Essere Emily Charton nel 2026

Da Il Diavolo veste Prada 2 al burnout glamourizzato: Emily Charton diventa il simbolo di una generazione di donne cresciute tra performance, ambizione e paura di essere sostituibili.

Ci avevano detto che potevamo avere tutto.
La carriera. L’indipendenza. Il riconoscimento. La libertà di diventare qualsiasi cosa desiderassimo.

Nessuno ci aveva spiegato che, per ottenerli, avremmo dovuto diventare instancabili.

Ci sono ragazze che cenano alle undici di sera con il computer ancora acceso accanto al piatto, senza nemmeno controllare davvero cosa stanno mangiando. Prima rispondi, meglio è. Sempre efficienti. Sempre reperibili. Ogni giorno sul pezzo. Ragazze che hanno imparato ad associare il silenzio di una mail alla paura di non essere abbastanza importanti da ricevere risposta. Leggi tutto

Lo stile è oltre la moda ne Il Diavolo veste Prada 2

The devil wears Prada 2 ovvero Il diavolo veste Prada 2 è uscito il 29 aprile nelle sale cinematografiche. Da subito, ha attirato i fan di Runway, incassando solo nel primo giorno ben più di 2 milioni di euro, con oltre 300.000 persone nei cinema italiani.

Il cast iconico del primo film torna al completo. Meryl Streep veste i panni di Miranda Priestly e ad Anne Hathaway va il ruolo di Andy SachsStanley Tucci interpreta il caro Nigel KiplingEmily Blunt si cala ancora una volta nella parte di Emily Charlton, ora non più assistente di Miranda a Runway: a inizio film lavora da Dior e, nel finale, da Coach.

Nonostante siano trascorsi vent’anni, tutti appaiono affascinanti come se il tempo non fosse passato. Leggi tutto

Mi occupo di editoria & moda e ho visto Il diavolo veste Prada 2

Venerdì sera sono stata al cinema a vedere Il diavolo veste Prada 2.

Lo preciso subito: ciò che state per leggere non ha la pretesa di essere una recensione degna di un critico cinematografico. È semplicemente la riflessione di una persona che vive da vicino il mondo dell’editoria e della moda. E che, tra l’altro, non vuole imporre il suo punto di vista a nessuno.

Poi, una rassicurazione: eviterò di dare troppi dettagli circa la trama. Prima di tutto perché credo che praticamente la conoscano tutti. E poi desidero evitare il più possibile gli spoiler, trattandosi di un film appena uscito.

Dirò quindi solo lo stretto necessario nell’ottica dei ragionamenti che desidero fare. Credo, per esempio, di poter dire che c’è subito una differenza tra il primo film e questo. Il diavolo veste Prada 1 è particolarmente incentrato su abiti pazzeschi e su quanto terribile sia Miranda Priestly, l’influente e tirannica direttrice della rivista di moda Runway. Il Diavolo veste Prada 2 si avventura in un territorio diverso: lo stato in cui versa l’editoria a distanza di vent’anni. Leggi tutto

Fondazione Dries Van Noten inaugura la sua prima esposizione The Only True Protest Is Beauty

Due anni fa, precisamente in marzo 2024, Dries Van Noten aveva annunciato il suo ritiro dalla carica di direttore creativo della casa di moda da lui fondata. Essendo riconosciuto universalmente come uno dei designer più originali degli ultimi quattro decenni, tale decisione aveva destato grande sorpresa.

Belga, classe 1958, Dries Van Noten era entrato a 18 anni nel corso di fashion design della prestigiosa Royal Academy di Anversa. È stato parte del gruppo soprannominato The Antwerp Six insieme a Dirk Bikkembergs, Ann Demeulemeester, Walter Van Beirendonck, Dirk Van Saene e Marina Yee. Nel 1986, i sei designer erano riusciti a portare Anversa sulla mappa della moda, presentando ciascuno la propria collezione al British Designer Show di Londra.

Le creazioni degli Antwerp Six continuano ancora oggi a influenzare la moda internazionale, tant’è che il MOMu – Fashion Museum di Anversa sta presentando una mostra dedicata al celeberrimo gruppo.  Leggi tutto

La moda riscopre le sue icone

Diciamolo subito: nella moda, la novità è sopravvalutata. Per anni ci hanno raccontato che il futuro era soltanto avanti, sempre avanti. Nuovi designer, nuovi modelli, nuove tendenze che nascono al mattino e muoiono la sera su Instagram. Una corsa continua, quasi affannata, verso qualcosa che doveva essere necessariamente diverso da ciò che era venuto prima. E invece eccoci qui, nel 2026, a guardare, con un certo stupore, proprio nella direzione opposta.

Negli archivi. Perché improvvisamente tornano loro: le It-Bag, le borse che nei primi anni Duemila erano molto più di accessori. Erano simboli. Status. Piccoli trofei di stile. Leggi tutto

Istanbul: l’Eredità di Bisanzio e il Regno dei Falsi di Lusso

Di Federica Latorre

“Niente è così ingannevole come un’apparenza ben riuscita.” — Nicholas Chamfort

A prima vista, il Gran Bazar di Istanbul è la materializzazione estetica di un sogno ottomano: un dedalo di arcate, spezie, tappeti, laboratori artigiani e botteghe colorate. Avviato nel XV secolo, questo microcosmo commerciale è stato per secoli un crocevia tra Est e Ovest, tra mercanti persiani, veneziani e greci ionici. La sua esistenza stessa è una testimonianza vivente della globalizzazione ante litteram. Eppure, tra le sue volte ornate e i corridoi affollati, oggi soffia un altro vento — uno più prosaico e profondamente moderno: il falso di lusso. Leggi tutto

Heritage, trasmissione e identità nella moda contemporanea: appropriazione culturale e genealogie femminili

Di Federica Latorre

Il tempo cucito addosso

La moda è, prima di tutto, un atto di memoria. Ogni abito porta con sé un tempo che non gli appartiene: un gesto ripetuto, una tecnica tramandata, una storia silenziosa. Prima di essere linguaggio visivo, la moda è una pratica antica, fatta di mani che cuciono, di corpi che ricordano.
Esiste un filo invisibile che attraversa la storia della moda. Non è fatto di seta o di lino, ma di gesti reiterati, di mani che hanno imparato a trasformare la materia in significato.
In molte culture antiche, tessere non era decorazione, ma un atto fondativo: significava creare ordine, trattenere il tempo, raccontare il mondo. Leggi tutto

Il 2025, l’anno in cui la moda ha salutato Giorgio Armani

In questi giorni, archiviando definitivamente l’anno appena terminato, non si può fare a meno di ricordare che il 2025 è stato l’anno in cui la moda e il mondo intero hanno salutato Giorgio Armani.

Gli articoli su di lui sono stati innumerevoli, ovunque, e molti erano ciò che in giornalismo viene definito coccodrillo. Credo che non tutti sappiano che i tempi dell’informazione sempre più stretti costringono tante redazioni giornalistiche a tenere archivi di articoli commemorativi già pronti da usare all’occorrenza, i cosiddetti coccodrilli, appunto. Può sembrare una cosa di dubbio gusto, me ne rendo conto. Eppure questo è solo l’ennesimo segno di quanto chi si occupa di informazione viva nel terrore di arrivare tardi sulla notizia. Leggi tutto

Il 2025 della moda, un bilancio tra tante domande e poche risposte

Il 2025 è stato un anno complesso e turbolento.

La moda è da sempre uno specchio della società e dunque non fa altro che restituirci il riflesso della situazione globale, perché è molto più di ciò che indossiamo. Per esempio, è un’industria che dà lavoro a moltissime persone in ogni parte del mondo.

Anche per il sistema moda, dunque, è stato un anno particolarmente impegnativo e segnato da stravolgimenti strutturali, tra vendite e acquisizioni più o meno inaspettate e continui cambiamenti di direttori creativi. Non mancano poi i peccati capitali, dal caporalato al greenwashing passando per questioni come l’appropriazione culturale.

In questo editoriale di fine anno, provo a ricapitolare le questioni lasciate aperte da un 2025 che ha posto molte domande e offerto poche risposte.

Il 2026 eredita un compito: cercare le risposte a queste e altre domande. Leggi tutto

La linea sottile tra apprezzamento e appropriazione culturale

Viviamo in un mondo sempre più complesso e in cui, proprio per questo motivo, diventa talvolta difficile distinguere vizi e virtù. Basti pensare, per esempio, a quanto succede nella moda: pare che tutti si ispirino a tutti. Chi si è ispirato a chi? Oppure… chi ha copiato chi?

La questione assume connotazioni particolarmente rilevanti quando si parla di ispirazioni collegate a elementi fortemente identitari, capaci di connotare un popolo e la sua cultura. Mi riferisco alla questione dell’appropriazione culturale.

Dove finisce un apprezzamento sano e legittimo e dove inizia, invece, l’appropriazione culturale? Come si possono distinguere in modo chiaro, netto, definitivo? Leggi tutto

La moda è superficiale? Ditelo ai sanculotti – e non solo a loro

Me lo dico da sola: sono noiosa. Perché – ancora una volta – torno sullo stesso argomento. Lo faccio, però, perché è una questione che mi sta molto a cuore.

Qual è? La moda e la superficialità di cui viene spesso tacciata. E sulla quale non sono assolutamente d’accordo.

«Bella forza – penserete giustamente voi – ti occupi di moda». È vero, ma se mi occupo di moda è in realtà proprio per questo, perché penso che non sia solo superficialità. E perché penso che ciò che indossiamo costituisca uno degli strumenti più potenti che possiamo usare per presentarci – e non mi riferisco a marchi o loghi. È un mezzo comunicativo che parla di noi prima ancora delle nostre stesse parole o dei nostri gesti. Che ci piaccia o no.

Un esempio? Lo psicologo polacco Solomon Asch (1907–1996) parlava del cosiddetto “effetto priming”. È il legame, quasi sempre inconsapevole, che si crea quando incontriamo qualcuno e precisamente il legame che si crea tra le informazioni preliminari e il giudizio che ne consegue. Leggi tutto

Qual è il nome di battesimo di Dior?

Si sente dire spesso che la critica di moda è morta – o comunque moribonda. E che lo è soprattutto tra le pagine dell’editoria di sistema, ovvero in quei giornali e in quelle riviste che fanno capo ai grandi gruppi editoriali.

Posso dire il mio pensiero? Prima di tutto, anche nell’editoria di sistema, c’è qualcuno che fa ancora critica. E poi, parte del problema è la profonda crisi in cui versa tutta l’editoria e, in particolare, la carta stampata.

Non è bello da dire, ma molte testate non possono permettersi di contrariare un brand perché significa rischiare di perdere investimenti pubblicitari che permettono alla testata stessa di sopravvivere. È una verità scomoda e dolorosa, lo so, ma è una verità di cui occorre prendere atto, che piaccia o meno. È un controsenso, certo, un corto circuito, ma questo è il risultato del mondo che abbiamo costruito. Leggi tutto

Giorgio Armani, il Sarto dell’Immateriale: l’eredità di Armani Privé

Come Armani Privé ha scolpito l’eternità del minimalismo italiano

Ci sono stilisti che vestono i corpi, altri che vestono i sogni. Giorgio Armani ha fatto entrambe le cose, ma senza mai cedere all’effimero. A poche settimane dalla sua scomparsa, la mostra per i 20 anni di Armani Privé, allestita all’Armani/Silos di Milano, non si è rivelata soltanto una celebrazione della haute couture: è stata un testamento silenzioso, un ultimo atto d’amore verso un’estetica che ha ridefinito i confini della moda italiana.

La tesi è semplice, ma rivoluzionaria nella sua portata: Armani non ha inventato un look — ha fondato un linguaggio. Un codice sottile, essenziale, che ha attraversato decenni con la stessa forza di una poesia sussurrata. Una lingua dell’equilibrio e della sottrazione, dove l’abito non urla ma afferma. Se come suggeriva Coco Chanel: “La semplicità è la nota fondamentale di ogni vera eleganza”, Armani ha trasformato questa idea in sistema, in dottrina, in forma mentis. Leggi tutto

Armani: l’uomo che ha vestito l’Italia di sobrietà

C’è un’Italia che si riconosce in Armani. Non l’Italia delle pacchianerie, non l’Italia delle piazze urlanti, ma quella che cerca la bellezza nel silenzio, nella compostezza, nella misura. Giorgio Armani, da più di mezzo secolo, incarna questo volto discreto e raro del Paese: l’Italia che non ha bisogno di strepitare per farsi guardare.

L’eleganza come rivoluzione

Quando è apparso, Armani ha tolto peso alle spalle degli uomini e delle donne. Letteralmente.

La giacca destrutturata è stata una rivoluzione gentile: ha smontato i rigidi schemi maschili e, insieme, ha dato alle donne un’arma nuova. Non più il tailleur maschile cucito addosso alle donne per farle sembrare uomini: era ed è un abito che dice femminilità e potere allo stesso tempo. Armani è riuscito dove altri hanno fallito: liberare senza mascherare.

Un’etica dello stile

La sua grandezza non sta soltanto nel disegno. Sta nell’aver imposto un’etica. Armani ha insegnato che l’eleganza è sobrietà, che lo stile non ha bisogno di gridare, che la seduzione non passa dall’eccesso. In un mondo che da anni corre verso il fast fashion, tra le provocazioni inutili e il rumore dei social, lui è rimasto fedele alla sua idea: il bello dura, il bello resiste, il bello non si svende. Leggi tutto

Lusso, passione e dramma in Casa Gucci, il nuovo documentario di Arte.tv

Lo scrivo chiaramente: detesto che una storia vera venga romanzata. O meglio, lo detesto quasi sempre. Se ci si ispira a qualcosa di vero e si crea poi un’opera di fantasia e tale la si considera e la si dichiara, allora sì, posso accettarlo. Se però si lascia il dubbio tra verità e finzione, affastellando magari anche inesattezze, beh, allora siamo tra i casi che non apprezzo.

Per esempio, non mi è piaciuto House of Gucci, il film drammatico del 2021 diretto e co-prodotto da Ridley Scott. E non sono l’unica. Potrei citare un lungo elenco di testate e giornalisti che non hanno apprezzato affatto. All’uscita del film, qualcuno scrisse che «House of Gucci è la perfetta rappresentazione di hot mess cinematografico». Attraverso una lettera aperta, anche la famiglia Gucci accusò la produzione di «una narrazione tutt’altro che accurata».

A ogni modo: io preferisco di gran lunga i documentari. Ed è per questo motivo che, volentieri, condivido la notizia della messa in onda di Lusso, passione e dramma, il docu-film che ripercorre ascesa, rivoluzioni e segreti (indovinate?) di Gucci. Leggi tutto

Caporalato in ambito moda, ultimi casi e possibili soluzioni

Ci sono casi in cui preferirei avere torto. Lo dico sul serio, giuro.

Penso a quando apro uno di quei cosiddetti vasi di Pandora, ovvero quando scoperchio verità che fanno male. Preferirei essere smentita. Preferirei di gran lunga poter dire «ok, mi sono sbagliata, questa volta».

E invece no. Sembra quasi che ci sia un oscuro impegno, un accanimento. Non solo le peggiori previsioni risultano esatte, forse perché mi esprimo dopo aver ben osservato e dopo essermi accuratamente documentata. Viene addirittura dimostrato anche quel detto secondo il quale al peggio non esiste limite.

È ciò che sta accadendo da quando ho scritto l’articolo su ipocrisia e arroganza della moda. Per essere precisa l’ultimo in ordine di tempo di una lunga serie di articoli su tali argomenti. L’articolo in questione, datato 2 luglio, parte dalla questione attuale dei dazi minacciati da Trump per focalizzarsi su una grande e scottante questione: la delocalizzazione e il suo vero prezzo, in termini sociali, culturali e, conseguentemente, anche economici. Leggi tutto

Costumi da bagno: è possibile parlare di sostenibilità?

Insegno editoria e storia della moda dal 2015. In dieci anni di esperienza, ho constatato che il percorso storico dei costumi da bagno – e in particolare la nascita del bikini – è un argomento che affascina tutti gli studenti.

Conoscete la storia?

Parigi, anno 1946: Louis Réard è un ex ingegnere automobilistico che ha rilevato l’attività di sua madre nel campo della lingerie. Ispirandosi alle spiagge dove vede donne che tentano di arrotolare i bordi dei costumi da bagno per aumentare la superficie di pelle esposta al sole, il designer ha un’intuizione geniale: lanciare un costume di dimensione ridotte rispetto ai modelli molto coprenti ancora in voga in quegli anni.

Il modello a cui pensa Réard prevede uno slip piccolo e sgambato più un reggiseno fatto da due triangoli. Il tutto è proposto in un tessuto con una stampa altrettanto particolare: sembra la pagina di un quotidiano. Il costume ha dimensioni così ridotte per l’epoca che Réard ha difficoltà a trovare una modella disposta a indossarlo. È Micheline Bernardini, danzatrice del Casino de Paris, l’unica a prestarsi per una presentazione alla piscina Molitor. Leggi tutto

Ipocrisia e arroganza versus moda e lusso: qualche riflessione

Lo dichiaro subito, a scanso di equivoci. Non ho nessuna intenzione di scendere nel merito di ciò che sta accadendo nel mondo a seguito delle decisioni di Donald Trump sui dazi commerciali. Preferisco che a farlo sia chi si intende davvero di finanza e geopolitica.

Ciò di cui desidero parlare oggi è però in stretta connessione. È la grande ipocrisia nella quale abbiamo vissuto.

Perché parlo di ipocrisia? Torniamo a Trump e al fatto che i dazi da lui proposti potrebbero, tra l’altro, colpire il settore in cui mi muovo, ovvero tessile e abbigliamento, con tariffe elevatissime. La tensione economica che ne deriva sta generando scossoni a livello planetario e ha riacceso un dibattito: la reale geografia produttiva di moda e lusso.

È cosa nota a tutti come, negli ultimi mesi, numerosi fabbricanti cinesi abbiamo pubblicato video in cui denunciano proprio l’ipocrisia di un sistema che continua a vendere Made in Europe pur affidando, in realtà, la produzione ai loro stabilimenti. Leggi tutto

error: Sii glittering... non copiare :-)