Pride Month, dall’opportunismo degli ultimi anni al silenzio (assordante) di oggi

L’ho notato. Ho notato che, dopo anni di roboanti campagne pubblicitarie, quest’anno i marchi dell’ambito moda (ma non solo) sono invece abbastanza silenziosi sull’argomento Pride Month.

Me ne sono accorta per un motivo ben preciso. Contrariamente agli ultimi anni, stavolta non sto ricevendo i soliti numerosi comunicati stampa che raccontano del lancio di capi e accessori a profusione e ad hoc. Tutto ciò è strano. Che ci sia forse un collegamento con il clima generale che viviamo, un clima sociale e politico dichiaratamente più conservatore (Trump vi dice qualcosa?) rispetto agli ultimi anni?

Ho notato e pensato tutto ciò, ma poi mi sono detta «ma no, Manu, dai, magari sei tu che sei un po’ esagerata».

Poi ho letto un articolo di BoF, The Business of Fashion, considerata da molti (a ragione) una delle più autorevoli testate in ambito moda a livello internazionale. BoF parla di come i brand siano passati a un approccio… più diplomatico, definiamolo così. «L’anno in cui il Pride è diventato beige»: è il titolo del loro articolo. «Con l’inizio del Pride Month, alcuni marchi hanno abbandonato gli arcobaleni per un’interpretazione più sobria dell’attivismo LGBTQ+» continuano poi gli editor Brennan Kilbane e  Liz Flora.

Pochi giorni dopo, ho letto un secondo articolo, stavolta di NSS, altra ottima testata che si occupa di analisi e critica di moda. NSS riprende l’articolo di BoF e poi rincara la dose. Giustamente, a mio avviso.

«Il Pride Month di quest’anno – scrive Manuela Irena D’Orso nel suo articolo – ha un’energia diversa, più grigia, più cupa. Sembra quasi che l’arcobaleno si sia perso, anzi, più che una sensazione, è una constatazione: l’assenza quasi totale di rainbow washing all’interno del sistema moda manda un messaggio silenzioso, ma assordante. Se negli anni scorsi, dal primo giugno, gli occhi del popolo di internet venivano quasi accecati dai loghi brandizzati in versione arcobaleno, nel 2025, come ha notato Business of Fashion, regna il beige (nel migliore dei casi)».

E allora penso che no, non sono io a essere esagerata. La tendenza c’è, eccome.

Sia ben chiaro: non che io senta la mancanza di rainbow washing e di capsule collection e limited edition dedicate.

Me lo permettete? Ho sempre reputato certe campagne a soggetto abbastanza inutili o ipocrite, incluso il caso delle collezioni per la giornata degli oceani o per la giornata della Terra. Ma come, vogliamo sensibilizzare su inquinamento e sfruttamento e produciamo l’ennesima collezione? Non è un po’ un controsenso?

Vale lo stesso per le capsule collection dedicate al Pride Month.

Non basta una t-shirt per farci entrare in testa che diritti per tutti significa società più equa e migliore per tutti. Non basta una pennellata di rainbow washing per cancellare omofobia, transfobia, odio, pregiudizi, discriminazione, violenza verbale e fisica.

In fondo, quelle campagne sono pratiche commerciali poco sincere che servono ai brand semplicemente a ripulirsi la coscienza, a sistemare la facciata. E sapete cosa lo conferma e lo dimostra? L’assenza ora che i venti sembrano cambiare. Il loro silenzio assordante.

«Per anni il rainbow washing è stato criticato come un’operazione ipocrita – continua Manuela Irena D’Orso per NSSun modo per le aziende di capitalizzare sull’estetica del Pride senza mettere in discussione realmente le proprie pratiche o sostenere in modo concreto la comunità LGBTQIA+. L’inclusività diventava un elemento decorativo, utile solo a generare engagement e conversioni. Si trattava di strategie commerciali camuffate da impegno sociale, più utili a ripulire l’immagine dei brand che a incidere sulle disuguaglianze».

Amen.

Concordo tuttavia anche su un altro punto trattato da NSS: il fatto che dette collezioni dedicate non ci siano è preoccupante sotto un altro profilo. Vuol dire che i brand non trovano più opportuno schierarsi su un argomento che è diventato perfino più scomodo che in passato.

E questo è uno schieramento o meglio un non schieramento, un’assenza, un silenzio (cose ancor peggiori) che hanno sapore culturale e politico. E raccontano molto, sia dell’opportunismo di tanti brand sia della società di oggi. E di come siamo messi. Non proprio benissimo, direi.

Ancora una volta, insomma, la moda e il business che le ruota attorno si rivelano puntuali termometri sociali.

Anche perché quelle capsule collection avevano almeno un piccolo merito: «riportare l’attenzione sull’importanza del Pride Month nell’immaginario collettivo del lusso», scrive D’Orso.

Per fortuna, però, nel mare di queste amare constatazioni, c’è invece qualcosa che mi tira su il morale. È infatti successo che io abbia letto un’altra cosa ancora.

Leggo molto poco Facebook, lo confesso, ma il caso o il destino hanno voluto farmi capitare a tiro il post giusto, quello di Maurizio Andreuccetti.

A chi frequenta le pagine di A glittering magazine da tanti anni, questo nome non risulterà nuovo. Anni fa, dedicai infatti un articolo a Maurizio e alla sua personalità di artista poliedrico che già allora (era il 2013) faticavo a chiudere in una singola definizione.

Maurizio ha scritto un bellissimo testo che racconta perfettamente perché il Pride Month sia così importante. E perché sia tuttora importante esserci e schierarsi. Quindi, miei cari brand, prendete appunti.

Non stiamo parlando di un carnevale: il Pride è nato come atto di ribellione, provocatorio e scomodo. E tale deve rimanere, ben oltre il lato “colorato”, “festaiolo” e “sgargiante”, l’unico che molti si limitano a voler vedere. E con cui lo bollano.

È dunque molto di più di una festa. Esattamente come non si dovrebbe parlare di Festa della Donna ma di Giornata della Donna. Sono occasioni in cui riflettere e che servono ancora. Sì, sono necessarie poiché è fuori discussione che omofobia e transfobia siano, purtroppo, questioni tuttora dolorosamente aperte, esattamente quanto lo è la violenza verso le donne, ahimè.

L’argomento di fondo è sempre e soltanto uno: il rispetto del nostro prossimo e della sua identità, qualunque essa sia.

È la libertà di essere noi stessi e di amare chi vogliamo. Senza il terrore di essere additati, discriminati, derisi, isolati, picchiati, violentati, uccisi.

Ho chiesto a Maurizio il dono di poter condividere il suo scritto. Ha acconsentito.

Prima di lasciarvi alle sue parole, vorrei però aggiungere un’ultima cosa.

Maurizio non è soltanto una persona che sa scrivere molto bene: è una persona che fa, che agisce.

Quindi tengo a dire che, anche in questo 2025 come ogni anno, la vetrina del suo Numero 2 Concept Store a Orbetello (in provincia di Grosseto in Toscana, in Via Furio Lenzi 2) si colora per tutto il mese di giugno d’amore, libertà e lotta. Cuori arcobaleno riempiono la vetrina del suo negozio e non solo come decorazione bensì come dichiarazione di presenza.

«Perché – come mi ha detto Maurizio – esserci, oggi, è un atto politico. Esserci in un tempo in cui l’ignoranza viene premiata e la diversità condannata. Amare non è un crimine. Odiare sì».

Insomma, Maurizio ci mette la faccia. Osa ciò che i brand hanno rinunciato a fare.

Se passate da Orbetello, se credete come lui – e come me – che esserci sia importante come atto civico e conseguentemente politico (dal lat. politĭcus, gr. πολιτικός, der. di πολίτης «cittadino»), andate a trovare Maurizio.

Intanto, lascio la parola a lui e ai suoi pensieri.

Buona lettura.

Emanuela Pirré

 

 

Giugno è il mese del Pride, ma non è un carnevale per anime ingenue, né una concessione estetica alla tolleranza.

È una rivendicazione collettiva, una presa di parola, un atto politico che si ripete ogni anno perché ogni anno qualcuno ci ricorda che esistere, per alcune identità, è ancora considerato un privilegio da meritarsi.

In un momento storico e politico segnato da una deriva inquietante, dove l’odio viene normalizzato sotto il lessico della “libertà di espressione” e la diversità diventa bersaglio invece che ricchezza, parlare di diritti non è un’opzione: è una necessità urgente. L’omofobia non è un’opinione, è una violenza. Il bullismo non è una fase, è un sistema. Le fake news non sono errori: sono strategie di disumanizzazione ribattezzate woke.

Ci raccontano che il mondo è troppo fragile per tollerare la complessità, che esistono solo due generi, che l’amore ha senso solo se riproduttivo, che educare alla diversità confonde le menti. E mentre intellettuali costruiti sulla paura del diverso guadagnano spazi nei media e nei parlamenti, noi perdiamo ogni giorno qualcosa: visibilità, sicurezza, voce.

Ma il mese del Pride non è qui per chiedere il permesso. È qui per ricordare che chiunque voglia davvero parlare di diritti deve parlare di tutti i diritti. Che non basta riconoscere le lettere comode dell’acronimo LGBTQIA+, ma bisogna sostenere anche quelle che disturbano, che confondono, che rompono i binari a cui siamo stati abituati. Bisogna stare dalla parte di chi non ha il privilegio di essere compreso a prima vista.

Non si può essere neutrali quando i corpi vengono insultati, quando gli adolescenti vengono isolati, quando le famiglie vengono cancellate per decreto. L’inclusione non è un gesto estetico. È una responsabilità. E non servono bandiere appese ai balconi se non siamo disposti a scendere in strada ogni volta che una di quelle bandiere viene calpestata.

Per questo il “mio” Pride non è una festa, è un posizionamento. È un modo di abitare il mondo dicendo: io sono qui, io vedo, io non mi giro dall’altra parte.

Perché se non siamo liberi tutti, non è libera nessuna persona. E la libertà che esclude è solo un’altra forma di oppressione, travestita da privilegio.

Maurizio Andreuccetti

 

 

Qui trovate il suo post originario. E, se volete, qui Maurizio racconta l’origine del Pride Month e come qualcuno non abbia «mai avuto il privilegio dell’invisibilità sicura».

Se non potete andarci fisicamente, il suo Numero 2 Concept Store di Orbetello è anche qui in Facebook. Ora ma anche dopo il Pride Month.

 

 

Visto che li ho tanto citati: qui potete leggere l’articolo di BoF e qui quello di NSS.

 

 

 

 

 

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