Dall’albero di Harold Clayton Lloyd ai miei auguri per voi

Ci sono le leggende, racconti che difficilmente sono veritieri o che, al limite, mescolano elementi reali e fantastici. E poi ci sono storie così belle da assomigliare a leggende. Quasi troppo belle per essere vere, insomma.

Parto proprio da una di queste storie per farvi i miei auguri di Natale.

Vi sarà forse capitato di leggere la storia di Harold Clayton Lloyd (1893-1971), attore, regista e produttore cinematografico statunitense, grande interprete del cinema muto. Era famoso anche per le sue funamboliche interpretazioni che lo vedevano spesso in equilibrio precario in cima a qualche cornicione. Come nel fotogramma che lo ritrae appeso alla lancetta dell’orologio di un grattacielo, sospeso sopra una strada trafficata nel film Preferisco l’ascensore (1923), una delle immagini più note dell’epica epopea del muto.

Anche la sua vita personale aveva risvolti spettacolari. Aveva comprato una enorme tenuta a Beverly Hills, chiamata Green Acres, che comprendeva ben quarantaquattro camere. Ed è proprio in questa grandiosa residenza che il suo albero di Natale divenne così famoso da diventare quasi un monumento pubblico.

Perché? Perché nasceva da varie piante che venivano assemblate e rinforzate con canne di bambù e aste d’acciaio, fino a raggiungere un’altezza di sei metri e una circonferenza di oltre dieci. Completata la struttura, l’attore, la moglie Mildred e i figli passavano un paio di mesi a decorare l’albero, appendendo molte delle 8000 (!) decorazioni che facevano parte della loro collezione.

A un certo punto, l’albero diventò una presenza fissa della casa: montarlo e smontarlo ogni anno era diventato troppo impegnativo. Soltanto la morte di Lloyd, avvenuta nel 1971, fece tramontare questa tradizione. La villa venne dapprima trasformata in un museo, ma successivamente fu venduta all’asta e l’albero venne smantellato. La fantastica collezione di addobbi e decorazioni andò perduta e oggi restano solo le fotografie e i ricordi di Suzanne, ovvero la nipote di Lloyd.

Pensate che le decorazioni provenivano da ogni parte del mondo e pare che l’albero valesse circa 25.000 dollari dell’epoca, equivalenti a circa 936.000 dollari attuali. Ma l’aspetto economico non mi interessa: in questa storia magica come una leggenda, il vero valore è quello di una tradizione che rappresenta(va) legami e ricordi. L’albero era grande non (solo) per la sua dimensione fisica, ma soprattutto per lo spirito con cui era stato creato. E questo è il motivo per cui ho scelto di raccontarvi la sua storia.

Anche perché… dovete sapere che io sono un ex Grinch. Per anni ho detestato il Natale e ogni suo simbolo.

Non so dirvi di preciso il motivo. Sicuramente non per traumi infantili, poiché ho ricordi bellissimi del Natale in famiglia. Forse, semplicemente, sono cresciuta e la magia si è trasformata nella delusione e nel disincanto di adulta. C’è stato il duro scontro con la realtà in cui, difficilmente, c’è il lieto fine che appartiene a favole e leggende.

Da qualche anno ho però capitolato, grazie al duro lavoro di Enrico, mio marito, e di una nostra carissima amica, Elena, grande fan del Natale.

Ho dunque ritrovato il sapore dell’albero di Natale e degli addobbi. Proprio come Harold Clayton Lloyd, Enrico e io abbiamo iniziato a collezionare addobbi anche fuori dal periodo natalizio. Quando vediamo qualcosa che ci colpisce, soprattutto mentre siamo in viaggio, lo acquistiamo e ora il nostro albero ricorda tanti momenti felici e comprende anche diversi regali da parte di amici.

Non vale certo una cifra da capogiro, come l’albero del celeberrimo dell’attore, ma il suo e il nostro sono accomunati dal profumo della tradizione, dei legami e dei ricordi.

 

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E con questa confessione arrivo ai miei auguri.

Auguri che non sono la pace nel mondo oppure l’accesso alla salute e il diritto a una casa calda e accogliente per tutti. Mi piacerebbe sperarlo e augurarlo, ma non mi faccio illusioni, non credo (più) nei miracoli e tanto meno nelle utopie. Non credo in tutto ciò che risulta irrealizzabile o irraggiungibile e, purtroppo, so che queste cose – che sarebbero sacrosante – sono in realtà irrealizzabili. Ecco perché poco fa parlavo di delusione, disincanto e scontro con la realtà.

Ho però scelto tre parole per i miei auguri e le ho scelte accuratamente: vi auguro un Natale di luce, tradizioni e valori.

Luce è una parola che riconduce alla speranza. Anche se non credo a miracoli e utopie, la speranza in qualcosa di migliore resta sempre accesa nel mio cuore. E auguro lo stesso anche a voi.

Tradizioni è una parola che desidero usare nel suo senso migliore. Vivo guardando avanti, verso il futuro, mai ancorata al passato, ma non rinnego il valore delle radici. Ci sono abitudini che ci ingabbiano e sono sinonimo di noia, ma ci sono tradizioni che profumano invece di bellezza, di calore, di relazioni importanti, che siano di famiglia o di amicizia. Ecco, io vi auguro di vivere, conservare e portare avanti queste tradizioni.

La parola tradizioni è legata anche alla mia terza scelta ovvero valori. Vi auguro un Natale pieno di cose non costose, non commercialmente preziose, bensì ricche di valore e di valori. E vi auguro che queste cose e questi valori siano non oggetti, ma relazioni, persone, momenti.

Luce, tradizioni e valori sono anche ciò che si può ricavare dalla storia di Harold Clayton Lloyd. Il suo immenso albero portava luce, come ogni albero di Natale, e raccontava una tradizione familiare e i legami che si sviluppavano attorno.

Dunque tanti auguri di Buon Natale, da me e dalla redazione.

E a proposito della preziosa redazione. Rimanete con noi perché, dopo Natale, Francesca Soba ci racconterà le leggende delle Dolomiti (aspettando Milano Cortina 2026…) e Federica Latorre firmerà un approfondimento a proposito di una splendida mostra. Federica Santini ci porterà meraviglie da un suo nuovo viaggio. E se anche a voi amate le parole, nella sua rubrica La penna della Fede, potete trovare un articolo (emozionante) dedicato alla parola Treccani 2025.

Quanto a me, tirerò qualche somma a proposito di questo lungo e complesso 2025.

Ora, però, vado a preparami per il cenone della Vigilia, rigorosamente Enrico e io soltanto. Un’altra tradizione bella. L’albero è già acceso.

Emanuela Pirré

 

 

 

 

 

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Emanuela Pirré

Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.

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