Il galateo delle colpe altrui

Una riflessione semiseria sulla nostra curiosa abitudine di chiedere scusa anche quando non abbiamo nulla da farci perdonare – di Marika Sangalli

 

Siamo capaci di chiedere scusa persino ai mobili.

Sbuchiamo da una stanza, centriamo in pieno lo spigolo del tavolo e, mentre cerchiamo di capire se abbiamo ancora tutte le costole, ci esce un «scusa».

Al tavolo.

Che non si è mosso, non ha chiesto permesso e soprattutto non sembra minimamente pentito.

Eppure siamo noi a scusarci.

Il problema è che con i mobili, tutto sommato, ce la caviamo con un livido. Con le persone, qualche volta, il conto è decisamente più salato.

All’inizio nemmeno ce ne accorgiamo. Quel «scusa» ci esce dalla bocca con la stessa naturalezza con cui respiriamo. Scusa se disturbo, scusa se chiedo, scusa se ho un’opinione diversa. A un certo punto impariamo a usarlo anche quando sappiamo benissimo di non aver fatto nulla di male. Diventa una scorciatoia per evitare discussioni, musi lunghi, silenzi interminabili.

Siamo diventate dei parafulmini emotivi. Gli altri tuonano, lampeggiano, scatenano temporali. Noi incassiamo il fulmine e, per buona educazione, chiediamo persino scusa per il maltempo.

A volte sappiamo benissimo di non avere torto. Potremmo rispondere, spiegare le nostre ragioni, persino arrabbiarci.

Ma poi ci fermiamo. Perché conosciamo già quello che potrebbe succedere: una discussione, un silenzio interminabile, qualcuno che si offende e noi che finiamo per sentirci responsabili anche del suo malumore.

Così scegliamo la strada apparentemente più semplice.

«Va bene, hai ragione tu.»

Non perché ci crediamo davvero. Ma perché, in quel momento, mantenere la pace ci sembra più importante che difendere la nostra ragione.

E forse il problema non è nemmeno cedere, qualche volta. I compromessi fanno parte di qualsiasi rapporto.

Il problema comincia quando a farli è sempre la stessa persona.

Quando la tranquillità degli altri diventa una nostra responsabilità e la nostra, invece, sembra non riguardare nessuno.

E poi c’è l’altra parte della faccenda.

Perché a furia di chiedere scusa, qualcuno finisce per abituarsi a riceverle. C’è chi nemmeno se ne accorge e chi, invece, se ne accorge benissimo. E ci prende gusto.

Del resto, avere sempre ragione è una gran comodità. Non richiede autocritica, non comporta discussioni con la propria coscienza e, soprattutto, permette di dormire sonni tranquilli. Tanto, al mattino, ci sarà sempre qualcuno pronto a chiedere scusa anche per gli incubi degli altri.

E così rischiamo di instaurare una strana forma di convivenza: uno sbaglia, l’altra si scusa. Uno alza la voce, l’altra abbassa la propria. Uno pretende, l’altra comprende.

Un’organizzazione impeccabile. Peccato che funzioni soltanto per uno dei due.

Ci hanno insegnato a essere educate. A non alzare la voce, a comprendere le ragioni degli altri, a chiedere scusa quando sbagliamo. Fin qui, tutto bene. Il problema è che abbiamo preso la faccenda talmente sul serio che, quando qualcuno ci pesta i piedi, siamo capaci di chiedergli scusa per avergli sporcato le scarpe. Le scarpe, comunque, possono pulirsele da soli.

Poi qualcosa comincia a scricchiolare.

Perché si può essere comprensive, pazienti, diplomatiche. Si può persino sviluppare un talento straordinario nel trovare attenuanti per comportamenti che, a parti invertite, non ci verrebbero perdonati.

Ma a un certo punto può arrivare la rabbia.

Quella verso chi ha approfittato della nostra disponibilità. E quella, forse ancora più difficile da digerire, verso noi stesse. Per tutte le volte in cui avremmo voluto dire «adesso basta» e invece abbiamo pronunciato l’ennesimo «scusa».

Poi, un giorno, succede.

Nessuna scenata. Nessuna porta sbattuta. Nessun discorso preparato davanti allo specchio, con tanto di applausi immaginari.

Semplicemente, un «no».

Senza spiegazioni, senza giustificazioni, senza il consueto «scusa» a fare da cuscinetto.

Dall’altra parte, lo smarrimento.

«Come, no?»

«No.»

«Ma che ti prende?»

«Niente.»

E forse è proprio questo a sorprendere. Non la rabbia, non il tono, non le parole. Ma il fatto che, per una volta, non ci sia nessuna intenzione di aggiustare l’umore di qualcun altro.

Quando per anni diciamo sempre sì, nessuno sembra farci particolarmente caso. La nostra disponibilità diventa parte dell’arredamento. Come il tavolo, appunto. È lì, serve, funziona. Nessuno si domanda se abbia voglia di continuare a reggere tutto.

Basta però una risposta diversa dal solito per mandare all’aria anni di comode certezze.

E improvvisamente siamo cambiate.

Siamo diventate egoiste, difficili, meno comprensive. Qualcuno potrebbe persino rimpiangere la persona che eravamo prima.

Certo che la rimpiange. Si era abituato bene.

Perché quando qualcuno si abitua a trovare sempre la porta aperta, il giorno in cui la trova chiusa difficilmente si domanda se abbia bussato. Più probabilmente si lamenta della serratura.

Il mondo, naturalmente, continua a girare. Nessuna catastrofe. Nessun allarme nazionale.

Solo qualcuno che, per la prima volta, deve fare i conti con una risposta che non aveva previsto.

Forse il vero cambiamento non sarà imparare a dire «no».

Sarà riuscire a dirlo senza aggiungere un «scusa» subito dopo. Senza spiegazioni infinite, senza sentirci responsabili dell’umore di chi abbiamo davanti.

Magari la prima volta ci sembrerà persino di essere diventate persone orribili. Poi scopriremo che possiamo sopportare anche il disappunto degli altri.

E che non tutte le colpe che ci vengono attribuite ci appartengono.

Perciò, se proprio dovessimo sentire il bisogno irrefrenabile di scusarci con qualcuno, c’è sempre il tavolo.

Almeno lui ha la decenza di stare zitto.

 

 

Marika Sangalli è nata a Milano, città che le ha insegnato a riconoscere tutto ciò che continua a fare rumore anche nel silenzio.
Ama le parole che arrivano piano, le emozioni sospese, le storie che restano addosso e i ritorni che sanno parlare anche senza voce.
La scrittura fa parte di lei da sempre. Ha iniziato scrivendo pensieri, testi, poesie, tutto quello che non riusciva a dire davvero ad alta voce.
Con il tempo ha capito che scrivere non era solo un modo per esprimersi, ma anche per dare forma alle emozioni, ai silenzi, ai legami e a tutte quelle cose che spesso restano dentro di noi.
Restare è un verbo silenzioso è il suo romanzo d’esordio, pubblicato da Carthago Edizioni.

Potete seguire Marika Sangalli attraverso il suo profilo Instagram – qui.

 

 

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