Qual è il nome di battesimo di Dior?

Si sente dire spesso che la critica di moda è morta – o comunque moribonda. E che lo è soprattutto tra le pagine dell’editoria di sistema, ovvero in quei giornali e in quelle riviste che fanno capo ai grandi gruppi editoriali.

Posso dire il mio pensiero? Prima di tutto, anche nell’editoria di sistema, c’è qualcuno che fa ancora critica. E poi, parte del problema è la profonda crisi in cui versa tutta l’editoria e, in particolare, la carta stampata.

Non è bello da dire, ma molte testate non possono permettersi di contrariare un brand perché significa rischiare di perdere investimenti pubblicitari che permettono alla testata stessa di sopravvivere. È una verità scomoda e dolorosa, lo so, ma è una verità di cui occorre prendere atto, che piaccia o meno. È un controsenso, certo, un corto circuito, ma questo è il risultato del mondo che abbiamo costruito.

Un mondo in cui i giornali sono surclassati dai social network, con gli smartphone a dettar legge ovunque, a favore di immediatezza e velocità ma spesso a scapito di qualità e verità. Un mondo in cui le edicole continuano a chiudere, mentre quelle che ancora resistono si riducono talvolta a rivendite di gadget. E un mondo in cui sempre meno persone leggono.

A parte eccellenti eccezioni nell’editoria di sistema, la critica di moda continua comunque oggi a (r)esistere anche grazie alle testate indipendenti. Tra queste, annovero anche il mio piccolo magazine.

Non ho mai avuto paura di andare controvento, tant’è che qui esiste perfino un tag dedicato. Non ho mai avuto paura di dare spazio alle riflessioni, incluse quelle scomode che, magari, farebbero storcere il naso a qualche brand o a qualche investitore. Ho pagato per questo atteggiamento? Sì, in vari modi, e potrei raccontare diversi episodi. È il brutto – e anche il bello, naturalmente – di essere indipendenti.

Non solo: non ho mai avuto paura di ospitare pareri che non siano in linea con il mio. Come scrivo anche nel manifesto del sito, credo nella pluralità di pensiero. E credo nella necessità di ampliare i punti di vista. Sono la direttrice ma non una dittatrice, insomma.

È per tutti questi motivi che sono felice di dare spazio a Leonardo Pulcini, un giovane editor che ha competenza, conoscenza e anche una notevole capacità di pensiero critico.

Sottolineo competenza e conoscenza perché mi trovo d’accordo con quanto ha scritto Marco Caruccio in un suo articolo per Pambianco. Tocca constatare «quanto sia ormai diventata prassi quotidiana ergersi a recensori di sfilate vantando nel curriculum la semplice iscrizione a un social network». Non è voler essere snob: è dare valore a chi ha la giusta preparazione. Concordo sulla necessità che una valutazione critica che va oltre il parere personale (sempre legittimo, sia ben chiaro) venga espressa quando si hanno gli strumenti più idonei per farlo.

E qui torno a Leonardo e al suo pezzo di oggi, sull’esordio di Jonathan W. Anderson con la collezione Dior Spring-Summer 2026.

Sono davvero felice di ospitare Leonardo in A glittering magazine. Perché non conta se io sia più o meno d’accordo con lui e con il suo punto di vista. Conta esclusivamente la sua capacità di argomentare impeccabilmente una tesi molto precisa.

Vi lascio quindi a lui augurandovi buona lettura.

Emanuela Pirré
Founder & Head of Editorial Content

 

 

 

QUAL È IL NOME DI BATTESIMO DI DIOR?

Il debutto di Jonathan W. Anderson
con la collezione Dior Spring-Summer 2026
è stato uno dei momenti più attesi dell’ultima
Paris Fashion Week:
Leonardo Pulcini esplora come
la visione di Anderson
dialoghi con i codici Dior, dal New Look
agli elementi presi in prestito da Galliano

 

Qual è il nome di battesimo di Dior? Esattamente 120 anni fa, il 21 gennaio 1905, era Christian, ma negli anni è stato anche Yves, Marc, John, Gianfranco, Raf, Maria Grazia.

Eppure, nonostante i tanti nomi passati attraverso i saloni della maison di Avenue Montaigne, il marchio ha mantenuto saldo il suo più grande difetto: la riconoscibilità, la mancanza di quel particolare che lo rendesse davvero unico tra tanti. Iconico sicuramente lo è sempre stato, ma originale poche volte.

L’unico elemento veramente distinguibile è sempre stata l’emblematica silhouette del New Look – stretta in vita, spalle ben definite, fianchi ampi – che ha contribuito a segnare un’epoca.

Oggi più che mai il mondo della moda necessita di riconoscibilità. Chanel ha il tweed e le camelie, Bottega Veneta lo storico motivo intrecciato, Fendi la doppia F, Pucci la stampa colorata. E Dior? Dior ha tante anime, l’androginia di Saint Laurent, la scultoreità di Ferrè, l’opulenza di Galliano, l’eleganza di Simons.

E in questo marasma entra a gamba tesa Jonathan W. Anderson. Un nome, una garanzia. Nordirlandese laureato al London Fashion College, lavora prima da Prada e poi da Versace, dedicandosi nel frattempo al lancio del suo brand omonimo, tra i più provocatori ed eclettici della fashion week londinese fin dal suo debutto, incubatore dello stile del designer.

Il grande passo è il rilancio di quello che al tempo era un quasi anonimo brand di pelletteria spagnolo: Loewe. Trasformato e modellato da Anderson “a sua immagine e somiglianza” per ben 11 anni, diventa un nuovo brand culto tra i più desiderati in tutto il mondo.

E poi eccolo lì, il primo ottobre 2025, timido e impacciato come sempre, alla fine della sua sfilata di debutto per la linea donna di Dior.

«Osi entrare nella Maison Dior?» compare sulla piramide rovesciata al centro della location scelta per il debutto. Da fan del suo lavoro, la domanda che mi faccio è un’altra: come osa la Maison Dior far entrare Jonathan Anderson?

Dopo gli anni di couture datata, femminismo esasperato e collezioni ripetitive, Anderson ha l’arduo compito di rilanciare Dior agli occhi di un mondo della moda scettico, difficile da convincere quando si parla della Maison parigina.

Ma Anderson è ruffiano, vuole piacere.

Ed ecco che sulla piramide rovesciata appaiono tutti i direttori creativi prima di lui, dalle immagini in bianco e nero di Monsieur Dior alle passerelle teatrali di Galliano, di colpo risucchiate in una scatola al centro della location.

I look sembrano usciti da quella scatola. La prima gonna a paralume plissettata decorata con i fiocchi che ritornano in altri look, gli abiti in sottoveste, gli shorts in denim. Tutta l’eredità della maison rielaborata e rimescolata dalla mente di Anderson.

C’è Ferrè nelle architetture degli abiti, c’è Galliano nei pezzi in organza trasparente, c’è Dior stesso nelle micro decorazioni ispirate dal mitico abito Junon del 1949. E ancora Saint Laurent nel pizzo nero che nasconde il viso della modella e nei colletti trasformati in cappelli settecenteschi, Simons nelle minigonne a palloncino, persino Roger Vivier nei tacchi con il risvolto piumato.

 

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I fiocchi della boccetta di Miss Dior, la Bar Jacket con la vita più alta, la cornice del primo logo della maison come decorazione in rilievo su un abito bianco a metà sfilata, tutto riporta a un immaginario da sempre incerto a cui il nuovo direttore creativo vuole finalmente dare fondamenta solide. Perché Anderson sa citare, è vero, ma con intelligenza, senza mai sbordare nella copia.

La standing ovation finale era d’obbligo nel vero senso del termine: alzarsi in piedi e applaudire, nonostante le critiche già appuntate, fa parte del gioco.

A fine sfilata c’è chi grida all’”andersonismo” di Dior, chi a una copia della sua Loewe, chi a una ripresa degli archivi banale, che mira solo ad accontentare i fedelissimi al marchio. Difficile – come sempre – decifrare lo sguardo enigmatico dietro gli occhiali di Anna Wintour. O cosa si agiti nella mente di Rick Owens o Alessandro Michele, seduti in prima fila.

La pluripremiata critica di moda Cathy Horyn elogia la capacità dello stilista di giocare con le proporzioni, la sua ironia, la leggerezza dei capi rispetto allo stile serioso del passato del brand. «Anderson has forced a pause with this collection», scrive in riferimento alla collezione uomo presentata in estate, più concettuale e seriosa. Anche lei, nei riferimenti di Anderson, vede tanto un nome. Ovviamente quello di Christian, per tornare alla domanda iniziale.

Ma, negli anni, qualche visita all’anagrafe la Maison l’ha fatta. Mai per cambiare il primo nome, semmai per arricchirlo di un secondo, un terzo, come quelle casate nobili dalle firme infinite. A mio parere, all’anagrafe la Maison c’è però andata davvero solo due volte. Nel 1958, per aggiungerci Yves. E nel 1997, per scriverci vicino John.

Ferrè era troppo rigido, Bohan conservatore privo di creatività, Simons così cerebrale da perdere l’essenza romantica del fondatore, Chiuri ripetitiva e legata a concetti lontani dal marchio.

Yves Saint Laurent è stato il giusto equilibrio tra tradizione e innovazione, il punto d’incontro tra la raffinatezza di Dior e il mondo pop degli anni Sessanta. Mai uscito troppo dalle linee guida disegnate dal suo maestro, capace allo stesso tempo di cancellarle quel minimo che basta per prendere una traiettoria nuova.

E poi John Galliano. L’inaspettato, la teatralità, un Dior completamente diverso dall’originale e che, sorprendentemente, convince quasi di più. Galliano sa fare una delle cose meno scontate nei primi anni Duemila – ed è citare: oggi riprendere in mano gli archivi e costruirci collezioni intere è un must, quasi una regola non scritta da seguire. Ma in un periodo in cui nascevano, o si affermavano, alcuni dei nomi più importanti del panorama moda di oggi, citare il passato passava in secondo piano.

Galliano omaggia Christian in vari modi. Con una collezione tributo ai suoi artisti preferiti per il sessantesimo della Maison. Con il lilla amato dalla sua musa Mitzah Bricard. Trasformando la vita stretta del New Look nella più moderna delle tendenze.

 

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E ora, nel 2025, la Maison Dior è pronta per un altro viaggio all’anagrafe, per aggiungere l’ennesimo britannico al suo leggendario nome?

Rispetto ai suoi due predecessori, difficile capirlo dai primi 74 look presentati.

Quello che so è che c’è qualcosa di drammatico che unisce Christian Dior e Jonathan W. Anderson. Il primo arriva dopo la Seconda Guerra Mondiale, una ventata d’aria fresca dopo il caos; il secondo nel caos ci si ritrova in pieno. Se il primo può permettersi di liberare, di tornare a respirare, il secondo deve proteggere, difendere.

Non è la prima volta che la donna Dior imbraccia le armi. Già Galliano nel 2005 la vestiva di maglie in cotta e armature medievali, o Maria Grazia Chiuri la trasformava in amazzone dei giorni nostri nel 2024.

Le armature di Anderson, però, sono diverse. Non sono appariscenti, alla Galliano, o artificiose, come quelle della Chiuri. Sono strutture chiuse, quasi fini a sé stesse, non comunicano con lo spazio intorno. Non servono a sedurre, ma piuttosto a contenere un’identità precisa che non deve sfuggire in nessun modo. Quella di Dior, con i suoi tanti nomi e volti, chiusi in una scatola da aprire con cautela.

La direzione creativa di Anderson si basa sull’identità, sul costruire un sistema di simboli che rappresentino il marchio come fece Lagerfeld con Chanel, ma senza appesantire e ripeterli all’infinito.

I look – che sembrano uscire dalla scatola al centro della passerella – si rivelano essere essi stessi quella scatola, con al loro interno tutti quei nomi che negli anni ce l’hanno fatta – o no – a raggiungere l’anagrafe ed essere aggiunti a Christian.

Christian Yves John Jonathan. Sarà questo il futuro di Dior?

Leonardo Pulcini

 

 

About Leonardo Pulcini
Nato e cresciuto in terra bergamasca, studia moda e comunicazione. Per lui tutto passa prima dall’estetica: una foto, una copertina, un abito couture dicono più delle parole. Appassionato di moda d’archivio e musica, ama capire come questi due ambiti si fondono e si influenzano tra di loro, attraverso identità e cultura.
Dove incontrare Leonardo via social: attraverso il suo profilo Instagram.
Scrive anche recensioni musicali per Iyezine e potete leggere i suoi articoli qui.

 

 

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