Le mie scelte in pillole, Christmas edition: Il Gioco del Gelato di Alberto Marchetti

Tempo fa, avevo parlato di Alberto Marchetti e della sua passione.
Alberto fa il gelato e – come dice lui stesso – ama farlo: per credergli, è sufficiente assaggiare il suo ottimo prodotto.
Ho avuto il piacere di conoscerlo di persona, in occasione di un press day: veniva presentata la collezione di borse di un brand che ho seguito a lungo e Alberto era lì per coccolare il palato di giornalisti, redattori e blogger, cosa che peraltro gli riusciva benissimo.
Mi ha subito conquistata per due motivi: ho apprezzato il fatto che il proprietario di cinque gelaterie (tre a Torino, una a Milano, una ad Alassio) fosse venuto a presentarci personalmente il suo lavoro, senza intermediari, e ho trovato che il suo gelato fosse davvero gustoso e autentico.

«Scelgo dei buoni ingredienti, uso solo quello che serve, non aggiungo niente di più. Prima di scegliere latte e panna sono andato a conoscere chi alleva le mucche, mi sono fatto spiegare come vengono nutrite. Firmo il mio gelato perché credo nel mio lavoro e voglio metterci la faccia.»
Così racconta Alberto e lo sapete: amo chi mette la faccia e tutta la propria passione in un mestiere.

Quello tra Alberto Marchetti e il gelato è un amore antico: racconta di essere nato lo stesso giorno in cui il padre inaugurava la sua cremeria a Nichelino, vicino Torino. Quasi un destino, insomma.
Da piccolo, aiutava il padre in negozio: imparava e intanto mangiava il gelato di nascosto, soprattutto quello gusto fiordilatte, come confessa lui stesso con un sorriso.
Oggi vuole trasmettere l’amore che pian piano è cresciuto con lui e lo fa lavorando con dedizione, semplicità e rispetto della tradizione.
Ama il gelato fresco e cremoso, come quello della sua infanzia; usa solo materie prime che seleziona personalmente girando l’Italia, rivolgendo in particolar modo la sua attenzione ai Presidi Slow Food.
La sua è una missione decisamente riuscita: prova ne è il fatto che il suo prodotto si è posizionato nella guida Gelaterie d’Italia del prestigioso Gambero Rosso con i Tre Coni, ovvero il massimo riconoscimento.

Perché torno a parlare del nostro amico del gelato proprio ora?

Perché l’intraprendente Alberto ha avuto un’idea geniale: in collaborazione con Lo Scarabeo, ha lanciato Il Gioco del Gelato, gioco da tavolo dedicato a tutti gli amanti del settore enogastronomico.

Niente cuori, coppe, spade e bastoni ma latte, panna fresca, zucchero di barbabietola, prodotti di eccellenza e di stagione: ricettario alla mano, vince chi riesce ad accontentare meglio i clienti preparando i loro gusti preferiti.
Un gioco adatto dai 6 anni in su poiché preparare il gelato non è mai stato così divertente: con Il Gioco del Gelato tutti possono destreggiarsi tra ingredienti, sapori e ricette.
Il box è composto da 110 carte suddivise in Carte Cliente, Carte Ingrediente e Carte Ingrediente Base; non mancano i ricettari, ben sei, e un regolamento.
Il mazzo delle Carte Cliente è da mettere al centro del tavolo e tali carte vengono rivelate in corso d’opera in modo da formare il negozio: a turno, ciascun giocatore decide se preparare un gelato per servire il cliente oppure procurarsi gli ingredienti necessari.
Per preparare il gelato, il giocatore deve scartare gli ingredienti necessari verificando prima la ricetta: più gelati dai gusti preferiti dei clienti prepara il giocatore, più punti-vittoria guadagna.

Il cliente al centro, sempre: è questo lo spirito del lavoro di Alberto nonché lo spirito de Il Gioco del Gelato che consente anche di imparare a conoscere gli ingredienti e la loro stagionalità.

Ecco perché ho scelto questo gioco e perché l’ho inserito nella rubrica Le mie scelte in pillole e in particolare nell’ambito della Christmas Edition, il ciclo speciale con il quale desidero suggerire di mettere talento sotto i nostri alberi di Natale, quel talento che sostengo tutto l’anno.
Penso che Alberto abbia un grande talento e che stia proprio bene in mezzo ai miei tesori: penso da sempre che ci sia tutto un mondo di cose buone e belle da scoprire, ben oltre la moda che è il mio ambito principale, dunque chiudersi in schemi rigidi sarebbe una sciocchezza, un autentico sacrilegio.
È molto più divertente concedersi la possibilità di spaziare e poter dare voce a un’iniziativa divertente e che, allo stesso tempo, è capace di diffondere la cultura del mangiare bene e in maniera consapevole.
E poi penso che non esista occasione migliore del Natale – momento dedicato a famiglia e affetti – per proporre un gioco da tavolo che spero andrà ad affiancare i grandi classici della nostra tradizione.

Manu

Il Gioco del Gelato è in vendita al costo di € 12 presso le gelaterie di Alberto Marchetti e online nel sito dedicato.
Qui trovate il  sito di Alberto Marchetti, qui la sua pagina Facebook, qui il suo account Instagram e qui quello Twitter.
Qui trovate il mio precedente post su di lui.

Le mie scelte in pillole, Christmas edition: Bohemian Guitars, strumenti speciali

I rimpianti non mi appartengono: essendo una persona decisa e anche impulsiva, è più facile che io mi penta di qualcosa che ho fatto piuttosto che di qualcosa che non ho fatto, dunque sono più incline a qualche rimorso piuttosto che ai rimpianti.
Eppure, ho anch’io tre grandi rimpianti: non saper suonare uno strumento (e aggiungerei non saper cantare), non aver studiato danza classica e, infine, non aver imparato ad andare a cavallo (ho provato solo da adolescente, quando durante un’estate sono stata a studiare la lingua inglese a Canterbury).

Ecco perché – basandomi sul mio rimpianto numero uno – oggi desidero raccontarvi una storia di talento che parte dalla musica.

Ispirati e colpiti dall’inventiva dei musicisti di Johannesburg capaci di realizzare strumenti con materiali alternativi rispetto a quelli tradizionali, i fratelli Adam e Shaun Lee, originari del Sudafrica e fondatori di Bohemian Guitars, hanno applicato questa filosofia alle loro creazioni.

Sono nati così i loro strumenti che, in breve tempo, sono entrati nel cuore di molti musicisti di tutto il mondo grazie a una serie di chitarre, ukulele e bassi elettrici.
Il design originale e i materiali utilizzati portano a sonorità particolari: il corpo in lega metallica, precisamente in latta, consente infatti un’interazione unica con l’elettronica dello strumento e questa interazione produce una gamma molto ricca e ampia di suoni non ottenibili con strumenti di costruzione classica.
Inoltre, i loro sono strumenti leggeri, con una forma del corpo ridotta: il manico si prolunga fino alla fine del corpo stesso e un telaio interno in legno di tiglio crea bilanciamento e distribuzione del peso, rendendo così ogni strumento confortevole.
Il pannello posteriore rimovibile, particolare assolutamente unico degli strumenti Bohemian Guitars, permette un facile accesso all’interno del corpo delle chitarre.
Infine, tutti gli strumenti del brand sono self-standing grazie ai piedini in gomma che si trovano alla base del corpo.

Non solo: Bohemian Guitars si impegna a costruire strumenti musicali in modo sostenibile per l’ambiente.

I loro strumenti utilizzano meno legno rispetto a una chitarra elettrica tradizionale, con manici ottenuti da legni recuperati o provenienti da foreste sostenibili: i corpi sono realizzati in parte da materiali riciclati.
Inoltre, vengono piantati dieci alberi per ogni ordine ricevuto e ciò avviene grazie al partner Trees for the Future, un’organizzazione dedita a migliorare i mezzi di sussistenza degli agricoltori impoveriti e a rivitalizzare terre degradate.

Perché ho scelto di inserire Bohemian Guitars nella rubrica Le mie scelte in pillole e in particolare nell’ambito della Christmas Edition, il ciclo speciale con il quale desidero suggerire di mettere talento sotto i nostri alberi di Natale?

Primo perché il brand incarna alla perfezione quel talento che sostengo tutto l’anno.

Secondo perché penso che l’ukulele, per esempio, potrebbe essere un regalo di Natale inaspettato, simpatico e – nel nostro caso – anche ecologico.

L’ukulele è nato nel 1879 grazie ad alcuni immigrati portoghesi che si erano trasferiti alle Hawaii dove oggi, ogni anno, si tiene il più importante festival dedicato a questo strumento.
Il suo nome in lingua hawaiana significa pulce saltellante e sembra sia collegato alla velocità con cui abitualmente l’ukulele viene suonato: la sua caratteristica sonora è il forte attacco seguito da uno smorzamento velocissimo che lo rende uno strumento divertente e facile da suonare.

Marilyn Monroe lo strimpellava in A qualcuno piace caldo, il celeberrimo film diretto da Billy Wilder nel 1959.
Un ukulele è stato il primo strumento acquistato da Syd Barret, fondatore dei Pink Floyd, e da Joe Strummer, uno dei fondatori del gruppo punk rock The Clash.
Rino Gaetano portò l’ukulele sul palco del Festival di Sanremo nel 1978 durante l’esecuzione della canzone Gianna e diversi artisti hanno pubblicato album di canzoni interpretate o reinterpretate con questo piccolo quanto magico strumento.

Anche il terzo motivo per cui ho scelto Bohemian Guitars è importante: questi strumenti non sono dedicati solo ai musicisti esperti, ma anche a tutti gli amanti di quel lifestyle che trae ispirazione dal mondo della musica.

Qualcuno proverà a suonarli, altri impareranno veramente, per altri ancora diventeranno un ricordo da esporre in soggiorno: gli strumenti Bohemian Guitar sono infatti anche dei bellissimi oggetti d’arredo perfino per chi, come me, si limita anche solo ad ammirarli.

Manu

Qui trovate il sito e qui la pagina Facebook di Bohemian Guitars.
I loro strumenti sono distribuiti in Italia da Backline e si possono trovare online sul loro sito e presso i rivenditori autorizzati.

Le mie scelte in pillole, Christmas edition: Global Stars Register, dedica una stella

Chissà, forse è capitato anche a voi, in questi giorni, di leggere una notizia: Fedez, il rapper italiano del momento, ha dedicato una stella (vera) alla sua fidanzata e promessa sposa, Chiara Ferragni.
Leggendo tale notizia, qualcuna di noi (o qualcuno di noi, non escludo i signori uomini) avrà sospirato, magari pensando al regalo ricevuto lo scorso Natale e soprattutto pensando qualcosa tipo «a me non capiterà mai nulla di simile».
Errore, miei carissimi amici: in realtà, ognuno di noi può dedicare una stella a colui o a colei che ama.
Come? Ora ve lo racconto.

Non è una novità che la volta celeste ispiri da secoli (anzi, da millenni) gli uomini – siano essi artisti, poeti, scrittori, cantanti, scienziati, astronomi, navigatori, marinai o innamorati; pare anche che la NASA, l’agenzia responsabile del programma spaziale e della ricerca aerospaziale, preveda i primi viaggi interstellari già a partire dal 2018.
La notizia che desidero condividere con voi, però, è che ora è realmente possibile dedicare una stella. E lo è per tutti.
L’idea è di una giovane società che risponde al nome di Zenais la quale, attraverso il servizio Global Stars Register, ha reso possibile il desiderio di dedicare una stella a un parente, a un amico o a una persona cara in vista di un’occasione speciale o semplicemente per consegnare un sentimento all’eternità.
«A noi piace pensare – spiega Giovanna Casale, direttore generale di Zenais – che, come suggerito dal Piccolo Principe, le stelle siano illuminate affinché ognuno, un giorno, possa trovare la sua.»

Come si fa – in maniera pratica e concreta – a dedicare una stella alla persona del cuore?
Innanzitutto occorre collegarsi al sito Global Stars Register (qui), poi scegliere la costellazione e le caratteristiche: a questo punto, si può decidere il nome da assegnare all’astro e scrivere una dedica.
Il destinatario del regalo riceverà il Certificato Ufficiale redatto da Global Stars Register nonché un opuscolo illustrativo: potrà accedere in qualsiasi momento al sito per vedere la stella che gli è stata dedicata con il messaggio personalizzato e avrà tutte le informazioni necessarie, incluse le coordinate per osservarla con il telescopio.

Gli astri disponibili provengono dal catalogo Hipparcos, il database ufficiale delle stelle esistenti creato dalla NASA e utilizzato abitualmente da astronomi e astrofisici delle varie agenzie spaziali mondiali.
Hipparcos comprende i dati astrometrici rilevati dall’omonimo satellite lanciato in orbita nell’agosto del 1989: il registro di Global Stars permette di accedere a tutte le 120.000 stelle del catalogo con precisione assoluta, rendendo l’esperienza realistica e coinvolgente.

Avrete forse notato che sto parlando dell’idea di Zenais nell’ambito della rubrica Le mie scelte in pillole e in particolare nell’ambito della Christmas Edition, il ciclo speciale con il quale desidero suggerire di mettere talento sotto i nostri alberi di Natale, quel talento che sostengo tutto l’anno.
Vi chiederete allora come stelle e talento siano collegate: ve lo spiegherò e vi darò anche tre ulteriori ragioni per le quali sto scrivendo questo post e per le quali ho deciso di dare voce all’iniziativa.

1 – Il talento è quello di Zenais stessa, una realtà giovane e innovativa, costituita da un team di professionisti che uniscono un solido background tecnico, creatività, visione strategica ed entusiasmo: tutto ciò, insomma, che mi fa pensare al talento e a un’idea geniale.
2 – Dedicare una stella a qualcuno è un regalo che dura per sempre, ben oltre qualsiasi desiderio passeggero o qualsiasi moda, senza date di validità né di scadenza. In un’epoca in cui abbiano tutto se non troppo, l’idea di regalare un sogno, qualcosa di etereo, mi sembra un pensiero diverso e speciale.
3 – Se aprite Wikipedia, troverete la definizione di stella, «uno sferoide luminoso di plasma che genera energia nel proprio nucleo attraverso processi di fusione nucleare»: definizione tecnicamente e scientificamente perfetta, certo, ma da tempo immemore, per noi uomini, le stelle non sono solo questo, non sono solo scienza. Le stelle sono state guida esatta che ha permesso di solcare i mari, ma anche ispirazione per opere d’arte; sono state testimoni davanti alle quali giurarsi amore eterno o ancora simboli di speranza ben oltre qualsiasi fede o credo. Grazie all’idea di Zenais, accorciare la distanza tra noi e questi simboli e tra noi e lo spazio, oggi, non è più solo una missione per astronauti.
4 – Se state pensando che tutto ciò abbia un prezzo… stellare, vi voglio rassicurare subito: di solito non parlo di soldi, ma in questo caso tengo a dire che l’investimento va dai 30 ai 60 euro. Non stiamo quindi parlando di costi esorbitanti e proibitivi, adatti solo alle tasche di persone particolarmente abbienti.

E a questo punto vi dico l’ultimissima cosa, una mia personale opinione.

In questo momento, il sito Global Stars Register dà la possibilità di usare una delle dediche scritte proprio da Fedez: per carità, il suo mestiere è scrivere e cantare e dunque è una collaborazione che ha senso, ma il mio consiglio è quello di scrivere una dedica tutta vostra.

Magari non sarà tecnicamente perfetta come un cantante o un autore saprebbero fare, ma sarà vostra, unica e intima.
E visto che la dedica accompagnerà un regalo duraturo (vedere punto 2 qui sopra)… beh, penso che usare il proprio cuore, la propria testa e le proprie parole sia importante, no?

Non me ne volere, Fedez, la tua dedica a Chiara è bellissima («L’amore è un’equazione imperfetta in cui 1+0 dà zero e 1+1 dà tutto»), ma visto che sei un ragazzo intelligente credo che, dentro di te, non mi darai torto 😉

Manu

Oltre al sito che vi ho già indicato qui sopra, vi lascio il link di un video che illustra la procedura in dettaglio nonché la pagina Facebook e l’account Instagram di Global Stars Register.

Le nostre mani? Prendiamocene cura perché parlano di noi

Qui nel blog, ho dedicato un paio di post a una minima parte della mia enorme collezione di anelli.
L’anello è un monile che mi affascina infinitamente e trovo che, tra tutti gli oggetti che hanno funzione ornamentale, sia forse uno tra i più ricchi di significati.

I gioielli in generale e gli anelli in particolare sono frammenti della nostra vita, del nostro cuore, di momenti speciali e significativi: a volte parlano di chi ce li ha donati e allora diventano simboli di legami e ricordi.
Gli anelli mi accompagnano pertanto quotidianamente, proprio perché li considero una parte integrante di me; sono importanti anche perché faccio un ampio uso del linguaggio del corpo, adopero la mimica facciale (anche troppo) e gesticolo (parecchio).

Le mie mani sono sempre in vista, dunque, in quanto sono uno dei mezzi attraversi i quali mi esprimo e comunico: soprattutto sorriso, occhi e mani competono con le parole che pronuncio e che scrivo.
E mi sono accorta che le mani sono conseguentemente spesso le protagoniste degli scatti che condivido, soprattutto attraverso Instagram: qui trovate uno degli esempi più recenti.

Sono sempre stata convinta del fatto che le mani parlino fortemente di noi, della nostra età, della cura che riserviamo a noi stessi e al nostro corpol’involucro che ci accompagna per tutta la vita e del quale dobbiamo pertanto avere rispetto.
Assieme al viso, esse rappresentano il nostro biglietto da visita ed è importante tenerle sempre in ordine: soprattutto d’inverno, però, sono una delle zone più fragili e tendono, con il freddo, ad arrossarsi, seccarsi e screpolarsi.
Ma non sono soltanto le basse temperature a mettere in pericolo la salute delle nostre mani: anche il sole, l’acqua, i detersivi e le sostanze chimiche con cui entriamo in contatto possono danneggiare la pelle e le unghie.

È dunque una buona abitudine riservare anche alle mani una beauty routine protettiva e nutriente, così da renderle più resistenti alle aggressioni esterne.
Come fare?
Ho pensato a piccoli consigli, semplici ma non banali. Leggi tutto

Le mie scelte in pillole, Christmas edition: Mirror Mirror di Cara Delevingne

Un paio di anni fa, come hanno fatto molti magazine e blog, ho dato anch’io una notizia bomba a proposito di Cara Delevingne, celebre top model britannica.
A 23 anni appena compiuti, Cara ha infatti deciso di dire addio a moda e passerelle (soprattutto alle passerelle), dichiarando di non riuscire più a sopportare lo stress di quel mondo in cui stava conducendo una brillante carriera.

In tale occasione, avevo confessato tutto il mio dispiacere per la decisione in quanto ho sempre avuto un debole per lei.
Penso infatti che Cara sia (o sia stata) una delle poche giovani top model in grado di far rivivere i fasti degli Anni Ottanta, quando le modelle erano le protagoniste quasi assolute: non possiede solo fisico e portamento, ma anche carisma e carattere.
E non ha mai avuto paura di giocare con la sua immagine: fa le smorfie, scherza, è autoironica.
Lei – con le sopracciglia marcate e il comportamento da monella – ha portato disinvoltura in un ambiente che, troppo spesso, ha i nervi a fior di pelle; eppure, la frenesia della moda ha infine stancato e allontanato anche lei (e io mi ero in particolare concentrata proprio su questo aspetto e sulle sue implicazioni).

Dovete sapere che ho avuto il piacere di incontrare Cara a Milano in settembre 2012 in occasione della Settimana della Moda, dopo una sfilata.
Difficilmente chiedo alle persone famose di poter essere fotografata con loro, è una cosa che mi infastidisce e mi imbarazza: lei, però, era divertita dal farsi fotografare con tutti e si prestava volentieri, smorfie incluse, così mi sono lanciata anch’io e la foto è nel post che ho citato in principio.

Considerata la mia grande simpatia nei confronti di Cara Delevingne, sono stata felice quando ho ricevuto un comunicato stampa dalla casa editrice De Agostini (DeA) con l’annuncio dell’uscita di Mirror Mirror, il suo romanzo di esordio.

Ebbene sì, l’ex top model ha scritto un libro che, qui in Italia, è uscito lo scorso 10 ottobre.
Mirror Mirror è un romanzo che esplora i temi dell’amore, dell’amicizia e dell’identità, ma soprattutto dell’insolubile conflitto tra quello che si è e quello che si finge di essere.
È una storia, dunque, che vuole essere provocatoria – soprattutto oggigiorno, soprattutto nell’epoca dei social network e di una vita virtuale che sempre più affianca quella reale.

Cara narra la storia di Red, Leo, Naomi e Rose, quattro ragazzi diversi ma uniti da un’unica passione: la musica.
Ed è la musica a renderli non solo una band, i Mirror Mirror, ma anche una famiglia.
I quattro sembrano inseparabili, almeno fino al giorno in cui Naomi scompare nel nulla: la polizia la ritrova in condizioni disperate sulle rive del Tamigi e da quel momento niente è più come prima.

D’un tratto, un pezzo delle vite di Red, Leo e Rose sembra irrimediabilmente perso perché Naomi era la più solare di tutti e l’amica migliore del mondo.
Ma, in verità, la ragazza nascondeva un segreto in fondo al cuore, un segreto tanto inconfessabile che nessuno avrebbe mai potuto immaginarlo; mentre Rose si abbandona agli eccessi e Leo si chiude in sé stesso, Red non accetta invece il destino dell’amica. Ha bisogno di sapere, di capire.
Che cosa ha ridotto Naomi in quello stato? Può davvero trattarsi di un tentato suicidio, così come crede la polizia?

Per scoprire la verità, Red dovrà trovare la forza di guardarsi allo specchio, dovrà conoscersi e imparare ad amarsi per quello che è.
Perché, a volte, bisogna accettare che niente è ciò che sembra e che la realtà può essere capovolta: in fondo, accadeva anche ad Alice di fare una scoperta del tutto simile in Attraverso lo specchio, il romanzo scritto da Lewis Carroll nel 1871 come seguito del suo primo successo Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie.

Classe 1992, nata a Londra, Cara Delevingne ha raggiunto il successo mondiale nel 2009 ed è stata nominata Modella dell’Anno ai British Fashion Awards nel 2012 e nel 2014.
Da subito, Cara ha dato dimostrazione di essere dotata di una personalità poliedrica, affrontando con disinvoltura la musica (in un ulteriore post qui nel blog ho raccontato di una sua collaborazione con la cantante Rita Ora) fino ad arrivare al cinema (la sua carriera da attrice è iniziata nel 2012 con il ruolo della Contessina Sorokina nell’adattamento cinematografico di Anna Karenina diretto da Joe Wright).
Dopo la prima pellicola, ha preso parte a diversi film tra i quali Città di Carta, Suicide Squad, Valerian e la città dei mille pianeti.

Confermando di essere una persona intelligente e oculata, per il suo primo romanzo Cara ha pensato bene di rivolgersi a chi vive la scrittura come un mestiere a tempo pieno: Mirror Mirror è infatti il risultato di un lavoro a quattro mani con l’autrice di bestseller Rowan Coleman.

Ed ecco perché ho deciso di parlare del libro ora: trovo che Cara e Mirror Mirror siano perfettamente in sintonia con la rubrica Le mie scelte in pillole e con la Christmas Edition, il ciclo speciale con il quale desidero suggerire di mettere talento sotto i nostri alberi di Natale, quel talento che sostengo tutto l’anno.
Primo perché ho sempre affermato che Cara ha talento (l’ho apprezzata, l’apprezzo e la seguo per questo) e perché l’ha dimostrato in ogni avventura che ha intrapreso; secondo perché mi piace chi decide di evolversi e di cambiare pelle (imparo dai miei errori e non rifarò due volte quello che feci anni fa con Giorgio Faletti) ma che lo fa avendo il buon senso di farsi guidare e accompagnare da qualcuno più esperto.
Anche questo è talento, il talento dell’umiltà e dell’intelligenza.

Manu

Se l’idea vi piace e se volete acquistare Mirror Mirror di Cara Delevingne, qui lo trovate sul sito DeA da dove viene anche l’immagine qui in alto (fotografia di Cara Delevingne © Anthony Harvey / Getty Images) e lo trovate sia in versione cartacea sia come ebook. Vi faccio anche un regalo: qui trovate un’anticipazione del libro 🙂
Se volete seguire Cara attraverso i social: qui trovate la sua fanpage in Facebook, qui l’account Twitter e qui quello Instagram.

Mi piace raccontarvi qualcosa anche di Rowan Coleman.
La scrittrice vive con la sua numerosa famiglia e i due cani in una casa (piuttosto affollata!) nella contea di Hertfordshire, in Gran Bretagna: divide il suo tempo tra la famiglia e l’attività di autrice di narrativa per adulti e per ragazzi.
Qui trovate il suo sito e qui il suo account Twitter.

Le mie scelte in pillole, Christmas edition: i foulard Adima e il ritmo interiore

Capita spesso che, qui nel blog, io racconti storie di talento al femminile: oggi vi presento Alessandra Benetatos, fondatrice di Adima Made in Presence.

Partendo dal suo amore per l’acqua, Alessandra ha creato una speciale collezione di foulard in seta.
La collezione offre un prezioso contributo all’eccellenza Made in Italy e onora le lavorazioni artigianali che ne costituiscono il cuore: lo fa attraverso quattordici originali creazioni che svelano forme e sfumature dell’acqua.
Ogni foulard è un tributo alla Natura e racconta una storia di unione tra spirito e materia attraverso il legame primordiale con il liquido vitale costantemente presente nella vita artistica, meditativa e professionale della creatrice di questi capolavori: il suo rapporto con l’acqua rivive nella trama del tessuto e viene trasmesso a chi sceglie di indossare i suoi foulard.

I foulard sono avvolgenti e sfiorano anche i due metri: sono in seta purissima, lavorati e realizzati in Italia.
Ogni creazione propone uno stato d’animo fermato nel tempo, un momento unico vissuto da Alessandra in presenza dell’acqua del mare, di un fiume o di un lago.
Tale frammento di vita viene riprodotto su seta: per questo Made in Presence, perché la presenza diventa consapevolezza e consente che bellezza e talento della Natura possano manifestarsi e che Alessandra sia lì, pronta ad accoglierli per poi poterli condividere.
«Ho scelto di rappresentare l’acqua su seta in grandi dimensioni per trasmettere la sensazione di essere avvolti da un abbraccio fluido – spiega lei – e infatti ogni foulard porta con sé una storia, un luogo in cui è simbolicamente nato.»

Un altro elemento fondamentale e irrinunciabile dello stile Adima è il tempo.
«Io mi prendo tutto il tempo necessario – spiega ancora Alessandra – e le mie saranno collezioni che seguiranno ritmi più interiori rispetto a quelli della moda tradizionale. Vado a incontrare l’acqua nel pianeta e quando sono pronta nascono i nuovi pezzi».
È una dichiarazione decisamente coraggiosa in momenti in cui il sistema moda impone agli stilisti autentici e massacranti tour de force, considerata la (assurda) e continua richiesta di nuove collezioni da dare in pasto a un mercato spesso ormai saturo.
L’intento del brand, infatti, è anche la valorizzazione del tempo necessario all’ideazione e alla lavorazione, è anche la centralità delle cosiddette trame umane, perché «ogni persona che ha lavorato al progetto ha lasciato la sua impronta».
E Alessandra precisa con orgoglio un punto importante: «abbiamo un forte intento di sostegno, non solo della maestria italiana dei nostri artigiani, ma anche delle persone che indosseranno questi foulard».

Posso dunque affermare che Adima Made in Presence realizza e offre manufatti di alta qualità che vogliono esprimere valori est-eticamente sostenibili, con un avverbio che piace molto ad Alessandra e anche a me, perché quel trattino – per niente casuale – va a legare apparenza (estetica) e contenuto (etica) in un legame che dovrebbe essere sempre inscindibile.

Ma chi è Alessandra Benetatos?
Di sé racconta di aver mosso i primi passi professionali nell’azienda di famiglia creata dal padre, uomo di grande spessore e capacità imprenditoriale, e di dover invece la sua sensibilità sia a una naturale propensione sia alla madre, donna attenta che l’ha avviata a una raffinata educazione alla bellezza.
Nell’azienda di famiglia, Alessandra si è occupata in particolare dell’area design, approfondendo gli studi in architettura a Milano e curando spesso gli eventi, aiutata dall’attrazione per le lingue straniere e per il contatto umano.
La passione per moda e design, la conoscenza dei tessuti, il desiderio di portare bellezza e ricerca spirituale nella materia (nel 2001, ha anche fondato il centro olistico Opale); tutti questi fattori hanno condotto Alessandra a creare Adima Made in Presence.

«Mi sento un connettore – racconta – amo collaborare e fare rete in ambito culturale, sociale, formativo.»
Ecco, questo è uno dei motivi per i quali ho scelto Alessandra e il suo lavoro – oltre che per qualità ed eccellenza, naturalmente.

Un altro motivo è rappresentato dal nome stesso del progetto: Adima viene dal sanscrito Ma Prem Adima e significa amore fin dalle radici.

In questa ottica, ogni foulard ha un nome evocativo: quello che vedete in alto e che ho scelto per illustrare questo post si chiama Stilla Vitale e, oltre che per i colori, mi ha attratto per il messaggio che porta con sé: «ricordo chi sono in Essenza, ricordo che posso giocare».

Ed ecco perché, in definiva, trovo che Alessandra e Adima siano perfettamente in sintonia con la rubrica Le mie scelte in pillole e con la Christmas Edition, il ciclo speciale con il quale desidero suggerire di mettere talento sotto i nostri alberi di Natale, quel talento che sostengo tutto l’anno e che è capacità, creatività, qualità, forma e contenuto ovvero est-etica.

Manu

Lo showroom Adima (qui e qui due immagini) si trova in via San Maurilio 19 a Milano, tel. 02 97801193, aperto dal martedì al sabato dalle 11 alle 19.
La cornice è quella di Palazzo Greppi, nel cuore storico meneghino, nelle vie delle arti e dei mestieri: un ulteriore tributo alle eccellenze artigianali italiane.
Qui trovate il sito completo di e-commerce, qui la pagina Facebook e qui l’account Instagram.

Le mie scelte in pillole, Christmas edition: Adoro Te, Elena, e anche tanto

Siete seduti? Comodamente seduti?

Se state pensando «ma guarda questa che gran ficcanaso»… aspettate, vi spiego subito il motivo della mia domanda: mettetevi comodi (avete magari del popcorn a portata di mano?) perché sto per farvi una rivelazione che rovinerà definitivamente la mia carriera da fashion blogger, sempre ammesso che io ne abbia mai avuta una.

A ogni modo: come dovrebbe essere una che crede di fare la fashion blogger? Risposta: sempre impeccabile.
Ecco, la rivelazione è che io, in casa, sono invece inguardabile.

Sono una persona perennemente in movimento e essere in ordine è un atteggiamento che fa parte di me da sempre: eppure, a casa, mi prende invece un’indicibile pigrizia da outfit e sono capace di passare intere domeniche in pigiama, soprattutto nella stagione fredda.
Non parlo di pigiami accattivanti e anche un po’ ammiccanti: in inverno, indosso pigiami pesantissimi in felpa con sopra maglie oversize in pile e copro i miei piedini numero 35-36 con calzettoni in lana.
In effetti, mancherebbe solo il berretto in testa per fare di me una perfetta caricatura da vignetta.

Il problema è che alla sera e nei giorni di relax, appena rallento un po’ i miei ritmi da persona fin troppo attiva, soffro tremendamente il freddo (anche se di giorno vado in giro senza collant fino a novembre, come ho raccontato ultimamente).
In casa, dunque, non riesco a pensare di rinunciare a outfit comodi e pigiamoni: ammiro moltissimo le donne che riescono a stare in casa indossando leggerissime ed elegantissime sottovesti in seta riscaldate solo da piccoli e stilosi cache-cœur. Il tutto a piedi nudi, naturalmente.
Beh, io non potrei mai vestirmi come loro, purtroppo: morirei all’istante!
E, tra l’altro, d’estate la situazione non è molto più rosea…

Bene, ora che ho distrutto anche quella (minima) dignità da fashion blogger che potevo avere (e dopo aver fatto guadagnare l’aureola da santo a mio marito per il fatto di avere la moglie meno attraente di tutto il pianeta), posso spiegarvi il perché di questa rivelazione un po’ masochista.

Desidero infatti ringraziare pubblicamente una giovane designer che si chiama Elena Del Carratore: per merito suo, almeno i miei piedi si salvano dalla scarsissima attitudine della sottoscritta a essere charmante.

Elena è colei che disegna Adoro Te, una collezione che reinterpreta le slipper, un classico dell’eleganza da casa.

La casa è il nostro luogo più sacro, quello in cui viviamo momenti legati alla sfera affettiva, al relax e al tempo che dedichiamo a noi stessi: il progetto Adoro Te esprime al meglio questo concetto facendolo diventare quanto mai contemporaneo e creando un mondo avvolgente e raffinato.

Le slipper create dal brand sono raffinate pantofole che, nella forma, ricordano un mocassino: per questo inverno, vengono proposte in seta e in velluto stampati, floccati o ricamati, in nuance chic come per esempio porpora, ruggine, petrolio, testa di moro e l’attualissimo giallo senape. Leggi tutto

Se stavolta il mio compleanno porta con sé una maggiore consapevolezza

E siamo a quota cinque.

Di cosa parlo?

Con oggi, 26 novembre 2017, sono cinque i miei compleanni festeggiati qui, attraverso A glittering woman, lo spazio web al quale tengo molto e che curo con grande passione, come se fosse una tenera piantina da proteggere e fare crescere giorno dopo giorno.

Quindi, per prima cosa… me lo permettete? Ma sì, dai, tanti auguri a me 🙂 🙂 🙂

Di solito, A glittering woman non vede me come protagonista diretta o esclusiva.

Durante tutto l’anno, i protagonisti sono i talenti che sostengo, in ambito moda o negli altri ambiti che suscitano il mio interesse e solleticano la mia curiosità: fa eccezione solo il 26 novembre, giorno in cui il post che pubblico è dedicato a me stessa.

È diventata una piccola tradizione, l’unica occasione in cui mi metto al centro: cosa ne dite, una botta di egocentrismo all’anno può essere accettabile?

Questi post sono un modo per raccontare qualcosa di me e della fase che sto vivendo: il tutto è accompagnato dalle foto di alcune delle esperienze che ho vissuto nel corso dell’anno. Leggi tutto

Armani e il suo Silos che contiene sogni, successi, storia, futuro della moda

Armani è uno dei motivi per cui mi occupo di moda.

Questo post inizia così, con un’affermazione forte che non lascia spazio a dubbi.

Giorgio Armani, classe 1934, e la sua prestigiosa maison fondata nel 1975 figurano tra i miei ricordi di bambina, ricordi che profumano di tenerezza, calore e divertimento nonché dei primissimi approcci con la moda.

Ricordo molto bene quando mia sorella e io trascorrevamo interi pomeriggi a disegnare figurini, immaginando anche di frequentare gli stilisti che erano famosi in quegli anni, Maestri del calibro di Giorgio Armani, Valentino, Gianni Versace, Ottavio Missoni, Franco Moschino, Gianfranco Ferré.

Ebbene sì, eravamo due bambine dotate di grande fantasia ed ecco perché, quando mi chiedono di parlare di me, affermo che la moda è una malattia con la quale sono nata – una malattia meravigliosa.

Armani è lo stilista che ha forgiato i miei primi sogni di moda: vi è entrato quando ero solo una bambina con gli occhi pieni di meraviglia e curiosità e lì è rimasto per sempre, stagione dopo stagione, anno dopo anno.

Sono cresciuta, ho studiato, ho coltivato tante passioni: il bello, la moda, la comunicazione sono diventati sempre di più poli di irresistibile attrazione e si sono infine fusi nel mestiere che faccio oggi, con amore, passione, devozione e quella stessa curiosità che – per fortuna – non si è mai affievolita ma che al contrario è cresciuta, diventando più matura e profonda. Nonché più consapevole, mi piace pensare, anche se ciò che avevo colto da bambina, in modo istintivo come spesso accade ai giovanissimi, continua a essere il nucleo di tutto. Leggi tutto

Zohara Tights, il look – personalizzato – inizia dalla calza

Lo confesso subito: io e i collant abbiamo un rapporto conflittuale, fatto di alti e bassi.

Come in altri casi e contesti della mia vita, è un rapporto che non conosce mezze misure e che si alimenta di estremi: posso andare in giro a gambe nude fino a novembre (ebbene sì e l’ho fatto anche quest’anno), poi passo direttamente ai collant più pesanti, minimo 70 denari.

Diciamo che non ho grande simpatia per i collant leggeri ai quali preferisco piuttosto la rete, a micro o maxi maglia: chissà, forse dipende anche dal fatto che sono un po’ maldestra e quindi meglio mi si addice ciò che è resistente rispetto a ciò che è delicato.

È bizzarro questo mio conflitto con i collant anche considerando che sono un’ammiratrice di tutto ciò che nella moda ha sostenuto la liberazione della donna: mi ritrovo spesso a riflettere su come e quanto la lotta per la nostra emancipazione sia andata di pari passo con la storia di alcuni capi e accessori che tutte noi oggi utilizziamo normalmente, magari senza rammentare l’importanza che essi hanno rivestito in determinati frangenti storici.

Tra questi indumenti che hanno contribuito a renderci più libere, figurano anche i collant: con grande passione, racconto alle studentesse dei miei corsi la loro genesi e ne ho parlato anche in un mio articolo per SoMagazine.

Conoscete questa storia interessante?

Nel 1938, si verificò un evento cruciale in mancanza del quale i collant non potrebbero esistere: il 27 ottobre di quell’anno, il presidente dell’azienda chimica DuPont annunciò l’invenzione di una nuova fibra sintetica chiamata nylon.

In precedenza c’era la seta che faceva delle calze un accessorio costoso e dunque per poche donne, pertanto la diffusione delle calze in nylon fu una piccola rivoluzione: nel 1940, la produzione procedeva a pieno regime spinta dall’enorme successo di pubblico. Leggi tutto

Chagall, quando il sogno è quello di una notte d’estate

Sono felice di condividere con voi, cari amici, un’esperienza che ho avuto modo di fare ultimamente e della quale riesco oggi finalmente a raccontare.

Risale allo scorso 13 ottobre, quando sono stata all’inaugurazione della mostra Chagall – Sogno di una notte d’estate rimanendone completamente conquistata.

Di cosa si tratta?

Per la prima volta in Italia, è arrivata la mostra-spettacolo (questa è la definizione più giusta) dedicata al grande Marc Chagall (1887 – 1985), il pittore che rappresentava un mondo colorato così come se lo osservasse attraverso le vetrate di una chiesa.

Fino al 28 gennaio 2018, il Museo della Permanente in via Turati a Milano ospita Chagall – Sogno di una notte d’estate ovvero una nuova forma di conoscenza dell’arte: a mio avviso, è una forma particolarmente adatta in quanto riporta l’arte a quella che è una delle sue funzioni primarie, ovvero stupire ed emozionare.

Arte, spettacolo, musica e tecnologia si fondono andando oltre le cosiddette mostre immersive: in questo caso, infatti, non parliamo solo di proiezioni di immagini, ma di una regia sapientemente costruita da Gianfranco Iannuzzi (le cui realizzazioni utilizzano l’immagine, il suono e la luce come supporti di comunicazione sensoriale), Renato Gatto (docente di tecnica vocale, vocalista, attore) e Massimiliano Siccardi (artista che studia il corpo e con il corpo fin da bambino) con una colonna sonora curata da Luca Longobardi (pianista e compositore) per un risultato complessivo capace di coinvolgere e travolgere. Leggi tutto

Agnese Taverna e la forza dei suoi gioielli dal sapore tribale

A volte è necessario avere pazienza.

Pazienza affinché certe cose seguano il loro corso, affinché una conoscenza abbia tempo e modo di essere approfondita, affinché un cerchio o un percorso si completino.

L’ho imparato negli anni e cerco di tenerlo a mente, fatto importante per una persona come me, impaziente e impulsiva di natura.
Una persona che vorrebbe riuscire a fare tutto subito, ma che – naturalmente – non potrebbe riuscirci nemmeno se le giornate fossero fare di 48 ore.

Esordisco così, oggi, perché quando ho incontrato Agnese Taverna e il suo lavoro, ero certa che avremmo avuto modo di conoscerci meglio, sebbene quel primo istante non fosse forse il momento giusto.

L’incontro con Agnese è avvenuto grazie a uno dei miei progetti preferiti, ovvero Ridefinire il Gioiello, e grazie a Sonia Catena, ideatrice, curatrice e vera anima di tale progetto.

Ridefinire il Gioiello è nato nel 2010 e negli anni è diventato un importante punto di riferimento nella sperimentazione materica sul gioiello contemporaneo e d’arte nonché un’interessante vetrina per artisti e designer.

È un progetto itinerante che promuove creazioni esclusive, selezionate dalla giuria e dai partner per aderenza a un tema (sempre diverso) nonché per ricerca, innovazione, originalità ideativa ed esecutiva: gioielli tra loro molto diversi per materiali impiegati vengono dunque uniti di volta in volta grazie a una tematica comune, sempre interessante e stimolante. Leggi tutto

Maneki neko, il gatto tra leggenda, cultura popolare e dieci curiosità

Non sono mai stata una persona superstiziosa, anzi, diciamo che le superstizioni mi infastidiscono.

Mi infastidisce che si dica che il viola porti male anche se conosco e capisco l’origine di tale superstizione (ne ho parlato qui) che oggi non ha comunque più alcun motivo di esistere; mi infastidisce ancor di più che si dica che una persona o un animale (poveri gatti neri!) portino male.

Forse, disprezzo le superstizioni (e non parlatemi di malocchio) perché credo che i fautori del nostro destino siamo esclusivamente noi stessi e perché credo che se e quando esistono casi, combinazioni, fortune e sfortune, siamo noi stessi a metterli in moto con le nostre azioni.

L’unica cosa in cui un poco credo è che i sentimenti positivi generino belle energie, mentre è il contrario con quelli negativi: è per questo che sto cercando di imparare, nel tempo, a tenere lontane persone e sentimenti negativi.

Come molti, invece, ho anch’io dei piccoli gesti scaramantici un po’ infantili.

Di solito, se riesco a connettere quando suona la sveglia, metto giù il piede destro dal letto e lo faccio da quando sono ragazzina.

E quando salgo le scale di casa, mi diverto talvolta a mettere i piedi al centro delle piastrelle senza calpestare i bordi. Sì, proprio come fanno i bambini.

Ma nulla che confini con la superstizione, per carità: non credo assolutamente che succeda qualcosa se metto giù dal letto il piede sinistro per primo né se calpesto il bordo della piastrella, sono solo giochetti con me stessa, modi per spronarmi da sola ma sui quali prevalgono sempre ironia e sense of humour.

Nonostante io non sia superstiziosa, da tempo amo però collezionare piccoli oggetti – soprattutto monili – che sono comunemente considerati dei portafortuna: la spiegazione è puramente imputabile alla mia passione per gli oggetti che hanno un senso, un significato, una storia da raccontare.

Questa estate, per esempio, in Grecia, ho fatto incetta di due simboli che amo da sempre: la Mano di Fatima (nota anche come Hamsa o Khamsa o Mano di Miriam a seconda della religione musulmana, dei cristiani d’oriente o ebrea) e l’Occhio di Allah spesso semplicemente chiamato Evil Eye.

Fermo restando il mio assoluto rispetto per tutte le religioni, il mio interesse verso questi due simboli è quello di una persona curiosa (di significato, origini e storia) e, conseguentemente, il mio resta un approccio da collezionista appassionata ma non credente. Qui, qui e qui potete vedere alcuni dei miei acquisti, braccialetti e anelli.

Aggiungete a tutto ciò una mia passione (mania…) per l’occhio di per sé stesso che colleziono in ogni forma (ne avevo già parlato qui) et voilà, il gioco è fatto. In fondo, non è un caso se molte civiltà hanno attribuito all’occhio moltissimi significati.

Ultimamente, mi sono appassionata a un nuovo amuleto: il maneki neko, letteralmente gatto che chiama, noto anche come gatto che dà il benvenuto, gatto della fortuna oppure gatto del denaro. O, se preferite l’inglese, lucky cat o fortune cat.

Sicuramente l’avrete visto, è una diffusa scultura giapponese, spesso fatta di porcellana o ceramica (ma ne esistono in plastica, legno, cartapesta, argilla, giada, oro), che rappresenta un gatto con una zampa alzata: si ritiene porti fortuna e per questo motivo si trova molto spesso negli esercizi commerciali o nei ristoranti orientali.

Avete letto bene, ho scritto giapponese: nonostante sia spesso presente nei ristoranti cinesi, l’usanza nasce in realtà in Giappone. Leggi tutto

Furia la Cantastorie incontra il Maestro Luigi Albertelli: lasciateli cantare!

Quando mi hanno parlato per la prima volta della cantautrice (anzi, della cantastorie) Furia, non avevo la minima idea della meravigliosa avventura nella quale mi sarei imbarcata grazie a lei.

Era esattamente un anno fa e mi chiesero se fossi disposta a dare voce a una parte importante del lavoro di questa artista, la parte incentrata su noi donne e sulle tante difficoltà che affrontiamo nella società odierna: mancava un mese al 25 novembre, la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, una ricorrenza istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1999 e, purtroppo, oggi più che mai attuale.

Ogni anno, in quel giorno, si organizzano in tutto il mondo attività volte a sensibilizzare l’opinione pubblica: senza alcuna esitazione, chiesi a SoMagazine, testata con la quale collaboravo, di aderire a tale campagna di sensibilizzazione proprio raccontando la storia di Furia.

Con altrettanto entusiasmo, la rivista accettò immediatamente e nacque così il mio primo articolo completo di intervista.

Sentivo che la storia avrebbe avuto un seguito e non mi sbagliavo: ecco perché parlavo di principio di una meravigliosa avventura.

Ma lasciate che vi racconti qualcosa della vulcanica Furia la cui storia si intreccia con quella di un uomo importantissimo per la musica italiana: Luigi Albertelli. Leggi tutto

Un anello anzi mille: perché amo tanto gli anelli / seconda parte

Era il 22 dicembre 2016, quasi un anno fa, quando ho pubblicato un post dedicato a una parte della mia enorme collezione di anelli.

L’anello è un monile che mi affascina a tal punto che, per esempio, ho scritto un articolo per SoMagazine raccontando alcune delle tante declinazioni possibili perché, tra tutti gli oggetti che hanno funzione ornamentale, gli anelli sono forse i più ricchi di significati, sia quelli che scegliamo per noi sia quelli che regaliamo.

Ma né un anno fa nel mio primo post fa né tanto meno oggi ho alcuna intenzione di fare un trattato serio attorno agli anelli (non che quel mio articolo per SoMagazine avesse la pretesa di essere ciò, era solo un piccolo excursus tra storia e curiosità che, tra l’altro, un giorno mi piacerebbe riprendere, approfondire e sviluppare).
Comunque, oggi desidero piuttosto parlarvi del mio rapporto emozionale con gli anelli e ancor di più condividere semplicemente ulteriori foto.

I gioielli in generale e gli anelli in particolare sono pezzi di noi, della nostra vita, del nostro cuore, di momenti speciali e significativi, di chi ce li ha donati e, in alcuni casi, di chi li ha fatti per noi, così come mi capita con alcuni dei designer dei quali ho avuto la fortuna e l’onore di scrivere.

Un anello, per esempio, è spesso veicolo di ricordi e di legami. Leggi tutto

Le mie scelte in pillole: Movea Design e la bellezza del cactus

Tempo fa, ho scoperto una leggenda che ha catturato la mia attenzione.

La leggenda narra di Quehualliu, un giovane e bellissimo indiano che passava il tempo a raccogliere fiori per Pasancana, l’altrettanto giovane e bella figlia del capo tribù.
Fin da piccoli, i due erano sempre stati insieme: avevano imparato a camminare, a giocare, a scovare i posti più belli della montagna e, una volta cresciuti, avevano compreso di essere innamorati l’uno dell’altra.
Il padre di Pasancana aveva però progetti differenti e voleva che la figlia sposasse un altro ragazzo della tribù, un eccellente cacciatore: quando Pasancana e Quehaualliu lo appresero iniziarono a piangere e a disperarsi.
Decisero allora di scappare insieme: camminando ai piedi delle loro amate colline, elaborarono un piano, ovvero pensarono di raggiungere qualche luogo perso proprio tra le montagne.
Così fecero.

Quando il capo tribù si accorse della sparizione della figlia, andò su tutte le furie e mise insieme un gruppo di uomini con lo scopo di andare a cercare la coppia.
Nel frattempo, i due giovani, stanchi per la strada percorsa, decisero di fermarsi a riposare: grazie alla luce della luna, si accorsero degli uomini che li stavano cercando e invocarono Pachamama, la dea della terra, affinché li aiutasse a nascondersi.
La dea terra ebbe pietà dei due innamorati e aprì un buco nella montagna per far sì che potessero nascondersi: il padre e i suoi uomini, adirati, urlarono ai due giovani che non si sarebbero potuti nascondere per sempre e rimasero lì tutta la notte, in attesa.
Ma, il giorno dopo, la dea terra trasformò i due giovani in un cactus e così, con la sua protezione, Pasancana e Quehualliu rimasero silenziosamente uniti per sempre.

Vedete, amo i cactus da quand’ero piccina.
Non so se dipenda dal sangue che mi scorre nelle vene, quello siciliano dei miei genitori: come molti sanno, la meravigliosa isola è un habitat perfetto per cactus, fichi d’India, agavi e in generale per tutte le piante succulente (quelle che chiamiamo comunemente piante grasse).
O chissà, forse dipende invece molto più prosaicamente dal fatto che tali piante, grazie alla loro attitudine a resistere alle condizioni più avverse, siano tra le poche in grado di sopravvivere al mio temuto e terribile pollice nero.

Non solo.
Chi mi conosce bene sa che sono un’inguaribile romantica: ancora oggi, alla mia tenera età, riesco a sperare che un film visto un milione di volte o un libro di cui ho consumato le pagine possano trasformarsi miracolosamente e che un finale tragico e lacrimevole possa diventare invece un happy end.

La leggenda di Pasancana e Quehualliu era dunque destinata inevitabilmente ad attrarre la mia attenzione, in un modo o nell’altro, anche perché offre una spiegazione perfetta del perché il cactus sia tanto tenace e del perché i suoi fiori meravigliosi siano avvezzi a sfidare sole e siccità pur di sbocciare: è perché simboleggiano amore e fedeltà.

Per questo motivo, ho deciso di iniziare il post di oggi narrandovi una romantica leggenda che risulta perfetta per una realtà solida che si chiama Movea Design.

Movea nasce nel 2013: i creatori del brand tutto italiano sono Cosimo e Veronica, una coppia unita nella vita e che condivide anche le passioni per arte, design e arredamento.
Il marchio Movea è un acronimo ricavato dalle ultime lettere del nome Cosimo (mo) e dalle iniziali del nome Veronica (ve): è stata poi aggiunta la a finale che simboleggia arte e arredamento.

In cosa consiste il progetto Movea?
Cosimo e Veronica realizzano artigianalmente piante e bonsai in tessuto: lo fanno con la massima cura dei dettagli e con la precisa volontà di offrire un prodotto di qualità.

Ogni pianta è disegnata, progettata e realizzata completamente a mano nel loro laboratorio di Nardò, in provincia di Lecce.
Le varianti dei vasi e dei tessuti sono molteplici: si contano colori che vanno dalle tinte più tenui a quelle più accese, con una gamma di materiali ricercati.
Sono tante anche le misure: si parte dalla riproduzione di piccoli cactus da collezione (come i miei che vedete qui sopra) fino ad arrivare a piante di medie e grandi dimensioni.

«Sono veneta di Mestre e la scelta di cactus & co. è nata quando mi sono trasferita al sud e precisamente nel Salento, una terra che pullula di piante grasse e in particolar modo di fichi d’india e agavi giganti», mi ha raccontato Veronica.
«È stato un amore a prima vista dal quale è nata la voglia di inventare un prodotto originale e che fosse funzionale come complemento d’arredo. Così, io e Cosimo abbiamo sfruttato al meglio le nostre doti artistiche e manuali per creare un nuovo progetto tutto nostro: tra l’altro, Cosimo è anche fotografo e quindi abbiamo potuto curare personalmente anche quell’aspetto.»

Ogni pianta Movea Design è un complemento d’arredo originale, adatto alla casa, all’ufficio, al negozio e a qualsiasi spazio nel quale si desideri inserire un tocco di stile e originalità.

Può essere una bella idea regalo per eventi, ricorrenze e cerimonie: mi vengono in mente i matrimoni, per esempio, proprio pensando alla leggenda indiana che rende il cactus un simbolo d’amore perfetto, tenace e duraturo.

Come appunto vedete qui sopra, io ho scelto il tris di piante grasse in miniatura, poiché un’altra mia grande debolezza riguarda tutto ciò che è miniaturizzato.
Sono rimasta colpita dall’amore con le quali le piantine sono realizzate e sono rimasta incantata davanti ai dettagli: vorrei potervi mostrare la precisione dei vasi, in ceramica e vimini intrecciato, nonché la ghiaietta che riproduce fedelmente quella che viene usata dai coltivatori di cactus.

Tra l’altro, devo dire grazie a Cosimo e Veronica per un altro motivo: le loro piantine risolvono definitivamente il mio problema di pollice nero.

Se volete dare un occhio ai lavori di Movea Design, vi lascio il loro sito (completo di e-shop), la pagina Facebook e l’account Instagram: lo faccio volentieri perché questo prodotto interamente Made in Italy merita a pieno titolo il mio sostegno.

E poi mi piace il parallelo tra la leggenda di Pasancana e Quehualliu e la storia vera di Veronica e Cosimo: così come i due innamorati indiani sono rimasti uniti grazie alla metamorfosi in cactus, anche i due bravi creativi italiani hanno unito passione, talento, capacità, creatività ed entusiasmo per dare vita a un progetto bello e concreto. Insieme.

Manu

Mario Giansone, se l’arte si trasforma in gioielli da indossare

Mercoledì 11 ottobre sono stata a Torino per un viaggio stampa che mi ha dato l’opportunità di assistere all’anteprima della mostra dedicata al Maestro Gianfranco Ferré e ai suoi gioielli presso Palazzo Madama (qui trovate il mio racconto e tutti i dettagli).

Oltre a tale mostra (meravigliosa!), il viaggio mi ha dato la possibilità di visitare una seconda esposizione ospitata nella stessa sede e dedicata ancora una volta al gioiello: ho potuto così rimediare a una mia precedente assenza (nonostante avessi ricevuto il gentile invito anche per quell’anteprima non ero infatti riuscita ad andare) e ne sono stata felice poiché tale mostra mi incuriosiva molto, visto che presenta il lavoro di un artista e designer che – lo confesso – non conoscevo.

E così, Palazzo Madama conferma ancora una volta la sua vocazione: essere un Museo di Arte Antica interessato a documentare il nesso stringente esistente tra scultura e pittura da una parte e le cosiddette Arti Decorative o Applicate dall’altra (tra le quali il gioiello), mai considerando queste ultime quali arti minori, come ha ben spiegato lo stesso direttore Guido Curto proprio in occasione della presentazione della mostra dedicata a Ferré.

Detta vocazione viene confermata presentando fino al 29 gennaio 2018, al secondo piano in Sala Atelier, un’esposizione dedicata ai gioielli in oro forgiati dall’artista torinese Mario Giansone (1915-1997), uno dei più valenti scultori italiani del Novecento: i suoi erano capolavori concepiti per essere indossati dalle tante signore che Giansone frequentava e ammirava, ricambiato grazie al suo fascino un po’ misterioso. Leggi tutto

AIRC e ADI con LOVE DESIGN a sostegno della ricerca oncologica

Io ci metto la faccia.
Sempre. Senza timori.

Metto la faccia quando parlo dei designer, degli artisti e dei creativi in cui credo così come quando parlo delle questioni sociali che mi stanno particolarmente a cuore.
Metto la faccia attraverso le parole che uso con rispetto e mai a sproposito, la metto attraverso la mia stessa immagine quando serve, la metto attraverso gesti pratici e concreti.

Mi piace pensare che il metterci la faccia rappresenti una garanzia per chi mi fa il dono di riporre fiducia in me, sia affidandomi la comunicazione dei propri prodotti sia leggendo questo spazio web, perché qui vige da sempre e per sempre una regola: entra solo ciò in cui credo davvero, entra solo ciò per cui – appunto – posso mettere la faccia. Serenamente e limpidamente.
E mi piace pensare che questo modo di pensare e agire sia diventato, nel mio piccolo, una sorta di marchio di fabbrica in grado di contraddistinguere me, la mia passione e il mio lavoro.

E stavolta metto la faccia per una questione che mi tocca molto profondamente, perché mai farò mancare il mio appoggio al progresso, allo sviluppo, alla ricerca e alla lotta contro le malattie.
Lo faccio usando tutto ciò che posso, usando le parole e la mia immagine, cercando di trasformarle in uno di quei gesti concreti che tanto mi piacciono: per questo, quando mi hanno chiesto di indossare la speciale t-shirt LOVE DESIGN ® per dare voce e sostegno a una splendida iniziativa, ho accettato immediatamente, senza la minima esitazione, con grande sincerità ed entusiasmo.

Di cosa si tratta?

Ora ve lo racconto.

Si tratta di un’iniziativa benefica ideata da AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro) e ADI (Associazione per il Disegno Industriale) i quali, da 14 anni, realizzano insieme LOVE DESIGN ®, ovvero un evento a sostegno della ricerca oncologica italiana: dura tre giorni e si svolge ogni due anni in collaborazione con le maggiori aziende di design.

Ma che cosa unisce il mondo del design e il mondo scientifico?

Entrambi, design e scienza, guardano verso un futuro che si baserà principalmente sulla ricerca e, proprio grazie a questa affinità, da un’idea dell’architetto Carlo Forcolini (l’allora presidente ADI), nel 2003 nacque un’alleanza sfociata nell’evento Il Design sostiene la Ricerca poi diventato LOVE DESIGN ®.

Reso possibile grazie all’impegno congiunto dei marchi leader del design italiano e grazie all’impegno di ADI che, tra l’altro, garantisce l’autorevolezza dell’iniziativa in termini di qualità dei prodotti, LOVE DESIGN ® favorisce il dialogo tra l’eccellenza della creatività italiana, la ricerca scientifica e il valore della solidarietà.

L’appuntamento per quest’anno è da venerdì 20 a domenica 22 ottobre 2017 alla Fabbrica del Vapore a Milano in via Giulio Cesare Procaccini 4: qui saranno esposti prodotti e accessori donati da aziende del calibro di Alessi, B&B Italia, Kartell, Molteni & C, Edra, Poliform e tanti altri, tutti disponibili a condizioni molto vantaggiose con lo scopo di raccogliere fondi per la ricerca sul cancro.

L’obiettivo di AIRC per questa edizione è inoltre il finanziamento di tre borse di studio triennali, ciascuna del valore di 75.000 euro, destinate a giovani ricercatori italiani: come per tutti i progetti promossi dall’Associazione, i destinatari di questi fondi verranno selezionati attraverso un processo rigoroso, meritocratico e trasparente, altro ottimo motivo per il quale do il mio appoggio con piena fiducia.

E quindi, amici miei, cosa aspettiamo?

La bellezza ci piace, l’eccellenza ci piace, il design ci piace e ci piace anche lo shopping; non ci piace il cancro e non ci piace che l’abbia vinta.

Dunque… scommetto che anche voi, come me, non esiterete. E scommetto che la vostra voglia di solidarietà è grande almeno quanto la mia.

E allora vi lascio il sito e la pagina Facebook di LOVE DESIGN ® dove potrete trovare tutte le informazioni utili e interessanti approfondimenti.

Non vi bastano sito e pagina Facebook? Ecco allora anche l’account Instagram e quello Twitter 🙂

Dal 20 al 22 ottobre ci sarà un’ottima occasione per usare la carta di credito, non solo per acquistare qualcosa di bello e utile, ma anche per compiere un atto di generosità e solidarietà che ci renderà a tutti gli effetti membri di una società che vuole guardare avanti, verso un futuro migliore e più evoluto.

Manu

#lovedesign #lovedesignairc #ildesignsostieneairc #facciamolosparire #iocisono #airc #adi #fabbricadelvapore

Gioielli e Ornamenti di Gianfranco Ferré visti Sotto un’altra Luce

È grazie ai miei genitori che ho avuto una bella infanzia, felice al punto tale che le esperienze di quegli anni si sono poi trasformate in splendidi ricordi e sono diventate le basi delle mie odierne sicurezze di persona adulta.

Tra i tanti ricordi pieni di tenerezza, calore e divertimento, figurano anche i primissimi approcci con la moda: per esempio, ricordo la mia prima borsetta (ero davvero piccina e a testimoniarlo ci sono alcune foto negli album di famiglia) e ricordo altrettanto bene quando mia sorella e io trascorrevamo interi pomeriggi a disegnare figurini, immaginando anche di frequentare gli stilisti che erano famosi in quegli anni, Maestri del calibro di Giorgio Armani, Valentino, Gianni Versace, Ottavio Missoni, Franco Moschino, Gianfranco Ferré.

Ebbene sì, eravamo due bambine dotate di grande fantasia e di idee già chiare ed ecco perché affermo che la moda è una malattia con la quale sono nata.

Immaginate dunque la gioia che provo oggi ogni volta in cui ho la possibilità, il piacere e l’onore di essere testimone di eventi che celebrano la vita e il lavoro di coloro che – da sempre – sono per me modelli e icone.

Immaginate l’emozione che ho provato mercoledì mentre, seduta in una delle meravigliose sale di Palazzo Madama a Torino, ascoltavo con estrema attenzione grandi professionisti impegnati a presentare una mostra importantissima che si intitola Gianfranco Ferré – Sotto un’altra Luce: Gioielli e Ornamenti. Leggi tutto

Bianca Cappello e il Gioiello nel Sistema Moda: Storia, Design, Produzione

Il fatto che io nutra passione per chi ha talento non è certo un mistero per chi frequenta (grazie ) questa mia piccola wunderkammer virtuale.

Né è un mistero il fatto che io creda che il talento possa avere varie forme e che altrettanto io sia convinta del fatto che esso si accompagni ad altre due doti: la passione e la bellezza interiore, ovvero un animo ricco di positività e curiosità. Credo anche che il talento, dono innato, vada poi coltivato e alimentato attraverso lo studio e il lavoro.

Ecco, oggi desidero parlarvi di una persona che possiede tutto ciò in abbondanza, ovvero talento, passione, bellezza d’animo. E che lavora alacremente per mettere a buon frutto dette doti.

Il suo talento non è quello di creare abiti né accessori né gioielli: il suo talento straordinario è quello di studiare e conoscere il sistema moda nel suo complesso e nelle sue declinazioni, riuscendo poi a condividere tale capitale di conoscenza in modo coinvolgente.

La persona si chiama Bianca Cappello e il suo è un nome che ho spesso citato nel blog e non solo: posso affermare senza tema di smentita che il suo grande talento è quello della capacità di divulgare e comunicare, come cerco anch’io di fare nel mio piccolo e certo senza la pretesa di paragonarmi nemmeno lontanamente alla grande expertise di Bianca.

Bianca Cappello, storica e critica del gioiello, è docente, coordinatore e curatore di conferenze e seminari sulla storia del gioiello e della bigiotteria, attività che completa con pubblicazioni su questo argomento. È curatore di mostre per musei ed enti pubblici ed è consulente curatoriale di collezioni museali. Leggi tutto

Vi porto con me a Samos in Grecia con qualche piccola dritta :-)

A volte, il tempo sa essere capriccioso e bizzarro quanto un bimbo un po’ monello.

Qui a Milano sembrava essere arrivato l’autunno annunciato da mattinate piuttosto grigie; oggi, invece, sembrava di essere tornati indietro e pareva di essere a inizio primavera.

E così, dopo il post attraverso il quale ho cercato di spiegare dettagliatamente perché quest’anno (e tante volte in passato) ho scelto la Grecia e l’isola di Samos per le mie vacanze, in un pomeriggio di sole (e vento!) meneghino, mi è venuto il desiderio di scrivere un secondo post con il quale condividere un po’ di dritte e consigli pratici.

Partiamo con un piccolo vademecum di cosa – secondo me – è indispensabile portare con sé per una vacanza su un’isola greca.

Perché, nonostante io creda che il viaggio perfetto non è certo quello in cui si sia seguito un programma scrupolosamente studiato (la rigida programmazione è una cosa che mi provoca sempre una certa allergia, figuriamoci in vacanza), credo comunque che qualche scelta furba prima di partire sia necessaria, proprio per riuscire a garantirci quella sensazione di benessere (e mi riferisco soprattutto a quello dell’anima) che è invece il fulcro di una vacanza ben riuscita.

1 – Mettete in valigia costumi, canottiere, t-shirt, pantaloncini e, in generale, capi comodi e pratici: se l’abbigliamento informale non è di solito consentito a molti di noi nell’arco dei lunghi mesi lavorativi, in Grecia è al contrario praticamente obbligatorio e va bene da mattina a sera. È una buona idea aggiungere un pareo che può servire in tante occasioni, dalla possibilità di proteggere le spalle da sole e vento fino a poter improvvisare una seduta ovunque.

2 – Per le infradito di gomma vale lo stesso principio di cui al punto 1: se in città sono – secondo me – assolutamente da bandire, in Grecia diventano invece assolutamente consigliate e direi necessarie. Se proprio le odiate, vanno bene dei sandali i quali possono risultare perfetti anche per la sera. Comodi, mi raccomando, niente tacco. Leggi tutto

Piccione.Piccione FW 17-18, il bosco magico che rende omaggio alla vita

È arrivato l’autunno.

Lo so, non c’è bisogno che sia io a sottolinearlo in quanto è un fatto evidente a tutti noi: le temperature si sono abbassate, le giornate si stanno facendo più corte, le sfumature di grigio si moltiplicano preannunciando l’arrivo dell’inesorabile Generale Inverno.

Aumentano le mattinate all’insegna di una leggera nebbiolina spesso persistente e, nelle vie del centro città, i banchetti degli ambulanti vendono già cartocci pieni di caldarroste profumate.

Io rabbrividisco – e non solo per le temperature più basse nonché per la mia abitudine di fare a meno dei collant il più a lungo possibile: è la prospettiva dell’inverno a preoccuparmi, visto il mio pessimo rapporto con il grande freddo, con il colore grigio e con l’assenza di luce. Sono tra coloro che soffrono della sindrome meteoropatica, lo ammetto, e l’inverno non è certo la mia stagione preferita.

Come ogni anno, dunque, cerco di trovare buoni motivi per arrivare a un compromesso con la stagione che detesto cordialmente e, tra le altre cose, trovo conforto nel presentarvi le collezioni autunno / inverno dei miei stilisti prediletti, perché la bellezza e la creatività rappresentano – secondo me – un rimedio perfetto per ogni situazione di disagio: a maggior ragione, mi piace parlare degli stilisti che inseriscono colore e vivacità nelle loro collezioni.

Esattamente in questa ottica, oggi ho deciso di parlarvi della collezione Piccione.Piccione autunno / inverno 2017 – 2018 e desidero prima di tutto spiegarvi i motivi di tale scelta.

Seguo Salvatore Piccione, lo stilista che è l’anima del brand, da diverso tempo: ho sempre riconosciuto in lui una grande maestria nelle lavorazioni, eppure c’era qualcosa che mi impediva di essere completamente soddisfatta. Leggi tutto

Milan Fashion Week, con le collezioni SS 2018 va in scena molto di più…

Lunedì è stato l’ultimo giorno della Milan Fashion Week e dell’edizione dedicata alle collezioni primavera / estate 2018 o SS 2018, come dicono gli addetti ai lavori.
Volete sapere se sono triste per la fine della MFW, visto che la moda è un po’ il mio pane e un po’ la mia malattia?
Certo, un po’ mi dispiace che termini perché amo ciò che faccio.
Però penso anche che ci siano belle cose da fare in tanti ambiti interessanti, non solo nella moda, quindi no, non sono affatto triste.

Chi legge più o meno abitualmente A glittering woman (non guasta mai ripetere il mio sentito e sincero grazie ) sa che, al termine delle settimane dedicate alla moda, pubblico un mio reportage con le riflessioni scaturite da sfilate e presentazioni alle quali ho assistito nonché da tutto ciò che fa da contorno.

Ho scritto di certe cattive abitudini dell’ambito in cui mi muovo, ho parlato della questione accrediti alle sfilate (e in verità l’ho fatto più di una volta), ho raccontato di metatarsi malconci e di sciocchi luoghi comuni.
Al termine della scorsa edizione, quella di febbraio 2017, ho scritto di una messa (sì, una messa) che mi ha lasciato tanta tristezza nonché di un importante salone e della completa cecità nel gestire gli ingressi.

E questa volta?

Beh, tralasciando il fatto che né le cattive abitudini né i luoghi comuni sono morti (purtroppo…) e sorvolando sul fatto che la gestione spesso incomprensibile degli accrediti prosegue pressoché senza miglioramenti, a parte tutto ciò, in verità devo ammettere che questa edizione è andata piuttosto bene – se non altro a livello personale.
Non ho cioè vissuto particolari disagi o incidenti di percorso, forse perché in alcuni casi ho deciso di rinunciare proprio in partenza – e non è una cosa bella, lo so.

Eppure, cari amici, vi devo dire che a volte perfino gli spiriti più tenaci (e io lo sono) si stancano di combattere contro i mulini a vento e decidono di fare un passo indietro.
Non è una rinuncia o una resa definitiva, sia ben chiaro: è solo una tregua in attesa di capire come riorganizzare le forze, è una pausa che mi serve a riprendere fiato, è un mettermi alla finestra in attenta osservazione.

Mai rinuncerò a combattere contro i luoghi comuni e la maleducazione (perché è questa una delle cattive abitudini alle quali mi riferisco), ma al momento sono stanca di continuare a scriverne.
Mi limito a prendere in prestito le parole della brava giornalista Lucia Serlenga che, nel suo reportage post-MFW SS 2018, rivolgendosi agli addetti ai lavori, scrive le seguenti testuali parole: «andrebbe ricordato a tutti quelli che fanno parte di un mondo ritenuto raffinato che prima vengono le persone». Leggi tutto

Dettagli di stile: i pantaloni, una conquista tutta al femminile

Per capire la moda bisogna conoscere la storia.

La mia vi sembra un’affermazione azzardata o esagerata?
In realtà non lo è affatto, anzi, sostengo con grande convinzione un ulteriore concetto: non solo storia e moda sono sempre andate a braccetto, ma si sono anche influenzate a vicenda.
La storia e le sue vicende hanno naturalmente influenzato il modo di vestire, ma nel contempo il modo di vestire ha accompagnato (e talvolta facilitato) tante rivoluzioni sociali.

Tutto ciò è vero specialmente se parliamo di moda femminile: l’abbigliamento è sempre stato inevitabilmente legato alla lotta per la parità dei sessi.
Facciamo due esempi pratici, quello del costume da bagno e quello dei pantaloni.

È cosa nota che, in passato, a noi donne non era consentito mostrarci neanche al mare e fu così, ahimè, quasi fino all’arrivo degli Anni Sessanta del Novecento: in un mio precedente post ho raccontato come, nonostante il bikini sia stato inventato nel 1946, fu necessario attendere quasi due decenni affinché si diffondesse.
Parlando di pantaloni, invece, mi piace sottolineare come alcune donne che vengono considerate tutt’oggi fonte di ispirazione in materia di abbigliamento ed eleganza – cito Audrey Hepburn, Grace Kelly, Jacqueline Kennedy – siano state persone che, oltre a possedere grande grazia, usavano appunto indossare i pantaloni.
Perché lo sottolineo?
Nei secoli passati, i pantaloni sono stati percepiti come dei veri e propri simboli di forza e potere, proviamo per esempio a pensare all’espressione portare i pantaloni, usata con il significato di comandare e avere autorità; pertanto, non solo alle donne non era concesso vestirsi come gli uomini, ma non potevano indossare i pantaloni proprio per quello che rappresentavano, ovvero il potere.
Poterli indossare rappresenta dunque una conquista per la quale dobbiamo dire grazie a tutte le donne che hanno infranto quello stereotipo.

Un diritto chiamato pantaloni: ecco la conquista!

Peccato, lussuria, prostituzione: queste erano solo alcune delle accuse che venivano scagliate in passato contro le donne che portavano i pantaloni, sia da parte dagli uomini sia da una certa parte del mondo religioso e persino da parte di altre donne.
Ma chi fu a indossarli per prima?
Nell’Ottocento, attiviste come Elizabeth Smith Miller, Elizabeth Cady Stanton e Amelia Jenks Bloomer (1818 – 1894) provarono a lanciare nuovi outfit: nacquero i primi pantaloni per signora che si ispiravano all’abbigliamento tipico delle donne turche. Furono chiamati Bloomers, proprio dal nome dell’attivista e scrittrice Amelia Bloomer.
Poi, il Novecento diede i natali a dive a loro modo trasgressive, come Marlene Dietrich (1901 – 1992), donne il cui mito era destinato a diventare immortale.
Superati gli scossoni degli Anni Sessanta (tra cui, come ho già raccontato, la definitiva consacrazione e diffusione del bikini), il decennio successivo vide i pantaloni diventare definitivamente un capo unisex, anche grazie a stilisti del calibro di Giorgio Armani e Yves Saint Laurent che hanno creato elegantissimi (e femminilissimi) tailleur pantalone, rendendoli capi rappresentativi del loro stile.

Et voilà, costume da bagno e pantaloni, ovvero due esempi di reciproca influenza tra storia e moda: l’introduzione e la diffusione dei pantaloni favorì tra l’altro anche un ruolo più attivo della donna nella società.

E oggi?

Gli stereotipi e i pregiudizi colpiscono ancora oggi il mondo femminile: si continua a bollare una camicetta come troppo scollata oppure un look come troppo provocante.
E così, esattamente come avveniva in passato, la moda continua ad avere un compito: rompere gli schemi e abbattere gli stereotipi, proponendo look destinati a creare nuove tendenze.
La moda resta insomma una via di fuga da un mondo che fatica ancora ad accettare la libertà della donna e resta un mezzo per manifestare la voglia di emancipazione e di comunicazione che continua a caratterizzarci.

Parliamo allora di pantaloni e tendenze: quali sono quelle per l’inverno che sta arrivando?

I pantaloni sono ancora sovrani: non c’è una sola collezione che non li contempli al proprio interno.
E non importa di quali pantaloni parliamo, va bene ogni stile perché non esistono più rigidi diktat come in passato: dai pantaloni skinny a quelli corti, da quelli oversize fino ad arrivare a quelli a campana, oggi ogni donna sa che può trovare ciò che le serve per esprimere sé stessa nel profondo.

Le tendenze 2017 portano il ritorno dei jeans a zampa, ma anche i pantaloni a sigaretta e quelli dal taglio sartoriale, prettamente maschili.
Il jeans, che è un capo evergreen, ha dominato anche quest’anno le passerelle: è sempre una soluzione ideale quando ci si trova in crisi da outfit e non può mai mancare nel nostro armadio.
Grazie ai virtual store – a me piace per esempio yoox.com – è possibile trovare modelli di jeans da donna capaci sia di soddisfare i gusti più svariati sia di valorizzare ogni tipologia di fisico: resta solo l’imbarazzo della scelta.

Per quanto invece riguarda i tessuti, si trovano accenni Anni Ottanta tra pelle nera e lustrini: lo sguardo non è però solo al passato ma anche al futuro e così saranno in gran voga le asimmetrie e i tessuti tecnici, quelli che solitamente si utilizzavano nell’abbigliamo sportivo. Un esempio? Il PVC.
Non siete pronti a una simile rivoluzione? Non temete, nel nostro armadio troveranno spazio anche i tessuti cozy, quelli accoglienti e che coccolano, come i filati di cachemire, la seta e i velluti.

Io dico che le donne che hanno lottato affinché potessimo indossare i pantaloni apprezzerebbero una simile libertà di scelta.

Manu

 

Federico Pilia SS 2018: la Haute Couture nel lavoro di un giovane stilista

È iniziata oggi la Milano Fashion Week e, durante questa nuova edizione della settimana tradizionalmente dedicata alla moda, potremo scoprire le proposte di stilisti e designer per quanto riguarda gli abiti e gli accessori per la primavera / estate 2018.

Ho pensato che potesse essere di buon auspicio inaugurare tale settimana presentandovi un’anticipazione dedicata proprio alla prossima bella stagione: a tale scopo, così come mi piace fare spesso, ho scelto ancora una volta il talento di un giovane designer, anche perché credo che i suoi abiti che profumano di passione e maestria siano in grado di farci sognare un po’.

Dovete sapere che, poco prima delle vacanze, sono stata alla presentazione Haute Couture primavera / estate 2018 di uno stilista che si chiama Federico Pilia.

Federico ha una grande passione per la moda nonché un talento interessante: non solo, è un ragazzo intelligente che ha fatto scelte coraggiose e a mio avviso sensate, come optare appunto per la Haute Couture, visto che ready to wear e fast fashion sono oggigiorno settori che possono celare qualche rischio, visto che sono sempre più inflazionati e anche meno creativi (accade spesso e occorre ammetterlo, anche se la cosa mi provoca un certo dispiacere).

E così, Federico si è concentrato su pochi pezzi fatti con amore e cura: la sua capsule collection si compone di quattro outfit che, al momento, sono unici e che verranno personalizzati ad hoc per le future fortunate clienti, cosa che è possibile perché quello di Federico Pilia è vero Made in Italy, realizzato grazie all’aiuto di maestranze giovani, in gamba e appassionate esattamente come e quanto lo è lui. Leggi tutto

Del perché scelgo – e continuerò a scegliere – la Grecia per le mie vacanze

Ve lo dico subito: questo è uno dei miei soliti post scomodi.
È un post che, probabilmente, mi farà guadagnare qualche antipatia, sebbene mi piace sperare che – in realtà – possa essere compreso per ciò che è, ovvero una dichiarazione d’amore.
Perché, quando si ama qualcuno o qualcosa profondamente, quanto di meglio si possa fare è essere sinceri e obiettivi: se esiste un problema, è meglio prenderne atto e fare quanto possibile per risolverlo.
Nascondere la testa sotto la sabbia non è cosa che mi piace né che credo che aiuti; aprire gli occhi e poi agire è la soluzione che scelgo.

Fatta questa premessa, partiamo: oggi desidero spiegare perché ho scelto la Grecia – e precisamente l’isola di Samos – per le mie vacanze.
Desidero spiegarvi perché ho scelta la Grecia parecchie volte in passato, le più recenti nel 2009 e nel 2010, e perché l’ho scelta di nuovo quest’anno.

Ho scelto la Grecia perché oggigiorno noi tutti, o quasi, facciamo grande fatica a mettere insieme i soldi per andare in vacanza e tutti vogliamo spenderli al meglio. Le vacanze si attendono spesso per un anno intero ed è una lunga attesa che necessita e merita di avere infine soddisfazione: in Grecia trovo esattamente questo, la giusta soddisfazione.
Ho scelto la Grecia perché in quel Paese mi sento una persona. Perché esiste una reale voglia di accogliere e fare stare bene chi sceglie il Paese per le proprie vacanze, con genuinità, spontaneità ed eleganza non esclusivamente di forma ma quanto piuttosto di cuore (quella per me più importante), riuscendo a non trasformare il turista in un semplice pollo da spennare ben bene.
Ho scelto la Grecia perché è un Paese in cui c’è rispetto dei soldi, non solo di quelli che si vogliono guadagnare, ma anche di quelli che il turista porta e spende. La soddisfazione del turista è importante perché – intelligentemente – ben si capisce che è meglio un guadagno più piccolo ma con un investimento in termini di stima duratura piuttosto che un guadagno immediato esagerato che, francamente, riesce piuttosto difficile giustificare. Leggi tutto

Mente Captus di Marcella Milani, spazi e silenzi all’ex manicomio

Mi piace pensare che quello che stiamo vivendo possa essere un settembre all’insegna della cultura, di come e quanto essa possa avere un impatto positivo sulle nostre vite arricchendole di bellezza e magari abbattendo qualche nostro pregiudizio – come ho raccontato nel post precedente.

Mi piace anche pensare che sia un settembre ricco di attesi ritorni e piacevoli riconferme: è il caso di Marcella Milani.

Pavese DOC, classe 1974, fotografa professionista freelance: grazie alla sua bravura tecnica, alla spiccata sensibilità e alla capacità di cogliere dettagli che sfuggono a molti, Marcella collabora con le più importanti testate nazionali.

Ho il privilegio di godere della sua amicizia e, tra i moltissimi ritratti che mi sono stati fatti nel corso degli anni, i suoi sono puntualmente tra quelli in cui maggiormente mi riconosco, tant’è che la mia foto profilo di Facebook è un suo scatto che lì resiste da più di quattro anni.

Perché parlo di cultura, di ritorni e di riconferme collegando il tutto a Marcella?

Perché avevo già raccontato di lei in un precedente post qui nel blog, presentando un suo importante progetto culturale con forti valenze sociali e storiche, ovvero la mostra intitolata URBEX PAVIA – Viaggio fotografico nelle aree dismesse. Leggi tutto

Riparto da Prato dove arte, tradizione e culto sono “Legati da una Cintola”

Ci siamo, A glittering woman riparte: alla fine, sono tornata sebbene la tentazione di restare in Grecia e precisamente a Samos sia stata forte (ma ne parleremo in un prossimo post).

Sono felice di inaugurare una nuova stagione con un evento che ha tutto il sapore e il profumo di conoscenza e cultura, ambiti che tanto mi stanno a cuore; tuttavia, devo in realtà iniziare con un’ammissione di (mia) forte ignoranza e non per confondervi le idee, giuro.

Ora vi racconto tutto con ordine.

Dovete sapere che, già prima della pausa e delle vacanze, avevo ricevuto un invito tanto gradito da inserirlo subito in agenda con grande piacere e curiosità: mercoledì 6 settembre, insieme a un nutrito gruppo di giornalisti, ho pertanto preso un treno Frecciarossa da Milano per raggiungere Firenze e poi Prato, destinazione finale del nostro viaggio stampa.

Siamo stati infatti ospiti del Comune di Prato per la conferenza stampa e la visita in anteprima di una mostra intitolata Legati da una Cintola – L’Assunta di Bernardo Daddi e l’identità di una città che si svolge al Museo di Palazzo Pretorio da oggi, venerdì 8 settembre, fino a domenica 14 gennaio 2018 (aggiornamento – estesa fino al 25 febbraio 2018 per il grande successo di pubblico).
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