World Press Photo of the Year 2025: Mahmoud Ajjour, 9 anni, ferito a Gaza

Ci sono due notizie recenti che hanno particolarmente attirato la mia attenzione.

La prima notizia è la morte di Fatima Hassouneh, palestinese, 24 anni, artista, fotogiornalista e attivista per i diritti femminili.

Fatima è morta a Gaza, assieme a tutta la sua famiglia, in un bombardamento dell’esercito israeliano. Collaborava con l’associazione Terre des Hommes, per testimoniare la situazione a Gaza e anche per il progetto She Leads a favore delle donne. Era protagonista di “Put Your Soul on Your Hand and Walk”, documentario della regista Sepideh Farsi che verrà presentato al prossimo Cannes Film Festival in Acid, sezione “parallela” in cui i film sono selezionati da registi della Association for the Diffusion of Independent Cinema. Alla presentazione avrebbe dovuto partecipare anche Fatima.

Dal 7 ottobre 2023, il numero di giornalisti, fotoreporter e operatori della comunicazione uccisi a Gaza è altissimo. Secondo CPJ – Committee to Protect Journalists, sono stati 176 i giornalisti e gli operatori dei media uccisi, 168 palestinesi, due israeliani e sei libanesi. Si aggiungono 93 giornalisti feriti, 2 dichiarati dispersi e 84 arrestati. I giornalisti uccisi hanno pagato con la loro vita (e spesso anche con quella dei loro cari, come nel caso di Fatima) un preciso impegno. Quello di testimoniare i fatti dall’interno e impedire una narrazione unilaterale.

Ed è anche per questo motivo che la seconda notizia assume ancora più rilevanza.

Il 17 aprile, ad Amsterdam, è stata annunciata la vincitrice del premio World Press Photo of the Year 2025. È la fotografa palestinese Samar Abu Elouf per uno scatto realizzato per The New York Times. La sua foto ritrae Mahmoud Ajjour, un bambino gravemente mutilato nel marzo 2024 mentre fuggiva da un attacco israeliano a Gaza.

Aggiungo anche che, lo scorso 9 aprile, il Premio letterario internazionale Tiziano Terzani XXI edizione è stato attribuito alla memoria dei giornalisti palestinesi uccisi a Gaza.

«Nemmeno il giubbotto antiproiettile – si legge nelle motivazioni del premio – e nemmeno il casco con la scritta PRESS ha potuto proteggerli, in flagrante violazione del diritto umanitario e della libertà di stampa. Mai, nella storia, il tributo pagato dal giornalismo è stato così pesante».

Credo che, a questo punto, sia chiaro perché io stia parlando del World Press Photo of the Year 2025.

E lo scrivo chiaramente. La foto scattata da Samar a Mahmoud è come un pugno tirato dritto allo stomaco.

«Once you see it, you can’t unsee it». Sono parole di Nina Berman e io sono d’accordo con lei che è una delle giurate di World Press Photo, l’organizzazione indipendente e no-profit che promuove il potere del fotogiornalismo e della fotografia documentaria a livello mondiale.

Il lavoro di World Press Photo è dunque importantissimo. È importante perché permette di conoscere il valore del lavoro di operatori dei media come Fatima e Samar. È importante perché permette di dare voce a storie come quella di Mahmoud. Ed è importante perché la libertà di stampa è la condizione universale affinché possa continuare a esistere la pluralità di pensiero.

Quella foto rappresenta Mahmoud e anche tutti i bambini che rischiano di essere privati di un futuro per colpa dell’odio e dei conflitti di noi adulti. Per questo è un pugno nello stomaco. E per questo, dopo averla vista, non possiamo più fingere che non esista.

Tiziano Terzani era un giornalista, un corrispondente di guerra sempre in prima linea nella copertura dei conflitti. Era profondamente convinto che si dovessero ascoltare – sempre – “le ragioni degli altri”. Per scongiurare il rischio di scivolare nella barbarie dell’intolleranza e del fanatismo. E attribuiva al giornalismo proprio questa precisa e grande responsabilità.

È per tutti questi motivi che ho deciso di condividere la foto. Qui sotto trovate anche ulteriori approfondimenti.

Non posso chiudere gli occhi davanti all’orrore. E non posso fare finta di non vedere Mahmoud e tanti altri bambini come lui. Non riesco a rimanere indifferente davanti alla morte di Fatima e di tanti altri giornalisti. Non riesco perché in quel giornalismo a cui dà voce World Press Photo ci credo anch’io.

Emanuela Pirré

 

 

La foto vincitrice di <em><strong>World Press Photo of the Year 2025</strong></em> – Mahmoud Ajjour fotografato da Samar Abu Elouf
La foto vincitrice di World Press Photo of the Year 2025 – Mahmoud Ajjour fotografato da Samar Abu Elouf

 

Amsterdam, 17 aprile 2025: la vincitrice del premio World Press Photo of the Year 2025 è la fotografa palestinese Samar Abu Elouf (qui la sua biografia) per uno scatto realizzato per The New York Times. La foto ritrae Mahmoud Ajjour, un bambino gravemente ferito mentre fuggiva da un attacco israeliano a Gaza.

Samar Abu Elouf è stata evacuata da Gaza nel dicembre 2023. Ora vive nello stesso complesso residenziale di Mahmoud, a Doha, dove ha documentato le storie di alcuni dei pochi palestinesi che sono riusciti a uscire dalla Striscia per ricevere cure mediche.

Mahmoud Ajjour è stato colpito nel marzo 2024, mentre fuggiva da un attacco israeliano a Gaza City. Un’esplosione gli ha amputato un braccio e devastato l’altro. L’intera famiglia è stata evacuata in Qatar dove Mahmoud è stato operato. E dove sta imparando di nuovo a fare gesti basilari mentre coltiva un sogno semplice. Avere delle protesi e vivere la propria vita come qualunque altro bambino.

La guerra a Gaza ha colpito in modo sproporzionato i minori. Secondo le stime delle Nazioni Unite, a dicembre 2024 Gaza contava il più alto numero pro capite di bambini amputati al mondo.

«Questa è una foto silenziosa – spiega Joumana El Zein Khoury, direttrice esecutiva di WPP – che parla con forza. Racconta la storia di un singolo bambino, ma anche di una guerra più ampia, le cui conseguenze si estenderanno per generazioni. Scorrendo il nostro archivio, nel 70° anno di World Press Photo, mi trovo davanti a troppe immagini come questa. Sono profondamente grata ai fotografi che, nonostante i rischi personali e il peso emotivo, scelgono di documentare queste storie, permettendoci di comprendere, sentire empatia e trovare la motivazione per agire. Guardando ai prossimi 70 anni, World Press Photo continuerà a stare al fianco dei fotografi che rischiano tutto per mostrarci la verità».

Se volete vedere il video con le motivazioni del premio a Samar Abu Elouf lo trovate qui.

Accanto alla vincitrice della World Press Photo of the Year 2025, sono state selezionate altre due foto finaliste.

Night Crossing di John Moore (qui la sua biografia, United States, Getty Images) parla di migrazione.

Alcuni migranti cinesi si scaldano sotto la pioggia fredda dopo aver attraversato il confine tra Stati Uniti e Messico. Questa immagine, al tempo stesso sospesa e intima, restituisce la complessità della migrazione lungo il confine e di una realtà estremamente complessa.

Droughts in the Amazon di Musuk Nolte (qui la sua biografia, Peru/Mexico, Panos Pictures, Bertha Foundation) parla di cambiamenti climatici.

Un ragazzo porta del cibo a sua madre che vive nel villaggio di Manacapuru. Un tempo, il villaggio era raggiungibile in barca. Oggi, a causa della siccità, può essere raggiunto solo a piedi, percorrendo due chilometri lungo il letto asciutto di un fiume amazzonico. Il netto contrasto tra scenari aridi, simili a un deserto, e la più grande foresta pluviale del mondo rende visibile, in un modo che turba, il problema dell’assenza d’acqua.

«Quando la giuria globale ha iniziato il processo di selezione per la Photo of the Year – racconta Lucy Conticello, direttrice della fotografia per M, il magazine del weekend di Le Monde – siamo partiti da un’ampia selezione di scatti. Da questo insieme sono emersi tre temi che definiscono l’edizione 2025 del concorso: conflitto, migrazione e cambiamento climatico».

«Un altro modo per interpretare gli scatti – continua Conticello – è come storie di resilienza, famiglia e comunità. La World Press Photo of the Year 2025 è un ritratto di un bambino. È rivolto verso una finestra, su di lui cade una luce calda che disegna un’ombra morbida su un lato del volto. La sua giovane età e i lineamenti delicati contrastano profondamente con l’espressione malinconica. Poi, in un momento di shock, ci si accorge che non ha le braccia. La vita di questo bambino merita di essere compresa. E questa immagine riesce in ciò che il grande fotogiornalismo sa fare: offrire un punto d’accesso stratificato a una storia complessa, spingendo chi la osserva a soffermarsi su quella storia più a lungo».

Insieme alla vincitrice e ai due finalisti, i progetti e i fotografi premiati quest’anno sono 42. Le storie premiate saranno presentate a milioni di persone nell’ambito della mostra itinerante annuale di World Press Photo. Molti altri milioni di persone le vedranno online.

La mostra farà tappa in oltre 60 città in tutto il mondo tra cui Amsterdam (18 aprile – 21 settembre), Roma (6 maggio – 8 giugno), Londra (23 maggio – 25 agosto), Sydney (24 maggio – 6 luglio), Rio de Janeiro (27 maggio – 20 luglio), Berlino (6 giugno – 29 giugno), Città del Messico (1 agosto – 12 ottobre), Montréal (27 agosto – 13 ottobre), Vienna (12 settembre – 9 novembre), Budapest (26 settembre – 9 novembre), Jakarta (20 novembre – 20 dicembre).

A proposito di World Press Photo

World Press Photo è un’organizzazione indipendente e no-profit che promuove il potere del fotogiornalismo e della fotografia documentaria per approfondire la comprensione, stimolare il dialogo e ispirare all’azione.

Fondata nei Paesi Bassi nel 1955, organizza mostre annuali e tematiche che raggiungono milioni di persone anche online. WPP crea spazi di riflessione in tempi di urgenza, mantenendo standard rigorosi in termini di accuratezza, autenticità, eccellenza visiva e pluralità di sguardi. I programmi educativi aiutano i fotografi a raggiungere questi standard e consentono al pubblico di riconoscerli e valorizzarli.

A proposito del concorso

Da 70 anni, il concorso annuale di World Press Photo riconosce il miglior lavoro fotografico prodotto nell’anno precedente. I vincitori di quest’anno rappresentano il meglio tra le 59.320 immagini presentate da 3.778 fotografi provenienti da 141 Paesi.

Tra queste fotografie ci sono immagini di lotta e resistenza, ma anche di calore umano e coraggio. Sono lavori visivamente potenti che invitano ad approfondire le storie dietro le notizie.

I fotografi premiati provengono da Bangladesh, Bielorussia, Brasile, Colombia, Repubblica Democratica del Congo, El Salvador, Francia, Germania, Haiti, Indonesia, Iran, Iran/Canada, Italia, Myanmar, Paesi Bassi, Nigeria, Palestina, Perù/Messico, Filippine, Portogallo, Russia, Russia/Germania, Corea del Sud, Spagna, Sudan, Thailandia, Turchia, Regno Unito, Stati Uniti e Venezuela.

I temi chiave di World Press Photo of the Year 2025 spaziano dalla politica al genere, dalla migrazione ai conflitti, fino alla crisi climatica.

Alle immagini di proteste e rivolte in Kenya, Myanmar, Haiti, El Salvador e Georgia si affiancano ritratti inaspettati di figure di potere politico negli Stati Uniti e in Germania. Il mondo è raccontato da molteplici prospettive: quella di un ragazzo transgender di 21 anni nei Paesi Bassi, di un bambino palestinese che affronta un’amputazione a Gaza, di una giovane ucraina traumatizzata dalla guerra, di un ragazzo sudanese assorto nel giorno del suo matrimonio. C’è anche Tamale Safalu, il primo atleta disabile in Uganda a gareggiare in competizioni miste.

Ancora una volta, vengono incluse immagini provenienti dai conflitti in corso, come quelli in Libano e Palestina. La relazione delicata – e spesso complessa – tra esseri umani e animali è al centro di scatti che raccontano diversi tipi di interazione con gli elefanti in Zambia e le scimmie in Thailandia. L’impatto della crisi climatica emerge con forza in progetti che indagano disastri ambientali in Paesi come Perù, Brasile e Filippine. Una celebrazione del Pride si svolge in un luogo segreto di Lagos, in Nigeria, dove le persone LGBTQI+ rischiano di essere perseguite legalmente.

Tutti i dettagli sul concorso e sul processo di selezione sono disponibili attraverso il sito web di WPP.

A proposito di libertà di stampa

Committee to Protect Journalists spiega: «La guerra tra Israele e Gaza ha avuto conseguenze senza precedenti per i giornalisti di Gaza da quando Israele ha dichiarato guerra ad Hamas in seguito all’attacco di quest’ultimo contro Israele il 7 ottobre 2023.». Per chi vuole approfondire: qui.

Anche altri Paesi da cui provengono le storie selezionate dalla giuria di World Press Photo (tra cui Myanmar, Bangladesh, Sudan, Venezuela e Russia) si collocano in posizioni basse nel World Press Freedom Index 2024. Il reportage è stilato da RFS – Reporters Without Borders, organizzazione che monitora la libertà di stampa nel mondo. Per chi vuole approfondire: qui.

 

 

 

 

 

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Emanuela Pirré

Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.

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