Essere Emily Charton nel 2026

Da Il Diavolo veste Prada 2 al burnout glamourizzato: Emily Charton diventa il simbolo di una generazione di donne cresciute tra performance, ambizione e paura di essere sostituibili.

Ci avevano detto che potevamo avere tutto.
La carriera. L’indipendenza. Il riconoscimento. La libertà di diventare qualsiasi cosa desiderassimo.

Nessuno ci aveva spiegato che, per ottenerli, avremmo dovuto diventare instancabili.

Ci sono ragazze che cenano alle undici di sera con il computer ancora acceso accanto al piatto, senza nemmeno controllare davvero cosa stanno mangiando. Prima rispondi, meglio è. Sempre efficienti. Sempre reperibili. Ogni giorno sul pezzo. Ragazze che hanno imparato ad associare il silenzio di una mail alla paura di non essere abbastanza importanti da ricevere risposta.

Nel mondo contemporaneo non si aspetta più una telefonata.
Si aspetta una risposta. Una mail. Un messaggio visualizzato. Un “ti faccio sapere”. Una timeline precisa.

Piccole forme di approvazione digitale da cui finiamo per far dipendere giornate intere. E forse è anche per questo che il ritorno de Il Diavolo veste Prada, oggi, colpisce in modo diverso. Non soltanto per nostalgia. Ma perché il mondo raccontato da quel film, nel frattempo, è diventato il nostro linguaggio quotidiano.

Per anni abbiamo creduto che la protagonista fosse Andy Sachs. Poi siamo cresciute. E abbiamo capito che la più realistica era Emily Charton.

Emily con i capelli perfetti e il sistema nervoso distrutto. Emily che viveva per Runway come certe ragazze oggi vivono per un magazine, per un’azienda, per una possibilità minuscola di entrare finalmente nella stanza giusta. Sempre Emily che conosceva tutto, anticipava tutto, sacrificava tutto.

Il sonno. Il cibo. La salute. Pur di restare indispensabile. Il problema è che Runway sarebbe sopravvissuto benissimo anche senza Emily. Ed è qui che Il Diavolo veste Prada 2 smette di essere soltanto un sequel e diventa qualcosa di molto più inquietante: uno specchio generazionale.

Perché nel 2006 il sogno era entrare a Runway. Nel 2026 il problema è sopravvivere abbastanza a lungo da restarci.

Nel frattempo il mondo è diventato ancora più feroce. Non basta più essere impeccabili in redazione. Ora bisogna esserlo ovunque. Online. Agli eventi. Nelle stories. Nei messaggi inviati alle 23:47 con ancora abbastanza entusiasmo da sembrare coinvolte. Bisogna essere brillanti ma non aggressive, colte ma leggere, sensuali ma spontanee, produttive ma sorridenti. E soprattutto: mai stanche.

La donna contemporanea non crolla più in pubblico. Al massimo cambia filtro Instagram.

Il modello Emily

Per molto tempo Emily Charton è stata raccontata come una caricatura isterica della moda anni Duemila. Oggi appare diversa. Tragicamente moderna. Perché dietro quell’ossessione per Runway non c’era superficialità.
C’era adattamento. La versione elegante e perfettamente truccata della sopravvivenza.

Milano, a certe ore della sera, è piena di ragazze che tornano dagli eventi con i tacchi in mano e le notifiche ancora attive. Ragazze che parlano di networking come se fosse una forma di ossigeno. Che si sentono costantemente in ritardo rispetto a qualcun altro. Che hanno trasformato la propria personalità in un progetto lavorativo continuo. Perché ormai il lavoro non finisce più. Si traveste da identità.

Nel primo film, Emily correva dietro a Miranda Priestly. Nel sequel, probabilmente,  se  fosse stata ancora a Runway, correrebbe anche dietro all’algoritmo. Perché nel frattempo il glamour è cambiato: non basta più essere viste, bisogna restare rilevanti. Sempre. Continuamente.

Con abbastanza presenza online da non sparire, abbastanza mistero da sembrare interessanti e abbastanza resilienza da reggere un sistema che consuma le persone con la stessa eleganza con cui cambia una copertina.

Non solo moda

La verità è che il mondo della moda non parla mai davvero solo di moda. Parla di potere. Di desiderio. Di gerarchie invisibili. E soprattutto della paura contemporanea più grande di tutte: diventare sostituibili.

Emily Charton faceva paura proprio per questo. Perché era la rappresentazione perfetta di una donna convinta che il proprio valore dipendesse esclusivamente dalla capacità di resistere più degli altri.

Più fame. Maggior disciplina. Più controllo. Molto prima che il burnout diventasse un’estetica condivisa sui social, Emily aveva già capito tutto: il capitalismo contemporaneo ha fatto una cosa geniale, convincere le donne a chiamare “passione” anche la propria auto-distruzione. E forse è questa la vera tragedia della nostra generazione. Non il fallimento. Ma l’idea di dover meritare continuamente il proprio posto nel mondo.

Chi siamo allora?

Così continuiamo a correre anche noi. Tra una call, una skincare routine, un evento esclusivo e quella sensazione costante di essere sempre a un passo da qualcosa che non arriva mai davvero.

Continuiamo a definire “passione” livelli di esaurimento che in qualunque altra epoca avrebbero avuto un nome molto meno glamour. Bellissime. Competenti. Sempre perfomanti. Perfettamente esauste. E forse è proprio questa l’eredità più contemporanea di Emily Charton: averci insegnato che una donna può diventare impeccabile anche mentre si sta lentamente consumando.

Bellissima da guardare. Perfetta da sostituire.

Francesca Soba

 

 

Photocredits: press kit Cristiana Caimmi & Co. S.r.l.

 

 

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Francesca Soba

Appassionata d’arte, amante del bello in ogni sua forma e con un’irresistibile attrazione per le montagne innevate, mi sento una vera e propria esploratrice del mondo della cultura e della natura. Dopo aver conseguito la laurea in Conservazione e Gestione dei Beni Culturali presso l’Università di Trento, ho sviluppato una carriera dinamica e ricca di esperienze in ambito culturale, combinando rigore accademico e creatività. Ho poi conseguito ulteriori qualifiche che arricchiscono il mio profilo, tra cui corsi di specializzazione nel mondo di Sotheby’s e la finanza rapportata al mondo dell’arte. La scoperta della possibilità di unire tecnologia e arte mi ha aperto a un mondo nuovo! Altri corsi sono stati diretti ad approfondire il mio livello di inglese, ora C1, e infine sto seguendo corsi di giornalismo all’Accademia del Lusso a Milano. Ma non c'è solo il lavoro: posso dire che la mia energia si sprigiona tra le cime delle montagne, dove trova la sua dimensione ideale sciando tra paesaggi mozzafiato. Oppure nei viaggi. Adoro viaggiare e ogni occasione è buona per scegliere la strada verso l’aeroporto! Ho sempre amato scrivere, trovando nella scrittura il mezzo perfetto per esprimermi, non essendo particolarmente incline alle conversazioni. Ogni parola scritta è per me un'opportunità di raccontare e comunicare in modo autentico. Di far conoscere il mio punto di vista sul mondo. Inoltre, sono cresciuta con la passione per la moda, un'influenza importante trasmessa da mia madre, sin da piccola. Questo mi ha permesso di sviluppare un occhio attento ai dettagli, al punto da distinguere un completo Dolce & Gabbana da uno di Maison Margiela con un solo sguardo. Sempre alla ricerca della bellezza in tutte le sue forme, mi sento una professionista versatile, creativa e appassionata, capace di affrontare ogni sfida con entusiasmo e dedizione. Che si tratti di un'opera d'arte da valorizzare o di una pista innevata da conquistare, il mio obbiettivo è sempre lo stesso: dare il massimo e trasformare ogni esperienza in un'opportunità di crescita. Mi trovate anche in Instagram come @frencisoba

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