Il mondo in una stanza, Matisse arriva al Mudec Milano con una mostra non convenzionale
Il MUDEC di Milano ha appena presentato un progetto espositivo ambizioso e anche molto atteso, visto l’impostazione inedita e non convenzionale. Ruota infatti attorno al rapporto tra Henri Matisse (1869 – 1954) e le culture che l’artista incontrò nel corso dei suoi studi e dei suoi viaggi oltre i confini europei.
La mostra si intitola Matisse – Il mondo in una stanza ed è ospitata negli spazi del Museo in via Tortona. Aperta dall’8 ottobre 2026 al 21 febbraio 2027, è prodotta da 24 ORE Cultura – Gruppo Il Sole 24 ORE e promossa dal Comune di Milano – Cultura. Importante per la realizzazione è anche la collaborazione con il Musée Matisse di Nizza.
La curatela è affidata a Ellen McBreen e Chiara Gatti. Le due studiose hanno costruito un percorso che abbraccia l’intero arco dell’opera di Matisse in otto sezioni, ciascuna delle quali analizza un tema chiave nell’evoluzione della sua ricerca. Nelle sezioni sono riunite circa 100 opere tra dipinti, lavori su carta, sculture e fotografie, tutte provenienti da prestigiosi istituti internazionali.
In occasione dell’anteprima stampa, abbiamo avuto prova di quanto la mostra sia realmente ricca di spunti. Da ciò che si può vedere nelle sale fino ad arrivare a una serie di riflessioni che hanno dato forma al nostro punto di vista sul progetto.

COSA SI PUÒ VEDERE VISITANDO MATISSE – IL MONDO IN UNA STANZA
Le sale del MUDEC ospitano capolavori dipinti come il Nudo seduto di schiena del 1917, in arrivo dal Philadelphia Museum of Art, o i nudi giovanili concessi dalla Pierre and Tana Matisse Foundation di New York. Ci sono i ritratti tra cui La Femme au voile dal MoMA di New York, Joacquina dalla National Gallery di Praga, Lorette a la veste rouge dal Columbus Museum of Art dell’Ohio, Les trois souers del Musée de l’Orangerie di Parigi e Jeune fille assise, robe persane dal Musée Picasso. Si spazia poi dalle sculture della serie Jeannette o La Serpentine del Musée d’Orsay di Parigi fino ai lavori su carta provenienti dal Musée du quai Branly, dall’INHA – Institut National d’Histoire de l’Art di Parigi e dal Musée Henri Matisse di Le Cateau-Cambrésis di cui in mostra è esposto anche il suo ultimo dipinto, Femme à la gandoura bleue.
A queste opere, si affianca una collezione di oggetti e tessuti prestati da importanti musei. L’elenco include il Musée Matisse di Nizza, il Musée Quai Branly di Parigi, il Museo delle Civiltà di Roma, il Museo Nazionale del Bargello di Firenze e lo stesso MUDEC. Tali prestiti non sono opere di contorno bensì interlocutori cruciali, preziosi compagni di una vita. Permettono di ricostruire la trama dei debiti e dei dialoghi intessuti da Matisse con l’arte e il design di altre geografie. Matisse amava circondarsene nelle stanze della sua quotidianità, attivando quell’atmosfera cosmopolita e multisensoriale tipica dei suoi atelier.
Un focus particolare è dedicato ai progetti decorativi e ai libri d’artista. È presente il dittico monumentale Océanie, le ciel e Océanie, la mer. Sono presenti le celebri tavole di Jazz, edito da Tériade e considerato uno dei capolavori editoriali del Novecento. Spiccano inoltre disegni ed elementi decorativi del capolavoro finale di Matisse ovvero la Cappella del Rosario di Vence, in Costa Azzurra, sintesi assoluta di anni di ricerca politecnica.
Il percorso è arricchito anche da fotografie d’epoca tra cui una sequenza di scatti inediti realizzati da Matisse stesso in Marocco. Le immagini documentano i viaggi, gli atelier ricreati come spazi mnemonici una volta tornato a casa, le modelle giunte da ogni angolo del mondo per essere ritratte nel suo studio e di cui si sa tuttora troppo poco, purtroppo. Soprattutto se si considera l’importanza del ruolo di catalizzatore creativo che ogni personaggio femminile ha avuto per Matisse.

PERCHÉ IL PROGETTO MATISSE – IL MONDO IN UNA STANZA CI CONQUISTA
Per motivare bene il punto di vista sulla mostra, è necessario partire da una premessa fondamentale: il MUDEC non è né una pinacoteca né un museo di belle arti in senso stretto.
Questo fatto va tenuto ben presente poiché determina l’impostazione della mostra stessa: una raccolta di dipinti, sicuramente stupendi, magari ordinati cronologicamente, non incarnerebbe lo spirito del museo. La vocazione del Mudec è contenuta nel suo stesso nome che è l’acronimo di Museo delle Culture. Culture, appunto, al plurale. La mostra si discosta dalle scelte di altri musei perché diverso è il presupposto e, conseguentemente, sono diversi approccio e risultato.
Come fa sempre e come fa anche in questo caso, il MUDEC mette al centro il dialogo e il confronto, quelli che Matisse ha intrecciato con culture e tradizioni di varie parti del mondo. La mostra parla di arte, naturalmente, come anche di incontri, scambi, aperture. E lo fa affrontando, in particolare, una questione centrale e a lungo sottovalutata: come le arti – in particolare quelle africana, islamica, russa, cinese e del Pacifico – abbiano plasmato dall’interno il linguaggio di Matisse, ridefinendo i confini stessi del modernismo occidentale. Il risultato è un evento che riconferma la posizione del MUDEC nell’ambito delle proposte museali: un luogo di confronto e dialogo tra culture.
I dipinti di Matisse sono dunque grandi protagonisti, ma non protagonisti unici ed esclusivi. Come già sottolineato, i prestiti non sono un contorno bensì interlocutori cruciali, parte integrante della mostra. I lavori dell’artista dialogano con opere d’arte africana (come le maschere Gelede della cultura Yoruba da Nigeria e Benin) e tessuti polinesiani, con caftani ottomani e bluse rumene, con icone russe medievali e con la calligrafia cinese.
Matisse viene visto come uno straordinario pittore e anche come un viaggiatore appassionato. Come un collezionista affascinato dalle culture di altri Paesi ben oltre l’Europa. Come un artista che si è approcciato non solo all’innovazione e alla modernità, ma a una vera e propria ibridazione tra arti e culture.
Il mondo in una stanza nasce da ricerche recenti e in parte inedite e si inserisce a pieno titolo nel dibattito in atto sui rapporti tra arte moderna, nazionalismo e cultura coloniale. A differenza di altre esposizioni che si sono concentrate su una singola area di influenza o hanno evocato “l’Oriente” in modo generico, questa mostra mette invece in primo piano proprio l’ibridazione. E la coesistenza, nell’opera di Matisse, di elementi, arabeschi e geometrie provenienti da tante culture.
Seguire questi molteplici percorsi geografici e culturali – spiegano le curatrici McBreen e Gatti – significa portare alla luce ciò che spesso si nasconde sotto la superficie elegante delle opere di questo artista. Ovvero l’ambiguità, la tensione, la complessità di un’immaginazione creativa e che si è nutrita di mondi lontani per costruire uno dei linguaggi visivi più sperimentali del Novecento.

UN PROGETTO AMBIZIOSO, INEDITO, ATTUALE
Tutto ciò riporta all’idea di progetto ambizioso, come definito in principio, perché Il mondo in una stanza si pone un obiettivo molto alto: contribuire alla rivalutazione critica di concetti oggi da rivedere.
Quali? Quello di alterità, per esempio, la condizione di ciò che è “altro” e quindi diverso nel senso di estraneo. E tale rivalutazione si ricollega al pensiero di Matisse sul ruolo dell’artista e sulla funzione sociale dell’arte, nonostante il suo stesso lavoro venga guardato, al MUDEC, attraverso una prospettiva post-coloniale.
Un esempio pratico di questo nuovo sguardo riguarda La Petite Mulâtresse Fatma ovvero La piccola mulatta Fatma. È un dipinto datato 1912, accompagnato in mostra da una didascalia severa.
«Si specifica che il termine un tempo comune di Mulâtresse, mulatta, risulta oggi obsoleto e offensivo, riconducibile solo a un contesto coloniale».
I tempi cambiano e le sensibilità si evolvono. Senza fare troppi drammi o processi, ma semplicemente prendendo atto degli errori, per non perpetuarli e per guardare avanti con occhi sempre nuovi. Si può tranquillamente ritenere che oggi, 114 anni dopo, Matisse non sceglierebbe più quel vocabolo vista la sua volontà di liberarsi da ciò che è obsoleto e superato. Di tale volontà scrive anche in Jazz, il libro d’artista pubblicato nel 1947 da Editions Tériade con una tiratura di 250 esemplari.
Matisse lo realizza negli ultimi anni di vita quando, costretto a letto, sperimenta un nuovo modo di fare arte che viene denominato papiers découpés o tecnica del “dipingere con le forbici”. L’editore Emanuel Tériade invita Matisse a radunare disegni e pensieri in un libro: venti litografie sono intervallate da testi, pensieri vergati con un pennello intriso di inchiostro nero. La calligrafia sembra danzare al ritmo sincopato del jazz.
Uno dei pensieri più emozionanti e illuminanti è dedicato al compito dell’artista.
«L’artiste doit apporter toute son énergie, sa sincérité et la modestie la plus grande pour écarter pendant son travail les vieux clichés».
Ovvero «l’artista deve mettere in campo tutta la sua energia, la sua sincerità e la massima modestia per allontanare, durante il lavoro, i vecchi cliché».
Niente da aggiungere se non che Matisse ci aspetta al MUDEC con una mostra quanto mai attuale.
Emanuela Pirré
Matisse. Il mondo in una stanza
MUDEC – Museo delle Culture
Via Tortona 56, Milano
08/10/2026 – 21/02/2027
Giorni e orari di apertura:
Lunedì 14.30-19.30
Martedì, mercoledì, venerdì, domenica 09.30 ‐ 19.30
Giovedì e sabato 9.30- 22.30
Biglietti: intero € 16 | ridotto € 14 – maggiori info qui
Emanuela Pirré
Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.