Costumi da bagno: è possibile parlare di sostenibilità?
Insegno editoria e storia della moda dal 2015. In dieci anni di esperienza, ho constatato che il percorso storico dei costumi da bagno – e in particolare la nascita del bikini – è un argomento che affascina tutti gli studenti.
Conoscete la storia?
Parigi, anno 1946: Louis Réard è un ex ingegnere automobilistico che ha rilevato l’attività di sua madre nel campo della lingerie. Ispirandosi alle spiagge dove vede donne che tentano di arrotolare i bordi dei costumi da bagno per aumentare la superficie di pelle esposta al sole, il designer ha un’intuizione geniale: lanciare un costume di dimensione ridotte rispetto ai modelli molto coprenti ancora in voga in quegli anni.
Il modello a cui pensa Réard prevede uno slip piccolo e sgambato più un reggiseno fatto da due triangoli. Il tutto è proposto in un tessuto con una stampa altrettanto particolare: sembra la pagina di un quotidiano. Il costume ha dimensioni così ridotte per l’epoca che Réard ha difficoltà a trovare una modella disposta a indossarlo. È Micheline Bernardini, danzatrice del Casino de Paris, l’unica a prestarsi per una presentazione alla piscina Molitor.
È il 5 luglio 1946: esplode il fenomeno bikini e Micheline passa alla storia come la prima donna tanto audace da indossarlo. E, oltre alla stampa a pagina di giornale, Réard ha un’altra ottima idea di marketing: il nome.
Anche il termine bikini, infatti, riflette il desiderio di far esplodere, letteralmente, la sua proposta. Lo prende in prestito dall’atollo di Bikini, nelle Isole Marshall, nell’Oceano Pacifico, luogo in cui, proprio in quegli stessi anni, vengono condotti i primi esperimenti nucleari. Réard immagina – giustamente – che l’uscita del suo nuovo costume da bagno provocherà un effetto dirompente tanto quanto un’esplosione. Ha ragione.
Serviranno poi un po’ di anni affinché il bikini diventi universalmente accettato. Ad aiutarlo sarà l’interazione con il cinema e il fatto di venire indossato da dive del calibro di Brigitte Bardot negli anni Cinquanta e Ursula Andress e Sharon Tate negli anni Sessanta.
Costumi da bagno e bikini rientrano dunque tra quei capi che sono diventati simboli di liberazione e riappropriazione del corpo femminile, strumenti di emancipazione. Rappresentano l’estate, certo, ma sono anche sinonimi di libertà. E, al giorno d’oggi, si apprestano ad affrontare una nuova sfida: la sostenibilità.
Durante i lavaggi, i costumi da bagno oggi realizzati con fibre sintetiche – tra cui poliestere e poliammide – possono rilasciare grandi quantità di microplastiche, contribuendo all’inquinamento delle acque. Inoltre, la loro vita utile è spesso breve, a causa di salsedine, cloro, raggi UV. Tutto ciò ha dunque un impatto concreto sull’ambiente, in particolare sui delicati ecosistemi marini. E aggrava il problema dello spreco e della difficoltà di smaltimento.
La domanda è automatica: è possibile rendere sostenibile un costume da bagno? È possibile badare non solo a stile, estetica, apparenza, ma anche a etica ed essenza?
La risposta non è univoca. Servono parametri chiari, metodi di valutazione affidabili e maggiore consapevolezza lungo tutta la catena. Fino ad arrivare a noi, i consumatori finali.

Progettare costumi da bagno che siano sostenibili richiede dunque un approccio integrato. E che tenga conto non solo della scelta dei materiali, ma anche della durabilità del capo e della tracciabilità dell’intera filiera produttiva. Ed è qui che entra in ballo un supporto prezioso per le aziende produttrici. Si tratta di TÜV SÜD, ente di riferimento nei servizi di testing, ispezione e certificazione.
TÜV SÜD si pone come interlocutore dell’industria della moda – e in particolare dei produttori di beachwear – in un percorso di trasformazione sostenibile basato su tre elementi chiave: riduzione del rilascio di micro e nanoplastiche durante l’uso e i lavaggi, potenziamento della durabilità del capo in ottica di economia circolare, utilizzo di materiali riciclati certificati e tracciabili.
«Il tessuto sintetico dei costumi come poliestere o poliammide – spiega Raffaella Santoro, Director Global Strategic Solutions Softlines – Consumer Products di TÜV SÜD – può contribuire alla dispersione di microplastiche in acqua. Attraverso test di laboratorio specifici, possiamo quantificare questi rilasci e aiutare le aziende a scegliere soluzioni tecniche più sostenibili».
Ma la scelta dei materiali non basta: anche la durabilità è un fattore decisivo.
Le recenti linee guida PEFCR (Product Environmental Footprint Category Rules) per il settore moda, pubblicate ad aprile 2025, introducono indicatori ambientali misurabili legati alla resistenza del capo a cloro, salsedine, raggi UV e lavaggi frequenti. TÜV SÜD offre test di laboratorio conformi a questi criteri, supportando le aziende nella progettazione di prodotti pensati per durare di più e impattare meno.
Infine, la crescente diffusione dei materiali riciclati va di pari passo con una maggiore attenzione alla trasparenza lungo la filiera.
TÜV SÜD realizza audit e verifiche in linea con standard internazionali come il Global Recycled Standard (GRS) e il Recycled Claim Standard (RCS), per confermare la reale percentuale di materiale riciclato e garantire l’affidabilità dei fornitori coinvolti.
In definitiva: anche nel settore costumi da bagno, fare scelte sostenibili è possibile. E significa prendersi cura del pianeta come delle persone che lo abitano.
Sono scelte che devono fare le aziende, grazie anche a partner come TÜV SÜD, in grado di supportarli nella creazione di prodotti che coniughino qualità, rispetto per l’ambiente e attenzione alle normative. E sono scelte che dobbiamo fare anche noi consumatori, badando ad acquistare prodotti in cui sostenibilità e performance camminino fianco a fianco. Possiamo farlo, per esempio, imparando a leggere bene le etichette che accompagnano ciò che acquistiamo.
Perché se negli anni Cinquanta del Novecento la libertà passava anche attraverso un bikini, oggi la libertà passa attraverso scelte sempre più consapevoli e rispettose, del nostro corpo, naturalmente, e di ciò che ci circonda.
Emanuela Pirré
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Emanuela Pirré
Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.