quando dedizione e umiltà accompagnano il talento

Più vado avanti nel mio percorso e più mi convinco circa la necessità di dare spazio a cose belle e virtuose.
A progetti belli e virtuosi.
A persone belle e virtuose. Belle in senso molto ampio, dentro e fuori.

Sento che è necessario e anche giusto in quanto tutto ciò riesce a regalarmi emozioni forti.
E l’emozione è ancora più grande, dilagante, direi, quando a essere bella e virtuosa è una persona che seguo con affetto e stima da anni.

Sì, seguo lei e il suo lavoro da parecchio: mi riferisco a Giulia Boccafogli, designer talentuosa di gioielli contemporanei di ricerca, realizzati artigianalmente utilizzando pellami italiani di recupero.

Giulia progetta, disegna e realizza personalmente le sue collezioni: lavora con passione e dedizione, operando una continua ricerca e portando avanti le principali caratteristiche (originalità, qualità, manualità, conoscenza, competenza) intrinseche nel vero Made In Italy.

Il suo lavoro si concentra sulla pelle, materiale versatile, e lei ne esplora e ne sfrutta l’aspetto materico.
Utilizza pellami di recupero, selezionati accuratamente: rigenera il materiale che, in questo modo, gode di una seconda vita. Leggi tutto

Giulia Salemi contro Giulia Marani: due approcci agli antipodi

Chissà se, leggendo il titolo di questo post, avete pensato al film Kramer contro Kramer: se è così, ne sono felice, era il mio scopo.
Desideravo evocare proprio l’atmosfera di quella pellicola che racconta di una coppia che, a seguito del divorzio, si ritrova a lottare per l’affidamento del figlioletto.
L’intento del regista è quello di sottolineare, fin dal titolo e tramite l’uso dello stesso cognome, l’aspro confronto che oppone i due coniugi.

Il mio intento è lo stesso: non vi parlerò di un matrimonio in crisi, ma di un altro confronto tra nomi.
Le due persone delle quali sto per parlarvi hanno infatti in comune il nome di battesimo, Giulia, e da esso sono unite eppur divise, come vedrete.

Giulia Salemi è una modella, lavora in televisione ed è una ex concorrente del concorso di bellezza Miss Italia; Giulia Marani è una stilista della quale ho parlato spesso.
Entrambe sono state presenti a Venezia, per la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica.

Giulia Salemi ha fatto parlare di sé per aver indossato un abito che non so davvero come definire.
Potrei chiamarlo inguinale, nel senso che lasciava praticamente scoperto l’inguine eccezion fatta per una sottile striscia di stoffa. Per onore di cronaca e per amore di verità, è giusto che io nomini anche Dayane Mello, modella brasiliana che ha condiviso la passerella con la Salemi, vestita dallo stesso stilista e con un abito simile.

Giulia Marani ha invece fatto parlare del suo lavoro, vestendo due modelle con alcuni capi che rappresentano e sintetizzano il percorso che la stilista sta portando avanti da anni.

Parliamo in entrambi i casi di moda e vestiti, dunque; eppure, le due Giulia hanno affrontato la passerella (e la vita, oserei dire) in maniera diametralmente opposta, sia per quanto riguarda l’approccio sia per quanto riguarda il risultato.

E avrete già capito che uno dei due modi mi piace e l’altro no. Leggi tutto

Sonia Rykiel, non solo la regina del tricot

Ammiro le persone che dimostrano di avere carattere e personalità.
Mi piace che una persona si distingua nel mestiere che fa, qualunque esso sia. Resto ancor più affascinata quando si tratta di donne in quanto diventano fulgidi esempi da seguire.
Per questo motivo ammiravo tanto Mariuccia Mandelli, la stilista che aveva scelto Krizia come proprio pseudonimo, nome preso in prestito dall’ultimo Dialogo incompiuto di Platone, quello incentrato sulla vanità femminile.
Nel 2013, dopo una sfilata, avevo avuto l’immenso onore di poterle stringere la mano: lo scorso dicembre, a 90 anni, se n’è andata. Nel mio cuore c’è un posto che sarà suo per sempre e ora, al suo fianco, ne riservo uno per Sonia Rykiel: appena ho saputo della sua morte, ho subito pensato alla signora Mandelli e mi è venuto istintivo unirle indissolubilmente nel fatto di essere donne di grande carattere e personalità, stiliste che hanno saputo diffondere e difendere la loro opinione a proposito della femminilità e dei possibili modi di interpretarla.

Sonia Rykiel, classe 1930, iniziò a disegnare abiti nel 1962 quando, durante la gravidanza, non riusciva a trovare vestiti che le fossero comodi.
Soprannominata regina del tricot, concentrò la propria creatività sulla lana, dandole la stessa importanza che altri stilisti riservavano a tessuti pregiati e riuscendo a portare la maglieria oltre la dimensione artigianale.
Il pezzo che le fece ottenere il titolo di regina del settore fu un piccolo pullover attillato a righe: il capo finì sulla copertina di Elle e diventò un simbolo di liberazione e seduzione nonché di uno stile sofisticato e ribelle. Le donne – e prime fra tutte celebrità quali Audrey Hepburn, Catherine Deneuve, Lauren Bacall, Brigitte Bardot – se ne innamorano.

La sua filosofia? No, ai total look, no ai diktat, no ai limiti imposti dall’età.
Per lei era la moda a doversi mettere al servizio del corpo femminile e non viceversa (e questo è uno dei motivi per cui l’ammiro); ogni donna doveva essere libera di creare il proprio guardaroba, celebrando liberamente le proprie forme.
I capi di Sonia Rykiel conquistarono la ribalta della moda perché parlavano un linguaggio schietto e perché coglievano i desideri delle donne degli anni ’70: lei regalò loro libertà di movimento e di espressione.
«È la donna che anima l’abito. Non può essere il contrario. La provocazione è la donna, mai quello che indossa», così era solita dire.

Nel 1985, ricevette la Légion d’honneur, l’onorificenza più alta attribuita dalla Repubblica Francese. Nel 1987, le celeberrime Galeries Lafayette ospitarono Vingt ans de mode, la prima grande retrospettiva a lei dedicata; nel 2008, fu invece il prestigioso Musée des Arts Décoratifs a dedicarle una mostra, sempre monografica e sempre a Parigi.
La Rykiel non ebbe paura di sperimentare anche per quanto riguarda la possibilità di collaborazioni inedite e nel 2009 firmò una collezione per H&M.
Nel 2012, rivelò di avere la malattia di Parkinson tenuta nascosta per molti anni, fino a quando le era stato possibile, proprio in nome di quel carattere forte che l’animava. La rivelazione avvenne attraverso la pubblicazione di un libro autobiografico intitolato N’oubliez pas que je joue, dove non esitò a descrivere tutti i segni visibili della patologia sul suo fisico, dai tremori alle difficoltà di deambulazione.

Ed è stato il Parkinson a portarla via il 25 agosto.
Ai suoi funerali, a Parigi, c’era anche Lionel Jospin, ex primo ministro e suo amico; come ultima dimora della stilista, la famiglia ha scelto il cimitero di Montparnasse.
Lì riposano, tra gli altri, grandi personalità della cultura e dello spettacolo tra i quali Charles Baudelaire, Guy de Maupassant, Samuel Beckett, Marguerite Duras, Simone de Beauvoir, Jean-Paul Sartre, Serge Gainsbourg, Susan Sontag, Philippe Noiret. Un luogo affine alla personalità e allo spirito di una donna che ha amato la moda, l’arte, la musica, i libri, la letteratura (fu autrice di nove romanzi), la buona cucina e il cioccolato e che era molto di più della regina del tricot.
Folgorò anche Andy Warhol che la ritrasse e le dedicò un’intervista.

Sonia Rykiel è stata dunque un emblema di unicità, anticonformismo e ribellione.

Non solo dal punto di vista professionale, ma anche sotto il profilo personale e perfino nella malattia che – purtroppo – avvicina il suo destino a quello di André Courrèges, altro stilista che amavo molto e che è mancato all’inizio di quest’anno.

In un’intervista a Elle, Madame Rykiel non nascose di amare il potere e aggiunse di aver «lavorato per ottenerlo».
«Penso che le donne e gli uomini di potere siano uguali. Ce ne sono di incapaci e di formidabili», affermò nella stessa occasione. «Ma se mi chiedete di citarne una esemplare, non so chi dire. Soprattutto tra le politiche. Non sanno conservare quel potere di seduzione e quella dolcezza, tipicamente femminili. Si comportano troppo da uomini».
Esattamente ciò che ho sostenuto a mia volta in un post recente: come pensava la stilista, anch’io sostengo che le donne, per essere accettate e per ricoprire certi ruoli, non debbano affatto comportarsi come gli uomini, ma trovare il proprio modo.

E a mio avviso, una delle sue dichiarazioni più belle fu qualcosa che disse a Elle sempre in quella stessa intervista, una frase che mi pare possa ben riassumere l’essenza del suo lavoro e della sua vita.
«Non mi considero una femminista. Amo così tanto gli uomini. Non amo il femminismo di bandiera, anche se ho sempre difeso la mia libertà. Non penso che tra donna e uomo vada cercata la parità. Ma l’uguaglianza.»

Non credo ci sia nient’altro da aggiungere se non un affettuoso augurio: bon voyage, Madame Rykiel.

Manu

Il ritratto di Sonia Rykiel viene dalla pagina Facebook del brand.

Chloë Moretz, le azzurre del tiro con l’arco e gli orrori dei giornali

È giunto il momento che io vada in vacanza concedendomi una pausa dalla consueta routine.

Lo sento, è così, e non lo affermo guardando il calendario in questo mercoledì 10 agosto, ma piuttosto ascoltando me stessa.

Quando non ho più pazienza, quando le mie reazioni diventano (ancora) meno diplomatiche del solito, quanto non riesco più a contenere la mia impulsività, vuol dire che ho fatto il pieno e che è arrivato il momento di staccare, di cambiare orizzonti, di cercare stimoli nuovi e diversi. Di riempire cuore e cervello di aria fresca, perché se ignoro questi bisogni rischio di scoppiare come un palloncino che sia stato gonfiato a dismisura.

Ma prima di regalarmi la (credo meritata) pausa, desidero scrivere un ultimo post scomodo, uno di quelli che pubblico ogni tanto, una sorta di riflessione da portare con me nelle prossime settimane. Chissà, magari ripensando con calma alla questione riuscirò a vederla con maggiore serenità.

L’argomento è ancora una volta il corpo di noi donne. Scrivo ancora una volta perché è un argomento del quale ho disquisito spesso.

Ho scritto parecchie volte a proposito della lotta al cosiddetto body shaming, della lotta contro tutta una serie di atteggiamenti connessi nonché dei condizionamenti ai quali siamo tutti sottoposti. Ne ho scritto qui, nel blog, e ne ho scritto per SoMagazine che mi ha dato più volte l’opportunità di farlo (e ringrazio sentitamente per questo).

L’ultimo post per SoMagazine è recentissimo: è datato 22 luglio e parla della famigerata, temibile e fatidica prova costume. La mia posizione è piuttosto chiara e direi che è tutta contenuta nel titolo: “Prova costume? No, grazie”.

Diciamo che è un invito a volere bene a noi stessi, a perseguire la salute e il reale benessere, a concederci qualche sbavatura, qualche imperfezione e, soprattutto, a non farci schiacciare dalla ricerca della perfezione a tutti i costi.

Quel mio articolo era stato scritto circa una settimana prima rispetto alla data di pubblicazione, ovvero quando non era ancora esplosa la bomba della foto di Chloë Moretz, attrice e modella statunitense, pubblicata da Io Donna. Leggi tutto

Donne e politica: Hillary Clinton & Co… la moda è una cosa seria?

Donne.

Donne, politica.

Donne, politica, potere.

Donne, politica, potere, moda.

È così che, molto spesso, mi metto in testa certe idee. Parto da una parola, ne aggiungo un’altra e poi un’altra ancora. Nasce una fila (quasi) ordinata e, infine, metto a fuoco un pensiero.

In genere, c’è qualcosa che, in principio, cattura la mia attenzione, magari un fatto che sembra piccolo e isolato. Poi ne metto vicino un altro. Un altro ancora. Ed ecco che nasce un post per il blog, uno di quelli che di solito chiamo pensieri in ordine (quasi) sparso.

Credo che la suggestione alla base della sequenza donne, politica, potere, moda sia iniziata quando ho scritto il post sulla Brexit e sul referendum dello scorso 23 giugno, quello che sta conducendo all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

Tra i tanti personaggi presenti in quel post, ho citato Margaret Thatcher e il primo referendum che ci fu nel 1975 nel Regno Unito per decidere se continuare a far parte dell’UE: il 67,2% per cento dei partecipanti votò per restare. Quell’anno, la Lady di Ferro, che divenne poi primo ministro nel 1979, sostenne la campagna per la permanenza della Comunità Europea: per correttezza e completezza d’informazione, occorre precisare che le sue posizioni europeiste cambiarono nel corso dei suoi mandati.

L’episodio che mi ha fatto pensare al suo rapporto con la moda accadde proprio in quel periodo.

A una manifestazione a favore del sì, la Thatcher indossò infatti un maglione diventato famoso come la maglia “9 bandiere”: di lana e a maniche lunghe, nero sulle maniche e sulla schiena, recava sul davanti le bandiere dei Paesi che facevano parte della Comunità Europea nel ’75, ovvero Belgio, Danimarca, Francia, Irlanda, Italia, Germania Ovest, Lussemburgo, Paesi Bassi e Regno Unito. Leggi tutto

Sarai regina e vincerai, parola di Irene Vella (e di mamma Lidia)

Potrei iniziare questo post con la frase “io ve l’avevo detto”.

E invece inizierò confessando il mio bisogno – sempre più impellente – di belle cose, belle storie, belle persone, bei sentimenti.

Ho talmente bisogno di sentire e respirare bellezza da aver deciso di far incidere la frase «La bellezza salverà il mondo» (pronunciata dal principe Miškin ne L’idiota di Fëdor Dostoevskij) su un anello, perché tali parole sono il mio motto ormai da tempo e cerco di ripetermele come un mantra al quale aggrapparmi.

Come ho scritto in altre occasioni, quando il mondo mi fa paura e quando smetto di comprenderlo, cerco rifugio nella bellezza: è l’unico modo che conosco per portare avanti i valori di cultura, civiltà, umanità, tolleranza e libertà nei quali credo da sempre.

Purtroppo, nel frangente attuale, carico di troppo sangue e povero di umanità, è difficile restare saldi e continuare a credere: cerco dunque di impegnarmi ancor di più per rintracciare tracce di bellezza e così ho pensato che fosse il momento perfetto per leggere Sarai regina e vincerai, il libro più recente di Irene Vella, scrittrice e giornalista (mi permetto di aggiungere amica) che tanto stimo.

Non mi sbagliavo, ho fatto la scelta giusta: tra le sue righe, ho trovato ciò che cercavo – amore e bellezza – e non sono riuscita a staccarmene fino a quando non l’ho letto tutto.

Ora vi chiederete perché ho esordito con quella frase, “ve l’avevo detto”: perché di Irene avevo già parlato altre volte, di lei, dei suoi libri e della sua (meravigliosa) famiglia e avevo raccontato una cosa importante. Ovvero che Irene ha dato un rene a suo marito Luigi. Ma non così, come modo di dire: gliel’ha dato veramente, fisicamente, e lo racconta in Sarai regina e vincerai, appunto.

Il libro narra che, dopo il matrimonio e la nascita di Donatella, la primogenita di Irene e Luigi, la loro vita procede come una favola, almeno fino al giorno in cui Luigi, sportivo, atletico, sanissimo, ha un piccolo malessere. Decide di sottoporsi a una visita: quel giorno diventerà, purtroppo, uno spartiacque tra prima e dopo, perché la diagnosi sarà fortissima, ovvero insufficienza renale cronica. I suoi reni non funzionano più e la prospettiva è la dialisi a vita. O un trapianto.

All’improvviso, Irene scopre che le banalità che si dicono sul valore delle piccole cose o sulla fragilità della felicità sono tutte drammaticamente vere; ma, allo stesso tempo, scoprirà l’autenticità di un’altra banalità, ovvero che l’amore ci dà risorse che mai avremmo creduto o sospettato di avere.

E così, la decisione viene da sé: donerà a Luigi un suo rene. Anche se la parte più difficile è convincerlo ad accettarlo.

Armata di positività, senso dell’umorismo e molto coraggio, Irene affronta con Luigi la sua battaglia più difficile e salverà il suo regno di affetti, come una vera regina guerriera.

E, in fondo, come scrive la stessa Irene, la colpa (ma io direi il merito) è di sua madre che, quando la giornalista aveva solo dieci anni, si presentò con un quadretto tricottato e incorniciato che recitava: «Sarai regina e vincerai, tutte le cose che vorrai diventeranno realtà».

«Il problema – scrive Irene è che io ci ho creduto»: e per fortuna, torno a ripetere. Brava signora Lidia! Leggi tutto

Shannen non si è fermata a Beverly Hills 90210

Sono pronta a scommetterci: se scrivo Beverly Hills 90210, catturo immediatamente l’attenzione di moltissime persone e non solo di chi ha visto il celebre telefilm negli anni ’90, in occasione del primo passaggio, ma anche di chi ha imparato a conoscerlo in seguito.

Ci sono film e serie TV che, per tutta una serie di motivi, entrano nell’immaginario collettivo e vanno a occupare un posto fisso tra i cosiddetti miti pop, ovvero quei fenomeni che diventano pietre miliari della storia del nostro tempo perché rappresentano, incarnano e raccontano alcuni tra i maggiori cambiamenti della società e dei suoi costumi: sento di poter affermare che il telefilm in questione rientra in tale casistica.

Trasmessa tra il 1990 e il 2000, Beverly Hills 90210 è stata una serie speciale perché, per la prima volta, ha portato in televisione gli adolescenti per quello che erano, affrontando temi come droga, alcool, sessualità, AIDS.

Ricordate? La storia inizia con i due fratelli gemelli Walsh, Brandon e Brenda, che si trasferiscono con i genitori da Minneapolis a Beverly Hills, il quartiere VIP di Los Angeles: lì si trovano di fronte a un mondo nuovo, da una nuova scuola a nuove amicizie.

Brenda si innamora di Dylan McKay, ragazzo ricco che non riesce a stare lontano dai guai: a sua volta, la giovane dimostra di essere ribelle e combattiva e confesso che, pur con varie differenze, mi rivedevo in lei e in quella sua malcelata insofferenza verso le regole.

Ecco perché, quando ho letto della malattia che ha colpito Shannen Doherty, colei che ha dato volto, corpo e spessore a Brenda, sono rimasta molto colpita.

In agosto 2015, l’attrice aveva rivelato di avere un cancro al seno: la diagnosi, aveva spiegato, è purtroppo arrivata in ritardo, cosa che non le ha fatto perdere la voglia di combattere. Anzi, al contrario.

A distanza di un anno, Shannen ha pubblicato alcune fotografie molto forti sul suo profilo Instagram (ne vedete una parte qui sopra): davanti allo specchio e con le forbici in mano, procede al taglio della sua chioma prima di iniziare un nuovo ciclo di terapie.

A sostenerla ci sono gli affetti e gli amici di sempre: il suo corpo trasmette fragilità, per un attimo si vede in lei grande smarrimento, eppure non si rassegna e, quanto alla mastectomia, ho letto una sua dichiarazione che non ha bisogno di commenti.

«Sono solo seni. Preferisco vivere e invecchiare con mio marito.»

Viviamo un momento storico e sociale in cui molte delle nostre certezze stanno inesorabilmente vacillando, un momento in cui il mondo sta subendo profondi e probabilmente irreversibili cambiamenti: per la mia generazione, la malattia di Shannen segna un’ennesima perdita di quella spensieratezza e di quel senso di fiducia nel futuro che io stessa ho avuto la fortuna di vivere fino agli anni ′90 e che ha subito un duro colpo dopo l’11 settembre 2001 con l’attentato al World Trade Center di New York.

Così come Beverly Hills 90210 ha segnato un punto di svolta, un prima e un dopo, Shannen e la sua battaglia contro il cancro segnano (purtroppo) una divisione similare: segnano il risveglio da un sogno, quello secondo il quale noi ragazzi di allora eravamo convinti di possedere il futuro tanto da poterlo gestire in piena autonomia e in assoluta libertà, senza che nulla avesse il potere di interferire o fermarci.

Non era così, non del tutto, almeno: non siamo invincibili e credo che ogni generazione abbia vissuto questo passaggio e questa disillusione, in un modo o nell’altro.

Shannen (che ha avuto una vita da ribelle almeno quanto il suo personaggio più famoso) non è certo la prima ad ammalarsi; la differenza è che lei è stata una di quelle icone popolari di cui parlavo in principio, quelle che eleggiamo a simbolo dei nostri sogni e che poi vediamo cadere. E, oggi, sta pagando un conto salatissimo in cambio di tale consapevolezza, sua e nostra.

Eppure, non ho intenzione di fare di questo post un omaggio lacrimoso, anzi, desidero fare il contrario.

Guardando la Shannen di oggi, rivedo esattamente la Brenda di Beverly Hills 90210, come se non fosse passato nemmeno un giorno da quegli anni.

Ha lo stesso sguardo forte e fiero e, attraverso il coraggio di condividere il suo dramma, capisco che è davvero come io e i miei coetanei la vedevamo allora: è una combattente.

E allora io dico forza, Shannen.

Continua a dimostrarci che, oggi, possiamo vincere una nuova lotta importante quanto quella che abbiamo combattuto per affermare la libertà di amare chi volevamo, di scegliere i nostri amici, la scuola da frequentare, il lavoro da fare, il luogo in cui vivere. Sbagliando, magari, ma sempre in prima persona e sempre con il cuore.

Io sono con te e ti auguro che tu possa vincere la battaglia più importante di tutte, quella per la vita.

Perché se ci sbagliavamo sul fatto di essere invincibili, continuo a credere che invece non ci sbagliavamo sulla cosa più importante: possiamo agire e non subire, possiamo provare a lottare e non ad aspettare, seduti e rassegnati. In tutto, in ogni cosa.

Non desidero aggiungere altro se non che potete seguire e sostenere Shannen Doherty attraverso il suo profilo Instagram (io credo che la solidarietà, anche quella della rete, conti).

Quando lo aprirete, troverete queste parole: «My life and journey told thru the art of photos. It’s not all pretty, but it’s mine».

Ovvero «La mia vita e il mio viaggio raccontati attraverso l’arte della fotografia. Non è tutto bello, ma è mio».

Manu

 

 

Questo post è dedicato alla memoria di Simona.
Aveva la stessa età di Shannen e, pochi giorni fa, ha perso la lotta contro il cancro al pancreas.
Sit tibi terra levis, Che la terra ti sia lieve.

 

 

Giulia Barela e i gioielli che ci portano in fondo al mare

Il mio primo incontro con Giulia Barela risale a due anni fa.

Mi trovavo a Vicenza e camminavo tra gli stand della manifestazione Origin Passion and Beliefs: fui magneticamente attratta dai suoi gioielli sospesi tra natura, arte e architettura. Queste tre passioni si intrecciano continuamente e costantemente nell’universo di Giulia che vive e lavora a Roma, città simbolo di bellezza universale ed eterna.

Ci siamo poi riviste in più di un’occasione al White, il salone milanese: pur avendo fatto varie chiacchierate e pur avendo fotografato diverse volte i suoi pezzi, fino a oggi non avevo avuto la possibilità di dedicarle un post (benedetto tempo che non mi basta mai). Oggi, finalmente, scrivo di lei con grande piacere.

Permettetemi di iniziare raccontando qualcosa a proposito del suo percorso che risulta significativo per comprendere il suo lavoro e le sue creazioni.

Giulia Barela è infatti approdata al mondo della gioielleria attraverso esperienze assai diverse tra loro: una laurea in giurisprudenza, un’intensa formazione tra Roma e Londra e, in seguito, un lavoro di prestigio nell’ambito delle relazioni internazionali.

Successivamente, è nata in lei la consapevolezza di volere realizzare un progetto molto più personale, partendo da una grande passione che fa da sempre parte della sua vita, ovvero i gioielli posseduti e indossati dalle tante donne della sua grande famiglia. Grazie a un innato talento, Giulia ha iniziato a disegnare monili e a farli realizzare: poi, il disegno non le è più bastato e ha deciso di imparare la tecnica della fusione a cera persa. Leggi tutto

Mikky Eger: i suoi gioielli e l’esperienza come sua allieva

Alcuni giorni fa, ho pubblicato su Instagram una foto con il mio pensiero a proposito della passione.

Credo che la passione, quella vera, chieda moltissimo prima ancora di dare: porta notti insonni, fa saltare i pasti, sconvolge tutti i ritmi, chiede impegno e devozione, riesce perfino a strappare delle lacrime, scompiglia e mette in dubbio tante cose, tante certezze. Mette in dubbio perfino l’idea che una persona può avere di sé stessa.

Eppure, riesce poi a rendere tutto mille volte tanto, con gli interessi.

Credo anche che tutto ciò sia particolarmente vero per le passioni che portano a creare qualcosa e che presuppongono una buona dose di talento: posso elencare l’arte, l’architettura, la fotografia, la moda, la gioielleria, la cucina, giusto per fare qualche esempio.

E oggi, desidero parlarvi di passione, creatività e talento applicati all’arte orafa: mi fa piacere condividere con voi la storia di Mikky Eger e la bellissima esperienza che ho potuto vivere grazie a lei.

Micaela detta Mikky è nata in Germania, precisamente ad Amburgo, ma si è trasferita a Milano all’inizio degli anni ‘90 per dedicarsi al design di moda: ha attraversato tutti gli ambiti della creatività disegnando, tra l’altro, tappeti e linee di calzature, inclusa una collezione di sandali ideata durante un viaggio tra le isole dell’Egeo. La sua attività si è poi rivolta al visual merchandising, alla vetrinistica e al set design.

Tra le sue esperienze in questo settore, cito la collaborazione con Swatch (per la quale ha disegnato per diversi anni i sistemi visual per i punti vendita) e quella con MTV (è stata set designer coordinando le ambientazioni della trasmissione Sushi con Andrea Pezzi). Leggi tutto

Bakarà, dalla Sicilia al mio armadio passando per Instagram

Per curiosità personale (caratteristica che mi accompagna da sempre) e per esigenze lavorative, uso il web per informarmi, per studiare e per fare ricerca.

Passo in rassegna centinaia se non migliaia di immagini, vaglio nomi, persone, volti, marchi, prodotti alla ricerca del dettaglio che mi colpisca, che attiri la mia attenzione distinguendosi e catturando il mio cuore.

Sono talmente abituata a fare questo vaglio ed è cosa talmente naturale che a volte non smetto nemmeno nei momenti di relax, magari alla sera, sul divano, iPad alla mano.

Una delle risorse che preferisco utilizzare per condurre tali ricerche è Instagram e lo è per due motivi: se vedo qualcosa che mi piace ho l’opportunità di entrare in contatto veloce e diretto col marchio che mi interessa; è uno strumento sufficientemente democratico, nel senso che si trovano account con milioni di follower così come piccoli account con pochi seguaci e, magari, cose splendide. Tutti possono aprire un account su Instagram, tutti possono farne la propria vetrina: è facile e immediato e si può incontrare chi, come me, usa questo social come un mare nel quale fare una buona pesca (e questo è un suggerimento affettuoso che mi permetto di dare a tutti i creativi che stanno leggendo).

A volte, dunque, finisco con il contattare chi suscita il mio interesse e lo faccio – diciamo così – in via ufficiale, presentandomi e raccontando del mio lavoro da editor; a volte, invece, procedo in incognito, segretamente e silenziosamente.

Perché? Non esiste un criterio preciso e sempre valido, diciamo che entrambi i casi possono dipendere da un mix di motivi: questione di naso, sensazioni, gusto personale, umore del momento, tempo a disposizione e via discorrendo.

A volte faccio dei test o degli esperimenti, lo confesso, e, visto che non sono certa al 100% circa il buon esito, preferisco agire con molta discrezione. Oppure, molto semplicemente, vedo una cosa, me ne innamoro e decido di tenerla per me. Egoista? Forse, ma neanche una editor pur molto appassionata, in fondo, può sempre privilegiare l’aspetto lavorativo. Giusto? Leggi tutto

Urbex Pavia, viaggio nell’anima delle aree dismesse

Il racconto di oggi parte da lontano, precisamente dal 22 febbraio 2013. Un venerdì.

Lo ricordo con tanta precisione perché mi trovavo nel pieno di una Settimana della Moda piuttosto movimentata; ricordo altrettanto bene che c’era un tempo davvero terribile e che dal cielo veniva giù un miscuglio gelido fatto di pioggia e neve.

Di quella giornata, a distanza di anni, restano questi ricordi e, soprattutto, ne resta uno preciso, nitido come se fosse successo ieri: una persona, amica e fotografa, d’un tratto mi guarda e mi dice di stare ferma. Io protesto debolmente, ho freddo e sono stanca, ho il trucco mezzo sfatto, i capelli ammosciati da un berrettone di lana: mi nascondo un po’ dietro la maxi sciarpa su cui ho appuntato uno dei miei gioielli-feticcio, un’enorme spilla vintage firmata Larry Vrba, designer che adoro. Nascondo metà volto, eppure guardo dritto nell’obiettivo. E lei scatta.

Ne è uscita una foto che continua a togliermi il fiato, oggi come allora: quasi sempre detesto le foto che mi ritraggono, non mi piaccio mai ma, con quella immagine scattata senza particolare studio, Marcella Milani – così si chiama l’amica fotografa – è riuscita a cogliere tutta la mia essenza al punto tale che, dopo più di tre anni, quella è la foto che uso per ogni mio profilo social, da Facebook a Instagram passando per Twitter. Non l’ho mai cambiata, perché quella sono davvero e profondamente io.

Marcella ha scattato molte altre foto in cui sono presente, da sola o con altri, prima e dopo quel giorno, e in ognuna mi sono sempre ritrovata e riconosciuta (qualcuna è presente anche qui nel blog), ma quel ritratto è davvero speciale (gli occhi che vi guardano dalla home page in alto a destra sono i miei in un ritaglio di quello scatto).

Se guardo la foto, se guardo in quegli occhi, vedo la mia anima e non mi stupisco.

Sapete perché? Perché Marcella è questo, è una fotografa dell’anima. Leggi tutto

MAD Zone, benvenuti in una follia che è tutta salute

Chi mi conosce bene e chi legge abitualmente A glittering woman sa che esistono cose in grado di farmi perdere l’aplomb che, di solito, mi accompagna.

Una di queste cose è l’uso improprio di determinate parole o espressioni: credo di avere già scritto quanto mi infastidisca, per esempio, l’abuso di termini quali icona e mito. Iconico o mitico sono aggettivi oggi attribuiti con grande generosità: peccato che, invece, poche cose e poche persone lo siano realmente e dunque simili definizioni andrebbero dosate con grande parsimonia.

Purtroppo, oggigiorno esiste questa tendenza: se si prende di mira una parola si tende a metterla ovunque.

Vi faccio un altro esempio: è di moda definire come concept store diversi tipi di spazi commerciali, soprattutto quelli specializzati in merci di vario genere. E così, d’un tratto, molti negozi sono – o sono diventati – concept store.

Io non ci sto: concept store ha un significato molto preciso, è un’espressione bellissima che presuppone e prevede un’idea e una progettualità, dunque non può essere usata a casaccio per qualsiasi negozio che semplicemente venda diversi tipi di merce. Non basta questo per essere un concept store: se non ci sono un filo conduttore preciso e un progetto di respiro più ampio occorrerebbe piuttosto parlare di negozi multimarca e lo dico con tutto il rispetto possibile, sia ben chiaro. In caso di spazi di dimensioni maggiori o con ancora maggiore varietà di prodotto, si può parlare di grandi magazzini o department store per chi preferisce l’inglese.

Qualcuno penserà che sono una pesantissima brontolona, ma a mia discolpa posso dire che amo a tal punto le parole che mi piace che vengano rispettate: al contrario, non amo la confusione né apprezzo il qualunquismo e il pressapochismo che spesso vanno di moda al pari delle parole mito e icona. Leggi tutto

Giulia Rositani SS 2016 e la realtà a colori

A volte ritornano: è il titolo di una raccolta di racconti di Stephen King ed è anche un modo di dire.

Ritornano le mode, le canzoni, le persone e perfino certi amori: qui su A glittering woman ritornano spesso i talenti nei quali credo perché, come ho già confessato, mi piace seguire i loro percorsi.

E così oggi, in una giornata in cui sento il bisogno di un pizzico di favola e di fantasia, do il bentornato a Giulia Rositani, giovane stilista che ha un posto nel mio cuore.

Per la primavera / estate 2016, Giulia immagina una realtà leggera come un sogno, una realtà nella quale stampe, disegni e colori accompagnano con ironia la vita – perennemente sospesa tra ordinario e straordinario – di noi donne.

Il suo è un vortice di colori che si rincorrono: giallo, verde, arancione, rosso, rosa, blu e bianco sono usati nei loro toni più accesi. Tali toni richiamano un vivace contesto naturale che riesce a sposarsi con il contesto urbano grazie a tagli geometrici e allo stesso tempo morbidi e versatili. Leggi tutto

Angela Pavese fa sbarcare a Monza blogger che vengono da Mercurio

Ho spesso sospettato di essere una marziana o – quanto meno – mi sono spesso sentita un pesce fuor d’acqua.

Marziana nel senso che mi pare di non appartenere né ad alcun luogo né ad alcuna tipologia, soprattutto professionale: da quando lavoro come freelance, mi sento un po’ confusa e spaesata esattamente come E.T., l’extra-terrestre del famoso e omonimo film, diviso tra gli amici trovati sulla Terra e il desiderio di tornare a casa, tra le stelle, coi suoi cari.

Cosa sono io, in effetti?

Qualcuno mi chiama blogger, altri mi dicono che assomiglio di più a una giornalista, più che altro per il lavoro che svolgo per alcune testate online.

E io? Cosa penso di me stessa?

Mi sento una blogger? Non lo so, credo di sì in quanto tengo in vita questo spazio, ma di sicuro mi sento poco fashion blogger perché le categorie chiuse non mi piacciono e perché qui pubblico un po’ di tutto, dalla moda all’arte, dal cibo ai viaggi, dal lifestyle al beauty, dai libri che amo ai miei pensieri in libertà.

Mi sento una giornalista? No, per carità, non mi sento affatto una giornalista perché sono molto severa con me stessa e, non essendo in possesso del famoso tesserino, non oserei mai nemmeno pensare di poterlo essere. In linea generale, non credo nei “pezzi di carta”, eppure quel mestiere mi incute un tale senso di rispetto che no, senza tesserino non me la sento proprio di usare una parola che per me è troppo importante. Leggi tutto

Cecilia Arpa SS 2016, la matematica diventa (letteralmente) moda

Inutile nascondersi, è meglio confessarlo subito: io e la matematica non siamo amiche per la pelle. Viviamo un rapporto difficile, una relazione complicata – come si dice oggi.

Eppure, non è sempre stato così: quand’ero alle elementari e alle medie, la matematica mi piaceva. Non quanto le materie letterarie che sono sempre state il mio grande amore, ma anche la matematica mi incuriosiva e mi affascinava con quelli che consideravo stimolanti misteri ed enigmi da risolvere.

L’idillio tra noi si è spezzato alle scuole superiori, esattamente in quarta, quando alla mia classe fu assegnato un professore terribile, un po’ nazista, uno di quelli a cui cambiavano sezione ogni anno per le proteste di genitori e studenti.

Il nazistoide aveva regole ferree quanto assurde: sul banco non dovevamo avere nulla se non una biro, il quaderno e il libro. Se vedeva, per esempio, un innocente portapenne, lo stesso volava giù dalla finestra.

A una riunione con genitori (preoccupati) e studenti (arrabbiati), enunciò la propria teoria che voleva che lui fosse un genio (incompreso, probabilmente) e noi dei poveri stupidi. Ci fu una sollevazione generale e io chiesi la parola: non ricordo di preciso cosa dissi, ma ricordo che espressi il mio pensiero a proposito di quella sua farneticante teoria e ricordo che alla fine erano tutti in piedi ad applaudirmi, i miei compagni, i genitori e anche diversi insegnanti. Ricordo anche gli occhi, gelidi, del professore che mi fissavano.

Indovinate un po’: io che, fino all’anno prima, avevo 8 in matematica… passai al 5. Il professore me la giurò, naturalmente, e pensò bene di darmi una lezione circa autorità e potere secondo la sua visione (distorta) che prevedeva più che altro il loro abuso. Leggi tutto

Barbie Awards: scommettiamo che puoi essere tutto ciò che desideri?

Chi mi conosce bene sa della mia cordiale avversione verso ricorrenze da calendario e feste comandate; ogni tanto, qualcuno mi chiede il perché di tale avversione.

Vedete, il problema è proprio in quell’aggettivo, comandate, sinonimo di obbligo e di imposizione, e alle imposizioni sono un po’ allergica da sempre – chiedetelo a mia madre la quale ha dovuto combattere con un’adolescente con le idee già piuttosto chiare circa libertà e indipendenza.

Il mio pensiero è questo: se il giorno di Natale dovessi non aver voglia di vedere nessuno? Se il giorno della Festa della Donna o del mio compleanno non mi sentissi affatto in vena di festeggiare? Se dovessi sentirmi felice in un giorno diverso dal giorno di Natale, dal giorno della Festa della Donna o da quello del mio compleanno?

Rivendico il diritto – per me e per tutti – di essere felici o tristi non a comando o in un giorno prestabilito, ma seguendo il nostro cuore.

Ecco perché adoro essere invitata a feste tenute in un giorno non convenzionale. Ecco perché adoro le non-ricorrenze, le non-festività, i non-compleanni. Ecco perché adoro festeggiare la Festa della Donna il 9 marzo, per esempio, e non l’8.

Ed è proprio ciò che mi è capitato grazie a Barbie (sì, di nuovo lei!) e nello specifico grazie ai Barbie Awards che si sono svolti al Mudec, il Museo delle Culture di Milano, mercoledì 9 marzo: una location non a caso, visto che proprio il Mudec ha ospitato fino a ieri, domenica 13 marzo, la mostra Barbie The Icon della quale mi sono occupata anch’io per SoMagazine. Leggi tutto

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