Ipocrisia e arroganza versus moda e lusso: qualche riflessione

Lo dichiaro subito, a scanso di equivoci. Non ho nessuna intenzione di scendere nel merito di ciò che sta accadendo nel mondo a seguito delle decisioni di Donald Trump sui dazi commerciali. Preferisco che a farlo sia chi si intende davvero di finanza e geopolitica.

Ciò di cui desidero parlare oggi è però in stretta connessione. È la grande ipocrisia nella quale abbiamo vissuto.

Perché parlo di ipocrisia? Torniamo a Trump e al fatto che i dazi da lui proposti potrebbero, tra l’altro, colpire il settore in cui mi muovo, ovvero tessile e abbigliamento, con tariffe elevatissime. La tensione economica che ne deriva sta generando scossoni a livello planetario e ha riacceso un dibattito: la reale geografia produttiva di moda e lusso.

È cosa nota a tutti come, negli ultimi mesi, numerosi fabbricanti cinesi abbiamo pubblicato video in cui denunciano proprio l’ipocrisia di un sistema che continua a vendere Made in Europe pur affidando, in realtà, la produzione ai loro stabilimenti.

Tutto ciò ha un nome preciso: delocalizzazione, osffshoring per chi preferisce l’inglese. Si tratta della pratica di dislocare all’estero una o più fasi della produzione.

Nel mio piccolo, parlo di questa pratica da tempo.

Precisamente mi sono occupata del vero prezzo della delocalizzazione, elevatissimo soprattutto in termini umani e sociali, con la morte di interi distretti produttivi qui in Italia e lo sviluppo di sistemi tossici altrove.

Qualche esempio? La lunga agonia del settore tessile di Prato. E terribili sciagure come quella del Rana Plaza in Bangladesh.

Ho parlato delle oche spennate vive per conto di un noto brand di moda: correva l’anno 2014 e, da allora, quel marchio ha fatto enormi passi avanti, è giusto dirlo, tanto da essere ora annoverato tra i virtuosi. E ho parlato delle bambine schiave che lavorano nelle fabbriche tessili del Tamil Nadu, in India. In questo caso, temo che non molto sia cambiato, purtroppo.

Se posso farlo, se posso parlare di tali argomenti, non è perché io sia particolarmente perspicace o perché sia capace di fare scoop degni di una giornalista d’assalto. È perché sono cose di dominio pubblico, da tempo. Altro paio di maniche è non voler vedere o fare finta di non vedere. Ecco perché parlo di ipocrisia.

Le conseguenze di tutto ciò (della delocalizzazione, dei suoi costi, della scandalosa ipocrisia di cui si ammanta) non sono solo economiche e finanziarie: sono culturali.

Primo: il confine tra realtà e percezione di ciò che è lusso diventa sempre più sfocato.

Secondo: il mercato asiatico, oggi, pretende un riconoscimento chiaro. Giustamente, vorrei aggiungere. Perché, insieme all’ipocrisia, questo è un altro dei punti fondamentali: la trasparenza e, conseguentemente, il riconoscimento della propria esistenza e partecipazione. Quello che i fabbricanti cinesi hanno cercato attraverso i loro video.

Così come non voglio parlare di dazi, altrettanto non voglio dire chi abbia ragione e chi torto in questa altalena di accuse e denunce reciproche, sempre ammesso che ragioni e torti si possano dividere in modo netto.

C’è chi ha detto che i video dei fabbricanti cinesi sono delle bufale e c’è chi li ha tacciati di opportunismo, di approfittare del momento di difficoltà. Io non voglio invece esprimere un giudizio né morale né qualitativo.

Non voglio nemmeno entrare nel dettaglio di ciò che dovrebbe essere legalmente il Made in Europe e il Made in Italy. E non voglio parlare di leggi che, su tali argomenti, non sono mai state particolarmente e sufficientemente chiare. Leggi che hanno lasciato spazio – appositamente – a zone d’ombra che ci hanno fatto comodo fino a quando hanno permesso la delocalizzazione a basso costo, ma che ora si ritorcono contro di noi.

Giustamente vi chiederete: e allora di cosa accidenti vuoi parlare, cara Emanuela?

Desidero semplicemente fermarmi un attimo e riflettere insieme a voi, cari amici, sul nostro atteggiamento che potrei spingermi a definire perfino colonialista.

Ovvero quell’atteggiamento arrogante per cui eravamo convinti che detto sistema avrebbe funzionato all’infinito. La convinzione che ciò che consideravamo terzo mondo lo sarebbe stato per sempre e che per sempre sarebbe stato in silenzio, senza la pretesa di partecipare alla festa che si svolgeva altrove, ovvero qui, nei Paesi occidentali dove i ricarichi diventano folli.

Eravamo convinti che la delocalizzazione indiscriminata e scellerata non avrebbe mai presentato un prezzo da pagare e che gli “schiavi” avrebbero accettato di rimanere tali per sempre.

Che poveri illusi siamo stati.

Abbiamo rincorso avidamente soltanto il profitto, al massimo livello e immediato, infischiandocene altamente del capitale umano. Risultato a lungo termine? Per paradosso, una perdita anche a livello economico, perché il “tutto e subito” non lascia spazio né a una programmazione intelligente né a una crescita di alcun tipo.

E desidero dire qualcosa su chi ha permesso tutto ciò: mi riferisco a chi conta davvero, ovvero chi prende decisioni strategiche e chi manovra capitali ingenti. È patetico che tali persone reagiscano oggi come se certe cose siano una scoperta, una novità assoluta. Come no, tutti sapevano. Tutti e soprattutto – lo ripeto – chi conta.

Questa è la grande e arrogante ipocrisia a cui mi riferisco e su cui punto il riflettore oggi.

Siamo semplicemente arrivati al dunque di decenni di ipocrisia dietro la quale si celava lo sfruttamento, definiamolo per ciò che è. Anche se so che qualcuno dirà che la colpa è da condividere con i governi di quei Paesi che, per soldi, accettavano di svendere i propri cittadini. Siamo d’accordo.

Resta la nostra ipocrisia e i nostri atteggiamenti scellerati che ci presentano oggi il conto pretendendo trasparenza e riconoscimento. Ecco perché, lo ribadisco nuovamente, questa non è solo una guerra economica e commerciale. È una guerra culturale.

A riprova di ciò, ho l’onore di ospitare la testimonianza e l’opinione di una persona esperta che ci spiega meglio quanto ho esposto qui sopra. Diciamo che lo concretizza.

È una persona che ha grande esperienza, che nella moda ha fatto tantissimo e che certe cose le ha vissute sulla propria pelle, in prima persona e in maniera diretta. Si tratta di Elisa Savi e se il suo nome non vi è nuovo è perché è una professionista con ottima (e meritata) reputazione e lunga expertise.

Sintetizzando: stilista di moda, costumista teatrale, consulente e responsabile del prodotto per vari brand, studiosa ed esperta della storia del costume. Anni fa, scrissi un articolo su uno dei suoi tanti progetti, dedicato ai cappelli.

Ecco come racconta gli anni in cui, da giovane dirigente di una grande azienda, si interfacciò con l’allora nascente fenomeno della delocalizzazione.

«Nel 1988 lavoravo da Prenatal ed ebbi una promozione e la responsabilità di un reparto tutto mio. Chiamata dall’allora Direttore Generale signor Giulio Consonno, mi fu chiesto di andare a comprare le decine di migliaia di canottierine, mutandine, t-shirt eccetera (700 negozi!!!) in Cina. Erano i primi esperimenti di importazione e le prime consegne erano imperfette, i capi arrivavano con dimensioni sbagliate, stropicciati, male imballati eccetera. Costavano pochissimo in verità ma, una volta arrivati, ci volevano altri soldi per sistemarli e renderli vendibili. In seguito le aziende cominciarono ad aprire uffici direttamente in Cina per il controllo qualità dove tecnici italiani trasferivano preziosissimo background alle fabbriche cinesi.
Avevo allora 29 anni, non avevo fatto studi economici, cercavo solo di usare il buon senso. Dissi al sig. Consonno che, a mio avviso, quella era un’operazione molto pericolosa e che così facendo, nel tempo, avremmo danneggiato le nostre aziende e l’immenso indotto che ne derivava.
Gli proposi di lasciarmi fare un esperimento, cioè creare un cartello di aziende nostrane che trattassero collettivamente materie prime, laboratori, spedizionieri eccetera per ottenere un prezzo molto conveniente. Consonno era un uomo molto singolare, un grande eccentrico con un temperamento vulcanico nel bene e nel male, intelligente, passionale, collerico ma molto fiducioso nelle capacità dei giovani (da Prenatal noi dirigenti eravamo tutti giovanissimi). Mi diede una stagione di prova e mi lasciò fare.
I prezzi che riuscii ad ottenere erano ovviamente più alti di quelli cinesi ma alla fine, a conti fatti, non più di tanto, ma il prodotto era eccellente e con un ottimo margine di guadagno. Continuai a produrre in Italia fino alla fine della mia permanenza lì. In seguito, lavorando per altri brand, ho assistito al rapido sviluppo delle aziende cinesi e alla chiusura di decine e decine di aziende italiane. Ho assistito anche al suicidio di due grandi capitani di industria che avevano intrapreso l’avventura cinese senza averne compreso le dure regole.
Oggi quel tessuto industriale non esiste più e noi, e non solo noi, gli USA in primis, dipendiamo in tutto e per tutto dalla Cina.
Stamattina seguivo un’interessante trasmissione dove si diceva che i nordamericani, e noi con loro, non hanno nessuna autonomia né industriale, né militare poiché il 90% delle componenti di automobili, telefoni, computer, missili, sottomarini nucleari (e chi più ne ha più ne metta) sono cinesi. Senza contare la proprietà asiatica del debito statunitense.
In quarant’anni, l’arroganza occidentale, la protervia nel non aver saputo riconoscere la straordinaria abilità artigianale, la cultura di popolo abituato a lavorare tosto ed obbedire, la ferocia di un governo dispotico e l’illusione presuntuosa che saremmo sempre stati noi a far girare il pallino, hanno raso al suolo uno straordinario tessuto industriale che dava lavoro a milioni di persone e manteneva un accettabile equilibrio sociopolitico.
Adesso i buoi non solo sono scappati, ma hanno distrutto le stalle e ricostruirle è troppo tardi, sarebbero soldi buttati e poi sarebbero vuote.
Avevo 29 anni, non ero e non sono un genio, ma avevo previsto che se fai 2+2 il risultato è 4.
La classe politica occidentale ha abbandonato da tempo i piani a lunga scadenza, ha scelto di fare guadagni immediati, senza calcolarne le conseguenze con avidità, ignoranza, gravissima colpevolezza.
E adesso siamo del gatto.»

Dopo aver (ri)letto Elisa Savi insieme a voi, non ho più dubbi circa le parole chiave che ho scelto per questa riflessione.

Ipocrisia, delocalizzazione, sfruttamento, arroganza. Sono corrette. Purtroppo.

A fare da contraltare ne ho però scelte altre tre. Sono trasparenza, riconoscimento, reshoring.

Già, perché comprendo perfettamente la conclusione amara di Elisa Savi. Spero però (o forse mi illudo?) che ci sia ancora qualche possibilità, di trasparenza e di riconoscimento. E credo anche che si dovrebbe incentivare una politica di reshoring.

Vorrei, insomma, che si pensasse a riportare nel nostro continente e in Italia attività manifatturiere che negli ultimi decenni abbiamo fatto realizzare nei Paesi extraeuropei, con quell’opportunismo che oggi ci strozza. Penso che fare reshoring sarebbe un’opportunità preziosa per le aziende europee e italiane, dell’abbigliamento e non solo, a maggior ragione in questo momento così difficile. Forse l’unica opportunità. 

Chissà se abbiamo finalmente capito che è meglio guadagnare un po’ meno ma con maggior controllo e con maggior qualità.

Altrimenti, se non lo capiamo nemmeno ora e perseveriamo nella nostra avidità, arroganza e ipocrisia… saremo davvero del gatto, per usare le parole di Elisa Savi.

Emanuela Pirré

 

 

 

Se volete dare un occhio alle volte in cui ho parlato di delocalizzazione, cliccate qui.

Se volete interfacciarvi direttamente con Elisa Savi, ecco il link al suo post che ho condiviso qui sopra.

 

 

 

 

 

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Emanuela Pirré

Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.

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