Parthenope Botteghe Artigiane, una storia narrata dalle emozioni

C’era una volta.

Questo post potrebbe iniziare così, con l’incipit che introduce tutte le favole, poiché il brand del quale desidero parlarvi oggi – Parthenope Botteghe Artigiane – trae origine da una leggenda, bella quanto struggente.

La leggenda riguarda le tre Sirene, creature mitologiche alate con corpo di uccello e testa di donna: Partenope (o Parthenope) e le sorelle Ligeia e Leucosia erano depositarie della potenza magica del canto e decisero di morire gettandosi in mare quando Ulisse si dimostrò insensibile davanti al fascino delle loro voci. Il mare trasportò i corpi in vari luoghi e quello di Partenope fu rigettato dalle onde alle foci del fiume Sebeto: lì nacque una città che dapprima portò il suo stesso nome per poi essere invece chiamata Neàpolis, ovvero Napoli.

Come spesso accade, esistono diverse versioni della leggenda e, in alcune, la protagonista diventa una leggiadra fanciulla che fugge con il giovane del quale si innamora: ciò che conta è che, a Napoli, Partenope fu venerata come protettrice e il suo nome è ancora oggi utilizzato in qualità di appellativo storico e geografico riferito a ciò che ha i propri natali nel capoluogo campano.

Mito e diverse versioni a parte, esiste una certezza assoluta: Napoli crebbe nel segno dell’amore per la bellezza, diventando culla di capacità e mestieri e sede ideale di numerosi laboratori nei quali, da generazioni, si tramanda la cultura del Fatto a Mano nonché un’arte – quella della moda sartoriale – oggi riconosciuta e apprezzata in tutto il mondo.

Il brand Parthenope Botteghe Artigiane racchiude tale arte nei propri prodotti, ricercando, riscoprendo e rivalutando il lavoro degli artigiani napoletani più capaci. Leggi tutto

Perché la scimmia nuda di Francesco Gabbani è un po’ anche mia

Come al solito, anche quest’anno ho seguito Sanremo molto distrattamente.
Il Festival della Canzone Italiana molto spesso mi annoia, lo confesso, e soprattutto mi annoiano le infinite polemiche che lo accompagnano, dalle canzoni ai presentatori passando per gli abiti.
Prendete, per esempio, la canzone vincitrice: quante ne ho e ne abbiamo sentite a proposito del povero Francesco Gabbani?
A me, invece, la sua canzone non dispiace: aveva già catturato la mia attenzione lo scorso anno con Amen (vincendo peraltro nella sezione Nuove Proposte) e quest’anno è riuscito nuovamente a incuriosirmi con Occidentali’s Karma.
A colpirmi è la sua capacità di cimentarsi in brani che sembrano leggeri, soprattutto grazie a ritmo e musica, ma che in realtà sono fintamente leggeri e propongono un secondo piano di ascolto (e di lettura).
Affermo ciò riferendomi al testo che ho ascoltato (e letto) con grande attenzione, visto che le parole, in fondo, sono il cuore del mio lavoro. Anche perché è doveroso precisare che Francesco Gabbani non è solo un interprete, bensì è un cantautore (qui il suo sito e qui la sua pagina Facebook dalla quale viene l’immagine qui sopra): la canzone in questione è stata scritta da lui con il fratello Filippo e con Fabio Ilacqua e Luca Chiaravalli, tutti parolieri, compositori, musicisti e arrangiatori (gente del mestiere, insomma).
Il testo è ricco di riferimenti culturali ed è tutt’altro che superficiale: la citazione più ricorrente è quella a un famoso saggio di Desmond Morris ed è qui che è scattato il mio interesse nonché la voglia di scrivere questo post.
Dovete infatti sapere che, appena ho sentito il verso «La scimmia nuda balla» e prima di leggere qualsiasi giornale, ho immediatamente pensato a Morris in quanto io stessa, tempo fa, facendo ricerche per un articolo uscito poi per SoMagazine, mi sono imbattuta nel lavoro dello studioso inglese.
Classe 1928, Desmond John Morris è zoologo, etologo, divulgatore scientifico e autore di libri sulla sociobiologia umana: è famoso per La scimmia nuda, opera datata 1967 con la quale affronta l’evoluzione del comportamento umano sin dalla preistoria e nel quale afferma che, pur essendo l’unica scimmia priva di peli (da qui l’aggettivo nuda), l’uomo si comporta sostanzialmente come tutti i primati. Ristampato numerose volte e tradotto in molte lingue, il suo libro continua a essere ancora oggi un best-seller.
Tra le varie teorie sociologiche di Morris, quelle che mi affascinano di più sono – ovviamente! – quelle che riguardano la moda e i suoi fenomeni: per esempio, lo studioso ha anche affermato che esiste una relazione tra la lunghezza dell’orlo delle gonne e l’andamento del mercato azionario.
Esistono non solo dicerie ma anche dettagliate ricerche che, incrociando moda e finanza, rivelano un fatto: gonne e Borsa – quella con la B maiuscola – fluttuano all’unisono, salendo o scendendo in contemporanea. Ovvero: l’orlo sale verso l’alto (e le gonne si accorciano) quando l’economia va a gonfie vele; l’orlo scende verso il basso (e le gonne si allungano) quando tira aria di crisi.
Volete qualche esempio?
Negli anni Venti del secolo scorso, il Novecento, si impone un ballo, il charleston, e le gonne diventano corte: nel frattempo, la Borsa vive un periodo di forte impennata. Verso la fine del decennio, precisamente nel 1929, gli orli tornano ad allungarsi e arriva il crack finanziario, ovvero la Grande Crisi con il crollo di Wall Street. Le gonne si accorciano di nuovo durante la Seconda Guerra Mondiale, quando l’economia è in crescita, tristemente trainata dall’industria bellica; gli orli tornano ad allungarsi durante l’epoca dell’austerità post conflitto.
Negli anni Sessanta regnano le minigonne e il mercato sale; nei Settanta tornano le gonne lunghe e arriva la crisi petrolifera. Negli anni Ottanta le gonne sono di nuovo corte e l’indice Dow Jones è in rialzo.
Aggiungo un’ulteriore considerazione legata allo stato attuale: da un po’ di anni, gonne lunghe e corte coesistono e, in effetti, il panorama economico è alquanto sfaccettato e altalenante, con realtà ancora immerse nella crisi e altre che si incamminano verso nuovi panorami.
Morris non è l’unico a vedere rapporti tanto stretti tra moda, umori ed economia: altri studiosi ed economisti sostengono infatti che esista, per esempio, la stessa relazione con alcuni cosmetici e il loro uso (ne parlo in dettaglio sempre nel mio articolo già menzionato).
A questo punto vi chiederete, forse, quale fosse il mio intento scrivendo tale articolo e io ve lo dico volentieri: le teorie di Morris e degli altri studiosi e le oscillazioni degli orli delle gonne (nonché del consumo di cosmetici) mi hanno offerto il modo per dimostrare che, tra le tante relazioni che la moda instaura con i vari aspetti della nostra vita, ne esiste appunto una molto stretta che la collega al nostro umore e al nostro sentire triangolando il tutto con la situazione economica.
Ed ecco perché Occidentali’s Karma ha attirato la mia attenzione: il lavoro di Desmond Morris è servito a me quanto a Francesco Gabbani e ha unito il suo lavoro e il mio.
Io ho usato teorie e parole dello studioso per parlare di moda, costume e società; Francesco le ha messe in musica per lanciare una provocazione su parecchi argomenti come la scissione della società moderna tra necessità d’interiorità e urgenza di apparire nonché per lanciare una forma di accusa verso il grande web, possibile nuovo oppio dei popoli.
Cito i suoi versi: «Internettologi / Soci onorari al gruppo dei selfisti anonimi / L’intelligenza è démodé». E aggiungerei all’elenco i cosiddetti leoni da tastiera.
I paralleli, le interazioni, le diverse applicazioni e angolazioni, i molteplici sviluppi di una teoria: tutto ciò mi affascina. E mi ha anche fornito una buona occasione per condividere con voi, cari amici, le scoperte (tali almeno sono state per me e spero siano interessanti per altri) che avevo utilizzato nel lavoro per SoMagazine.
Dunque ringrazio Francesco Gabbani per una canzone che – lo ripeto – non è solo un motivetto orecchiabile.
Naturalmente, non mi sottraggo nemmeno davanti all’operazione di critica del brano perché (quasi) tutti, in fondo, facciamo parte di quel sistema sul quale il cantautore vuole farci riflettere. E visto che nessuno – o quasi – può chiamarsene fuori, accetto e colgo lo spunto, senza scandalizzarmi, anche perché suggerire pensieri o nuovi punti di vista è qualcosa che mi piace e che spero a mia volta di riuscire a fare, almeno in qualche occasione. Magari questa.

Manu

L’Oste della Bon’Ora, ode alla buona tavola e alla qualità del tempo

Se mi chiedessero di descrivermi con un solo aggettivo, credo che sceglierei curiosa.

Specifico che la mia è una curiosità da intendersi in senso del tutto positivo (nulla che abbia a che vedere con la morbosità verso i fatti personali altrui, per esempio): è un appetito che non sazio mai, è un istinto profondamente radicato e che non mi abbandona, è uno stimolo che mi spinge costantemente a esplorare le infinite sfaccettature della vita. Ciò che non conosco non mi spaventa, anzi, al contrario, mi solletica.

Tra i vari termini che ho usato figura appetito e sapete una cosa? Ci sta proprio bene, metaforicamente e letteralmente, perché il cibo è ai primi posti tra le mie curiosità: è uno dei miei tantissimi interessi e, se sono negata a cucinare (lo confesso con una certa vergogna), sono invece bravissima a mangiare. Mi ritengo una campionessa a livello olimpico o meglio una buongustaia.

Mi piace mangiare e bere bene (bere con moderazione, ben inteso) e mi piace fare tutto ciò in compagnia (buona compagnia): sono una forchetta di tutto rispetto e, nonostante la mia stazza non sia affatto imponente, tanti rimangono sorpresi per quanto il mio appetito risulti robusto.

Curiosità e gusto per la (buona) tavola vanno molto d’accordo, si sa, e sono proprio queste due caratteristiche – insieme al mio grande amore per Roma – ad avermi fatto accettare l’invito a provare la vera cucina della capitale giunta qui a Milano per una trasferta temporanea: abitualmente, trovate L’Oste della Bon’Ora nella sua storica location di Grottaferrata, nello splendido contesto dei Castelli Romani, ma fino al 28 febbraio potete incontrare Massimo Pulicati – l‘Oste – in uno spazio al secondo piano del celebre Eataly Smeraldo, tempio meneghino in cui si celebra l’eccellenza della cucina italiana. Leggi tutto

E ora Pantone comanda colore… Greenery!

Mentre pensavo al titolo da dare a questo post, mi è venuto in mente un ricordo di infanzia: avete mai giocato a strega comanda colore?

Assomiglia a ce l’hai o a rimpiattino: la strega in questione è il giocatore che conduce e che ha l’obiettivo di catturare gli avversari. Pronuncia la frase strega comanda colore seguita dal nome di un colore: gli altri giocatori devono cercare un oggetto della tinta indicata e mettersi in salvo toccandolo.

Ho ripensato a tale gioco in riferimento a una delle tante attività portate avanti da Pantone, l’azienda statunitense che è sinonimo del sistema di classificazione del colore più conosciuto e diffuso al mondo: ogni anno, l’ente indica infatti la tinta più rappresentativa, quella che influenza lo sviluppo di prodotti in settori tra cui moda e design.

Insomma, trasformerei il nome del gioco in Pantone comanda colore in quanto la tinta eletta diventa un simbolo, diventa l’istantanea di quello che avviene nel nostro tempo e nella nostra società: per il 2017, è la volta del Greenery, una tonalità verde-gialla, fresca e frizzante, capace di evocare rinascita, rinnovamento e rigenerazione.

Secondo Pantone «rievoca i primi giorni di primavera, quando le infinite sfumature di verde della natura si risvegliano, si riaccendono e tornano a essere più belle che mai. Tipico delle chiome verdeggianti e delle distese lussureggianti dei paesaggi naturali, Greenery richiama il bisogno di respirare aria pura, ossigenarsi e attingere nuova linfa.»

Risveglio, ossigeno, nuova linfa: ecco perché decido di parlarvi proprio ora della scelta fatta da Pantone, perché a questo punto, fatto fuori l’interminabile gennaio e approcciato febbraio, abbiamo davanti a noi la prospettiva della primavera che – speriamo! – inizierà a darci qualche cenno con l’arrivo del mese di marzo. Insomma, siamo pronti ad accogliere tutto ciò che parla di rinnovamento. Leggi tutto

Playhat e il bello di fare squadra con persone di buona volontà

Amo sfatare i luoghi comuni.

Per esempio, mi diverte smontare quello che vuole che le donne non sappiano fare squadra tra loro: sono donna e il gioco di squadra mi piace e mi piace in generale, senza discriminazioni di genere. Il presupposto irrinunciabile è farlo con persone di buona volontà perché, che si tratti di donne o uomini, preferisco tenere lontano chi risucchia energia e chi non crede nella reciprocità. Dico no, insomma, a rapporti a senso unico nei quali una persona dà (soltanto) e l’altra prende (soltanto).

Un altro luogo comune che mi piace sfatare, sempre parlando di gioco di squadra, è quello che vuole che il mondo blogger sia frammentato e incapace di fare fronte comune. Non è così e, per quanto mi riguarda, lo dimostro anche con una sezione di questo blog, quella in cui indico i colleghi da tenere d’occhio, donne, in moltissimi casi.

Vedete, il presente post smonta entrambi questi luoghi comuni in un colpo solo, ovvero nasce grazie a un gioco di squadra tra donne e per giunta blogger. Devo dire infatti grazie a Ida Galati per avermi fatto conoscere la storia che sto per raccontarvi: tra le tante cose che fa, Ida ha anche un ottimo blog che si chiama Le stanze della Moda e si è adoperata per far conoscere Playhat tramite una community di donne che per lavoro o divertimento vivono quotidianamente la vita dei social network.

Playhat: è questo il nome del brand protagonista della storia, un’azienda fondata nel 2008 da Matteo Marziali.

Classe 1978, marchigiano, Matteo ha vissuto la sua adolescenza in giro per il mondo, respirando creatività, innovazione e cultura cosmopolita: dopo tanti viaggi ed esperienze importanti (per esempio in Spagna dove ha vissuto per diverso tempo), è rientrato in Italia e dal 2003 vive e lavora in provincia di Macerata.

La creatività, la ricerca stilistica e la curiosità verso il mondo hanno fatto sì che Matteo sia diventato uno stilista brioso e fantasioso, attento a un concetto (moda ricercata e anche allegra, vivace e colorata) che si è concretizzato in Playhat.

Il brand è nato proprio nel cuore del distretto calzaturiero marchigiano e, grazie a questa origine, è diventato un prodotto di manifattura artigiana e locale, 100% italiano, di altissima qualità eppure allo stesso tempo internazionale, anticonformista e versatile, rivolto alle esigenze di chi ama l’estetica ma non vuole dimenticare il benessere dei propri piedi.

Ecco, finora vi ho raccontato la parte bella, la storia di un giovane uomo che ha ottime idee nonché la forza e il coraggio per realizzarle, perché l’avventura di Matteo è partita semplicemente e senza grandi supporti, in un garage, il luogo in cui ha tagliato le prime 200 paia di scarpe semplicemente con un cutter. E grazie al suo coraggio, oggi Playhat propone una collezione di sneaker fuori dal coro, con un carattere deciso e distintivo nel suo genere grazie alla cura del dettaglio, alla scelta di materiali eccellenti e alla continua ricerca di modelli originali.

Per contro, però, in questa bella storia ci sono i fantasmi dell’ormai onnipresente crisi nonché della burocrazia (purtroppo quella italiana, bisogna dirlo): Matteo non si è arreso e insieme al suo team ha studiato nuovi modi per distribuire i suoi prodotti senza passare attraverso i canali tradizionali (rappresentanti e negozi) che, oggi, rappresentano un fattore di rischio talvolta troppo alto soprattutto per piccoli brand come Playhat che sta invece lavorando a nuove formule (tra queste un proprio sito di e-commerce). Leggi tutto

Una mostra letteralmente… Scatenata (!) a Homi

Ci sono appuntamenti che per me sono irrinunciabili: un esempio è Homi, la fiera che ruota intorno alla persona, ai suoi stili, ai suoi spazi.

Due volte all’anno, Homi rappresenta una buona occasione per incontrare designer dalle grandi capacità: toccare il talento (metaforicamente e fisicamente) equivale per me a respirare aria pulita, a dare ossigeno a cuore e cervello. E questo è il motivo per il quale non manco mai.

Inoltre, ogni nuova edizione è caratterizzata da un evento espositivo di grande qualità, ulteriore ottimo motivo di attrazione: stavolta, è toccato alla mostra Scatenata, con sottotitolo La catena tra funzione e ornamento.

La mostra è stata curata dalla professoressa Alba Cappellieri, stimatissima esperta dell’ambito gioiello e professore ordinario del Dipartimento di Design del Politecnico di Milano: il suo nome è sinonimo e garanzia di elevata qualità nonché di un evento dai risvolti sicuramente ricchi e interessanti.

Venerdì scorso, dunque, ero a Homi, puntuale, per ascoltare la professoressa Cappellieri che ha aperto ufficialmente la mostra. Leggi tutto

Manolo Blahník a Milano per la mostra The Art of Shoes

Mercoledì, mentre ero seduta nella sala conferenze di Palazzo Morando intenta ad ascoltare un uomo meraviglioso e un favoloso couturier, continuavo a pensare a Sex and the City.

Quando guardavo i telefilm in tv e i film al cinema, quando invidiavo Carrie Bradshaw, Miranda Hobbes, Charlotte York, Samantha Jones per le loro vite spumeggianti e per i loro favolosi guardaroba, chi mai avrebbe potuto dirmi che, un giorno, io, proprio io, avrei incontrato Manolo Blahník, ovvero l’uomo che crea (nella finzione ma soprattutto nella realtà) le calzature oggetto del desiderio delle quattro amiche newyorchesi nonché di tutte le donne (reali) del pianeta?

Se qualcuno me lo avesse detto, magari qualche mese fa, non ci avrei mai creduto e credo avrei riso; invece è proprio vero che, talvolta, la realtà supera la fantasia e la finzione e così ho potuto conoscere il favoloso couturier spagnolo, scambiandoci anche quattro chiacchiere e scoprendo che è un uomo meraviglioso.

Colui che ha affermato «Shoes help transform a woman» è infatti il protagonista di una splendida mostra (scusate l’abbondanza di aggettivi iperbolici ma l’occasione lo merita) che si svolge dal 26 gennaio fino al 9 aprile 2017 presso Palazzo Morando, Museo del Costume, della Moda e dell’Immagine: l’incontro è avvenuto in occasione della conferenza stampa al quale era presente lui, Manolo Blahník (e sia benedetto il mio lavoro di editor!).

La mostra si intitola Manolo Blahník – The Art of Shoes, è curata da Cristina Carrillo de Albornoz ed è ospitata, appunto, a Palazzo Morando che è la sede deputata alla conservazione e alla valorizzazione del ricchissimo patrimonio di abiti e accessori, antichi e moderni, del Comune di Milano. La raccolta di calzature attualmente comprende circa 300 esemplari databili tra il XVI e il XX secolo, dalle scarpe rinascimentali ritrovate durante gli scavi intorno all’area del Castello Sforzesco fino all’alta moda.

The Art of Shoes si configura come un’occasione di reciproca valorizzazione, tra l’oggetto antico musealizzato e le moderne creazioni di Blahník: si tratta della prima esposizione in Italia dedicata all’iconico couturier spagnolo e mette in mostra una nutrita selezione di scarpe (ben 212 modelli) e di disegni (80) che coprono 45 anni di attività (anzi 46, come ha specificato il designer in conferenza stampa), a partire dal 1971. Leggi tutto

George Michael e la mia adolescenza volata via “Last Christmas”

Ogni volta in cui scrivo qualche riga per dare l’addio a qualcuno che ho amato e che per me è stato importante, prometto a me stessa che quella sarà l’ultima, l’ultima volta in cui scrivo di morte e di dolore.
Mi sembra che, a ogni dipartita, il cuore si affolli di croci e mi dico che basta, non c’è più spazio e che non potrei più tollerarne altre, né di morti né di croci.
Ma non è così.
Non è così perché la vita e la morte se ne fregano di ciò che penso io. La vita continua e continua ad accompagnarsi alla morte; nascite e decessi continuano ad alternarsi, in una danza talvolta beffarda, senza sosta, senza soluzione di continuità, sempre senza permetterci di trovare senso o giustizia (come potrebbe essercene?), spesso senza consentirci di trovare pace.
Una gioia, un dolore, una gioia, un dolore.
Proseguendo fino all’infinito, proseguendo fin quando ci saranno esseri umani.

E il cuore continua a riempirsi di nomi, di gioie e poi di croci, continua a lacerarsi e a rammendarsi.
Nell’ultimo mese, ho vissuto molti dolori: sono morti i papà di due cari amici, a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro; è morto un giovane uomo che era un amico e un collega; è morto un altro giovane uomo che conoscevo e che non vedevo da tanto, eppure stimavo; è morta una giovanissima ragazza che avevo sfiorato virtualmente, grazie al web.
In mezzo a tanto dolore, però, ecco la vita che si affaccia, prepotente: la nascita della figlia di un’amica carissima. Ed è gioia immensa per il mio cuore malconcio, ammaccato.

E così eccomi di nuovo a scrivere, di vita e di morte, perché – sapete – negli ultimi anni ho capito alcune cose. Leggi tutto

Buon lavoro, Presidente Trump. E non è un augurio ironico.

L’ho già ammesso: di politica non capisco granché.
Mi limito a scriverne, raramente e a modo mio, solo quando desidero trattare una delle numerosi interazioni che essa intrattiene con tutti gli aspetti della nostra vita e della nostra società.
Per esempio, ho parlato di pensieri e timori a proposito di Brexit; mi sono divertita a tracciare un piccolo excursus su come alcune donne di potere abbiano vissuto o vivano la moda; ho scritto di un certo tailleur viola indossato da Hillary Clinton.
Interazioni: ho scelto questo vocabolo appositamente e con cura, perché – che ci piaccia o no – la verità è che la politica riguarda tutti noi e che nessuno può (o dovrebbe) disinteressarsene, soprattutto nella sua forma più pura, ovvero come arte o tecnica di governare, far funzionare e far progredire la nostra società.
Dunque, nonostante io non sia un’esperta di tale (spinosa) materia, ho deciso di scrivere il presente post e di condividere la mia opinione semplicemente in veste di cittadina del mondo e in qualità di membro dell’umana comunità.

Opinione su che cosa?
Oggi, 20 gennaio 2017, Donald Trump presta giuramento diventando il 45° Presidente degli Stati Uniti nonché l’uomo più potente del mondo.
Credo di non aver nascosto né la mia poca simpatia verso Trump né le mie perplessità per quanto riguarda la scelta dei cittadini americani di eleggerlo, ma nutro un profondo rispetto della democrazia, dunque accetto la sua elezione – e invito tutti a farlo come primo gesto di civiltà e come presupposto dal quale partire.
Non so come sarà Trump nei panni di Presidente, non so se si rivelerà ottimo o pessimo, così come nessuno può saperlo in quanto non possediamo la cosiddetta sfera di vetro.
Certo, tanti presupposti non mi fanno stare serena e sicuramente ho il (grande) timore che Trump dimostri che i suoi tanti detrattori abbiano ragione, ho il timore che possa mantenere tante delle minacce più o meno velate che ha fatto.
Vedete, in questa fase, arrivati al dunque e archiviata la presidenza Obama, non mi interessano nemmeno più certe polemiche che finora ho magari trovato pittoresche, definiamole così.
Per esempio, non mi interessano le polemiche su chi voglia o meno esibirsi per Trump oppure su chi voglia o non voglia vestire sua moglie Melania. In tal senso, penso solo che ognuno sia libero di fare le proprie scelte in base a coscienza ed etica, personale e professionale, e faccio notare con grande rispetto una piccola contraddizione che ho rilevato leggendo giornali e soprattutto social network: è sciocco affermare (come spesso quasi tutti facciamo) che le persone famose si fanno facilmente comprare dai soldi o dal desiderio di apparire se poi non rispettiamo un loro no quando sanno dirlo, nel bene e nel male, giusto o sbagliato.
Non mi interessa nemmeno giudicare l’operato di Trump come businessman in quanto, da oggi, mi interessa piuttosto il suo operato come uomo di stato – salvo affiorino reati del passato.

L’episodio che invece al momento attira la mia attenzione e che rinnova i miei timori riguarda ciò che potrebbe accadere da oggi in poi è piuttosto lo scontro con Meryl Streep. Leggi tutto

Paolin SS 2017, il viaggio continua tra sogno e realtà

Era gennaio 2015, dunque esattamente due anni fa, quando ho conosciuto Francesca Paolin e ho ospitato il suo lavoro parlandone in un post per il blog.
Visto che amo continuare a seguire – e a sostenere – il percorso dei designer nei quali credo, oggi inizio questo nuovo post indossando e presentando un’altra delle sue leggiadre creazioni ottenute con la tecnica della stampa 3D. Scommetto che non è poi così difficile immaginare il nome dell’anello (… Butterfly!): direi che la forma è piuttosto suggestiva e intuitiva.
Mi fa piacere sottolineare un’altra cosa: la busta con le coloratissime sferette di polistirolo è il packaging dell’anello, a riprova del fatto che alcune persone sprizzano originalità e creatività da ogni poro, a 360 gradi e in tutto ciò che fanno.

Come ho già avuto modo di raccontare, Francesca è cresciuta tra la moda degli eccessi degli anni ’80 e il conseguente minimalismo di reazione degli anni ’90: ha coltivato la sua passione osservando la madre intenta a confezionare abiti, a lavorare a maglia, a realizzare a mano ricami raffinati così come aveva imparato dalle signore della nobiltà veneziana.
Allo stesso tempo, però, Francesca era affascinata dalla figura del padre e dai suoi abbinamenti di capi moderni e vecchi: senza dubbio, suo padre era un antesignano e aveva capito con un certo anticipo che il mix & match tra nostalgia e personalità sarebbe diventato un certo modo di essere, pensare e vivere. Oggi, quel certo modo si chiama vintage.

Grazie al suo talento, lo IED – Istituto Europeo di Design le ha offerto una borsa di studio per il diploma in Fashion and Textile Design: in seguito, ha ricevuto un’altra borsa di studio per il master in Fashion Design dalla Domus Academy.
Le sue esperienze professionali comprendono collaborazioni con designer e marchi di moda in tutto il mondo, dal Regno Unito all’Ecuador: nel 2011, ha vinto il premio Levi’s Womenswear Award al Mittelmoda, uno dei più accreditati concorsi internazionali per stilisti emergenti e studenti in fashion design.

A seguito di questo intenso vissuto tra figure per lei importanti e percorsi di studio e lavoro, Francesca ha sentito che era giunto il momento di creare il suo marchio ed è nata l’etichetta Paolin che riflette i suoi viaggi, i suoi sogni e le gioiose reminiscenze di famiglia. Leggi tutto

Alberto Zambelli FW 16 – 17, la moda tra Klimt e The Danish Girl

Oggi è uno di quei giorni in cui ho particolarmente bisogno di credere nella bellezza e di credere che essa salverà il mondo; è uno di quei giorni in cui ho bisogno di rifugiarmi nella gioia rappresentata dalla presenza di un talento certo.

Non vi tedierò raccontando perché tali bisogni siano tanto impellenti, ma vi racconterò come e dove ho trovato il rifugio al quale anelavo: nella collezione Alberto Zambelli FW 16 – 17.

Quella di Alberto è una presenza costante qui in casa A glittering woman in quanto è una persona e un professionista che stimo molto e che dunque amo seguire, stagione dopo stagione: lo scorso febbraio, lo stilista ha catturato ancora una volta la mia attenzione presentando la collezione dedicata all’inverno attualmente in corso.

Oggi vi parlo proprio di ciò che ho visto partecipando alla sfilata del 28 febbraio 2016 con i capi che ho poi potuto toccare e osservare da vicino in occasione della presentazione fatta nei giorni seguenti al White, il salone milanese della moda contemporanea.

L’ispirazione di Alberto viene stavolta dalle figure di Maria Viktoria Altmann e di Lili Elbe (pseudonimo di Einar Mogens Andreas Wegener), due persone dalla vita assai avventurosa e particolare nonché protagoniste di due film, Woman in Gold e The Danish Girl. Leggi tutto

Freedomday, ricordi di viaggio in un piumino

Che ci piaccia o no, sono due gli argomenti che vanno per la maggiore in questi giorni: il tempo e l’inizio dei saldi.

A me la cosa non meraviglia più di tanto: il meteo è sempre oggetto di animate discussioni (e in questi giorni fa proprio un gran freddo ovunque, ammettiamolo) e a tutti fa piacere fare acquisti a prezzi ridotti.

E così, ho pensato di mettere insieme le due cose e di parlarvi, oggi, di un marchio di outerwear che ha catturato la mia attenzione in occasione del press day dello scorso maggio: mi piace l’idea di poter mostrare un prodotto di qualità e penso che il periodo dei saldi dovrebbe essere dedicato ad acquistare qualcosa che sia un buon investimento. Per giunta, penso (o meglio temo) che, se andiamo avanti così, piumini e giubbotti serviranno ancora molto a lungo…

Il marchio in questione si chiama Freedomday e nasce dalla passione e dall’esperienza quarantennale dei fratelli Russo, fondatori di un’azienda che si chiama Max Moda: l’azienda è specializzata nella produzione e distribuzione di capispalla per alcuni dei marchi più noti del panorama italiano e internazionale. Può contare su uno staff altamente specializzato e che comprende l’ufficio stile e il controllo qualità.

Freedomday è nato nel 2014 proprio grazie a questa realtà consolidata: giubbotti e piumini – per donna, uomo e bambino – propongono modelli che hanno fatto la storia della moda e dello stile, resi però originali dalla cura dei dettagli e della vestibilità. Leggi tutto

Angelo Marani, lo stilista imprenditore che amava la vita

Questo è il post che mai avrei voluto scrivere.
E credo che, mai come in questa occasione, sedermi davanti alla tastiera sia stato difficile, pesante, triste, doloroso: Angelo Marani, stilista e imprenditore spesso soprannominato artista oppure ingegnere della maglieria, è morto alcuni giorni fa – il 4 gennaio – nella sua casa di Correggio.
La mia prima reazione è stata quella di incredulità accompagnata da un senso di smarrimento e di irrealtà: ma come, il signor Marani?
Ma no, non è possibile!
Lui, così pieno di vita e di umanità, estroverso, sempre entusiasta, simpatico, cordiale, affabile, curioso, divertito e divertente?
Lui, giovane anagraficamente e ancor di più di spirito?
Ma no, non è proprio possibile!
E invece sì, è mancato proprio lui che, nonostante apparisse energico e vitale, combatteva in realtà da tempo con una malattia, con una brutta bestia che, ancora oggi, porta via troppe persone.
Lui che aveva scelto di non parlarne, così come ha fatto anche Franca Sozzani mancata solo pochi giorni fa.

Come scrivevo in principio, questa ennesima perdita mi lascia proprio l’amaro in bocca per tanti motivi.
Amaro perché avevo il piacere di conoscere personalmente il signor Marani e lo stimavo sinceramente, dal punto di vista professionale e anche umano. Non sto certo affermando di essere stata una sua amica, per carità, ma posso raccontare tanti episodi che lo riguardano e dei quali sono stata testimone in prima persona.
Amaro perché andare alle sue sfilate, entrare in backstage, andare ai press day nonché alle presentazioni di sua figlia Giulia alle quali lui era puntualmente e immancabilmente presente non era solo un’esperienza professionale ma anche umana.
Amaro perché Angelo Marani accoglieva e intratteneva tutti e per tutti aveva una parola e tempo per spiegare la collezione, sia che avesse davanti una giornalista famosa sia che fosse una umile blogger piena di passione – come la sottoscritta.
Amaro perché Angelo Marani era gentile, garbato, caloroso: una vera rarità, sì, e molti (nella moda e non) dovrebbero (o avrebbero dovuto) imparare da lui, uomo forse di un’altra leva. Umile e lavoratore, valori che ha trasmesso alle figlie insieme all’importanza della gavetta.
Amaro perché conosco tutta la famiglia, le figlie Giulia e Martina e la moglie Anita, perché la loro Marex è un’impresa familiare e dal volto umano, lo ripeto e lo sottolineo ancora una volta, così come succedeva una volta soprattutto qui da noi in Italia e come ora, purtroppo, non esiste invece quasi più.

Ho scritto che potrei raccontare tanti episodi che riguardano Angelo Marani.

Potrei raccontare, per esempio, di come si sincerasse che il bicchiere degli ospiti fosse pieno dell’ottimo vino che amava offrire o che avessimo provato lo squisito erbazzone, tutti prodotti che faceva arrivare orgogliosamente e appositamente dalla sua bella regione, secondo un innato e spontaneo senso dell’accoglienza e dell’ospitalità e perché a lui piaceva non solo la moda, ma anche la buona tavola, l’arte, il cinema, la musica, insomma tutto ciò che parla della bellezza della vita. E amava condividere tali passioni.
Potrei raccontare di quando si divertiva a intrattenere i presenti con aneddoti divertenti, quasi felliniani.
Potrei raccontare di quando, partendo dal turbante che indossavo, mi fece un interessante racconto della presenza di questo copricapo nella moda.
Potrei raccontare di quando mi parlò di una certa tasca in un costume, tasca che in tempi ormai lontani serviva per riporre la chiave della cabina indispensabile per accedere alla spiaggia.
Potrei raccontare di quando parlava dei vecchi e rarissimi macchinari da maglieria che salvava con passione ed entusiasmo, cercandoli in tutta Europa, e che rimetteva in funzione nonostante la difficoltà di trovare tecnici in grado di ristrutturarli. Da quelle macchine, Angelo Marani faceva uscire maglie che erano e sono – e spero saranno – miracoli di leggerezza.
Potrei raccontare di quella volta che strinse forte la figlia Giulia dichiarando tutto il suo orgoglio davanti a fotografi e giornalisti. Di come fosse deliziosamente imbarazzata lei, per quanto fosse felice e a sua volta orgogliosa, si vedeva.
Potrei raccontare degli incontri con Marta Marzotto, quando lei andava a salutarlo in backstage dopo le sfilate. Mi piacevano loro due insieme, mi sembravano animati dallo stesso gusto per la vita e dunque spesso li immortalavo, tant’è che per questo mio omaggio ho scelto una foto, quella che vedete qui sopra, da me realizzata nel backstage della sfilata del 28 settembre 2015: mi piace pensare che si ricongiungeranno, ora.
Bizzarro che siano mancati a pochi mesi l’uno dall’altra.

Concludo rivolgendomi a lei, signor Marani, per dirle grazie perché ogni volta in cui l’ho incontrata imparavo moltissimo, riempivo il cuore di bellezza e mi sentivo un essere umano considerato e rispettato.
Lei resterà per me un esempio di vera moda – quella che amo – e di rispetto per il lavoro: conserverò nel cuore i nostri incontri e la sua umanità.
Conserverò con cura l’esempio della sua conoscenza e preparazione mai esibite con indisponente o pedantesca ostentazione né con autocompiacimento.
Conserverò l’emozione e l’orgoglio provati quando, il 20 ottobre 2015, lei ha sfilato a Mosca, presso il Museo Storico di Stato, su invito di Marina Citstyakova, curatrice capo della prestigiosa location sulla Piazza Rossa, e quando, a coronare il tutto, è giunta la richiesta da parte dello stesso Museo di un capo da esporre nella collezione permanente. La scelta è caduta su un suo abito in cashmere color avorio con raffinate stampe della pittura impressionista en plein air impreziosite con ricami di micro-paillette, il tutto rigorosamente eseguito a Correggio, nella sua azienda. Visto che negli ultimi anni ho seguito fedelmente il suo lavoro, avevo riconosciuto con gioia il capo appartenente alla collezione autunno / inverno 2014 – 15, una di quelle che anch’io avevo più amato.
In quella occasione, ho provato tanto orgoglio proprio come se facessi parte della sua bella famiglia.

Sono felice e onorata di aver avuto l’opportunità di fare la sua conoscenza e di aver potuto godere di scampoli della sua cultura, vivacità intellettuale, piacevolezza, gioia di vivere, allegria.
Questo è il mio umile omaggio e sono vicina a Giulia, a Martina, alla signora Anita: immagino il vuoto che come padre e come marito ha lasciato nelle loro vite.
Posso solo sperare che la terra le sia davvero lieve, signor Marani.

Manu

 

Chi era Angelo Marani

Angelo Marani, stilista e imprenditore, era nato, lavorava e creava a Correggio, nel cuore dell’Emilia, terra ricca di passione ed energia. Affascinato da sempre dalla moda in quanto vicina alla sua sensibilità artistica, ancora giovanissimo, aveva fondato la Marex, azienda che raggruppa tuttora il reparto di progettazione delle collezioni oltre alle diverse unità produttive quali stamperia e tessitura. Due idee innovative pensate dallo stesso Marani hanno trasformato la Marex in una delle realtà più importanti a livello mondiale nella produzioni di maglieria: la maglia stampata con la tecnica dei foulard di seta e la maglia ultraleggera ottenuta con i telai Bentley per calze da donna. Altra intuizione sono stati i jeans elasticizzati e stampati. Le sue collezioni erano una presenza e una realtà ornai consolidata alla Milano Fashion Week; inoltre, come imprenditore, ha sempre tenuto alla tutela della sua impresa e alla difesa del lavoro dei suoi operai.

Se volete approfondire

Qui trovate il sito di Angelo Marani, qui la pagina Facebook, qui il profilo Instagram, qui il canale YouTube e qui quello Vimeo.

I post nei quali ho avuto il piacere e l’onore di parlare del lavoro di Angelo Marani: qui la collezione primavera / estate 2016, qui la collezione autunno / inverno 2015 – 16, qui la collezione primavera /estate 2015, qui la collezione autunno / inverno 2014 – 15 e qui la collezione primavera / estate 2014.

Gli omaggi e i ritratti più belli che ho letto: qui quello di Quotidiano.Net, qui quello del Corriere della Sera, qui quello de Il Giornale, qui quello della Gazzetta di Parma e qui, infine, quello del mio amico e collega Alessandro Masetti (con una nota iniziale un po’ amara a proposito del cosiddetto sistema moda, nota che purtroppo condivido).

 

«Io ho un’idea della moda abbastanza semplice ed elementare: per me, la moda è il senso del bello.»
Angelo Marani

 

Outings Project, dai muri dei musei alle strade del mondo

Dalla pagina Facebook di Outings Project – un recentissimo lavoro a Goa, in India

Rieccomi: torno dopo una piccola pausa (serve, ogni tanto) e inizio facendovi prima di tutto gli auguri per un 2017 scintillante, in pieno stile glittering woman.

Visto che siamo ancora in clima di festa e considerato che stiamo godendo di qualche ultimo scampolo di libertà prima di tornare agli impegni abituali, ho scelto di ripartire parlando di arte, uno dei miei argomenti preferiti.

Credo che chi legge il blog, anche solo saltuariamente, abbia intuito che amo l’arte che non resta chiusa in sé stessa: sono convinta che essa sia un’espressione che deve appartenere a tutti in un dialogo ininterrotto, in una relazione reciproca tra chi crea e chi osserva, possibilmente fino a fondersi.

In più occasioni, ho dato spazio a questo tipo di visione, parlando, per esempio, di due iniziative delle quali sono stata testimone qui a Milano, ovvero Sopra il Sotto – Tombini Art ed Esco a Isola: stavolta, il mio sguardo si allarga per raccontare un progetto che abbraccia tutto il mondo e che – così come piace a me – lega artisti e spettatori.

Mi riferisco a Outings Project, nato nel 2014 su iniziativa dell’artista francese Julien de Casabianca: non riguarda la street art (non in senso stretto) né i graffiti, ma quadri classici condivisi in giro per le città.

Julien è avvezzo a esplorare l’arte in modi che comprendono installazioni, video, fotografia, tutti legati in qualche modo alla strada: in passato, è stato anche giornalista e scrittore e oggi è invitato da moltissimi musei a fare un vero e proprio copy and paste delle loro opere, in particolare di ritratti. E talvolta si tratta di lavori di proporzioni monumentali.

Julien dona nuova vita e nuova visibilità a tali ritratti, rendendo fruibile a chiunque la loro visione: in altre parole, fa delle copie e le trasporta dalle sale silenziose dei musei alle strade, portando l’arte fuori dai luoghi istituzionali e realizzando spesso anche una rivalorizzazione di spazi urbani pressoché abbandonati.

Volti noti e meno noti, tratti da dipinti di differenti secoli e stili, vanno così a decorare le città incrociando lo sguardo dei passanti.

Questo è il primo motivo per il quale ho scelto il suo progetto, perché è esattamente ciò che mi aspetto dall’arte: il secondo motivo, però, non è meno importante in quanto, dopo essersi cimentato in prima persona, Julien ha deciso di dare vita a un progetto partecipativo.

Come funziona Outings Project?

Basta andare in un museo, scegliere il ritratto che più ci colpisce (possibilmente non troppo famoso) e fotografarlo con il nostro smartphone (rispettando le istruzioni dei custodi): bisogna poi usare una stampante per rendere tangibile l’immagine, scegliere l’angolo della città che più ci piace e attaccare l’immagine ottenuta. Avremo così portato la nostra opera preferita fuori dal museo in cui era chiusa, liberandola e rendendola visibile a un pubblico più ampio: ecco perché outings, ovvero rivelazione ma anche gita, escursione (ah, quanto amo l’efficacia, la poliedricità e le sfaccettature dell’inglese!).

Come dicevo, il progetto è partecipativo e questo significa che tutti possono aderire, in anonimato, e oggi sono spesso proprio musei e scuole a incoraggiare cittadini e turisti ad aderire all’iniziativa globale. Il progetto ha così pacificamente invaso decine di città in tutto il mondo, dalla Francia all’India, dal Giappone al Vietnam, dalla Russia agli Stati Uniti, dalla Colombia al Messico, da Israele alla Palestina; si è inoltre guadagnato uno spazio tra le pagine di moltissimi magazine (guardate qui, c’è anche il New York Times) nonché di guide prestigiose (per esempio la Lonely Planet).

Se volete seguire anche voi Outings Project guardando le gallery delle opere liberate o aderendo a vostra volta, qui trovate il sito (e qui ci sono le istruzioni su come realizzare foto, stampa e affissione in modo legale), qui trovate la pagina Facebook, qui l’account Instagram e qui Twitter. Qui, infine, trovate il sito dell’ideatore Julien de Casabianca.

Condivisione e partecipazione applicate all’arte: amo tutto ciò e vi saluto con lo stesso invito espresso attraverso i canali social del progetto, ovvero be the next!

Manu

Felice di piacervi e non, parola di Franca Sozzani

Non so mentire: provavo una simpatia alquanto tiepida nei confronti di Franca Sozzani.

A non farmi sentire a mio agio – io eternamente scomposta e con infinite imperfezioni – era in parte la sua aria eterea, il suo aspetto quasi serafico: sembrava sempre essere appena uscita da un quadro, i capelli (lunghissimi e ondulati) e lo sguardo mi ricordavano immancabilmente la perfezione della Venere di Botticelli.

Insultatemi pure, pensate pure che io sia poco delicata a scrivere tali pensieri a pochi giorni dalla sua dipartita: non posso darvi torto, eppure preferisco essere sincera.
D’altro canto, mi sembra altrettanto sconveniente l’atteggiamento di chi oggi la osanna quando alcune di quelle stesse persone si sono scatenate giusto poco tempo fa in una ridda di commenti caustici a proposito del docu-film Franca: Chaos and Creation girato dal figlio Francesco Carrozzini.
Ciò avveniva quando pochissimi sapevano della malattia che l’ha portata via il 22 dicembre: oggi quel lavoro appare come un omaggio e un saluto, eppure ricordo bene Facebook pieno di battutine sarcastiche perché purtroppo (purtroppo, sì) godo di buona memoria.

Credo che di questo stridente contrasto tra il prima e il dopo sorriderebbe lei per prima, visto che non teneva affatto né a piacere a tutti né a essere simpatica a tutti, come scrisse molto chiaramente in un post datato 22 luglio 2010 dal quale è presa la foto qui sopra e che è apparso sul suo frequentatissimo Blog del Direttore.
«Non si può sempre piacere a tutti e soprattutto non si deve»: così scrisse in tale occasione e dunque sono certa che sorriderebbe anche della mia tiepida simpatia per poi infischiarsene.
Giustamente e senza perdere la sua solita classe, naturalmente.

Franca Sozzani ha fatto tanto per la moda e questo è un dato inconfutabile che va ben oltre qualsiasi simpatia, antipatia o sarcasmo.

Non si mette minimamente in discussione e non servono certo le mie parole a ricordare tutto ciò che ha fatto. Anzi, a tal proposito, vi invito a leggere l’articolo di Antonio Mancinelli per Marie Claire, decisamente quanto di meglio io abbia letto, oppure il ricordo firmato da Anna Wintour, inossidabile direttrice di Vogue USA.
Quindi, pur non avendo alcuna intenzione di esibirmi in dichiarazioni di simpatia postuma (che nel mio caso sarebbero ipocrite considerando ciò che ho confessato), scrivo queste righe di stima e commiato con slancio spontaneo e sincero, per dire grazie a Franca Sozzani per almeno quattro buoni motivi.

Il primo motivo è, signora Sozzani, proprio ciò che lei ha fatto.
Vogue ha un grande peso nella formazione di ogni appassionato e/o professionista di moda che si rispetti e lei ha dedicato a Vogue Italia – una delle edizioni più belle a livello mondiale – ben 28 dei suoi 66 anni di vita. Dal 1988 a oggi, con coraggio e passione. E con successo.
Questo è qualcosa che solo un’ingrata o una stupida o una folle potrebbe non riconoscerle. Sarebbe una pessima dimostrazione di ignoranza e arroganza.
Dunque, ecco il mio primo grazie.

Il secondo motivo è l’importanza che lei ha dato al talento, parola, idea concetto che amo a mia volta.
Ha supportato molti professionisti della moda decretandone il successo; dicono che abbia allo stesso modo decretato l’insuccesso di altri e di questo qualcuno gliene fa una colpa.
Non sono d’accordo con accuse di questo tipo: dire di a tutti sarebbe insensato quanto sbagliato e dire dei no comporta un prezzo da pagare. Lei ha accettato di pagarlo e anche per questo le dico un altro grazie, perché la sincerità e la fedeltà a noi stessi e alle nostre idee è fondamentale e irrinunciabile.

Il terzo motivo è che, oltre al talento, lei credeva nell’impegno e nel duro lavoro.
Una come me che crede ciecamente che impegno, studio e lavoro siano valori assoluti non può che dirle un ennesimo grazie.

Il quarto motivo è proprio quel suo coraggio di non voler piacere a tutti.
Viviamo in un’epoca in cui molti (troppi) vogliono piacere a più persone possibili raccogliendo qualunque consenso; vivo in un ambiente – il suo stesso, quello della moda – in cui tutto ciò è ancor più enfatizzato e nel quale molti (troppi) giocano ancor di più a fare i piacioni (ma sì, uso questa espressione). In una simile epoca e in un simile ambiente, il suo atteggiamento assumeva ancora più importanza. Era quasi rivoluzionario.
E allora le dico l’ultimo grazie, signora Sozzani, a titolo estremamente personale, perché l’esempio di una persona così importante come lei dà forza a me – nel mio piccolo e con le dovute proporzioni – per continuare a pensare che non sbaglio nel portare avanti a mia volta lo stesso atteggiamento.

Ho iniziato il post scrivendo di non nutrire simpatia particolare per lei: arrivata a questo punto, mi rendo conto che provavo e provo per lei un grande rispetto.
Chino la testa davanti al fatto che se ne sia andata con discrezione e in silenzio, senza rendere pubblico il male che la stava consumando.
E sono sinceramente colpita dai ricordi di molte persone che l’hanno conosciuta e che testimoniano come lei non facesse mai mancare qualche parola gentile alle sfilate o come non mancasse di spronare a coltivare il talento e a inseguire i sogni, in qualunque campo essi fossero: sono racconti che la dipingono come persona di buona carica umana, in barba all’impressione di distacco che suggeriva invece a me.

Chissà, se avessi avuto l’opportunità di intrattenermi con lei, forse avrei superato l’imbarazzo che la sua figura mi incuteva: mi rimarrà il rammarico di non aver avuto tale opportunità.

Manu

I wish you a Real Glittering Christmas ♥

«Ci tengo a farle sapere che lei è di grande ispirazione per tutte noi, come donna, come insegnante e come guida. E mi ritengo personalmente molto fortunata, per cui le auguro un felicissimo inizio anno… Se lo merita davvero.»
«Non perdiamoci dopo il corso! Felice di averla incontrata, mi arricchisce sempre più! Le voglio bene.»

Sono gli emozionanti messaggi di auguri di due delle mie studentesse.
Direi che, per quest’anno, ho dei preziosissimi regali di Natale: sono tanto speciali che, forse, potrebbero bastare anche per l’anno successivo e per quello dopo ancora :-)

Così, il mio tradizionale post di Natale parte proprio da qui, stavolta.

Sapete, ascolto queste giovani donne, le mie studentesse, con grande attenzione e con sincero interesse: hanno tante idee, spesso già chiare e ben delineate.
Emerge con forza tutta la loro voglia di vita nonché una sana curiosità verso il mondo: accolgo e conservo le loro parole e mi rendo conto che arricchiscono anche me.
Guardo i loro bei sorrisi, osservo i volti aperti e fiduciosi, gli occhi luminosi e puliti, pieni di speranze e di sogni per il futuro e mi chiedo se faccio abbastanza per loro.
Io che condivido con queste ragazze tutta la mia sincera passione e il mio sconfinato entusiasmo, che cerco di trasmettere loro quello che so del mestiere che amo, che cerco di raccontare loro la bellezza di raggiungere i propri obiettivi e i propri sogni in modo pulito e onesto.

Ma è sufficiente tutto ciò?
È abbastanza oppure potrei fare di più?
In realtà, ciò che vorrei è poterle proteggerle dalle brutture del mondo, vorrei poter conservare e moltiplicare all’infinito quei loro sorrisi, vorrei poter dire loro che andrà tutto bene.
Vorrei poterle rassicurare prospettando un futuro sereno e luminoso.

Vorrei poter dire loro che le giraffe non si estingueranno, che i ghiacci non continueranno a sciogliersi, che non moriranno più bambini ad Aleppo, che non ci saranno più stragi di persone innocenti a Nizza, a Berlino e in troppi altri luoghi in tutto il mondo.
Vorrei poter fare tutto ciò, ma so che non è possibile perché mai nessuna generazione è stata in grado di mettere davvero al sicuro la successiva. È la storia degli esseri umani, da sempre.
E questo non mi piace, non mi rassegno.

Eppure, ho ancora fiducia.
Eppure, penso ancora che se sapessimo credere nella bellezza autentica essa potrebbe salvarci.
Eppure, continuo a credere fermamente che cultura, civiltà, umanità, tolleranza, libertà possano illuminare il buio dell’ignoranza, dell’odio, del sonno della ragione, della bieca disumanità.
Eppure, penso ancora che far vivere questi valori sia la risposta migliore nei confronti di chi vorrebbe invece portare oscurità e disperazione.

Sono grata alle mie ragazze perché attraverso i loro occhi puliti posso sperare che le mie non siano solo illusioni.
E sono loro grata per avermi fatto capire quale sia il senso più vero dell’insegnamento, uno dei mestieri più emozionanti che esistano, una delle responsabilità più grandi ma allo stesso tempo più belle perché comporta dare e avere, in un ciclo continuo e reciproco.

Mi hanno sempre detto che ogni donna nasce per essere madre e per portare avanti la vita: per quanto mi riguarda, pensavo in un certo senso di essere sbagliata, in quanto credevo di non aver alcun istinto materno, di esserne completamente sprovvista.
Mi sbagliavo e, oggi, so che possono esistere tanti modi di tenere a battesimo la vita, di proteggerla, di far sì che prosegua. Credo di aver trovato il mio.

E questo, dunque, è il mio Natale Felice.
E desidero augurarne uno altrettanto felice a tutti, A Real Glittering Christmas.

Il mio augurio per ciascuno di voi è quello di riuscire a trovare una personale strada verso la felicità.
Con coraggio e senza demordere davanti alle sconfitte e alle brutture.

Manu

La foto in alto è stata scattata il 10 novembre 2016 in occasione del press day
dell’ufficio stampa AnnaBi – Laura Magni al quale ho portato la mia classe.
Con noi nella foto ci sono anche Roberta e Antonio Murr, amici
e grandi professionisti (qui li ho intervistati per SoMagazine)

Vi racconto (e vi mostro) perché amo tanto gli anelli

Mi diverto da sempre a scattare foto dei bijou che possiedo: da qualche anno, condivido dette foto soprattutto su Instagram e in particolare mi diverte pubblicare quelle dei miei anelli.

Tali monili mi affascinano a tal punto che, per esempio, ho scritto di alcune delle loro declinazioni possibili per SoMagazine, una delle testate con le quali collaboro: tra tutti gli oggetti che hanno funzione ornamentale, gli anelli sono forse i più significativi, sia quelli che scegliamo per noi sia quelli che regaliamo.

Ma oggi non ho intenzione di fare un trattato serio (non che quel mio articolo avesse la pretesa di essere ciò, era solo un piccolo excursus tra storia e curiosità che, tra l’altro, un giorno mi piacerebbe riprendere, approfondire e sviluppare): oggi desidero parlarvi più che altro del mio rapporto emozionale con gli anelli e condividere alcune di quelle foto che ho menzionato.

Qualche settimana fa, in un altro post, ho scritto che, per riuscire a catturare la mia attenzione, un gioiello – qualunque esso sia, più o meno prezioso – deve possedere carattere: deve essere in grado di trasmettermi una sensazione, un’emozione, deve affascinarmi, stupirmi, incuriosirmi, sorprendermi, divertirmi.

Deve coinvolgermi, insomma: non apprezzo i gioielli anonimi, scontati, banali e dunque noiosi. Guai, poi, a una mia reazione neutra o indifferente davanti a una creazione. Leggi tutto

20.52 e la maglieria bella (e buona) autunno/inverno 2016-17

Non esistono più quei bei capi caldi che si facevano invece una volta. Non ci sono capi moderni in vera lana di qualità.
Quante volte sentiamo ripetere frasi di questo tipo? Mettiamoci anche un bel “Non ci sono più le mezze stagioni” e il quadretto è completo.
Ma io, francamente, non ci sto, miei cari amici.
Perché, in realtà, a essere cambiate sono le nostre abitudini di acquisto: i capi di qualità ci sono ancora, noi però ci siamo abituati a un consumo vorace e continuo agevolato da alcuni dei moderni modelli di produzione, promozione e vendita.
Una volta, acquistavamo con modalità e tempi diversi: la filosofia era quella di selezionare poche cose ma buone. E siamo onesti: non è solo o tutta una questione di prezzo, perché se mettiamo insieme tutti i capi di poca qualità che acquistiamo in continuazione… quanto spendiamo davvero?
Sia ben chiaro: non sto facendo la paternale a nessuno né mi chiamo fuori da tutto ciò. Me ne guardo bene, in quanto sono la prima a cadere nel tranello.

Ma se cercate ancora qualità e durata, se cercate filati di eccellenza e capi davvero caldi, allora oggi vi presento 20.52, un brand del quale mi sono innamorata lo scorso settembre: in tale occasione, ho avuto modo di toccare (letteralmente!) le loro straordinarie proposte frutto di sapienza artigianale, tra lavorazioni sofisticate e dettagli curati con estrema attenzione.
La presentazione riguardava un’anticipazione della collezione primavera / estate 2017 ma, visto che la bella stagione è per ora un lontano miraggio, oggi inizio a raccontarvi e mostrarvi l’attuale collezione autunno / inverno 2016-17. Leggi tutto

Zimarty, architetture da indossare tra tecnologia e natura

Parrebbe che questa sia per me la settimana dedicata al gioiello, soprattutto nella sua forma contemporanea.

Nel post precedente, ho parlato di un concorso con il quale si desidera mettere in evidenza il talento in tale campo (concorso nel quale ho tra l’altro orgogliosamente un ruolo attivo); oggi, desidero parlare di un duo di creativi nei quali sento di aver riconosciuto un valore. Spero dunque vorrete accompagnarmi in un viaggio alla scoperta di una visione alquanto particolare del concetto di gioiello.

Dovete sapere che, per riuscire a catturare tutta la mia attenzione, un monile – qualunque esso sia – deve possedere carattere.

E deve essere in grado di trasmettermi una sensazione, un’emozione: deve affascinarmi, stupirmi, incuriosirmi, sorprendermi, divertirmi. Al limite, indignarmi.

Deve coinvolgermi, insomma: non apprezzo i gioielli anonimi, scontati, banali e dunque noiosi. E guai a una mia reazione neutra o indifferente.

A maggior ragione, tutto ciò vale per gli anelli, monili che mi accompagnano sempre e che io considero molto importanti.

Sono importanti perché credo di fare un ampio uso del linguaggio del corpo: adopero la mimica facciale (cosa pessima per le foto, vengo sempre immortalata con espressioni inqualificabili e indefinibili) e gesticolo molto.

Le mie mani sono sempre in vista, dunque, in quanto sono uno dei mezzi attraversi i quali comunico e mi esprimo: occhi, viso e mani competono con le parole che pronuncio. Diciamo che la potenza della comunicazione non verbale mi affascina.

Tra gli anelli che amo indossare ci sono quelli divertenti, giocosi e che fanno sorridere chi mi incontra: ne ho di buffissimi, di ogni forma, colore e materiale, anelli con piatti di spaghetti, con pacchetti di popcorn, con occhi che si muovono, con oggetti vari in miniatura (macchine, moto, utensili).

Mi piacciono molto anche gli anelli con simboli, monete, piccoli ricordi, iniziali.

E poi ho un’enorme passione per gli anelli-scultura, vere e proprie opere d’arte da indossare: questo è il motivo per cui oggi vi parlo delle creazioni di uno studio di design che si chiama Zimarty. Leggi tutto

Ridefinire il Gioiello 2016 fa incontrare monili e libri

Leggere è un piacere che mi ha accompagnata costantemente, in ogni età e in ogni fase della mia esistenza.
In particolare, non posso né potrei pensare di rinunciare ai libri. Li considero cari, preziosissimi, insostituibili amici.
Devo anche confessare di amare la carta, infinitamente, amo il suo profumo e il suo rumore: non riesco a pensare di soppiantarla sebbene tablet e lettori vari mi affascinino e sebbene anch’io oggi ne faccia uso, come tutti.
Quando mi chiedono di elencare i miei libri preferiti, sono in difficoltà come un bambino al quale si chieda di scegliere tra mamma e babbo o come un genitore al quale si chieda di scegliere uno tra i propri figli: ogni libro che ho letto è stato unico e speciale, ognuno mi ha lasciato qualcosa. Molti sono legati a momenti particolari.
Ricordo, per esempio, con estremo affetto quelle che furono le mie prime letture di fanciulla: Cuore di Edmondo de Amicis, Piccole donne di Louisa May Alcott, i romanzi di Jules Verne che mi fecero innamorare della fantascienza.
Ricordo la sfida che mi pose la mia insegnante di letteratura in prima superiore: vedendo quanto fossi vorace e curiosa, mi consigliò Cent’anni di solitudine, il capolavoro del Premio Nobel colombiano Gabriel García Márquez. Mi innamorai perdutamente di lui e da allora ho letto buona parte delle sue opere.

Non mi dilungo oltre su autori e titoli e aggiungo solo che, quand’ero in prima media, i miei genitori decisero di farmi l’abbonamento in biblioteca: costavo più in libri che non in qualsiasi altra cosa e il problema è che ogni nuovo volume mi bastava per pochi giorni soltanto.
Non vi dico l’emozione che provai quando un paio di anni dopo, non più paga della sola struttura di zona, conquistai la tessera della Sormani, la meravigliosa biblioteca centrale di Milano: ogni volta in cui entravo in quel luogo, avevo l’impressione di mettere piede in un sacro tempio, in un edificio di culto. In biblioteche e librerie non si celebra in fondo il culto di curiosità e conoscenza?

Immaginate, dunque, la mia gioia quando ho appreso che Ridefinire il Gioiello, concorso che seguo con grande entusiasmo, ha deciso di dedicare la nuova edizione proprio ai libri, fatto che permette di mettere insieme due mie enormi passioni, la lettura – appunto – e il gioiello nella sua interpretazione contemporanea.

Ridefinire il Gioiello è un progetto che ha l’obiettivo di diffondere e valorizzare una nuova estetica del gioiello tramite la ricerca di materiali innovativi e sperimentali: l’ideatrice è Sonia Patrizia Catena, laureata in moda con specializzazione in arte contemporanea.
Sonia ama creare interconnessioni fra queste discipline e organizza eventi culturali che mettono al centro i rapporti che ne nascono: la tesi in semiotica (la disciplina che studia i segni e il modo in cui questi abbiano un senso) le ha insegnato a guardare il mondo con un’altra prospettiva e proprio da lì, nel 2010, è nato il suo progetto.

Ridefinire il Gioiello 2016 chiede agli artisti di pensare e progettare un gioiello inteso come una storia, un racconto, la frase di un libro che li abbia colpiti, proprio come riassunto anche nella grafica qui sopra.

«Vi sono libri che rimangono nel cuore, altri che si adattano come una pelle alla nostra storia, ai nostri pensieri e alle nostre emozioni. Frasi, citazioni o paragrafi che ricordiamo o riscriviamo nelle pagine del nostro taccuino per non scordarle, per rileggerle, per averle con noi come indizi da seguire nei momenti di difficoltà. La scelta dei libri ci rappresenta, parla di noi e dei nostri gusti.»
Così recita il bando di concorso che formula un invito ben preciso.
Invita infatti a creare «gioielli che rappresentino immaginari, poesia, storie, racconti, favole, fiabe. Un gioiello ricco di contenuti e significati anche senza le parole. Un gioiello che si “legga” con la grammatica del visivo, del materiale, dei segni, delle tracce e impronte, mappe di luoghi interiori».

Oltre a condividere il bando, mi fa piacere sottolineare una bellissima novità di questa sesta edizione, ovvero l’entrata del Museo del Bijou di Casalmaggiore fra gli spazi ospitanti: nel mese di giugno 2017, il Museo aprirà le porte a Ridefinire il Gioiello andando ad accogliere una delle mostre collettive previste.
Il motivo per cui sottolineo tale nuova partnership è doppio: da una parte, c’è l’indiscusso prestigio del Museo, istituito nel 1986 e specializzato nella conservazione e valorizzazione di oggetti d’ornamento e accessori prodotti dalle diverse fabbriche di Casalmaggiore tra la fine dell’Ottocento e gli anni Settanta del Novecento; dall’altra, c’è il mio amore per questo luogo che ho avuto il piacere di visitare e del quale ho parlato più volte anche qui nel blog.

Sono infine lieta di annunciare che, ancora una volta, offrirò il mio sostegno concreto a Sonia e al suo progetto: così com’è accaduto per le edizioni 2014 e 2015, anche quest’anno sono partner del concorso e attribuirò dunque un premio a un vincitore da me scelto, premio che consisterà in un articolo di approfondimento.

Non vedo l’ora di visionare i gioielli e ringrazio Sonia per la fiducia che mi accorda: sono orgogliosissima di poter essere partner di un progetto meraviglioso, condotto con professionalità e cuore, di un concorso che tanto riesce a fare allo scopo di dare voce e spazio al gioiello contemporaneo, per giunta con un approccio estremamente originale.

E per chi volesse partecipare, segnalo che le iscrizioni a Ridefinire il Gioiello 2016 sono aperte fino al 10 gennaio 2017.

Manu

 

Per prendere visione del bando completo di Ridefinire il Gioiello 2016 con condizioni e regole cliccate qui e potrete scaricare il documento in formato pdf
Qui trovate il sito, qui la pagina Facebook e qui Twitter

Io & Ridefinire il Gioiello:
Edizione 2015 – qui trovate il mio articolo su Loana Palmas, la mia prima premiata; qui quello su Alessandra Pasini, la mia seconda premiata; qui quello su Chiara Lucato, la mia terza premiata; qui trovate il mio articolo sulla serata di inaugurazione e qui quello sul bando di concorso. Qui, infine, trovate il mio articolo su un ulteriore incontro tenuto lo scorso febbraio sempre nell’ambito delle tappe dell’edizione.
Edizione 2014 – qui trovate il mio articolo sulla manifestazione 2014; qui quello su Alessandra Vitali, la designer che ho scelto di premiare.

Io, Fata Madrina 2.0 in una Bianca Notte Regale (grazie Pinina!)

Da quattro anni, ogni fine novembre, mi viene concesso un privilegio straordinario: vivere un magico sogno, con la possibilità – per una notte – di diventare chiunque io desideri.
In tempi un po’ grigi e incerti, avere una simile possibilità equivale a un sogno vero e proprio; stavolta, poi, la notte speciale è stata quella di sabato 26 novembre, ovvero esattamente la data del mio compleanno.
Colei che mi fa tale dono è la Contessa Pinina Garavaglia: interessante, piacevolissima, poliedrica protagonista della vita mondana italiana e internazionale nonché persona dotata di grande intelligenza, acume, sensibilità e cultura, Pinina allestisce con passione e mano sapiente la sua festa in costume, un palcoscenico molto speciale che ogni anno anticipa il Natale.
Grazie a lei, sono stata una dama della Belle Époque Imperiale (2013); ho vestito i panni di Medora, la protagonista femminile de Il Corsaro, melodramma di Giuseppe Verdi (2014); ho vissuto I Secoli d’Oro, festa in total gold tra fantasia e storia (2015).
Quando in settembre ho ricevuto l’invito per il nuovo party, sono rimasta immediatamente colpita dal tema scelto da Pinina: Bianca Notte Regale, con un dress code che richiedeva un costume rigorosamente candido.
L’ispirazione poteva venire da “storia, fiaba o fantasia”, come recitava l’invito: così, ho deciso che quest’anno mi sarei lasciata guidare proprio dalla fantasia con un tocco di fiaba. Leggi tutto

Vladimiro Gioia FW 16-17 e l’arte dell’intarsio nella pelliccia

Ho pensato molto a come iniziare questo post e vi confesso che tutto questo pensare è qualcosa che, di solito, non accade.

Gli attacchi dei miei post non sono infatti mai frutto né di costruzione progettata in maniera artificiale né di calcolo malizioso: sono semplicemente riflessioni del tutto spontanee e autentiche che amo condividere con chi legge. Spesso – per non dire sempre – non obbedisco nemmeno alle regole giornalistiche per la redazione di un attacco efficace e d’effetto, regole che mi premuro invece di spiegare alle mie studentesse con grande entusiasmo (benedetta coerenza).

Perché, allora, tanto pensiero oggi? Vedete, il punto è che so perfettamente che attorno alle pellicce – l’argomento del quale desidero parlarvi – c’è parecchia perplessità se non discordia anche piuttosto accesa: io stessa sono dubbiosa sull’argomento e ammetto di essere combattuta, in quanto non vivo di certezze assolute e definitive.

Eppure, credo che ognuno sia libero di sostenere ciò in cui crede arrivando a valutare perfino caso per caso, se necessario; eppure, da quando conosco Vladimiro Gioia, non riesco più a dire un no categorico davanti alle pellicce. La maestria dello stilista, la sua perizia, la sua passione sono talmente elevate che non posso non rimanere affascinata e ammirata davanti al suo lavoro.

Vladimiro mi conquista con la stessa spontaneità e autenticità che io stessa applico al mio codice espressivo – la scrittura – e che lui riesce a esprimere nella sua dimensione: dunque, nel suo caso, dico sì.

Fermo restando il mio immenso rispetto per chi la pensa diversamente (chiedo allo stesso modo rispetto per la mia posizione), ho deciso di assumere il rischio in prima persona: accolgo il talento dello stilista e lo sostengo, come d’altro canto ho già fatto occupandomi di lui in precedenti occasioni.

(Ripensandoci: sì, è vero, stavolta ho pensato attentamente all’attacco, ma infine sono uscite parole più che mai sincere e sentite.)

E così, A glittering woman ospita oggi la collezione autunno / inverno 2016 – 17 firmata Vladimiro Gioia, quella che ho avuto il piacere di incontrare lo scorso febbraio durante Milano Moda Donna: a guidarmi tra le creazioni e a trasmettermi tutto il suo enorme e inarrestabile entusiasmo è stato proprio lui, Vladimiro in persona. Leggi tutto

Il mio compleanno e la bellezza della gratitudine

E sono quattro.

Che cosa?

Con oggi, 26 novembre 2016, sono quattro i miei compleanni festeggiati attraverso A glittering woman, questo spazio web al quale tengo molto e che curo con grande passione, come se fosse una tenera piantina da fare crescere giorno dopo giorno.

Quindi, per prima cosa… tanti auguri a me :-) :lol: :-) :lol:

Sapete, riguardando i post degli anni passati, ho notato come ogni compleanno sia stato caratterizzato da un tema di fondo, da una sorta di leitmotiv.

Il primo anno è stato quello della gioia mista però a una vena di malinconia (lo stesso giorno è successo un fatto che mi ha rovinato la giornata); il secondo è stato invece l’anno della sindrome da pallina da flipper (quella che prende quando ci si sente un po’ sballottati come avviene, appunto, a una pallina intrappolata nel celebre gioco).

Il terzo, lo scorso, quello del 2015, è stato l’anno della teoria del kintsugi. Detta anche kintsukuroi, significa letteralmente riparare con l’oro ed è una pratica giapponese che consiste nel sistemare oggetti rotti attraverso l’uso di materiali preziosi: contiene – naturalmente – un messaggio intrinseco, ovvero che la vita consta non soltanto d’integrità, ma anche di rottura e che tale rottura va accolta come qualcosa che aggiunge bellezza.

Questo, invece, è solo e semplicemente l’anno della gratitudine. Leggi tutto

Annalisa Caricato, quanta fantasia può stare dentro una minibag?

Sì, lo so: dovrei pensare all’autunno già in corso e all’inverno ormai imminente.

Dovrei pensare a castagne da arrostire e albero di Natale da allestire, presto, molto presto.

Non dovrei pensare alla primavera, ai tessuti leggeri, a colori e stampe vivaci, alle forme sinuose e accattivanti.

Non dovrei avere la testa piena di farfalle svolazzanti e fiori pronti a sbocciare.

Ma come si fa? Come si fa a non pensare a tutto ciò – farfalle, fiori, colori – dopo aver partecipato ai press day e dopo aver visto tante deliziose anticipazioni per la prossima primavera / estate 2017?

Come si fa a far finta di non aver visto nulla e a non condividere subito con voi almeno una piccola anticipazione?

Facciamo un patto: parlo di un brand sul quale non posso proprio tacere, poi metto la testa a posto (più o meno) e torno buona buona a occuparmi di collezioni autunno / inverno 2016 – 17. Affare fatto?

Ho sentito dei timidi sì, mi pare, e dunque parto: signore e signori, vi presento la poliedrica Annalisa Caricato della quale mi sono innamorata la scorsa settimana, dopo aver ammirato e toccato (anzi, accarezzato) le sue borse.

Annalisa Caricato nasce e frequenta i primi studi artistici nella città di Bari: compiuta la maggiore età, si trasferisce a Roma per formarsi come designer. Leggi tutto

QVC Next, quando il gigante prende per mano i più piccoli

Sostenere il talento dandogli voce e supporto.

Se siete lettori abituali di A glittering woman (grazie ), probabilmente vi sarà capitato di sentirmi ripetere qualcosa di simile decine di volte.

Pare che tali parole siano infatti diventate un mantra o un motto che potrei tranquillamente scrivere in alto a destra, dove ora trova posto l’altra dichiarazione d’intenti alla quale tengo molto (“Avventure tra il serio e il faceto di una fashion something, no victim, ovvero piccola wunderkammer con sorriso curata da Emanuela Pirré”).

Se non fosse che sono affezionata sia al nomignolo fashion something sia al concetto del dividermi tra serio e faceto sempre con il sorriso, lo farei, li sostituirei. Magari scriverei qualcosa tipo “Piccola wunderkammer nata per sostenere il talento”. Mah, chissà, ci penserò.

Motto o non motto, mantra o non mantra, ciò che comunque conta è agire e oggi desidero parlarvi di qualcuno che sta agendo a concreto supporto del talento.

Così come avviene ogni anno in questo periodo, nelle ultime settimane, giornalisti e blogger sono invitati ai press day, le giornate durante le quali abbiamo l’opportunità di vedere e toccare le collezioni per la prossima stagione: tra i tanti eventi di presentazione, sono stata anche a quello di QVC e ho avuto l’opportunità di conoscere da vicino il progetto QVC Next.

Sono certa del fatto che moltissime persone conoscano già la piattaforma multicanale al servizio dello shopping e che opera attraverso televisione, web e social media: fondata nel 1986 negli USA da un imprenditore di nome Joseph Segel, oggi QVC è una grande realtà internazionale arrivata in Regno Unito, Germania, Giappone, Cina e Francia. Leggi tutto

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