La linea sottile tra apprezzamento e appropriazione culturale
Viviamo in un mondo sempre più complesso e in cui, proprio per questo motivo, diventa talvolta difficile distinguere vizi e virtù. Basti pensare, per esempio, a quanto succede nella moda: pare che tutti si ispirino a tutti. Chi si è ispirato a chi? Oppure… chi ha copiato chi?
La questione assume connotazioni particolarmente rilevanti quando si parla di ispirazioni collegate a elementi fortemente identitari, capaci di connotare un popolo e la sua cultura. Mi riferisco alla questione dell’appropriazione culturale.
Dove finisce un apprezzamento sano e legittimo e dove inizia, invece, l’appropriazione culturale? Come si possono distinguere in modo chiaro, netto, definitivo?
Parlo di questi argomenti da anni, in qualità di docente e anche come editor: il mio articolo più recente è giusto di qualche mese fa. Visto che, in redazione, sto dando spazio sempre maggiore a membri della Gen Z con l’obiettivo di avere un approccio ancora più deciso su questioni che non possiamo più né rimandare né ignorare, sono felice che oggi a parlare di appropriazione culturale sia Giada Crudo.
Studentessa e tirocinante di moda e comunicazione, Giada ha le idee molto chiare su come dovremmo maneggiare le questioni culturali, in ambito moda e non solo. Ci conduce in un excursus che affronta l’argomento con sensibilità e chiarezza. Senza paura di fare nomi, tra vizi e virtù.
Alcuni di questi nomi non suoneranno nuovi ai lettori più attenti e fedeli di A glittering magazine. Tra i virtuosi, per esempio, c’è Stella Jean, stilista di cui ho parlato spesso proprio per la capacità di creare ponti culturali. Perché – come ben spiega Giada – la cultura deve creare collaborazioni che portino mutuo vantaggio, non mero saccheggio.
Buona lettura.
Emanuela Pirré
Founder & Head of Editorial Content
QUANDO LE MODE DIVENTANO TOSSICHE
Giada Crudo racconta
quanto sia sottile
la linea che separa
appropriazione culturale e apprezzamento
Con la globalizzazione, il tema dell’appropriazione culturale è diventato sempre più un problema. Grazie a internet e ai social media, abbiamo la possibilità di estendere la nostra cultura personale aprendo le porte a tradizioni, usi e costumi delle popolazioni provenienti da tutto il mondo.
Questo ci permette di ampliare le nostre conoscenze: con pochi click possiamo ascoltare musica africana, acquistare tessuti provenienti dall’Asia o riprodurre ricette sudamericane nelle nostre cucine europee. Questo scambio è un’occasione per conoscere e valorizzare culture che fino a pochi decenni fa rimanevano confinate nei propri territori.
Tuttavia, ha anche reso possibile qualcosa di oscuro e negativo: spesso le minoranze etniche vengono copiate, sfruttate e gentrificate dalle grandi aziende e dai marchi di lusso per vantaggi economici e di visibilità.
Assistiamo sempre più spesso a dinamiche di sfruttamento in cui culture minoritarie vengono ridotte a semplici trend, private del loro significato originario e trasformate in merci globali da vendere a caro prezzo. Il confine tra apprezzamento e appropriazione diventa allora il punto centrale: nel 2025, capire dove finisce l’omaggio e dove inizia lo sfruttamento è fondamentale per non supportare quella che è diventata un’abitudine tanto criticata quanto ingiusta.
Alcuni episodi recenti ci mostrano come le grandi aziende continuino a oscillare tra rispetto e sfruttamento, rendendo urgente una riflessione che vada oltre la superficie.
APPROPRIAZIONE CULTURALE: UN PROBLEMA CHE NON È PIÙ INVISIBILE
Molti tendono ancora a ridurre l’appropriazione culturale a una questione estetica, quasi un dettaglio marginale. Ma il problema è molto più profondo. Non si tratta di impedire lo scambio culturale – anzi, lo scambio è parte integrante dell’evoluzione delle società. Si tratta di capire come questo scambio avviene e chi ne trae vantaggio.
Quando una cultura dominante prende elementi da culture marginalizzate, cancellando la loro origine o impedendo alle comunità di beneficiarne, non siamo davanti a un omaggio, ma a un atto di sfruttamento che crea conseguenze negative per i popoli che subiscono la gentrificazione. Sul piano economico, le comunità non ricevono alcuna ricompensa. Sul piano simbolico, le loro tradizioni vengono ridotte a oggetti di consumo, perdendo il significato che avevano nei contesti originari.
È un meccanismo che riproduce logiche coloniali: appropriarsi senza chiedere, monetizzare senza restituire, ridurre una tradizione a un capriccio della società consumista.
Il fatto che se ne parli sempre di più è un segnale positivo: la sensibilità collettiva sta crescendo. Tuttavia, nonostante anni di dibattito, grandi aziende e case di moda continuano a oltrepassare quel confine. Non si tratta di episodi isolati, ma di un sistema che si ripete.
Per rendersene conto, basta guardare a tre casi recenti che coinvolgono la moda e anche il cinema.
ESEMPI RECENTI DI APPROPRIAZIONE CULTURALE
Il primo caso riguarda Adidas e lo stilista Willy Chavarria che, insieme, hanno lanciato la Oaxaca Slip-on, una scarpa ispirata a un modello tradizionale messicano. Il nome stesso rimanda a Oaxaca, la città capitale dell’omonimo stato del Messico in cui gli artigiani locali producono gli huarache, dei sandali tradizionali in cuoio.
Ma dietro questa apparente celebrazione c’è una contraddizione: le scarpe sono state prodotte in Cina, senza alcun coinvolgimento delle comunità messicane che custodiscono e tramandano quella tradizione. Non c’è stato riconoscimento, né ritorno economico. La cultura locale è stata usata a scopo di marketing e svuotata della sua essenza.
Il secondo episodio ha coinvolto Prada che, durante la sfilata uomo Spring/Summer 2026, ha presentato dei sandali pressoché identici ai chappal di Kolhapur, calzature tipiche indiane vendute a prezzi abbordabili. Prada li ha trasformati in oggetti di lusso, con prezzi esorbitanti e senza inizialmente citare le radici artigianali indiane. Dopo le polemiche, il brand ha riconosciuto l’ispirazione e ha aperto un dialogo con gli artigiani locali. Un passo importante, certo, ma che conferma un atteggiamento frequente: prima si prende, poi si chiede scusa.
Infine, è finito sotto accusa il film Emilia Pérez di Jacques Audiard. Il film racconta la trasformazione di un narcotrafficante, Juan “Manitas” Del Monte, in una donna, Emilia Pérez: nonostante sia ambientato in Messico, è stato però girato interamente in studio a Parigi.
La pellicola è stata criticata per aver rappresentato in modo stereotipato il Paese senza dare spazio ad attori messicani. Qui l’appropriazione non è estetica, ma narrativa: una cultura intera diventa cornice per una storia scritta e diretta dall’esterno, incapace di coglierne le sfumature reali.
Tre casi, tre contesti diversi, ma lo stesso schema: prendere senza restituire, generalizzare senza conoscere.

QUANDO INVECE DIVENTA APPREZZAMENTO CULTURALE
Non mancano, fortunatamente, esempi virtuosi che mostrano come si possa lavorare in modo diverso.
La Maison Chanel ha recentemente organizzato a Tokyo una grande esposizione che ha messo in dialogo il savoir-faire delle sue botteghe con le tradizioni artigiane giapponesi. Non si è trattato di un’appropriazione estetica, ma di un lavoro costruito con artisti e artigiani locali, volto a valorizzare il patrimonio culturale nipponico e a metterlo al centro dell’evento. Qui l’ispirazione non cancella, ma esalta.
Un altro caso significativo è quello di Stella Jean, stilista italiana di origini haitiane. Lo scorso settembre, la stilista è tornata sulle passerelle della Milano Fashion Week e ha celebrato l’emancipazione femminile con una collezione nata dalla collaborazione con le artigiane del Bhutan. Il risultato? Capi che usano tessuti locali non come decorazione, ma come vero ponte creativo: le donne bhutanesi hanno avuto voce e visibilità e la loro tradizione è stata raccontata al mondo in chiave contemporanea.
Anche Balmain ha scelto di partecipare, nel 2024, allo SWAIA Indigenous Fashion Show di Santa Fe, un’occasione importante per l’arte indigena e i giovani artisti del movimento. Qui il ruolo del brand non è stato quello di dominare la scena: con la sua presenza, ha contribuito a dare legittimità e attenzione internazionale a chi spesso rimane invisibile.
Questi esempi mostrano che la differenza è sostanziale: non si tratta di fermare lo scambio, come detto, ma di costruirlo su basi di rispetto, reciprocità e collaborazione.
COSA DISTINGUE QUINDI APPREZZAMENTO E APPROPRIAZIONE CULTURALE?
Non è una questione di sfumature, ma di principi concreti fondamentali: riconoscimento, partecipazione, reciprocità.
Il riconoscimento: apprezzare significa dichiarare le fonti, dare credito a chi ha creato quei saperi e quelle forme artistiche. Nell’appropriazione culturale, al contrario, si nascondono le origini, lasciando che l’innovazione sembri frutto esclusivo delle aziende occidentali.
La partecipazione: un brand che apprezza una cultura la coinvolge direttamente, costruisce progetti insieme, crea opportunità per chi custodisce quelle tradizioni. Appropriarsi significa invece escludere i protagonisti originari, riducendoli a comparse invisibili.
La reciprocità: apprezzare vuol dire che entrambi i lati ottengono un beneficio, economico o simbolico. Appropriarsi significa che solo uno guadagna, spesso a spese dell’altro.
La differenza è evidente. Non serve censurare lo scambio culturale né rinchiudere le tradizioni entro confini invalicabili. Serve piuttosto stabilire regole di rispetto.
In un mondo così interconnesso come quello attuale, non possiamo più fingere che l’appropriazione culturale sia un errore innocuo. È una pratica che danneggia comunità reali, marginalizza identità, perpetua dinamiche di potere.

LA CULTURA NON È UNA MINIERA DA SACCHEGGIARE
L’appropriazione culturale non può più essere ridotta a una svista estetica. È un atto politico, un meccanismo di sfruttamento che si ripete.
Continuare a ignorarlo significa legittimare l’ingiustizia e normalizzare una forma di disuguaglianza mascherata da creatività.
Nessuno vuole alzare muri o confini invalicabili. Il punto è rendere lo scambio giusto, equo, trasparente. Le aziende devono assumersi la responsabilità di collaborare davvero con le comunità da cui traggono ispirazione, riconoscere le origini, restituire parte del valore economico generato.
Solo così si spezza il meccanismo dello sfruttamento. La cultura non è una risorsa da estrarre, non è una miniera da cui attingere liberamente.
È un bene vivo, collettivo, costruito da comunità che meritano rispetto e protagonismo.
Apprezzare significa riconoscere, valorizzare, condividere. È in questa scelta che moda, cinema e arte possono trasformarsi da strumenti per arricchirsi in motori di giustizia, capaci di generare non solo bellezza, ma anche un dialogo rispettoso ed equità.
Giada Crudo
About Giada Crudo
Nata nella bassa bergamasca, studia moda e comunicazione. Con una formazione al liceo artistico, per lei l’arte è un linguaggio totale: un modo per esprimersi e raccontare ciò che non si vede a primo acchito, le sfumature più intime della propria identità.
Le piace confrontarsi con culture e pensieri diversi dai suoi, cogliendone le differenze come un arricchimento e mantenendo uno sguardo aperto e sensibile.
L’immagine è stata generata
tramite IA
a solo scopo editoriale
ed è liberamente ispirata
a fatti di cronaca recenti