Vi faccio una domanda: sapete dirmi chi è perfetto?

Questo blog si occupa principalmente di moda.
O così, almeno, era quando è nato: era stato pensato come un luogo virtuale, un salotto nel quale parlare del mio grande amore per la moda.
Poi, ho capito che non avevo affatto voglia di chiudermi da sola in un recinto e così, oggi, in questo spazio, mi piace parlare di vari argomenti.
Tutto, però, è legato dal principio che mi guida: la ricerca del talento e della bellezza.
Quando parlo di bellezza intendo un qualcosa che per me ha un senso ampio nonché molte possibili declinazioni.
Sicuramente, non considero che la bellezza sia sinonimo di perfezione, soprattutto perché credo che la perfezione sia noiosa e che, comunque, non esista.
Ho l’opportunità di vedere le modelle sulle passerelle, a pochi passi da me, e le trovo divine, quasi delle dee; poi, le vedo nei backstage e credetemi se vi dico che poche – anzi, pochissime – sono (quasi) perfette.
Certo, se non c’è materia prima non si fa la modella, dunque non starò a prendervi in giro dicendovi che chiunque possa farlo: alcune, tra l’altro, possiedono quel certo non so che – che prende il nome di allure – che le rende davvero uniche e inimitabili.
Ma tante sono semplicemente belle ragazze. Alte, certo, con dei bei visi freschi, certo: non dee irraggiungibili, non perfette.
Poi, ripeto, quando le vediamo in passerella o nei servizi di moda sono completamente diverse. Quasi delle dee. Merito di make-up, hair styling, abiti da sogno, stylist e fotografi bravissimi. Merito della professionalità delle modelle stesse che sono camaleontiche e capaci di trasformarsi: anche questo è un talento e sicuramente non è da tutti.
Aggiungo una cosa: coloro che sono dotate di allure, tra l’altro, possiedono anche grande carattere e personalità. Ovvero hanno qualcosa che va oltre un bel volto.
Ecco perché sostengo che la bellezza non è solo giovinezza, freschezza o perfezione; ecco perché sostengo che la bellezza ha un significato molto ampio e che a me affascina quando ha un certo spessore.

Vedete, quando penso a tutte queste cose provo un po’ di rabbia, lo ammetto.
Perché penso alle donne e alle ragazze che si rovinano la vita sperando di assomigliare a qualcosa che non esiste, ovvero a un ideale di bellezza che viene accuratamente costruito a tavolino. Confezionato, esattamente come qualsiasi buon prodotto.
E, visto che questi – bellezza, sfaccettature, possibili declinazioni, illusioni – sono tutti argomenti che mi stanno molto a cuore, oggi desidero condividere con voi un interessante progetto di una realtà che si chiama Pro Infirmis.

Pro Infirmis è un’associazione svizzera che non ha scopo di lucro e che dà sostegno ai disabili: il loro lavoro parte dal principio che ogni persona ha il diritto di condurre una vita auto-derminata e indipendente.
L’associazione si impegna allo scopo di garantire alle persone portatrici di handicap la possibilità di partecipare pienamente alla vita sociale, contrastando qualsiasi deriva discriminatoria ed emarginante; non solo, promuove una cosa molto importante, ovvero la solidarietà tra persone, siano esse portatrici o meno di handicap.
Proprio in quest’ottica di abbattimento delle frontiere, Pro Infirmis ha realizzato un esperimento che è contenuto nel video che vi mostro qui sotto. Il video si intitola “Because who is perfect?”.

Ovvero, perché chi è perfetto?”

Alcuni manichini, simboli di presunta perfezione che riempiono normalmente le vetrine dei negozi in ogni città, sono stati modellati a immagine e somiglianza di persone affette da disabilità fisiche: tra di esse, c’è chi è affetto da osteogenesi imperfetta oppure chi ha un arto menomato.
Sono tante persone diverse, un conduttore radiofonico, un critico cinematografico, un atleta paralimpico, una blogger, un attore: una volta ultimati, i manichini a loro immagine sono stati utilizzati in alcuni negozi di Zurigo, messi in vetrina nella più popolare strada dello shopping, la Bahnhofstrasse.

Il video è diventato virale e ormai conta più di 20 milioni di visualizzazioni su YouTube; al momento, mentre vi scrivo, sono diventate quasi 24 milioni.
Non voglio aggiungere molto di più: vi invito semplicemente a guardarlo.
Vi dico solo che io sono stata molto colpita da come questi uomini e queste donne guardano – e sfiorano – i loro manichini.
Sono stata colpita dalle loro reazioni, dai loro occhi e dal loro sguardo. Sono stata toccata dalla loro emozione nel rivedersi.
E sono stata colpita – nel bene e nel male – dalle reazioni di chi ha osservato quei manichini in vetrina.

Proprio perché la società, oggi più che mai, continua a essere bombardata da tutta una serie di messaggi e di immagini di corpi, femminili e maschili, statuari e apparentemente senza difetti, io credo che questo video – emozionante ma per niente lacrimoso, lo sottolineo, anzi, piuttosto disincantato – costituisca un ottimo spunto di riflessione e discussione.

Finché avrò un grammo di forza o un briciolo di fiato in corpo, continuerò a occuparmi di messaggi come quello diffuso da Pro Infirmis e da Boudoir Disability, progetto di Valentina Tomirotti e Micaela Zuliani che ho raccontato con grande orgoglio attraverso le pagine di SoMagazine.
Continuerò a ribadire che pensare che l’omologazione sia la chiave dell’accettazione personale e sociale è un grossissimo errore: dovremmo imparare a pensare e a guardare con maggior coraggio, con minore superficialità e con una testa libera da cliché, schemi, barriere, pregiudizi. Perché le barriere mentali sono invisibili eppure sono le più insidiose.
Aggiungo anche che la moda è uno dei linguaggi con cui ci esprimiamo e dunque ha precise responsabilità nel tipo di messaggi che diffonde. E io desidero che sia inclusiva, ovvero che includa, e non che invece escluda.
La diversità (e la disabilità fisica è solo uno dei tanti esempi) ci rende unici e fa sì che ognuno di noi non sia solo la copia di un modello di perfezione che, tra l’altro, è utopico e noioso – lo ripeto!
Vogliamo essere copie o vogliamo essere unici? L’omologazione appiattisce ogni cosa e non è certo la risposta giusta se ambiamo all’unicità.

Perché poi, in fondo, così come chiede il video, chi è perfetto? Chi di noi può dire di esserlo?
E vi faccio lo stesso invito contenuto nel finale del video, get closer. Avvicinatevi, venite più vicino.

Domani inizia la Milano Fashion Week e io, come al solito, sarò combattuta tra ciò che di essa amo (l’opportunità di entrare in contatto con tanto talento e tanta bellezza) e ciò che di essa detesto (molte delle cose che ruotano attorno, soprattutto certi atteggiamenti che io non comprendo, ne ho già parlato tante volte).
Ecco, proprio in questo momento e proprio io che mi occupo di moda, tenevo tanto a offrire a noi tutti quello che, a mio umile avviso, è un importante spunto di riflessione.

Manu

 

Dee di Vita, un progetto importante per tutte le donne

Ci sono questioni che toccano profondamente le mie corde più intime.
Tra tali questioni figura la malattia e, in particolare, l’approccio alla malattia e al dolore fisico.
Ho conosciuto il dolore in più occasioni e l’ho provato sulla mia pelle, letteralmente, soprattutto a causa di un grave incidente subito da bambina: tutt’oggi porto le cicatrici indelebili, i segni di un’ustione che quasi mi privò della vita.
Credetemi se dico che, nonostante fossi piccolissima, il trauma è stato tanto forte che piccoli frammenti di quella terribile esperienza sono impressi nella mia memoria. Sprazzi di dolore e momenti di angoscia (ero stata ricoverata in camera asettica e avevo paura, ero solo una bambina) che sono perfino più profondi delle cicatrici fisiche che, da adulta, non ho infine voluto togliere.
Sostengo (sorridendo) di essere stata ricompensata per quel tragico incidente attraverso la fortuna di un’ottima salute; eppure, ho conosciuto la malattia attraverso tante (troppe…) persone care che fanno parte della mia vita. Alcune non ci sono più, purtroppo, ma sono presenti più che mai nel mio cuore.
L’ustione non ha solo segnato la mia pelle, ha anche forgiato il mio animo: la mia soglia del dolore è abbastanza alta e sopporto piuttosto bene la sofferenza fisica.
Ma, per paradosso, se sono disposta a sopportarla su me stessa, mi è invece difficile accettarla in coloro che amo: un conto è soffrire in prima persona, un altro è veder soffrire coloro che amiamo. Per quanto mi riguarda, preferisco di gran lunga essere io a provare dolore. Non so, forse così ho l’illusione di poterlo controllare e di poterlo vincere ancora, così come è già stato…
Naturalmente, detesto vedere soffrire i bambini, mi fa stare male quasi fisicamente proprio perché sono stata una bambina sofferente; lo stesso mi accade quando a soffrire sono in generale le donne, soprattutto a causa delle malattie tipicamente femminili.

È per tutti questi motivi che, ogni volta in cui c’è la possibilità di dare il mio piccolo aiuto alla lotta contro la malattia, mi metto in gioco volentieri e cerco di dare il mio sostegno con tutto il cuore.
So che quel che faccio non è altro che aggiungere una piccola goccia, ma sono convinta che il mare – soprattutto se inteso in senso metaforico – sia fatto da tante, tantissime microscopiche gocce.

Sono particolarmente orgogliosa di dare un contributo quando è la moda – la dimensione nella quale mi muovo quotidianamente – a scendere in campo.
Perché da sempre credo nella moda come forma di linguaggio.
E sono altrettanto felice di poter affermare che ci sono realtà che, oltre ad amare la moda, amano i messaggi che essa può contribuire a dare, grazie all’enorme cassa di risonanza sulla quale può contare.

È il caso di La Tenda Milano che si è innamorata del progetto Dee di Vita e che ha voluto fortemente partecipare all’iniziativa solidale nata dalla collaborazione tra Mantero e l’Ospedale San Raffaele di Milano.

Scopo di Dee di Vita è quello di sostenere le attività di Salute allo Specchio, organizzazione non lucrativa che si occupa di supportare psicologicamente le donne con patologie oncologiche con l’intento di aiutarle a ritrovare bellezza, vitalità, sicurezza e femminilità.
Fulcro dell’iniziativa è Vita, un turbante speciale creato da Mantero, azienda storica fondata a Como nel 1902 e specializzata nella seta: Vita è semplice da indossare e può essere annodato con pochi gesti. È un morbido abbraccio di seta, una vera e propria carezza che non irrita la cute delicata di chi affronta terapie farmacologiche molto impegnative.
Con il desiderio di creare una serie limitata di turbanti, La Tenda, celebre boutique meneghina di prêt-à-porter, ha scelto rose acquerellate che sbocciano con sapienti colpi di pennello: sono declinate in cromie calde che ricordano i colori della terra e scenari esotici, con tocchi di indigo e fucsia. Potete vederlo in anteprima nella foto qui sopra.
Grazie al prezioso contributo di La Tenda Milano e all’impegno profuso da Mantero, una parte del ricavato delle vendite dei turbanti – prezzo al pubblico 80 euro – sarà devoluto alla Onlus Salute allo Specchio.

I turbanti limited edition Mantero per La Tenda verranno presentati a Milano in occasione dell’edizione di Milano Moda Donna che sta per iniziare, con il patrocinio della Camera Nazionale della Moda Italiana.
L’allestimento all’esterno della Boutique di via Solferino 10, nel cuore di Brera, trasformerà la via in una vera e propria galleria d’arte: dal 21 al 23 settembre, sarà infatti aperta al pubblico la mostra Donne ConTurbanti del fotografo Guido Taroni, mostra il cui obiettivo poetico fa emergere, attraverso 16 ritratti di donne, tutta la personalità di ognuna di loro. Donne che, pur non avendo affrontato in prima persona la malattia, si sono dimostrate uniche e speciali nel modo di indossare i turbanti Vita.
La mostra sarà arricchita da un nuovo esclusivo scatto che interpreta il turbante Vita nella fantasia realizzata in esclusiva per La Tenda: lo scatto verrà svelato il 20 settembre, in occasione della serata dedicata alla Vogue Fashion’s Night Out e all’inaugurazione della mostra.
E per raccontare il dietro le quinte della creazione della nuova fantasia svelandone il lato più squisitamente artistico, proprio in occasione della VFNO, La Tenda accoglierà, a partire dalle 18:30, una performance di live painting durante la quale una textile designer di Mantero mostrerà come prendono vita le fantasie che ritroviamo sul pregiato twill di seta di Vita.
L’evento proseguirà poi alle 19:30 con Lisa La Pietra, giovane soprano e ideatrice di Argia, progetto che prevede l’utilizzo della vocalità come tramite di emozioni. Attraverso alcuni brani tratti dalla tradizione operistica, una speciale performance di musica dal vivo accompagnerà tutti i presenti alla scoperta di quella che è la grande forza insita in ogni donna, in linea con il vero significato di Argia.
Sapete qual è il significato di questa parola? Illuminata.

Parola perfetta.
Perché è riuscire a vedere la luce ciò di cui ha bisogno chi affronta le patologie oncologiche.
E la luce passa anche attraverso la nuova estetica oncologica nonché attraverso tutto ciò che può trasmettere i valori della bellezza e della forza delle donne, sostenendo concretamente coloro che sono in cura e facendo ritrovare il desiderio di prendersi cura di sé.

Per questo Vita è un prodotto volutamente allegro e colorato, perché interpreta l’energia di tutte le donne, ne celebra la bellezza e ne valorizza la femminilità.

Bando al dolore e alle lacrime. Siamo Dee di Vita.

Manu

 

Qui trovate il sito di La Tenda Milano; qui il sito di Mantero; qui il sito del fotografo Guido Taroni; qui il sito del soprano Lisa La Pietra; qui il progetto Dee di Vita; qui la Onlus Salute allo Specchio con approfondimenti interessanti e importanti, per esempio a proposito dell’estetica oncologica.

 

 

A glittering woman è anche su Facebook | Twitter | Instagram

 

 

NOWGenerations fase 2, AdL porta la moda dalla passerella alla strada

Non è un segreto: amo la moda visceralmente e con tutta me stessa.
Amo la sua storia, amo studiare in che modo ha origine nella fervida immaginazione e nella fertile mente di uno stilista, amo osservare le forme che può assumere, amo vedere come interagisce con molti degli aspetti della nostra vita. Anzi, con quasi tutti gli aspetti della nostra vita.
Tuttavia, come ogni grande amore, anche il mio presenta dei lati oscuri.
Uno degli aspetti tipici della moda e che non apprezzo affatto è, per esempio, quella (spiacevole) tendenza a consumare tutto velocemente e, di conseguenza, quasi a fagocitare sé stessa.
Senza mai soffermarsi e, tra l’altro, togliendo anche a noi il tempo di concentrarci o approfondire.
Tutto questo è sempre esistito: per sua stessa natura, la moda parla del tempo in cui è concepita e dunque parla del presente. Magari diventa vintage nel caso di uno sguardo più ampio verso il passato, oppure avanguardia se ci proiettiamo nel futuro.
Ciò che rimprovero alla moda di oggi è la velocità assurda con cui tutto invecchia: una collezione diventa obsoleta nel giro di pochi mesi, in alcuni casi perfino nel giro di alcune settimane (come nel fast fashion, settore nel quale la permanenza dei capi in negozio è brevissima).
Agli stilisti non è concessa tregua: neanche il tempo di godere di un lavoro o di un successo e devono già proiettarsi sulla collezione successiva (magari anche sulle successive due o tre, tra capsule, limited edition, cruise collection e via discorrendo).
Parallelamente, a noi non viene concesso il tempo di goderne, di indossare i capi in maniera cosciente, perché è già ora di nuovi desideri. Questo è ciò che prevede il cosiddetto (e maledetto) consumismo.
Lo ripeto, a me tutto ciò non piace. Mi mette a disagio.
Vorrei avere il tempo di godere e di assaporare.
Il mio progetto A glittering woman è nato anche con tale finalità: questo spazio mi permette di avere il tempo di soffermarmi. Di dettare i miei tempi. Di scegliere. Di decidere. Di essere libera. Libera di seguire chi mi piace. Di continuare a seguire i progetti che mi piacciono e il loro evolversi nel tempo.

Sono dunque molto felice di parlarvi degli sviluppi del fashion show 2016 di Accademia del Lusso, scuola presso la quale ho il piacere e la gioia di insegnare: la sfilata che chiude l’anno, intitolata NOWGenerations, ha premiato i 18 migliori allievi ai quali è stata data la possibilità di presentare una piccola collezione.

Come avevo già raccontato in un precedente post, il titolo NOWGenerations fa riferimento al nucleo del progetto, ovvero al desiderio di narrare una bellezza priva di limiti temporali e generazionali.
La moda è stata vista come il mezzo privilegiato per esprimere un’idea di stile che può risplendere tanto sulle riviste patinate quanto per le strade: NOWGenerations ha voluto incarnare il presente che si mischia al passato e guarda al futuro, ha voluto raccontare le combinazioni e le contaminazioni che si armonizzano in una visione positiva della moda e della vita.
Ha raccontato la bellezza interiore e ha celebrato quella esteriore senza guardare al tempo che passa. Ha valorizzato e reso tutti protagonisti.

Ora, AdL desidera continuare a promuove il talento creativo delle nuove generazioni con un progetto artistico trasversale: a partire dal concept NOWGenerations, nasce l’idea di ispirarsi alle texture degli abiti creati dagli studenti per il fashion show e le superfici tessili diventano così la base di performance artistiche contemporanee in occasione della Vogue Fashion’s Night Out e della Milano Fashion Week.
Non è stata scelta la via dell’illustrazione di moda; si è preferito privilegiare un modo che fa letteralmente vivere le creazioni dei giovani designer.

Altro obiettivo ambizioso della nuova fase del progetto è quello di rendere la moda un’esperienza non elitaria pur ambendo a conservarne i tratti di unicità e originalità propri della sua dimensione migliore, quella artigianale.

Autore delle performance ispirate al concept NOWgenerations è Ascanio, unconventional street artist di origine cubana che crede nell’arte accessibile, visibile ai più e non chiusa in musei o gallerie, in grado di impreziosire le città includendone tutti i quartieri.
Ascanio non vuole solo interpretare in chiave artistica le creazioni dei designer emergenti di AdL, vuole esplorare e rivivere il mondo delle texture, dei decori, dei dettagli.
I suoi close-up sulle lavorazioni artigianali, filtrate attraverso la lente dell’arte di strada, trasformano le superfici tessili in veri e propri manifesti espressivi.

Come funzionerà in dettaglio il progetto?

In occasione della Vogue Fashion’s Night Out di Milano, martedì 20 settembre 2016 dalle 18 alle 23, AdL ha organizzato un evento Open Night nella sede di via Monte Napoleone 5.
Body painting, opere in mostra, incontro con l’artista: l’Open Night diventerà una tappa imperdibile della VFNO 2016 meneghina.

Il progetto continua in strada: le street art performance di Ascanio si svolgono anche live in zone chiave di Milano – come corso Corso, corso Sempione, zona Navigli, corso Buenos Aires e molte altre location – dal 13 al 24 settembre 2016. Le prime performance sono dunque iniziate.
L’artista riprodurrà le sue creazioni accompagnato dagli studenti di AdL e da modelle che indosseranno i capi. Un vero e proprio flashmob, insomma, per chi ama la moda, l’arte e tutto ciò che è espressione di creatività.

Ecco perché ho voluto parlarvi ancora una volta di NOWGenerations: questo sviluppo, questa fase 2 mi piace molto, come immaginerete, perché crea un legame tra la moda, la città e tutti noi.
E lo fa in un frangente – quello di Milano Moda Donna – che è importantissimo non solo per il settore moda ma per l’intera città, per molti aspetti.
Perché non mi stanco mai di sottolineare che, oltre a essere fenomeno di costume e specchio della società, la moda è fondamentale per il nostro Paese anche dal punto di vista economico, in quanto genera occupazione e posti di lavoro.
E perché altrettanto non mi stanco di sottolineare che la moda non riguarda solo gli abiti, ma è ovunque.
Anche e soprattutto nelle strade, così come dimostrano di aver ben compreso AdL e Ascanio attraverso questo progetto condiviso.

Manu

 

Per maggiori informazioni e per approfondire:

Qui trovate il sito di Accademia del Lusso, qui la pagina Facebook, qui Instagram e qui Twitter.

Qui trovate l’evento sul sito di AdL e qui trovate la mappa degli eventi di street art: seguite la pagina Facebook e l’account Instagram che vi ho segnalato e che vengono costantemente aggiornati e troverete tutte le informazioni e i dettagli in tempo reale.

Qui trovate una gallery completa della sfilata NOWGenerations e qui trovate l’album dedicato alle creazioni di street art.

Qui trovate il sito di Ascanio.

Classe 1988, Ascanio si diploma nel 2007 all’Accademia di Belle Arti di Cuba con specializzazione in pittura e disegno. Nel 2008, si sposta all’Avana ed entra in contatto con l’ambiente artistico della capitale: partecipa a numerose mostre e arricchisce la propria produzione con l’utilizzo della tecnica serigrafica. Nel 2012, si trasferisce a Milano, città nella quale oggi vive e lavora. La naturale propensione al nuovo lo porta a interagire con il contesto e a collaborare con artisti internazionali sviluppando attività e progetti interdisciplinari: attraverso l’uso esclusivo del pennello e di tecniche tradizionali di pittura murale, Ascanio porta avanti uno stile particolare e riconoscibile. Nella sua opera non mancano tuttavia elementi innovativi e di sperimentazione: ama, infatti, coinvolgere i passanti e gli interessati alla realizzazione dei suoi lavori in strada, invitandoli a partecipare e a condividere l’esperienza creativa.

Io & AdL: qui trovate il racconto dettagliato della sfilata NOWGenerations; qui trovate il racconto della sfilata dello scorso anno; qui trovate l’incontro organizzato con Agatha Ruiz de la Prada.

 

 

A glittering woman è anche su Facebook | Twitter | Instagram

 

 

Giulia Boccafogli, quando dedizione e umiltà accompagnano il talento

Più vado avanti nel mio percorso e più mi convinco circa la necessità di dare spazio a cose belle e virtuose.
A progetti belli e virtuosi.
A persone belle e virtuose. Belle in senso molto ampio, dentro e fuori.

Sento che è necessario e anche giusto in quanto tutto ciò riesce a regalarmi emozioni forti.
E l’emozione è ancora più grande, dilagante, direi, quando a essere bella e virtuosa è una persona che seguo con affetto e stima da anni.

Sì, seguo lei e il suo lavoro da parecchio: mi riferisco a Giulia Boccafogli, designer talentuosa di gioielli contemporanei di ricerca, realizzati artigianalmente utilizzando pellami italiani di recupero.

Giulia progetta, disegna e realizza personalmente le sue collezioni: lavora con passione e dedizione, operando una continua ricerca e portando avanti le principali caratteristiche (originalità, qualità, manualità, conoscenza, competenza) intrinseche nel vero Made In Italy.

Il suo lavoro si concentra sulla pelle, materiale versatile, e lei ne esplora e ne sfrutta l’aspetto materico.
Utilizza pellami di recupero, selezionati accuratamente: rigenera il materiale che, in questo modo, gode di una seconda vita. Leggi tutto

Giulia Salemi contro Giulia Marani: due approcci agli antipodi

Chissà se, leggendo il titolo di questo post, avete pensato al film Kramer contro Kramer: se è così, ne sono felice, era il mio scopo.
Desideravo evocare proprio l’atmosfera di quella pellicola che racconta di una coppia che, a seguito del divorzio, si ritrova a lottare per l’affidamento del figlioletto.
L’intento del regista è quello di sottolineare, fin dal titolo e tramite l’uso dello stesso cognome, l’aspro confronto che oppone i due coniugi.

Il mio intento è lo stesso: non vi parlerò di un matrimonio in crisi, ma di un altro confronto tra nomi.
Le due persone delle quali sto per parlarvi hanno infatti in comune il nome di battesimo, Giulia, e da esso sono unite eppur divise, come vedrete.

Giulia Salemi è una modella, lavora in televisione ed è una ex concorrente del concorso di bellezza Miss Italia; Giulia Marani è una stilista della quale ho parlato spesso.
Entrambe sono state presenti a Venezia, per la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica.

Giulia Salemi ha fatto parlare di sé per aver indossato un abito che non so davvero come definire.
Potrei chiamarlo inguinale, nel senso che lasciava praticamente scoperto l’inguine eccezion fatta per una sottile striscia di stoffa. Per onore di cronaca e per amore di verità, è giusto che io nomini anche Dayane Mello, modella brasiliana che ha condiviso la passerella con la Salemi, vestita dallo stesso stilista e con un abito simile.

Giulia Marani ha invece fatto parlare del suo lavoro, vestendo due modelle con alcuni capi che rappresentano e sintetizzano il percorso che la stilista sta portando avanti da anni.

Parliamo in entrambi i casi di moda e vestiti, dunque; eppure, le due Giulia hanno affrontato la passerella (e la vita, oserei dire) in maniera diametralmente opposta, sia per quanto riguarda l’approccio sia per quanto riguarda il risultato.

E avrete già capito che uno dei due modi mi piace e l’altro no. Leggi tutto

Sonia Rykiel, non solo la regina del tricot

Ammiro le persone che dimostrano di avere carattere e personalità.
Mi piace che una persona si distingua nel mestiere che fa, qualunque esso sia. Resto ancor più affascinata quando si tratta di donne in quanto diventano fulgidi esempi da seguire.
Per questo motivo ammiravo tanto Mariuccia Mandelli, la stilista che aveva scelto Krizia come proprio pseudonimo, nome preso in prestito dall’ultimo Dialogo incompiuto di Platone, quello incentrato sulla vanità femminile.
Nel 2013, dopo una sfilata, avevo avuto l’immenso onore di poterle stringere la mano: lo scorso dicembre, a 90 anni, se n’è andata. Nel mio cuore c’è un posto che sarà suo per sempre e ora, al suo fianco, ne riservo uno per Sonia Rykiel: appena ho saputo della sua morte, ho subito pensato alla signora Mandelli e mi è venuto istintivo unirle indissolubilmente nel fatto di essere donne di grande carattere e personalità, stiliste che hanno saputo diffondere e difendere la loro opinione a proposito della femminilità e dei possibili modi di interpretarla.

Sonia Rykiel, classe 1930, iniziò a disegnare abiti nel 1962 quando, durante la gravidanza, non riusciva a trovare vestiti che le fossero comodi.
Soprannominata regina del tricot, concentrò la propria creatività sulla lana, dandole la stessa importanza che altri stilisti riservavano a tessuti pregiati e riuscendo a portare la maglieria oltre la dimensione artigianale.
Il pezzo che le fece ottenere il titolo di regina del settore fu un piccolo pullover attillato a righe: il capo finì sulla copertina di Elle e diventò un simbolo di liberazione e seduzione nonché di uno stile sofisticato e ribelle. Le donne – e prime fra tutte celebrità quali Audrey Hepburn, Catherine Deneuve, Lauren Bacall, Brigitte Bardot – se ne innamorano.

La sua filosofia? No, ai total look, no ai diktat, no ai limiti imposti dall’età.
Per lei era la moda a doversi mettere al servizio del corpo femminile e non viceversa (e questo è uno dei motivi per cui l’ammiro); ogni donna doveva essere libera di creare il proprio guardaroba, celebrando liberamente le proprie forme.
I capi di Sonia Rykiel conquistarono la ribalta della moda perché parlavano un linguaggio schietto e perché coglievano i desideri delle donne degli anni ’70: lei regalò loro libertà di movimento e di espressione.
«È la donna che anima l’abito. Non può essere il contrario. La provocazione è la donna, mai quello che indossa», così era solita dire.

Nel 1985, ricevette la Légion d’honneur, l’onorificenza più alta attribuita dalla Repubblica Francese. Nel 1987, le celeberrime Galeries Lafayette ospitarono Vingt ans de mode, la prima grande retrospettiva a lei dedicata; nel 2008, fu invece il prestigioso Musée des Arts Décoratifs a dedicarle una mostra, sempre monografica e sempre a Parigi.
La Rykiel non ebbe paura di sperimentare anche per quanto riguarda la possibilità di collaborazioni inedite e nel 2009 firmò una collezione per H&M.
Nel 2012, rivelò di avere la malattia di Parkinson tenuta nascosta per molti anni, fino a quando le era stato possibile, proprio in nome di quel carattere forte che l’animava. La rivelazione avvenne attraverso la pubblicazione di un libro autobiografico intitolato N’oubliez pas que je joue, dove non esitò a descrivere tutti i segni visibili della patologia sul suo fisico, dai tremori alle difficoltà di deambulazione.

Ed è stato il Parkinson a portarla via il 25 agosto.
Ai suoi funerali, a Parigi, c’era anche Lionel Jospin, ex primo ministro e suo amico; come ultima dimora della stilista, la famiglia ha scelto il cimitero di Montparnasse.
Lì riposano, tra gli altri, grandi personalità della cultura e dello spettacolo tra i quali Charles Baudelaire, Guy de Maupassant, Samuel Beckett, Marguerite Duras, Simone de Beauvoir, Jean-Paul Sartre, Serge Gainsbourg, Susan Sontag, Philippe Noiret. Un luogo affine alla personalità e allo spirito di una donna che ha amato la moda, l’arte, la musica, i libri, la letteratura (fu autrice di nove romanzi), la buona cucina e il cioccolato e che era molto di più della regina del tricot.
Folgorò anche Andy Warhol che la ritrasse e le dedicò un’intervista.

Sonia Rykiel è stata dunque un emblema di unicità, anticonformismo e ribellione.

Non solo dal punto di vista professionale, ma anche sotto il profilo personale e perfino nella malattia che – purtroppo – avvicina il suo destino a quello di André Courrèges, altro stilista che amavo molto e che è mancato all’inizio di quest’anno.

In un’intervista a Elle, Madame Rykiel non nascose di amare il potere e aggiunse di aver «lavorato per ottenerlo».
«Penso che le donne e gli uomini di potere siano uguali. Ce ne sono di incapaci e di formidabili», affermò nella stessa occasione. «Ma se mi chiedete di citarne una esemplare, non so chi dire. Soprattutto tra le politiche. Non sanno conservare quel potere di seduzione e quella dolcezza, tipicamente femminili. Si comportano troppo da uomini».
Esattamente ciò che ho sostenuto a mia volta in un post recente: come pensava la stilista, anch’io sostengo che le donne, per essere accettate e per ricoprire certi ruoli, non debbano affatto comportarsi come gli uomini, ma trovare il proprio modo.

E a mio avviso, una delle sue dichiarazioni più belle fu qualcosa che disse a Elle sempre in quella stessa intervista, una frase che mi pare possa ben riassumere l’essenza del suo lavoro e della sua vita.
«Non mi considero una femminista. Amo così tanto gli uomini. Non amo il femminismo di bandiera, anche se ho sempre difeso la mia libertà. Non penso che tra donna e uomo vada cercata la parità. Ma l’uguaglianza.»

Non credo ci sia nient’altro da aggiungere se non un affettuoso augurio: bon voyage, Madame Rykiel.

Manu

Il ritratto di Sonia Rykiel viene dalla pagina Facebook del brand.

Montagna 1 – Manu 0, ovvero mi toccherà imparare a pattinare

Credo di poterlo affermare senza tema di smentita: carichiamo le vacanze di grandi aspettative.
Forse troppe aspettative. Talvolta sproporzionate.
Ci aspettiamo che esse sortiscano chissà quale miracolo, che ci rigenerino completamente e che ci divertano alla follia. Ci aspettiamo di ritornare nuovi nuovi, come bimbi appena nati.
Chissà, forse è così perché le aspettiamo tutto l’anno oppure perché abbiamo un costante bisogno di sperare in qualcosa che cambi radicalmente la nostra routine.

Naturalmente, io non rappresento un’eccezione e, come tutti, ripongo grandi speranze nel periodo di pausa.
Non mi aspettavo, dunque, di ritrovarmi dopo le vacanze così.
Ovvero disorientata.
Un po’ svuotata.
Ammaccata.

Non mi vergogno ad ammetterlo.
Non mi vergogno ad ammettere che le vacanze, le mie, non sono forse andate come mi aspettavo.
Non mi vergogno ad ammettere che non immaginavo un rientro così: un po’ sottotono. Me lo aspettavo più positivo, più energico.

In fondo, le vacanze non erano andate male e, durante gli ultimi giorni, avevo addirittura maturato un paio di idee su altrettanti post con i quali avevo intenzione di far ripartire il blog. Leggi tutto

Chloë Moretz, le azzurre del tiro con l’arco e gli orrori dei giornali

È giunto il momento che io vada in vacanza concedendomi una pausa dalla consueta routine.

Lo sento, è così, e non lo affermo guardando il calendario in questo mercoledì 10 agosto, ma piuttosto ascoltando me stessa.

Quando non ho più pazienza, quando le mie reazioni diventano (ancora) meno diplomatiche del solito, quanto non riesco più a contenere la mia impulsività, vuol dire che ho fatto il pieno e che è arrivato il momento di staccare, di cambiare orizzonti, di cercare stimoli nuovi e diversi. Di riempire cuore e cervello di aria fresca, perché se ignoro questi bisogni rischio di scoppiare come un palloncino che sia stato gonfiato a dismisura.

Ma prima di regalarmi la (credo meritata) pausa, desidero scrivere un ultimo post scomodo, uno di quelli che pubblico ogni tanto, una sorta di riflessione da portare con me nelle prossime settimane. Chissà, magari ripensando con calma alla questione riuscirò a vederla con maggiore serenità.

L’argomento è ancora una volta il corpo di noi donne. Scrivo ancora una volta perché è un argomento del quale ho disquisito spesso.

Ho scritto parecchie volte a proposito della lotta al cosiddetto body shaming, della lotta contro tutta una serie di atteggiamenti connessi nonché dei condizionamenti ai quali siamo tutti sottoposti. Ne ho scritto qui, nel blog, e ne ho scritto per SoMagazine che mi ha dato più volte l’opportunità di farlo (e ringrazio sentitamente per questo).

L’ultimo post per SoMagazine è recentissimo: è datato 22 luglio e parla della famigerata, temibile e fatidica prova costume. La mia posizione è piuttosto chiara e direi che è tutta contenuta nel titolo: “Prova costume? No, grazie”.

Diciamo che è un invito a volere bene a noi stessi, a perseguire la salute e il reale benessere, a concederci qualche sbavatura, qualche imperfezione e, soprattutto, a non farci schiacciare dalla ricerca della perfezione a tutti i costi.

Quel mio articolo era stato scritto circa una settimana prima rispetto alla data di pubblicazione, ovvero quando non era ancora esplosa la bomba della foto di Chloë Moretz, attrice e modella statunitense, pubblicata da Io Donna. Leggi tutto

Donne e politica: Hillary Clinton & Co… la moda è una cosa seria?

Donne.

Donne, politica.

Donne, politica, potere.

Donne, politica, potere, moda.

È così che, molto spesso, mi metto in testa certe idee. Parto da una parola, ne aggiungo un’altra e poi un’altra ancora. Nasce una fila (quasi) ordinata e, infine, metto a fuoco un pensiero.

In genere, c’è qualcosa che, in principio, cattura la mia attenzione, magari un fatto che sembra piccolo e isolato. Poi ne metto vicino un altro. Un altro ancora. Ed ecco che nasce un post per il blog, uno di quelli che di solito chiamo pensieri in ordine (quasi) sparso.

Credo che la suggestione alla base della sequenza donne, politica, potere, moda sia iniziata quando ho scritto il post sulla Brexit e sul referendum dello scorso 23 giugno, quello che sta conducendo all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

Tra i tanti personaggi presenti in quel post, ho citato Margaret Thatcher e il primo referendum che ci fu nel 1975 nel Regno Unito per decidere se continuare a far parte dell’UE: il 67,2% per cento dei partecipanti votò per restare. Quell’anno, la Lady di Ferro, che divenne poi primo ministro nel 1979, sostenne la campagna per la permanenza della Comunità Europea: per correttezza e completezza d’informazione, occorre precisare che le sue posizioni europeiste cambiarono nel corso dei suoi mandati.

L’episodio che mi ha fatto pensare al suo rapporto con la moda accadde proprio in quel periodo.

A una manifestazione a favore del sì, la Thatcher indossò infatti un maglione diventato famoso come la maglia “9 bandiere”: di lana e a maniche lunghe, nero sulle maniche e sulla schiena, recava sul davanti le bandiere dei Paesi che facevano parte della Comunità Europea nel ’75, ovvero Belgio, Danimarca, Francia, Irlanda, Italia, Germania Ovest, Lussemburgo, Paesi Bassi e Regno Unito. Leggi tutto

Tattoo sì o no? Nel dubbio… provate con la poltrona!

Chi frequenta questo spazio con una certa costanza lo sa: qui si trovano spesso proposte inconsuete, definiamole così.
Possono partire dalla moda (abiti, accessori, mostre, concorsi) per passare dal cibo (per esempio, un gelato artigianale di gran qualità oppure una birra a base di lievito della Patagonia) fino ad arrivare a una poltrona, proprio come quella che vedete qui sopra.
Talvolta, ciò che propongo fa sì che mondi solo apparentemente lontani possano incrociarsi.
Cosa lega il tutto?
La mia curiosità.
L’eterno desiderio di condividere bellezza, capacità, talento, passioni, emozioni nelle mille forme che possono assumere.
Un pizzico di provocazione, ovvero la spinta che stimola ad abbracciare il cambiamento, l’evoluzione e le trasformazioni.
Mi piace l’idea di condividere scelte libere dai diktat, inclusi i miei: le mie non sono infatti imposizioni, mai e in nessun caso, bensì suggerimenti. Sussurrati.
Perché sta solo a chi legge la decisione finale. Mi piace? Non mi piace? Adotto? Non adotto? L’importante – secondo me – è essere curiosi.

Ho parlato in diverse occasione dei tatuaggi e di ciò che penso a tal riguardo.
Credo che essi non siano solo ornamenti, ma che costituiscano anche e soprattutto un linguaggio.
Il tatuaggio è stato adottato da molti popoli e, a seconda degli ambiti e dei periodi storici, ha rappresentato una sorta di carta d’identità del singolo individuo oppure ha incarnato una pratica volta ad accomunare le persone. Poteva essere un segno di appartenenza, ma anche un rito di passaggio, per esempio quello all’età adulta: poteva simboleggiare un legame relativo a convinzioni religiose, spirituali e magiche.
Ammetto che le motivazioni per le quali oggi ci si fa un tatuaggio sono spesso molto differenti da quelle del passato, eppure persiste il desiderio di comunicare qualcosa di sé agli altri. Anticamente, l’individuo non era in genere libero né di decidere di essere o meno marchiato né di scegliere il disegno da portare sulla pelle: oggi, si sceglie un tatuaggio come celebrazione dei propri gusti e del proprio modo di essere, come manifesto degli eventi personali della propria vita oppure come segno di legami affettivi.
Io ne ho tre: rappresentano tutti momenti o passaggi cruciali della mia vita nonché, appunto, legami affettivi importanti. Quello che porto sul braccio destro è dedicato a mia sorella e a mia nipote. E mia sorella ne ha uno identico.

E così, dopo aver parlato di tattoo su pelle umana e perfino di scarpe tatuate, oggi vi parlo della poltrona Opus Tattoo.
Garantire un pezzo unico, disegnato e realizzato per noi: è ciò che desidera fare la Sergio Villa Mobilitaly proponendo una poltrona in pelle a effetto tatuato.
L’azienda nasce dall’incontro tra l’architetto Carlo Rampazzi e la bottega artigiana di Sergio Villa situata in Brianza, uno dei centri d’eccellenza per la produzione del mobile. La loro idea è quella di creare una sorta di sartorialità dell’arredamento: sostengono infatti che, come accade nella moda, anche i mobili possiedono una valenza che va oltre le fugaci tendenze.
Carlo e Sergio vogliono fare del mobile il centro dell’attenzione, vogliono suscitare emozioni attraverso i loro progetti, attraverso oggetti senza tempo, slegati da trend effimeri e incastonati nel mondo.
Con Opus Tattoo, Sergio, artista decoratore, crea un legame tra la personalità del proprietario e l’ambiente in cui vive: la poltrona parla di chi la possiede, come un’opera d’arte che non si produce in serie e che si gode anno dopo anno.
Il materiale di rivestimento è una pelle patinata che viene decorata a mano: il tattoo e il colore della pelle sono personalizzabili.

L’arte di fare mobili è una delle capacità per le quali noi italiani siamo conosciuti in tutto il mondo: è un onore, dunque, ospitare un’idea tanto estrosa.
Una creazione che parla di personalità libera da vincoli nonché dell’ironia della provocazione, proprio come piace a me.

Manu

 

Se volete approfondire a proposito del lavoro della Sergio Villa Mobilitaly, qui trovate il sito.

Se vi ho incuriositi parlando di scarpe tatuate, qui e qui trovate i miei post.

Sarai regina e vincerai, parola di Irene Vella (e di mamma Lidia)

Potrei iniziare questo post con la frase “io ve l’avevo detto”.

E invece inizierò confessando il mio bisogno – sempre più impellente – di belle cose, belle storie, belle persone, bei sentimenti.

Ho talmente bisogno di sentire e respirare bellezza da aver deciso di far incidere la frase «La bellezza salverà il mondo» (pronunciata dal principe Miškin ne L’idiota di Fëdor Dostoevskij) su un anello, perché tali parole sono il mio motto ormai da tempo e cerco di ripetermele come un mantra al quale aggrapparmi.

Come ho scritto in altre occasioni, quando il mondo mi fa paura e quando smetto di comprenderlo, cerco rifugio nella bellezza: è l’unico modo che conosco per portare avanti i valori di cultura, civiltà, umanità, tolleranza e libertà nei quali credo da sempre.

Purtroppo, nel frangente attuale, carico di troppo sangue e povero di umanità, è difficile restare saldi e continuare a credere: cerco dunque di impegnarmi ancor di più per rintracciare tracce di bellezza e così ho pensato che fosse il momento perfetto per leggere Sarai regina e vincerai, il libro più recente di Irene Vella, scrittrice e giornalista (mi permetto di aggiungere amica) che tanto stimo.

Non mi sbagliavo, ho fatto la scelta giusta: tra le sue righe, ho trovato ciò che cercavo – amore e bellezza – e non sono riuscita a staccarmene fino a quando non l’ho letto tutto.

Ora vi chiederete perché ho esordito con quella frase, “ve l’avevo detto”: perché di Irene avevo già parlato altre volte, di lei, dei suoi libri e della sua (meravigliosa) famiglia e avevo raccontato una cosa importante. Ovvero che Irene ha dato un rene a suo marito Luigi. Ma non così, come modo di dire: gliel’ha dato veramente, fisicamente, e lo racconta in Sarai regina e vincerai, appunto.

Il libro narra che, dopo il matrimonio e la nascita di Donatella, la primogenita di Irene e Luigi, la loro vita procede come una favola, almeno fino al giorno in cui Luigi, sportivo, atletico, sanissimo, ha un piccolo malessere. Decide di sottoporsi a una visita: quel giorno diventerà, purtroppo, uno spartiacque tra prima e dopo, perché la diagnosi sarà fortissima, ovvero insufficienza renale cronica. I suoi reni non funzionano più e la prospettiva è la dialisi a vita. O un trapianto.

All’improvviso, Irene scopre che le banalità che si dicono sul valore delle piccole cose o sulla fragilità della felicità sono tutte drammaticamente vere; ma, allo stesso tempo, scoprirà l’autenticità di un’altra banalità, ovvero che l’amore ci dà risorse che mai avremmo creduto o sospettato di avere.

E così, la decisione viene da sé: donerà a Luigi un suo rene. Anche se la parte più difficile è convincerlo ad accettarlo.

Armata di positività, senso dell’umorismo e molto coraggio, Irene affronta con Luigi la sua battaglia più difficile e salverà il suo regno di affetti, come una vera regina guerriera.

E, in fondo, come scrive la stessa Irene, la colpa (ma io direi il merito) è di sua madre che, quando la giornalista aveva solo dieci anni, si presentò con un quadretto tricottato e incorniciato che recitava: «Sarai regina e vincerai, tutte le cose che vorrai diventeranno realtà».

«Il problema – scrive Irene - è che io ci ho creduto»: e per fortuna, torno a ripetere. Brava signora Lidia! Leggi tutto

Shannen non si è fermata a Beverly Hills 90210

Sono pronta a scommetterci: se scrivo Beverly Hills 90210, catturo immediatamente l’attenzione di moltissime persone e non solo di chi ha visto il celebre telefilm negli anni ’90, in occasione del primo passaggio, ma anche di chi ha imparato a conoscerlo in seguito.

Ci sono film e serie TV che, per tutta una serie di motivi, entrano nell’immaginario collettivo e vanno a occupare un posto fisso tra i cosiddetti miti pop, ovvero quei fenomeni che diventano pietre miliari della storia del nostro tempo perché rappresentano, incarnano e raccontano alcuni tra i maggiori cambiamenti della società e dei suoi costumi: sento di poter affermare che il telefilm in questione rientra in tale casistica.

Trasmessa tra il 1990 e il 2000, Beverly Hills 90210 è stata una serie speciale perché, per la prima volta, ha portato in televisione gli adolescenti per quello che erano, affrontando temi come droga, alcool, sessualità, AIDS.

Ricordate? La storia inizia con i due fratelli gemelli Walsh, Brandon e Brenda, che si trasferiscono con i genitori da Minneapolis a Beverly Hills, il quartiere VIP di Los Angeles: lì si trovano di fronte a un mondo nuovo, da una nuova scuola a nuove amicizie.

Brenda si innamora di Dylan McKay, ragazzo ricco che non riesce a stare lontano dai guai: a sua volta, la giovane dimostra di essere ribelle e combattiva e confesso che, pur con varie differenze, mi rivedevo in lei e in quella sua malcelata insofferenza verso le regole.

Ecco perché, quando ho letto della malattia che ha colpito Shannen Doherty, colei che ha dato volto, corpo e spessore a Brenda, sono rimasta molto colpita.

In agosto 2015, l’attrice aveva rivelato di avere un cancro al seno: la diagnosi, aveva spiegato, è purtroppo arrivata in ritardo, cosa che non le ha fatto perdere la voglia di combattere. Anzi, al contrario.

A distanza di un anno, Shannen ha pubblicato alcune fotografie molto forti sul suo profilo Instagram (ne vedete una parte qui sopra): davanti allo specchio e con le forbici in mano, procede al taglio della sua chioma prima di iniziare un nuovo ciclo di terapie.

A sostenerla ci sono gli affetti e gli amici di sempre: il suo corpo trasmette fragilità, per un attimo si vede in lei grande smarrimento, eppure non si rassegna e, quanto alla mastectomia, ho letto una sua dichiarazione che non ha bisogno di commenti.

«Sono solo seni. Preferisco vivere e invecchiare con mio marito.»

Viviamo un momento storico e sociale in cui molte delle nostre certezze stanno inesorabilmente vacillando, un momento in cui il mondo sta subendo profondi e probabilmente irreversibili cambiamenti: per la mia generazione, la malattia di Shannen segna un’ennesima perdita di quella spensieratezza e di quel senso di fiducia nel futuro che io stessa ho avuto la fortuna di vivere fino agli anni ′90 e che ha subito un duro colpo dopo l’11 settembre 2001 con l’attentato al World Trade Center di New York.

Così come Beverly Hills 90210 ha segnato un punto di svolta, un prima e un dopo, Shannen e la sua battaglia contro il cancro segnano (purtroppo) una divisione similare: segnano il risveglio da un sogno, quello secondo il quale noi ragazzi di allora eravamo convinti di possedere il futuro tanto da poterlo gestire in piena autonomia e in assoluta libertà, senza che nulla avesse il potere di interferire o fermarci.

Non era così, non del tutto, almeno: non siamo invincibili e credo che ogni generazione abbia vissuto questo passaggio e questa disillusione, in un modo o nell’altro.

Shannen (che ha avuto una vita da ribelle almeno quanto il suo personaggio più famoso) non è certo la prima ad ammalarsi; la differenza è che lei è stata una di quelle icone popolari di cui parlavo in principio, quelle che eleggiamo a simbolo dei nostri sogni e che poi vediamo cadere. E, oggi, sta pagando un conto salatissimo in cambio di tale consapevolezza, sua e nostra.

Eppure, non ho intenzione di fare di questo post un omaggio lacrimoso, anzi, desidero fare il contrario.

Guardando la Shannen di oggi, rivedo esattamente la Brenda di Beverly Hills 90210, come se non fosse passato nemmeno un giorno da quegli anni.

Ha lo stesso sguardo forte e fiero e, attraverso il coraggio di condividere il suo dramma, capisco che è davvero come io e i miei coetanei la vedevamo allora: è una combattente.

E allora io dico forza, Shannen.

Continua a dimostrarci che, oggi, possiamo vincere una nuova lotta importante quanto quella che abbiamo combattuto per affermare la libertà di amare chi volevamo, di scegliere i nostri amici, la scuola da frequentare, il lavoro da fare, il luogo in cui vivere. Sbagliando, magari, ma sempre in prima persona e sempre con il cuore.

Io sono con te e ti auguro che tu possa vincere la battaglia più importante di tutte, quella per la vita.

Perché se ci sbagliavamo sul fatto di essere invincibili, continuo a credere che invece non ci sbagliavamo sulla cosa più importante: possiamo agire e non subire, possiamo provare a lottare e non ad aspettare, seduti e rassegnati. In tutto, in ogni cosa.

Non desidero aggiungere altro se non che potete seguire e sostenere Shannen Doherty attraverso il suo profilo Instagram (io credo che la solidarietà, anche quella della rete, conti).

Quando lo aprirete, troverete queste parole: «My life and journey told thru the art of photos. It’s not all pretty, but it’s mine».

Ovvero «La mia vita e il mio viaggio raccontati attraverso l’arte della fotografia. Non è tutto bello, ma è mio».

Manu

 

 

Questo post è dedicato alla memoria di Simona.
Aveva la stessa età di Shannen e, pochi giorni fa, ha perso la lotta contro il cancro al pancreas.
Sit tibi terra levis, Che la terra ti sia lieve.

 

 

Ceramiche Tasca, incontrare le Teste di Moro a Vittorio Veneto

Oggi desidero narrarvi una di quelle storie che iniziano con la classica formula “C’era una volta”.
Si tratta di un mito appartenente alla tradizione di una regione meravigliosa, la Sicilia.
La Sicilia ha subito molte dominazioni, dai Greci ai Romani, dai Mori ai Normanni, dagli Angioini agli Spagnoli passando per i Borboni: ognuno di questi popoli ha lasciato tracce nei costumi dell’isola.
La storia della quale desidero parlarvi è relativa al periodo della dominazione dei Mori: essi instaurarono un Emirato che durò 264 anni, dall’anno 827 con lo sbarco di Mazara del Vallo fino all’anno 1091 con la caduta di Noto.
La leggenda è ambientata a Palermo (Balarm in arabo), designata capitale in quanto residenza dell’Emiro: siamo sul finire del periodo della dominazione e ci troviamo in quello che è oggi il quartiere Kalsa (nome che deriva sempre dall’arabo, da al Khalisa che significa la pura o l’eletta).
Lì viveva una bellissima fanciulla “dalla pelle rosea paragonabile ai fiori di pesco al culmine della fioritura e un bel paio di occhi che sembravano rispecchiare il bellissimo golfo di Palermo”: la ragazza trascorreva le giornate occupandosi delle piante del suo balcone fino a quando, un giorno, si trovò a passare da quelle parti un giovane Moro che, non appena la vide, subito se ne invaghì e decise di averla a tutti i costi.
Senza timore né indugio, l’uomo entrò in casa della ragazza e le dichiarò il suo amore: lei, colpita da tanto ardore, ricambiò il sentimento.
Ma ben presto, purtroppo, la sua felicità svanì: venne infatti a conoscenza del fatto che il suo amato l’avrebbe presto lasciata per ritornare in Oriente dove l’attendeva una moglie con un paio di marmocchi (tutto il mondo è paese e certe storie si ripetono all’infinito dalla notte dei tempi).
Fu così che la fanciulla attese il calare delle tenebre: non appena il Moro cadde addormentato, lei lo uccise tagliandogli la testa.
Cosa fece della testa? Ne ricavò un vaso nel quale piantò del basilico e mise il tutto in bella mostra sul balcone: in questo modo, non potendo più andar via, l’incauto Moro rimase per sempre con lei.
Il basilico crebbe rigoglioso e destò l’invidia di tutti gli abitanti del quartiere che, per non essere da meno, si fecero costruire appositamente dei vasi di terracotta a forma di Testa di Moro.
Ancora oggi, sui balconi siciliani, si possono ammirare vasi a forma di Teste di Moro (o Teste di Turco): di pregevole fattura, sono in ceramica dipinta a mano e raffigurano il volto di un uomo accompagnato da quello di una giovane donna.
Cosa insegna la storia che vi ho raccontato? Agli uomini insegna a non scherzare con i sentimenti di una donna innamorata (soprattutto se siciliana) e a non tradire (per quanto i fedifraghi appartengano in egual misura all’uno e all’altro sesso, sia ben chiaro); a noi donne insegna invece a non accontentarci degli uomini delle altre e a sceglierne uno per il quale diventare l’unico amore.
La mia famiglia ha origini siciliane (mio papà, tra l’altro, è originario proprio di Noto, città che ho citato in principio) e dunque conoscevo la storia del Moro (per sommi capi) fin da piccina: eppure, dovevo andare fino a Vittorio Veneto (bella città in provincia di Treviso e dunque dall’altra parte della nostra splendida Italia) per approfondire la leggenda e per portarmi a casa due autentiche Teste di Moro nonché degli splendidi orecchini – li vedete qui sopra – anch’essi ispirati alla leggenda.
Direte voi, giustamente: spiegaci cosa c’azzecca Vittorio Veneto con la Sicilia. E come faccio a definire autentici i miei acquisti?
Prima di tutto, mi trovavo a Vittorio Veneto per la bellissima manifestazione Tutti in Strada in via Caprera della quale ho già parlato (e della quale parlerò ancora); tra gli incontri che ho fatto lì, c’è stato anche quello con la famiglia Pulvirenti, proprietaria di un’azienda di ceramiche artistiche situata a Caltagirone.
Caltagirone è un comune del catanese: ricco di chiese, pregevoli palazzi e ville settecentesche, il suo centro storico è stato insignito nel 2002 del titolo di Patrimonio dell’Umanità da parte dell’UNESCO. La città è famosa per la produzione della ceramica, attività sviluppatasi nei secoli a partire dai tempi degli antichi Greci.
Ceramiche Artistiche Tasca è uno dei laboratori artigianali che si trovano in città e può contare sulla trentennale esperienza del Maestro d’Arte Nunzio Pulvirenti, ceramista, pittore e restauratore: quest’estate, i Pulvirenti saranno presenti con un atelier proprio a Vittorio Veneto. Una sorta di gemellaggio, insomma.
Il laboratorio Tasca gode del riconoscimento ufficiale del comune di Caltagirone ed espone in varie fiere nazionali e internazionali: offre prodotti rigorosamente fatti a mano, dai pavimenti con splendide riproduzioni di decori secolari ai tavoli in pietra lavica (basalto dell’Etna ceramizzato).
E, naturalmente, produce meravigliosi vasi in ceramica, incluse le Teste di Moro declinate anche in piccoli monili completati da pietre dure: oltre alle testine, compaiono le ruote di carretto e le pale di fico d’India, altri simboli caratteristici siciliani. In aggiunta agli orecchini, ci sono le collane, sautoir in pietra dura dove le ruote diventano il pendente.
Il bello è che il laboratorio dei Pulvirenti riesce a coniugare passione, produzione di grande valore estetico e di notevole qualità nonché prezzi assolutamente ragionevoli e onesti (anche grazie alla vendita diretta). Ecco perché mi sono innamorata delle loro creazioni fino a decidere di portarle qui nel blog oltre che a casa: penso che ci siano incontri che sembrano apparentemente determinati dal caso o dalla fortuna ma forse, in realtà, sono voluti dal destino. O – come direbbe qualcuno – è la legge dell’attrazione a favorirli?
A questo punto, se volete anche voi le Teste di Moro firmate Tasca / Pulvirenti, avete ben quattro diverse possibilità: andare a Vittorio Veneto (via Caprera); andare a Caltagirone (via Scuola Agraria 27); scrivere all’indirizzo e-mail ceramichetasca@tiscali.it; contattare il numero 366 4454506 oppure 093 35 14 56 e chiedere di Maria.
Ditele pure che vi mando io: questo invito fa un po’ stereotipo Sicilia bedda, me ne rendo conto (e io detesto gli stereotipi), ma visto che parliamo di bellezza, arte e cultura… perdonatemi, per questa volta :lol:

Manu

P.S.: Nel frattempo… qui trovate il giovane e talentuoso Dario Pulvirenti di Ceramiche Tasca intento a dare una piccola dimostrazione per la gioia di grandi e piccini. Succedeva a Vittorio Veneto lo scorso 17 luglio.

Giulia Barela e i gioielli che ci portano in fondo al mare

Il mio primo incontro con Giulia Barela risale a due anni fa.

Mi trovavo a Vicenza e camminavo tra gli stand della manifestazione Origin Passion and Beliefs: fui magneticamente attratta dai suoi gioielli sospesi tra natura, arte e architettura. Queste tre passioni si intrecciano continuamente e costantemente nell’universo di Giulia che vive e lavora a Roma, città simbolo di bellezza universale ed eterna.

Ci siamo poi riviste in più di un’occasione al White, il salone milanese: pur avendo fatto varie chiacchierate e pur avendo fotografato diverse volte i suoi pezzi, fino a oggi non avevo avuto la possibilità di dedicarle un post (benedetto tempo che non mi basta mai). Oggi, finalmente, scrivo di lei con grande piacere.

Permettetemi di iniziare raccontando qualcosa a proposito del suo percorso che risulta significativo per comprendere il suo lavoro e le sue creazioni.

Giulia Barela è infatti approdata al mondo della gioielleria attraverso esperienze assai diverse tra loro: una laurea in giurisprudenza, un’intensa formazione tra Roma e Londra e, in seguito, un lavoro di prestigio nell’ambito delle relazioni internazionali.

Successivamente, è nata in lei la consapevolezza di volere realizzare un progetto molto più personale, partendo da una grande passione che fa da sempre parte della sua vita, ovvero i gioielli posseduti e indossati dalle tante donne della sua grande famiglia. Grazie a un innato talento, Giulia ha iniziato a disegnare monili e a farli realizzare: poi, il disegno non le è più bastato e ha deciso di imparare la tecnica della fusione a cera persa. Leggi tutto

La Terrazza sui Fieschi e l’appassionata cultura dell’ospitalità

Provo da sempre grande passione per i viaggi e credo che tale passione sia direttamente proporzionale alla mia curiosità e alla sete di conoscenza che pare scorrermi nelle vene insieme al sangue.
Quand’ero molto giovane, pensavo che i migliori viaggi di conoscenza fossero quelli molto lontani dalla realtà quotidiana; con gli anni, ho imparato che, in verità, si possono fare viaggi di grande scoperta anche a pochi chilometri da casa e che non è affatto necessario recarsi dall’altra parte del mondo.
Un’altra cosa che ho imparato grazie ai viaggi è a guardare con occhi diversi questo nostro Paese. Sono tra coloro che guardano l’Italia con affetto e che pensano – con una certa malinconia, lo ammetto – che non le mancherebbe nulla per essere un luogo assolutamente ideale nel quale vivere.
Posso dirvi che sento ancora più mie queste considerazioni dopo un paio di giorni appena trascorsi in Liguria: mi sento più ricca e rigenerata come riesco a sentirmi solo dopo le belle scoperte e i veri viaggi e penso una volta di più che alla nostra Italia non manchi niente, anzi, al contrario, che abbia inestimabili tesori e risorse.
Ho già parlato in precedenti post del grande amore che sento per la Liguria, regione che vivo come una seconda casa subito dopo la Lombardia: non conto più i soggiorni in questa splendida terra e stavolta desidero spendere qualche parola a proposito del luogo in cui io e mio marito Enrico abbiamo alloggiato.
Il posto si chiama La Terrazza sui Fieschi ed è un bel bed and breakfast di proprietà di una simpaticissima coppia, Fulvio e Paola: a loro si deve il merito di alcune considerazioni che ho fatto e che ora desidero condividere. Leggi tutto

Yezael by Angelo Cruciani: Pink Power sulla SS 2016

Molte persone sostengono che il bello di avere un’idea risiede anche nella possibilità di poterla cambiare o di vederla evolvere.
Ho passato metà della mia vita – la prima, quella da adolescente impetuosa – a essere ciò che oserei definire un’integralista delle opinioni; ora, nella seconda fase – quella di donna ormai matura, almeno dal punto di vista anagrafico – sto in effetti riscoprendo la bellezza che non conoscevo fin quando sono stata solita dividere ogni cosa tra bianco e nero senza vedere le sfumature.
Per questo, oggi, quando ascolto le opinioni di qualche giovane testa impetuosa esattamente quanto lo era la mia, cerco di non prendermela per sentenze a volte taglienti se non offensive; cerco di sorridere e lo faccio con un filo di imbarazzo, rendendomi conto solo ora di quanto, probabilmente, all’epoca sono apparsa come un giovane, inesperto e cocciutissimo mulo.
Eppure, a discolpa mia e di quei giovanissimi che sono come me, posso citare una frase che mi ripeteva spesso mia mamma quando, paziente, ascoltava le mie idee intemperanti: il fuoco non scotta fino a quando sono gli altri a dirtelo. Ovvero, per capire certe cose devi provarle sulla tua pelle.

Perché questo esordio?
Perché oggi vi parlo di moda uomo e questo è un argomento sul quale il mio pensiero è costantemente in evoluzione. È un territorio sul quale mi riservo la facoltà di cambiare idea.

Mi spiego meglio.

Ricordo di aver scritto in un post – a proposito di Julian Zigerli e Alessandro Dell’Acqua – di non apprezzare le mezze misure applicate al guardaroba, soprattutto a quello maschile.
A me piace quel tipo di moda che continua la grande tradizione sartoriale oppure apprezzo la moda d’avanguardia e chi osa; ciò che sta in mezzo, per come la vedo io, è solo noia.
Visto che penso che la moda sia linguaggio e comunicazione, credo che stare a metà tra le due scelte crei un territorio in cui regna la confusione: detesto quando una collezione comunica un senso di pretenziosità immotivata, così come detesto se trasmette un messaggio del tipo vorrei ma non oso.
Ciò che è certo è che occorre coraggio per entrambe le opzioni: se si segue la strada tracciata dai grandi sarti, si accetta un confronto che può risultare rischioso; se si decide di rompere con la tradizione, si tenta di scrivere nuovi codici che spesso risultano di non facile comprensione, soprattutto nell’immediato. Leggi tutto

NOWGenerations, la moda priva di limiti temporali e generazionali

Sono ancora malinconica per la scomparsa di Bill Cunningham, autentica icona e protagonista del mio post precedente.

Pensando a lui, oggi più che mai, ho voglia di dare spazio al talento, alla passione, alla bellezza.

E allora credo che sia il giorno giusto per parlarvi dell’esperienza che ho avuto la fortuna di vivere lo scorso 10 giugno quando Accademia del Lusso, scuola di moda e di design, ha presentato il fashion show 2016, ovvero la sfilata che chiude l’anno accademico: cornice suggestiva e avveniristica dell’evento è stata Piazza Città di Lombardia a Milano.

Lo show – intitolato NOWGenerations – è stato preceduto da lunghi mesi di preparazione nonché da un contest che ha premiato i 18 migliori allievi ai quali è stata data la possibilità di presentare una piccola collezione di 3 look ciascuno.

Non è il primo anno che seguo la sfilata di AdL: feci lo stesso lo scorso anno, ma stavolta lo show ha avuto un sapore ancora più particolare in quanto ho terminato il mio primo anno di docenza proprio presso tale scuola con la cattedra di Fashion Web Editing.

È stato un anno molto impegnativo durante il quale mi sono messa alla prova: posso affermare che la prima sfida di chi desidera insegnare è sicuramente quella da vivere con sé stesso e il successo più grande è quello di riuscire a trasmettere veramente qualcosa, a lasciare un segno. Sarà il tempo a dire che tipo di insegnante io sia, ma intanto posso dirvi che, visto che sono una persona che mette cuore e passione in ogni singola cosa che fa, quest’anno ho sentito ancor di più l’emozione dello show in quanto, durante tutti questi mesi, ho potuto vivere l’atmosfera della scuola dall’interno. Leggi tutto

A loving tribute to the great photographer Bill Cunningham

Bill Cunningham alla sua scrivania nella redazione del New York Times

Ho saputo della morte di Bill Cunningham navigando su Instagram: era circa l’una di notte di sabato scorso, la notizia era appena trapelata e il social network si è rapidamente riempito di foto in suo ricordo.
Mi si è gelato il sangue perché quest’uomo di 87 ani era uno dei miei miti. Non solo per quanto riguarda la moda, ma molto più in generale.
Quella notte, ho spento la luce attorno alle tre: non mi davo pace e forse speravo fosse uno scherzo di pessimo gusto.
Non lo era e oggi, a distanza di una settimana, desidero rendere omaggio a questo grande uomo, un piccolo tributo un po’ più organizzato delle prime parole da me pubblicate su Instagram quella notte.

Sebbene non abbia bisogno di presentazioni – e tanto meno della mia – desidero raccontare alcune cose a proposito di Bill Cunningham.
Era nato nel 1929 ed è stato uno dei più famosi fotografi di moda americani: per 40 anni ha realizzato fotografie e ha commentato le nuove tendenze sia delle passerelle sia delle strade dalle pagine del New York Times.
Aveva iniziato la sua carriera disegnando e realizzando cappelli, una passione nutrita fin da bambino, poi iniziò a lavorare come giornalista di moda per Women’s Wear Daily (WWD) dove però litigò con il direttore John Fairchild su chi fosse il migliore stilista tra Yves Saint Laurent e André Courrèges. Fairchild propendeva per Saint Laurent e Mr. Cunningham volle mantenere la sua libertà: non accettò che gli fosse impedito di scrivere di Courrèges e dunque lasciò WWD.
In seguito, collaborò con il Chicago Tribune e con la rivista Details: nel 1966, il fotografo David Montgomery gli portò una macchina fotografica da pochi dollari dicendogli di usarla come se fosse un taccuino per appunti. Bill Cunningham lo prese in parola.
La collaborazione con il New York Times iniziò negli anni ’70 e nel 1978 ottenne una rubrica tutta sua: senza sapere chi fosse, fotografò una donna in strada. La donna aveva attirato la sua attenzione per una stola di pelliccia di nutria: era l’attrice Greta Garbo, allora 73enne, e quello scatto fu il punto di partenza della rubrica On the street.
Bill Cunningham era anche considerato un simbolo della città di New York: poteva infatti capitare di vederlo scattare foto ai passanti perché frequentava sì le sfilate e le cene di gala (alle quali si recava solo per lavorare e mai per prenderne parte, come racconta anche Jacob Bernstein in un bellissimo articolo per il New York Times) ma frequentava anche e soprattutto le strade cittadine dove fotografava chiunque indossasse qualcosa di bello.
Nel mondo della moda – un mondo bizzarro, occorre ammetterlo, e spesso con leggi tutte sue – era noto a tutti ed era molto apprezzato nonostante avesse un carattere schivo e vivesse in modo isolato, caratteristica che di solito non aiuta chi voglia lavorare in tale ambito.
Pensate che Anna Wintour, direttrice di Vogue, ha più volte detto “We all get dressed for Bill”, ovvero “Ci vestiamo pensando a Bill”. Lei, la temutissima imperatrice della moda.

Sul New York Times, Bill Cunningham aveva due rubriche, quella che ho già citato, ovvero On the Street, e Evening Hours.
La prima raccoglieva fotografie scattate per le strade di New York e assemblate in modo tale da mostrare le ultime tendenze da lui individuate; l’altra rubrica era invece dedicata alla vita mondana newyorkese. Leggi tutto

Brexit, i miei pensieri tra sogni europeisti e british icon

Brexit… Leave or Remain? That is the question! (credit NextQuotidiano)

Non sono un’esperta né di politica né di economia: cerco di seguire entrambe perché mi interessano, ma la verità è che le notizie connesse spesso mi lasciano perplessa o disorientata.
Sulle questioni sociali sono molto decisa: se si tratta di condannare tragedie come gli omicidi di genere o di schierarmi per garantire uguaglianza di diritti a tutti, sono determinata e inflessibile, mentre su tante questioni politiche ed economiche sono dubbiosa e mi è più difficile farmi un’opinione definitiva e prendere una posizione assoluta.

Tutti sanno che il 23 giugno il Regno Unito ha votato sulla Brexit, ovvero l’uscita dall’Unione Europea.
Tutti sanno anche quale sia stato l’esito del referendum: il Leave ha prevalso con il 51,9% dei voti. I britannici che hanno votato Leave sono stati 17.410.742; il fronte Remain ha ottenuto 16.141.241 voti.
La Scozia, l’Irlanda del Nord e Londra hanno votato largamente per il Remain; il Leave ha prevalso nel resto d’Inghilterra e in Galles. Insomma, altro che… regno unito!

In parole povere, sarà Brexit, ovvero il Regno Unito lascerà l’UE.
E, intanto, gli effetti – tutti negativi, al momento – si fanno sentire.
La sterlina è andata a picco, Borse e mercati finanziari sono andati in rosso in tutto il mondo. Da giovedì scorso, regna una sensazione di incertezza per il futuro, soprattutto in campo economico.
David Cameron, il primo ministro britannico, si è dimesso.
L’Europa sta rispondendo a muso duro: Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione Europea, seguita a ribadire la volontà di iniziare immediatamente i negoziati con Londra (che temporeggia) in vista della Brexit.
Pare che Scozia e Irlanda del Nord siano decise a non seguire la maggioranza inglese nel divorzio da Bruxelles e si parla di referendum (in Scozia) per sancire il divorzio.
Intanto, i pentiti del Leave aumentano e qualcuno chiede che il referendum venga ripetuto.
È un bel disastro, insomma, un autentico terremoto che scuote non solo il Regno Unito e non solo l’Europa.

Ecco, questa è una di quelle questioni politiche ed economiche molto ingarbugliate e nella quale ci sono infinite variabili: lascio le analisi profonde a chi se ne intende, tuttavia vorrei esprimere tre pensieri abbastanza precisi, soprattutto dal punto di vista sociale e culturale. Leggi tutto

Artistar Jewels 2017, A.A.A. talento cercasi

Talento. Credo che sia la parola più ricorrente qui in casa A glittering woman.

Amo il talento e mi piace la definizione che Treccani ne dà: “Ingegno, predisposizione, capacità e doti intellettuali rilevanti, specialmente in quanto naturali e intese a particolari attività”.

Il talento, dunque, è dote: ci si nasce, se ne è naturalmente provvisti e se non c’è non si può imparare in quanto è un’inclinazione profonda e radicata. Non può essere imitato o riprodotto o simulato o comprato – e lasciatemi aggiungere per fortuna, in un’epoca in cui troppe cose possono essere imitate, riprodotte, simulate, comprate.

Certo, tale dono può poi essere vissuto in vari modi: può essere coltivato, messo a buon frutto oppure può andare sprecato. C’è chi sa farne buon uso e chi meno: c’è chi parte con un piccolo talento e riesce a renderlo degno di nota e successo; c’è chi parte con un grande talento e, al contrario, lo mortifica.

Forse non tutti sanno, però, che il talento, in origine, era… una bilancia: ebbene sì, l’accezione attuale di abilità, ingegno, inclinazione trae origine dal greco tàlanton, che significa, appunto, bilancia.

Come spesso accade, con il trascorrere del tempo, tàlanton assunse un significato estensivo andando a indicare anche il peso che si metteva sulla bilancia; dall’idea di peso e sempre per estensione, lo stesso termine passò a identificare l’oggetto pesato e, infine, la maggior moneta pesata. Perché? Perché anticamente il valore delle monete era determinato dal peso effettivo del metallo: tàlanton diventò così la moneta di maggior valore.

L’ulteriore evoluzione verso un senso squisitamente metaforico si fa risalire al Vangelo e alla nota “Parabola dei talenti” (Matteo 25, 14-30) nella quale alcuni talenti (ovvero le monete) vengono affidati da un signore ai suoi tre servi. Sappiamo tutti come la parabola prosegue: i primi due uomini fanno fruttare le monete, il terzo tiene il suo senza farne nulla, scava una buca in terra e lo nasconde. Quando torna, il padrone ha parole lusinghiere per i primi due e di rimprovero per il terzo, togliendogli anche il talento che gli aveva dato.

Et voilà: quei talenti sono il simbolo dei doni dati da Dio all’uomo e da semplice monete diventano metafora di capacità intellettuale che – come sostengo anch’io – deve però essere messa a buon frutto, deve essere fatta circolare e non deve essere sprecata.

In definitiva, il talento deve andare a braccetto con altre doti, tra le quali la creatività e l’impegno. E, vista la mia convinzione a proposito del fatto che vada sostenuto, incentivato e aiutato, oggi presento l’ennesima iniziativa volta a mettere in luce il talento, in questo caso nel campo del gioiello.

Riparte infatti Artistar Jewels, appuntamento che porterà alcuni tra i protagonisti del gioiello contemporaneo all’interno di una prestigiosa cornice nel cuore di Milano: dal 23 al 26 febbraio 2017, Palazzo Giureconsulti ospiterà la manifestazione per la prima volta, portandola a due passi dal Duomo. Leggi tutto

Mikky Eger: i suoi gioielli e l’esperienza come sua allieva

Alcuni giorni fa, ho pubblicato su Instagram una foto con il mio pensiero a proposito della passione.

Credo che la passione, quella vera, chieda moltissimo prima ancora di dare: porta notti insonni, fa saltare i pasti, sconvolge tutti i ritmi, chiede impegno e devozione, riesce perfino a strappare delle lacrime, scompiglia e mette in dubbio tante cose, tante certezze. Mette in dubbio perfino l’idea che una persona può avere di sé stessa.

Eppure, riesce poi a rendere tutto mille volte tanto, con gli interessi.

Credo anche che tutto ciò sia particolarmente vero per le passioni che portano a creare qualcosa e che presuppongono una buona dose di talento: posso elencare l’arte, l’architettura, la fotografia, la moda, la gioielleria, la cucina, giusto per fare qualche esempio.

E oggi, desidero parlarvi di passione, creatività e talento applicati all’arte orafa: mi fa piacere condividere con voi la storia di Mikky Eger e la bellissima esperienza che ho potuto vivere grazie a lei.

Micaela detta Mikky è nata in Germania, precisamente ad Amburgo, ma si è trasferita a Milano all’inizio degli anni ‘90 per dedicarsi al design di moda: ha attraversato tutti gli ambiti della creatività disegnando, tra l’altro, tappeti e linee di calzature, inclusa una collezione di sandali ideata durante un viaggio tra le isole dell’Egeo. La sua attività si è poi rivolta al visual merchandising, alla vetrinistica e al set design.

Tra le sue esperienze in questo settore, cito la collaborazione con Swatch (per la quale ha disegnato per diversi anni i sistemi visual per i punti vendita) e quella con MTV (è stata set designer coordinando le ambientazioni della trasmissione Sushi con Andrea Pezzi). Leggi tutto

Bakarà, dalla Sicilia al mio armadio passando per Instagram

Per curiosità personale (caratteristica che mi accompagna da sempre) e per esigenze lavorative, uso il web per informarmi, per studiare e per fare ricerca.

Passo in rassegna centinaia se non migliaia di immagini, vaglio nomi, persone, volti, marchi, prodotti alla ricerca del dettaglio che mi colpisca, che attiri la mia attenzione distinguendosi e catturando il mio cuore.

Sono talmente abituata a fare questo vaglio ed è cosa talmente naturale che a volte non smetto nemmeno nei momenti di relax, magari alla sera, sul divano, iPad alla mano.

Una delle risorse che preferisco utilizzare per condurre tali ricerche è Instagram e lo è per due motivi: se vedo qualcosa che mi piace ho l’opportunità di entrare in contatto veloce e diretto col marchio che mi interessa; è uno strumento sufficientemente democratico, nel senso che si trovano account con milioni di follower così come piccoli account con pochi seguaci e, magari, cose splendide. Tutti possono aprire un account su Instagram, tutti possono farne la propria vetrina: è facile e immediato e si può incontrare chi, come me, usa questo social come un mare nel quale fare una buona pesca (e questo è un suggerimento affettuoso che mi permetto di dare a tutti i creativi che stanno leggendo).

A volte, dunque, finisco con il contattare chi suscita il mio interesse e lo faccio – diciamo così – in via ufficiale, presentandomi e raccontando del mio lavoro da editor; a volte, invece, procedo in incognito, segretamente e silenziosamente.

Perché? Non esiste un criterio preciso e sempre valido, diciamo che entrambi i casi possono dipendere da un mix di motivi: questione di naso, sensazioni, gusto personale, umore del momento, tempo a disposizione e via discorrendo.

A volte faccio dei test o degli esperimenti, lo confesso, e, visto che non sono certa al 100% circa il buon esito, preferisco agire con molta discrezione. Oppure, molto semplicemente, vedo una cosa, me ne innamoro e decido di tenerla per me. Egoista? Forse, ma neanche una editor pur molto appassionata, in fondo, può sempre privilegiare l’aspetto lavorativo. Giusto? Leggi tutto

Tutti in strada in via Caprera e… non dimenticate il cappello!

Più passano gli anni e più mi convinco che essere nata in Italia sia una fortuna.

Mentalmente e moralmente, sono una cittadina del mondo: mi sento a casa in molti luoghi e amo immensamente viaggiare e scoprire, tuttavia credo che proprio questo amore nonché la capacità di cogliere e apprezzare il bello siano cresciuti in me grazie al fatto di essere nata nel Bel Paese. Credo che avere natali italiani sia un valore aggiunto che si porta con sé per tutta la vita e del quale occorre essere grati.

È vero, il nostro Paese ha infiniti problemi, ma è anche ricco di una storia e di una cultura che, se solo sapessimo valorizzarle nel modo giusto, potrebbero essere la chiave per risolvere qualsiasi questione. Lo Stivale è pieno, da Nord a Sud e viceversa, di centinaia di luoghi dove si celebra e si onora la nostra preziosa eredità culturale attraverso eventi e iniziative che uniscono antico e nuovo.

Oggi desidero parlarvi di un luogo che ha trovato proprio nella divulgazione di cultura, arte e bellezza la strada per prolungare un passato glorioso: si tratta di una città che si trova in provincia di Treviso e il cui nome è Vittorio Veneto.

Vittorio Veneto è il luogo in cui si è svolto un episodio storico decisamente importante per tutta la nazione e non solo: vi si combatté infatti l’omonima battaglia durante la Prima Guerra Mondiale, tra il 24 ottobre e il 4 novembre 1918. La vittoria dell’esercito italiano su quello austro-ungarico ebbe come conseguenza la resa austriaca e la fine della guerra.

Da allora sono passati quasi 100 anni e ora Vittorio Veneto si fa conoscere per altre cose, per esempio per una bella manifestazione che si chiama Tutti in strada in via Caprera.

Avrete già immaginato che via Caprera è una strada della città: come racconta un signore di nome Gino, memoria storica del quartiere, una volta ogni edificio della via ospitava un’attività economica. Alla mattina, artigiani e commercianti scendevano le scale di casa e aprivano bottega: si contavano 8 sarti, 3 calzolai, 1 zoccolaio, molti falegnami e poi venditori di vino e osterie, insomma, tutte le attività che potevano servire alla vita di una comunità.

La via fungeva da crocevia tra le borgate: ancora oggi è sede di una vivace comunità e sta riscoprendo il piacere di vivere la strada.

Arte, storie, mestieri di una volta, ma anche giochi e intrattenimento per grandi e piccini: dal 2013, ogni estate per un weekend, via Caprera diventa un grande laboratorio di idee e fantasia, dove le osterie offrono il miglior ristoro per accompagnare i visitatori alla riscoperta di un antico quartiere della città di Vittorio Veneto. Ecco spiegata in poche parole la manifestazione.

Tutti in strada in via Caprera ha favorito nuove amicizie e consolidato le antiche, ha dato nuovi stimoli a osti, commercianti e artigiani che hanno scelto questa via per la loro attività: non solo, la manifestazione propone arte e bellezza attraverso dei concorsi e promuove la solidarietà grazie a delle aste benefiche. Leggi tutto

Feeling like a princess, la quotidianità del lusso secondo MAD Zone

Un paio di settimane fa, ho pubblicato un articolo dedicato a MAD Zone, la creatura di Tania Mazzoleni.

Creatura è il termine giusto, credetemi: MAD Zone è uno spazio vivo, un po’ negozio, un po’ salotto (nel senso più autentico del termine), un po’ laboratorio di moda, arte e design.

L’avevo descritto come “in continua evoluzione”: sono tornata mercoledì scorso per un vernissage e ho avuto la prova che è davvero così, lo store cambia e si evolve continuamente proprio come una creatura vivente.

Ho trovato un allestimento completamente diverso rispetto alla mia precedente visita, sorprendente e – ancora una volta – favoloso: Tania ha infatti pensato che MAD Zone dovesse celebrare l’estate con un evento molto speciale intitolato Feeling like a princess, la quotidianità del lusso.

La volontà dell’iniziativa è quella di rappresentare il mondo del lusso contemporaneo come la possibilità di riconoscere e portare con sé la bellezza ogni giorno, con eleganza, naturalezza e un tocco di ironia: Tania ha voluto mettere in scena l’idea di una moderna principessa, anticonvenzionale e dalla personalità dirompente, e l’ha fatto attraverso le creazioni oniriche e visionarie della stilista inglese Mihaela Teleaga, attraverso lo storico marchio di borse e accessori Leu Locati e attraverso le opere del ritrattista e illustratore Roberto Di Costanzo.

Visto che l’idea di lusso contemporaneo di MAD corrisponde anche alla mia, sono felice di condividere con voi racconto e foto del vernissage di mercoledì 8 giugno. Leggi tutto

Urbex Pavia, viaggio nell’anima delle aree dismesse

Il racconto di oggi parte da lontano, precisamente dal 22 febbraio 2013. Un venerdì.

Lo ricordo con tanta precisione perché mi trovavo nel pieno di una Settimana della Moda piuttosto movimentata; ricordo altrettanto bene che c’era un tempo davvero terribile e che dal cielo veniva giù un miscuglio gelido fatto di pioggia e neve.

Di quella giornata, a distanza di anni, restano questi ricordi e, soprattutto, ne resta uno preciso, nitido come se fosse successo ieri: una persona, amica e fotografa, d’un tratto mi guarda e mi dice di stare ferma. Io protesto debolmente, ho freddo e sono stanca, ho il trucco mezzo sfatto, i capelli ammosciati da un berrettone di lana: mi nascondo un po’ dietro la maxi sciarpa su cui ho appuntato uno dei miei gioielli-feticcio, un’enorme spilla vintage firmata Larry Vrba, designer che adoro. Nascondo metà volto, eppure guardo dritto nell’obiettivo. E lei scatta.

Ne è uscita una foto che continua a togliermi il fiato, oggi come allora: quasi sempre detesto le foto che mi ritraggono, non mi piaccio mai ma, con quella immagine scattata senza particolare studio, Marcella Milani – così si chiama l’amica fotografa – è riuscita a cogliere tutta la mia essenza al punto tale che, dopo più di tre anni, quella è la foto che uso per ogni mio profilo social, da Facebook a Instagram passando per Twitter. Non l’ho mai cambiata, perché quella sono davvero e profondamente io.

Marcella ha scattato molte altre foto in cui sono presente, da sola o con altri, prima e dopo quel giorno, e in ognuna mi sono sempre ritrovata e riconosciuta (qualcuna è presente anche qui nel blog), ma quel ritratto è davvero speciale (gli occhi che vi guardano dalla home page in alto a destra sono i miei in un ritaglio di quello scatto).

Se guardo la foto, se guardo in quegli occhi, vedo la mia anima e non mi stupisco.

Sapete perché? Perché Marcella è questo, è una fotografa dell’anima. Leggi tutto

error: Sii glittering, non copiare :-)