Il 2025, l’anno in cui la moda ha salutato Giorgio Armani
In questi giorni, archiviando definitivamente l’anno appena terminato, non si può fare a meno di ricordare che il 2025 è stato l’anno in cui la moda e il mondo intero hanno salutato Giorgio Armani.
Gli articoli su di lui sono stati innumerevoli, ovunque, e molti erano ciò che in giornalismo viene definito coccodrillo. Credo che non tutti sappiano che i tempi dell’informazione sempre più stretti costringono tante redazioni giornalistiche a tenere archivi di articoli commemorativi già pronti da usare all’occorrenza, i cosiddetti coccodrilli, appunto. Può sembrare una cosa di dubbio gusto, me ne rendo conto. Eppure questo è solo l’ennesimo segno di quanto chi si occupa di informazione viva nel terrore di arrivare tardi sulla notizia.
Lo scorso 4 settembre, il giorno in cui Armani ci ha lasciati, io non avevo né un coccodrillo pronto. Al contrario, prima di scrivere il mio personale saluto, ho avuto bisogno di tempo. Tempo per leggere, ascoltare, riflettere e fare ordine. Anche perché lo confesso, mi sono sentita un po’ disorientata, quasi sopraffatta, dall’abnorme quantità di lodi sperticate che sono state tessute per lui, il Re della moda italiana, così come lo chiamavano molti, salutato da 16.000 persone passate dalla camera ardente. Anche questo un numero davvero abnorme, da re.
Leggere così tanti assolutismi mi ha dato l’impressione di assistere a un processo di beatificazione, anzi, a una vera e propria santificazione che mi ha portata a tacere. Quindi lo scrivo subito: rimarrete delusi se pensate di leggere un’altra di quelle celebrazioni iperboliche. E badate bene, parto da un punto non negoziabile: ho amato, amo e amerò Giorgio Armani. Eppure, anzi, proprio in nome di questo amore, scelgo la strada dell’equilibrio e dell’obiettività. E credo che equilibrio e obiettività siano in realtà coerenti con lui e con ciò che è stato: il Re non solo della moda, ma anche della sobrietà. Tra grandi meriti e grandi luci, certo, ma anche con qualche ombra su ciò che è stato e ciò che sarà.
Parto da quel mio amore, dal fatto che Giorgio Armani abbia saputo incarnare ciò in cui credo fermamente: la moda non è solo apparenza e frivolezza. È anche essenza e sostanza, concretezza e solidità. La sua idea di stile ha sempre incarnato tutto ciò. La sua moda è stata a tratti soave ed eterea – pensate all’Alta Moda rappresentata da Armani Privé – eppure allo stesso tempo concreta. Sofisticata e minimalista, tanto che “togliere” è stato probabilmente uno dei suoi verbi preferiti. E poi è stata sempre coerente e fedele a sé stessa. Così fedele da riuscire a creare una identità molto precisa e fortemente distintiva, fortemente riconoscibile.
La fedeltà a sé stesso e a un proprio ideale e la coerenza che ha saputo sempre dimostrare sono caratteristiche immense soprattutto oggi, in un panorama in cui molti marchi hanno un grosso problema: l’assenza di identità, distinguibilità, riconoscibilità. Perfino chi non ama o non segue la moda saprebbe riconosce un capo d’alta moda o una giacca Armani.
In un’industria che sempre più vive di immediatezza e che fagocita velocemente stagioni e collezioni, Armani ha costruito un’estetica senza tempo. Una sua frase, citata spessissimo, riassume alla perfezione questa sua idea: «vestiti in modo che, quando vedi una tua foto, tu non sia in grado di attribuirle una data». È esattamente ciò che è riuscito a realizzare. Non ha mai rincorso le mode, non ha mai ammiccato alle tendenze. Ha conservato quel suo linguaggio così personale e distintivo, tanto da essere a volte criticato come troppo conservatore. Quell’essere sempre uguale a sé stesso è stato visto da molti come un limite, un difetto. In fondo, la moda non è continua evoluzione?
Non credo che a lui sia mai importato granché di questa critica. Ha continuato a privilegiare la coerenza alla quale si possono affiancare altre parole: rigore, disciplina, controllo, pragmatismo, discrezione.
Lo racconta chiunque abbia lavorato con lui: era rigoroso e disciplinato. Era pignolo tanto da risultare inflessibile, duro, a tratti intransigente, ma lo era prima di tutto con sé stesso. Il suo senso del dovere e la sua dedizione al lavoro erano totali. Entrando in uno dei suoi hotel o delle sue boutique, poteva capitare di incontrarlo. Gli piaceva infatti passare e controllare che tutto fosse esattamente come lui aveva disposto.
Tutti i suoi collaboratori hanno almeno un aneddoto che lo ricorda mentre sistema personalmente ogni cosa, ogni dettaglio. Era chiamato Re Giorgio anche per questo e perché diceva ciò che voleva senza pensare alle conseguenze. Nessuno o quasi osava contraddirlo, nemmeno la potente Anna Wintour. «Era un leone – ha detto di lui in un’intervista recente – e un fiero difensore della sua famiglia e del suo lavoro. Se pensava che non si stesse dando ad Armani l’attenzione che meritava in un certo anno, e non di rado lo pensava di me, non aveva paura di farmelo sapere».
Non aveva paura nemmeno di ammettere di non aver mai avuto il «sacro fuoco» della moda. «Ho fatto il designer – aveva ribadito nel 2024 in una intervista a Vanity Fair – così come avrei potuto fare l’avvocato o il medico. Non sono stato un bambino che sognava la moda disegnando i vestiti delle bambole. Però ho capito che con la moda potevo fare soldi, esprimermi e confrontarmi con quello che avevo intorno». Pragmatico in tutto, sempre.
Il pragmatismo ha fatto di lui un grande imprenditore, fedele non solo alla sua visione estetica e di stile, ma anche a una gestione indipendente e a capitale privato. Si vocifera che, nel corso degli anni, gli siano arrivate varie offerte, ma che lui non abbia mai ceduto. In un’epoca in cui molti hanno ceduto il controllo del proprio marchio, lui ha lasciato questa vita come unico proprietario del suo enorme regno, senza cedere alle pressioni della finanza globale.
L’ultima parola che lo ha caratterizzato è discrezione. Pur essendo celeberrimo e pur avendo incarnato la dimensione di sarto delle star, Giorgio Armani era poco incline alla mondanità. Custodiva un mondo di affetti profondi, un nucleo solido dal quale ha sempre tratto forza ma lasciando trapelare poco o nulla. È stato un uomo estremamente riservato, un atteggiamento che marca un’abissale distanza di comportamento rispetto a tante celebrità.
Era spesso discreto in un altro suo lato: l’essere filantropo. È vero, alcune sue iniziative hanno avuto grande risonanza mediatica, ma altre si sono consumate nel silenzio. Per esempio, si raccontano storie su Pantelleria, il luogo che tanto amava. Alcuni abitanti raccontano di quando sull’isola volevano chiudere l’unico cinema: lo fece sistemare di tasca sua, impedendone la chiusura, anche se al cinema lui non ci andava. O raccontano di come abbia disegnato delle magliette per il canile, regalandole per la raccolta fondi per aiutare i volontari. Iniziative che non hanno raggiunto le prime pagine dei giornali, ma che testimoniano la sua volontà di restituire la fortuna che aveva ricevuto e messo a frutto. È stato anche una sorta di mecenate, per esempio ospitando le sfilate di vari stilisti emergenti nel suo Armani / Teatro.
Tutte queste caratteristiche dipingono un uomo decisamente non comune, fuori dall’ordinario. Eppure anche i re hanno dei limiti e, dove ci sono le luci, ci sono necessariamente anche le ombre.

Ho scritto che nessuno o quasi osava contraddirlo. Aggiungo che non amava le critiche eppure spesso criticava i suoi colleghi, soprattutto quelli lontani da lui quanto a estetica. Alle sue conferenze stampa, tutti aspettavano le sue uscite e i suoi strali che il giorno dopo diventavano immancabilmente il titolo del momento e l’argomento di cui si parlava. Spesso aveva ragione, a volte andava un po’ oltre.
Prendete, poi, la forte identità e il controllo assoluto: l’ho scritto, Armani era Giorgio Armani e quel suo non essersi mai snaturato. E ora?
Ora bisognerà portare avanti quell’idea, quella visione di moda e di stile, ma, allo stesso tempo, occorrerà pensare alla dimensione economico-finanziaria. Non è certo cosa facile.
Com’è ormai noto, Giorgio Armani ha lasciato precise istruzioni attraverso il suo testamento. Riassumendo, ha disposto di vendere una quota iniziale del 15% della casa di moda entro 18 mesi dalla sua morte. In seguito, verrà trasferita un’ulteriore quota dal 30% al 55% allo stesso acquirente oppure verrà cercata una quotazione in borsa. L’idea di fondo è chiara: garantire stabilità nell’immediato, con un periodo di transizione privo di scossoni, ma preparare il terreno alla vendita a un grande gruppo oppure aprirsi al mercato dei capitali.
Lui che era rimasto orgogliosamente indipendente, lui che aveva rinunciato allo sbarco in Borsa, era però conscio di un fatto: difficile immaginare un futuro a lungo termine dopo la propria scomparsa e, soprattutto, continuare a immaginarlo al di fuori dell’orbita dei grandi gruppi oppure dei listini azionari. Anche a fronte della crisi del lusso che vede rallentare anche i nomi più blasonati. Armani incluso.
In uno degli articoli pubblicati da questo nostro magazine, Francesca Soba ha espresso un pensiero che condivido. «C’è un contrasto tragico, quasi greco, nella storia di Armani. Da un lato, l’uomo che ha costruito tutto da solo, mattone dopo mattone, senza compromessi e senza padrini. Dall’altro, il destino di dover cedere, di lasciare andare, di abbandonare un’opera che non può vivere solo della sua volontà. È il paradosso di tanti grandi italiani: aver creato troppo attorno a sé stessi, senza voler condividere il peso del comando». Già, come ben scrive Francesca, il capitalismo italiano si trova a un certo punto a fare i conti con la realtà.
Molte nostre realtà imprenditoriali temono il controllo esterno e preferiscono restare proprietarie assolute, anche a costo di rinunciare a dimensioni più competitive; viene però il momento di fare, appunto, i conti con la realtà.
E questa resa dei conti avviene spesso nel momento della scomparsa del capostipite – esattamente come accade oggi al marchio Armani.
Se e come riuscirà (o meno) a rimanere fedele alla visione stilistica in questo nuovo scenario è cosa tutta da scoprire. Anche su questo fronte, Armani aveva già indicato i suoi successori: Silvana Armani, responsabile delle collezioni donna, e Leo Dell’Orco, per le linee uomo. Entrambi, la nipote e il compagno e braccio destro, già al suo fianco da lungo tempo (da 40 anni lei, da 30 lui) e quindi profondi conoscitori del linguaggio stilistico del marchio, entrambi spesso portati in passerella al termine delle sfilate, entrambi presentati come i custodi della continuità. Resta da capire come Armani marchio prospererà senza il proprio cardine fondamentale venuto a mancare. C’è da capire se, prima o poi, per mantenere rilevanza, il marchio dovrà affidarsi a qualche cosiddetto creativo di peso, a un nome celebre.
Domande, incertezze. Ma l’ombra più grande è quella che si è stagliata proprio sugli ultimi anni della vita dello stilista.
Mi riferisco a quanto accaduto nel 2024, quando il Tribunale di Milano ha disposto l’amministrazione giudiziaria per la Giorgio Armani Operations ovvero la società che si occupa di progettazione e produzione di abbigliamento e accessori per tutto il gruppo Armani. Secondo l’indagine condotta, la società avrebbe subappaltato indirettamente la produzione a società cinesi che sfruttavano i lavoratori.
Risultato? Amministrazione controllata di un anno. I giudici avevano poi revocato il provvedimento in anticipo grazie a «un virtuoso percorso compiuto nel solco delle prescrizioni impartite». La Giorgio Armani Operations aveva infatti provveduto a risolvere in tempi celeri i rapporti con i fornitori ritenuti a rischio e aveva adottato «diverse buone pratiche, che hanno ricevuto condivisione e approvazione dal Tribunale, nel quadro della riscoperta di una cultura della legalità estesa a tutta la catena produttiva». Aveva avviato un percorso di risanamento con il supporto dell’amministratore giudiziario «riscoprendo e implementando iniziative importanti per prevenire il ripetersi di questi fenomeni».
Ma non è finita così.
Lo scorso agosto, L’AGCM, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, ha sanzionato le società Giorgio Armani S.p.A. e Giorgio Armani Operations con una multa di 3,5 milioni di euro. L’accusa è di pratica commerciale ingannevole, nello specifico per le «dichiarazioni etiche e di responsabilità sociale non veritiere e presentate in modo non chiaro, specifico, accurato e inequivocabile». Secondo AGCM, tali dichiarazione sarebbero state «uno strumento di marketing utilizzato per rispondere alle crescenti aspettative dei consumatori». Immediata la risposta della società Giorgio Armani che ha deciso di impugnare la sanzione davanti al TAR, anche alla luce della revoca anticipata dell’amministrazione giudiziaria.
La pratica del subappalto è purtroppo una prassi diffusa nella moda (e non solo), come ho scritto più volte negli ultimi mesi occupandomi del cosiddetto caporalato. Avere però evidenza del fatto che l’abbia fatto anche Armani e che la cultura della legalità sia stata una conseguenza di un provvedimento giudiziario… beh, è stato un duro colpo.

Un duro colpo a quell’immagine di coerenza e laboriosità costruita in un’intera vita.
Perché si potrebbe anche passare sul discorso appalti se fossero stati stipulati con clausole eque, sebbene il conto terzi porti a chiedersi quanto senso abbia ancora parlare di genuinità di marchio, per chiunque e in ogni caso. Ma ciò su cui è proprio impossibile passare è il fatto è che quel sistema lasciasse spazio allo sfruttamento di lavoratori. E mi chiedo come ciò sia potuto avvenire in casa Armani, soprattutto se penso alla sua mania di avere tutto sotto controllo. Quanto sapeva o non sapeva? E come tutto ciò poteva convivere con la dimensione di filantropo e mecenate?
Tutta questa brutta storia dimostra ciò che dicevo: Giorgio Armani era un essere umano. E, come ogni essere, umano aveva luci e ombre.
Ritorno così al mio discorso iniziale: non mi piacciono le lodi sperticate e le celebrazioni iperboliche, trovo inopportune le santificazioni e preferisco l’equilibrio e l’obiettività. Per questo motivo ho preferito un saluto che includesse positività e negatività, qualche certezza e diverse domande. Anche perché, nei giorni difficili dello scandalo Giorgio Armani Operations, mi è tornato in mente un racconto celeberrimo, I vestiti nuovi dell’imperatore, e il momento in cui un bambino ha il coraggio di urlare la verità e stracciare il velo di ipocrisia. «Il re è nudo», esclama.
Non voglio però concludere con la delusione e la negatività, sarebbe sbagliato esattamente quanto le santificazioni. Per usare un’altra immagine popolare, sarebbe come «buttare il bambino con l’acqua sporca», sarebbe cancellare il tutto senza salvaguardare le tante parti buone.
Mi concedo allora il lusso di qualche pensiero personale.
Voglio raccontare che, da piccola, con mia sorella, disegnavo bozzetti di moda. Eravamo due bambine che non sapevano assolutamente nulla di moda eppure, istintivamente, amavano la bellezza. Conoscevamo solo pochi nomi a cui ispirarci e uno era Armani.
Voglio raccontare che, dopo ogni fashion week, i suoi capi sono sempre stati tra le mie condivisioni social sebbene, da adulta, io abbia capito di non essere la donna Armani. Non lo sono mai stata, non quella impeccabile ed elegante in modo quasi innato. Non sono impeccabile e a volte sono perfino un po’ goffa. Eppure, chiunque abbia posseduto una giacca Armani testimonia la stessa cosa: si può essere impeccabili o meno, perfino goffi, ma quella giacca sembra tagliata per te e ti fa sentire bene, a tuo agio, ti fa assumere un po’ di quella ineffabile allure. Qui in A glittering magazine l’ha testimoniato Paola Baronio che ha narrato di una giacca Armani con la quale ha festeggiato il primo contratto da giornalista – e non solo.
Voglio anche raccontare di non aver mai avuto una sua giacca, ma che ho avuto un suo abito, uno solo.
Era un abito da cocktail, da mezza sera. L’avevo acquistato in una delle edizioni di Convivio, l’evento che raccoglie fondi a favore di Anlaids grazie a capi e accessori messi a disposizione da grandi brand – ed ecco che torna il suo essere filantropo.
Ero entusiasta di essermi accaparrata un Armani a un prezzo accessibile. Ho indossato l’abito varie volte, per un periodo della mia vita. Poi ho deciso di venderlo, come faccio con tutti i capi che non mi rappresentano più. Ho invece conservato il top preso nella stessa occasione. È paillettato, in un rosa acceso e con le spalline sottili. Credo che lo tirerò fuori e che lo indosserò, anche se a modo mio.
Voglio poi raccontare che ho sempre amato il suo Armani/Silos, lo spazio museale in cui ha ospitato non solo la sua moda. Ho sempre avuto l’impressione di entrare in uno di quei posti in cui c’è spazio solo per il bello. L’effetto che sortiva su di me è lo stesso raccontato dalla nostra Federica Latorre in un suo articolo sempre qui nel magazine. L’articolo è dedicato alla mostra che festeggia i 20 anni di Armani Privé, l’ultima mostra personalmente curata dallo stilista e che è stata prorogata fino a maggio 2026.
Voglio infine dire che, dopo la sua scomparsa, mi sono sentita triste, per vari motivi.
Ho ripensato a quella bambina che disegnava abiti e sognava la moda e ho ripensato alla sua ingenuità. Ora conosco il mondo della moda da vicino, da dentro, e so quanto possa essere tossico e lontano da quei sogni. Ho ripensato alla delusione provata nel 2024, quando ho definitivamente capito che Giorgio Armani era un Re ma anche e soprattutto un uomo. E ho pensato all’eterno dibattito sulla creatività: vale più un’opera o il suo creatore? Si possono o si devono separare? La moda è creatività e di questo sono certa, al 100%. Sul resto, invece, non ho una risposta definitiva.
So, però, che le creazioni di Giorgio Armani non mi hanno mai delusa.
Credo di poter affermare che il fatto di rimanere per sempre nell’immaginario di innumerevoli persone nonché nei libri di storia della moda sia una cosa davvero degna di un re.
Che la terra le sia lieve, signor Armani.
Emanuela Pirré
Gli omaggi di A glittering magazine a Giorgio Armani
Paola Baronio e il suo articolo qui
Francesca Soba e il suo articolo qui
Federica Latorre e il suo articolo qui
Emanuela Pirré
Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.