Heritage, trasmissione e identità nella moda contemporanea: appropriazione culturale e genealogie femminili
Di Federica Latorre
Il tempo cucito addosso
La moda è, prima di tutto, un atto di memoria. Ogni abito porta con sé un tempo che non gli appartiene: un gesto ripetuto, una tecnica tramandata, una storia silenziosa. Prima di essere linguaggio visivo, la moda è una pratica antica, fatta di mani che cuciono, di corpi che ricordano.
Esiste un filo invisibile che attraversa la storia della moda. Non è fatto di seta o di lino, ma di gesti reiterati, di mani che hanno imparato a trasformare la materia in significato.
In molte culture antiche, tessere non era decorazione, ma un atto fondativo: significava creare ordine, trattenere il tempo, raccontare il mondo.
L’abito non separava il corpo dalla storia, ma li teneva insieme. Il tessere, il ricamare, il cucire non erano semplici attività ludiche o a scopo ornamentale, ma pratiche di trasmissione, spesso affidate alle donne, custodi di un sapere che passava di mano in mano, di generazione in generazione.
Prima di diventare industria, la moda è stata una lingua. Una lingua fatta di segni, di rituali, di gesti quotidiani.
Quando la moda contemporanea attinge a simboli, tessuti e forme provenienti da tradizioni lontane, ciò che è in gioco non è soltanto l’estetica, ma il modo in cui quel tempo viene ascoltato — o dimenticato. È in questo spazio sospeso tra passato e presente che si inserisce il dibattito sull’appropriazione culturale, come interrogativo sul senso della trasmissione.
Origine e memoria — Quando la moda diventa gesto poetico
Nel lavoro di alcune designer contemporanee, la moda smette di essere superficie e torna a farsi racconto.
Maria Grazia Chiuri, prima donna alla guida di Dior, ha costruito la propria visione a partire dall’origine: non come nostalgia, ma come radice viva.
Nelle sue collezioni, e in particolare nel défilé di Lecce del 2020 (Dior Cruise 2021), l’Italia meridionale non appare come scenario folklorico, ma come archivio simbolico. Nelle luci dorate del Sud Italia, dove il ricamo è preghiera e il merletto è racconto, Chiuri ritrova l’eredità di un femminile arcaico e potente.
Le luminarie, i ricami, e i merletti appunto non sono citazioni esotiche, bensì segni di una memoria condivisa, legata alle mani delle donne che, per secoli, come sacerdotesse, hanno tramandato un sapere antico, il sapere tessile come forma di linguaggio quotidiano.
Chiuri ha quindi il merito di aver riportato alla luce una sorta di linea di discendenza femminile. Qui la moda smette di appropriarsi e inizia a ricordare. E ricordare, in senso etimologico, significa “riportare al cuore”.
Questo gesto si inscrive in una visione quasi matriarcale della creazione: non conquista, ma relazione.
E in esso non c’è appropriazione, ma riconoscimento. La couture parigina dialoga con l’artigianato locale senza sovrastarlo, lasciando emergere una continuità: quella tra moda e rituale, tra creazione e trasmissione.
Tessere il mondo — Le donne e il sapere che passa di mano in mano
Nel mondo antico, il tessere era un atto carico di potere simbolico. Nelle società matriarcali o matrilineari — come la civiltà minoica, i Mosuo in Cina, alcune comunità mediterranee e africane — il potere non era verticale, ma circolare.
La tessitura era il centro simbolico di questo sistema: chi tesseva teneva insieme il tempo, la famiglia, il mito.
Penelope, nell’Odissea, governa il tempo attraverso la tela: tesse di giorno, disfa di notte, trasformando un gesto domestico in strategia narrativa. Il suo telaio non produce solo stoffa, ma senso.
Aracne, nelle Metamorfosi di Ovidio, osa raccontare il mondo attraverso la propria tessitura, pagando con la metamorfosi il prezzo della libertà creativa.
Aracne osò sfidare una dea non con la forza, ma con l’arte. La sua punizione rivela la paura ancestrale del potere patriarcale verso la creatività femminile autonoma.
Queste figure mitiche riflettono una realtà storica più ampia. In molte società antiche — dalle civiltà minoiche a diverse comunità mediterranee e matrilineari — il tessere, il ricamare, il cucire non erano attività marginali, ma pratiche centrali di trasmissione.
Erano le donne a custodire i saperi, a trasformare la materia in racconto, a tenere insieme identità e memoria.
Questo principio, più simbolico che sociale, sopravvive ancora oggi nel lavoro artigianale: nelle mani che ricamano, che intrecciano, che costruiscono un linguaggio silenzioso ma duraturo.
Nella tela di Aracne, come nei ricami di Dior, la ribellione si fa bellezza. E la bellezza, quando è consapevole, diventa forma di pensiero.
Appropriazione culturale — Il confine sottile tra citazione e ascolto
Nel dialogo tra moda contemporanea e tradizione riaffiora allora una domanda sottile: come si racconta ciò che viene da lontano?
L’appropriazione culturale diventa problematica quando il gesto creativo si riduce a superficie, quando il simbolo viene isolato dal suo contesto e trasformato in puro ornamento.
E quando il gesto creativo si trasforma in sottrazione, in consumo estetico di simboli altrui, la bellezza diventa una forma di colonizzazione.
Quando un brand utilizza simboli sacri, abiti rituali o codici identitari senza coinvolgere le comunità d’origine, avviene una rottura del patto della trasmissione. Il sapere non viene più consegnato, ma sottratto.
Le polemiche che hanno coinvolto alcuni grandi brand — dall’uso disinvolto di turbanti sikh per Gucci alla rappresentazione caricaturale della cultura cinese per Dolce&Gabbana — mostrano cosa accade quando la moda dimentica il tempo che abita i segni. In questi casi, il filo si spezza: la citazione non diventa racconto, ma consumo.
Al contrario, quando la moda sceglie la via della collaborazione e dell’ascolto — come nei progetti di Stella McCartney con artigiani africani o nei ricami affidati da Dior a comunità di sarte ucraine — il gesto creativo si riavvicina alla sua origine: la trasmissione come scambio, non come sottrazione.
Come nelle Metamorfosi di Ovidio, dove la trasformazione è atto di resistenza, anche la moda si fa oggi metamorfosi culturale. Il confine tra appropriazione e ispirazione diventa allora un atto di responsabilità: conoscere, citare, coinvolgere.
È ciò che distingue l’artista dall’imperialista estetico, la couture dalla caricatura.
Quando un brand si appropria senza comprendere, svuota il simbolo; quando invece costruisce un ponte, genera un racconto nuovo.
Il principio matriarcale come immaginario
Nel lavoro di Chiuri e in quello di molte altre designer contemporanee affiora un filo rosso che lega la moda al principio materno, inteso non solo come cura, ma come generazione di linguaggio. Le mani che cuciono, che tessono, che intrecciano, sono le stesse che tramandano.
L’archetipo della tessitrice, da Penelope ad Aracne, diventa simbolo di un potere creativo che non domina, ma trasforma. In questo senso, il gesto di Chiuri non è solo estetico, ma politico: restituire dignità all’artigianato significa riscrivere la genealogia del femminile nel linguaggio della moda.
Parlare di matriarcato, in questo contesto, non significa evocare un sistema di potere alternativo, ma un immaginario simbolico.
Un modo di concepire la creazione non come atto di dominio, ma come continuità; non come imposizione, ma come relazione.
Designer come Maria Grazia Chiuri, Gabriela Hearst o Simone Rocha lavorano su questa stessa linea invisibile. Nei loro lavori, la centralità delle mani, dei materiali, del tempo lento restituisce alla moda una dimensione quasi arcaica, dove il femminile non è seduzione, ma conoscenza e trasmissione.
La moda, così, torna ad assomigliare a una tela: un luogo in cui le storie si intrecciano senza annullarsi, dove il passato non viene replicato, ma trasformato.
In questa prospettiva, la moda diventa un luogo di riparazione simbolica: riannoda fili spezzati, restituisce voce a saperi marginalizzati, riconosce la maternità culturale dei gesti.
Il filo che lega eredità femminili e moda contemporanea
In un mondo globale, dove tutto sembra immediatamente accessibile, la vera distinzione non è tra ciò che si può usare e ciò che non si può, ma tra ciò che viene ascoltato e ciò che viene svuotato.
Maria Grazia Chiuri, nel suo modo di unire il pensiero femminista con l’eredità delle donne della sua terra, mostra come l’identità possa essere una forma di relazione, non di dominio.
La vera eleganza, oggi, è nel rispetto: nel saper indossare la storia altrui come fosse anche la propria, ma senza cancellarla.
La moda, quando riconosce la memoria come materia viva, smette di appropriarsi e inizia ad appartenere.
Appartenere a un tempo più lungo, a una genealogia di gesti, a un filo invisibile che lega Penelope alle ricamatrici contemporanee, il mito all’atelier, la tradizione alla metamorfosi.
Forse è questa la sua funzione più profonda: non vestire i corpi, ma tenere insieme le storie.
E ricordarci che ogni tessuto, prima di essere indossato, è stato raccontato.
Federica Latorre
L’immagine è stata generata
tramite IA
a solo scopo editoriale
ed è un’opera di pura fantasia
Federica Latorre
I miei studi hanno seguito un sentiero classico sin dal liceo fino all’università, dove la passione per il passato e la letteratura antica si è intrecciata con l’amore per l’arte e la cultura. Ma c'è un'altra scintilla che mi anima: la moda. Non è solo una passione — è un linguaggio, un ponte tra ciò che ero e ciò che aspiro a diventare. Il mio animo si divide tra la cenere dorata delle parole di Omero e Virgilio, tra le architetture classiche che respirano storia, e l’impazienza di guardare avanti, esplorare trend, respirare novità. Così, trovare nella scrittura di moda il perfetto connubio tra le mie due anime è stata una rivelazione. Nella scrittura cerco di unire la lentezza e la profondità dello sguardo sul passato, con la leggerezza e la curiosità verso il futuro. Scrivo per condividere, non per insegnare; per tessere ponti tra ciò che è stato e ciò che sarà. Non credo nella nostalgia fine a sé stessa né nell’ossessione statica del nuovo. Scrivo per cercare il punto esatto in cui il classico si reinventa. E per me significa attraversare il tempo: dalla parola scolpita nel marmo a quella stampata su una rivista. Il senso è nella connessione.
