Tanti auguri a me, sperando di riuscire a sentirmi (finalmente) abbastanza
È da una vita che mi sento inadeguata. Non all’altezza.
Anzi, l’espressione giusta è non abbastanza.
Ed è brutto, perché non sentirsi mai abbastanza ti congela in un limbo in cui non arriva il giorno in cui sei giusta. Non è mai il tuo momento.
Qualcuno resterà forse sorpreso leggendo queste cose di me. Ma come possiamo sembrare non sempre coincide con come ci sentiamo veramente.
Non sono felice di notare che qualcosa di molto simile a questa mia percezione ha un nome preciso. Si chiama sindrome dell’impostore.
Il termine è stato coniato nel 1978 da due psicologhe, Pauline Clance e Suzanne Imes. Descrive una condizione caratterizzata dall’incapacità di interiorizzare i propri successi e dal terrore persistente di essere smascherati.
Una delle caratteristiche è proprio che, a dispetto delle dimostrazioni esteriori delle proprie competenze, chi sperimenta questa condizione è convinto di non meritare il successo ottenuto. Ecco perché “impostore”.
Il successo viene così puntualmente ricondotto a fattori esterni quali la fortuna o il tempismo. Oppure viene ritenuto frutto di sopravvalutazione da parte degli altri.
Io non credo di non meritare ciò che ho e che ho realizzato, questo no, so di essermi guadagnata tutto ciò che sono e che ho. Però sottovaluto costantemente i miei risultati perché non li reputo nulla di speciale.
La grande ironia è che mi piace supportare gli altri affinché credano nelle loro capacità. E lo faccio con sincerità e autentica convinzione, perché nella bravura degli altri sì che ci credo. E sì, penso anche che, quando altri esprimono apprezzamento nei miei confronti, mi stiano invece spesso sopravvalutando.
Dunque… non mi siedo certo sugli allori. Archivio velocemente i successi. E continuo a sentirmi non abbastanza per i prossimi traguardi.
Mi chiedo spesso se il mio personale giudice interiore che è così severo sia riconducibile a me stessa (sempre per la serie sindrome dell’impostore…) e quanto sia invece riconducibile alla pressione sociale.
Si dice che ogni essere umano sia frutto per 1/3 del carattere scritto nel DNA, per 1/3 dell’educazione ricevuta e per 1/3 dell’ambiente in cui vive. Credo dunque che ambiente e società influiscano, certo, ma soprattutto se già di nostro abbiamo un’irrequietezza interiore che ci porta a non essere mai contenti di noi stessi/e.
Devo però anche ammettere che il mio senso di inadeguatezza è peggiorato da quando lavoro nell’ambiente della moda.
Ebbene sì, ho permesso a questo strano ambiente di farmi sentire non abbastanza per tutta una serie di motivi, cose, elementi.
E da quando ho conseguentemente iniziato a nascondermi quasi vergognandomi… tutto è peggiorato. Perché è come se avessi accettato o sottoscritto di essere inadeguata, è come se l’avessi interiorizzato.
Quanto all’educazione… sono stata cresciuta con amore, tanto, e con severità, sì, ma mai con giudizio, quindi posso assolutamente escludere questa motivazione quale causa e origine del mio spietato giudice interiore.
Ora, però, sono stanca.
Stanca di sentirmi inadeguata.
Stanca di non sentirmi mai preparata abbastanza o pronta abbastanza o brava abbastanza o giusta abbastanza.
Sono stanca di non sentirmi mai abbastanza alta o abbastanza magra e, ora, da qualche anno, di non essere più nemmeno abbastanza giovane.
Il senso di inadeguatezza è stancante, sì. Sfibrante.
Credo che sia dunque arrivato il momento di dire basta. Credo che sia arrivato il momento di provare invece a sentirmi abbastanza.
Magari non sono davvero abbastanza giusta o brava e non sono abbastanza alta, magra o giovane. Ma vorrei provare comunque a essere orgogliosa di me e di ciò che sono oggi. Dentro, soprattutto e in primis, ma anche un pochino fuori.
Voglio provarci perché è una vita che studio, che mi preparo, che lavoro per migliorare me stessa dal punto di vista interiore ed esteriore. Voglio provarci perché mi sento piena di energia, di sogni, di desideri, di cose ancora da fare, da realizzare.
Tra l’altro, a pensarci bene, abbastanza non sarebbe neanche poi questa gran quantità. È come nelle ricette di cucina, quando si trova scritto q.b. ovvero quanto basta. Né poco né tanto né troppo. Insomma, giusto quel tot. È appena appena la sufficienza, il 6 risicato per il quale nessuno fa i balli di gioia.
E allora tanti auguri a me. Sì, è il 26 novembre e oggi è il mio compleanno.
L’augurio che faccio a me stessa è proprio questo: che sia finalmente l’anno giusto. L’anno di una nuova consapevolezza di me stessa.
Perché come scrive Noemi in una sua bellissima canzone «sono diventata grande senza neanche accorgermene e ora sono qui che guardo, che mi guardo crescere la mia cellulite le mie nuove consapevolezze».
In fondo, riuscire a conquistare questa consapevolezza dipende solo da me. E, forse, aver avuto il coraggio di esternare e condividere questi sentimenti è un primo passo.
Emanuela Pirré o meglio… oggi semplicemente Manu
P.S.: per accompagnare queste riflessioni-confessioni, ho preparato delle immagini che raccontano che essere fedeli a noi stessi è un talismano che va oltre il tempo. E oltre tutte quelle insicurezze che non ci permettono di sentirci mai abbastanza.






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Emanuela Pirré
Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.