Anatomia di una icona, dal rosso Valentino all’eternità
Chi è colui o colei che usiamo definire icona? È una persona che fa qualcosa di così emblematico, di così unico da diventare rappresentativo di quel qualcosa stesso. Significa dunque essere capaci di incarnare, di impersonare quel qualcosa fino a diventare quasi un tutt’uno, sfidando anche il tempo. È proprio per questi motivi che Valentino Ludovico Clemente Garavani, noto semplicemente come Valentino, può essere definito una icona. Perché ha fatto cose che lo hanno reso unico e inconfondibile, tanto da creare un tutt’uno tra ciò che è stato e ciò che ha fatto. Un esempio? Il colore che porta il suo nome, il rosso Valentino.
Quel rosso è una sfumatura ben precisa e che ha una storia diventata mitica. Accade che, mentre si trovava a teatro per vedere un’opera lirica, l’attenzione di un giovane Valentino ancora studente venne completamente catturata da una donna avvolta in un abito in velluto rosso. Lo sguardo del couturier rimase affascinato dall’intensità di una sfumatura così accesa, intensa, fuori dagli schemi.
«Fra tutti i colori indossati dalle altre donne – raccontava lo stesso Garavani – lei mi è sembrata unica, isolata nel suo splendore, e non l’ho mai dimenticata».
Il ricordo è rimasto vivo, sempre, e il colore è diventato l’emblema dell’omonima casa di moda che ha fondato. Il rosso Valentino è stato parte integrante delle collezioni create non solo da Garavani, ma anche da chi è arrivato al timone della Maison dopo di lui, da Alessandra Facchinetti a Maria Grazia Chiuri, da Pierpaolo Piccioli ad Alessandro Michele, attuale direttore creativo.
Il rosso è anche stato al centro della mostra che ha aperto ufficialmente le porte dello spazio espositivo voluto della Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti. Lo spazio si chiama PM23, dalle iniziali di piazza Mignanelli civico 23, ovvero lo storico indirizzo romano della Maison. La mostra inaugurale, aperta dal 25 maggio al 12 ottobre 2025, ha indagato il colore rosso attraverso la lente di arte e moda, offrendone una visione sfaccettata non solo come tinta, ma come forza simbolica ed estetica dalla straordinaria potenza.
A proposito delle varie direzioni creative e in particolare per quella di Pier Paolo Piccioli, vorrei fare una riflessione. In marzo 2022, lo stilista ha declinato quasi un’intera collezione, dagli abiti agli accessori, in un’unica tonalità, ovvero un rosa intenso e molto acceso, studiato appositamente con il Pantone Color Institute. Anche a quel colore è stato dato un nome: Valentino Pink PP, dalle iniziali di Piccioli.
La collezione ha avuto un’accoglienza entusiasta, eppure occorre ammetterlo: il Pink PP non è diventato un nuovo rosso Valentino. Piccioli è un grande professionista che io stimo e il suo colore ha dato il via a una stagione di successo, ma che questo è rimasta: una singola stagione. Questo fatto ci riporta, ancora una volta, al significato di icona, a chi è capace di sfidare il tempo e i trend passeggeri. Lo scrivo senza voler sminuire nessuno. Si può essere bravissimi senza essere iconici. E Piccioli ha comunque sia il tempo sia la capacità per diventarlo.
Lunedì 19 gennaio, ovvero il giorno in cui Valentino si è spento, ho letti tanti commenti che parlavano delle fine di un’epoca. Sono d’accordo anch’io e non per fare retorica spicciola: è piuttosto una constatazione.
C’è infatti una lunga linea che ha percorso tutto il Novecento. In principio, è stata tracciata da antesignani come Rosa Genoni, Elsa Schiaparelli, Germana Marucelli, Jole Veneziani, Giovanna Caracciolo con l’Atelier Carosa, Emilio Schuberth, le Sorelle Fontana, Emilio Pucci. Nomi a cui possiamo affiancare i pionieri in ambito calzature, valigeria, pelletteria: Salvatore Ferragamo, Guccio Gucci, Edoardo e Adele Fendi, Mario Prada. L’eredità creativa è stata poi raccolta da Walter Albini, Gianfranco Ferré, Ottavio e Rosita Missoni, Krizia, Nicola Trussardi, Laura Biagiotti, Enrico Coveri, Mario Valentino, Luciano Soprani, Gianni Versace, Franco Moschino, Mila Schön, Renato Balestra.
Tutti questi grandi italiani sono stati dei pionieri. Sono stati i protagonisti di una stagione che ha portato alla nascita, alla diffusione e al successo internazionale del concetto di Made in Italy. Nell’elenco rientrano, naturalmente, anche Giorgio Armani e Valentino Garavani. Con la loro scomparsa, si chiude dunque l’epoca di cui sono stati gli ultimi rappresentanti e gli ultimi a lasciarci.

Valentino e Armani, l’Imperatore e il Re, com’erano chiamati, hanno avuto alcuni tratti comuni. E, allo stesso tempo, sono stati molto diversi, per esempio nello stile e in tante scelte.
Il più importante tratto comune è il fatto di non essersi mai piegati ai trend. Nessuno dei due ha mai cavalcato o inseguito le tendenze. Hanno sempre portato avanti una propria visione e una propria precisa idea di stile. Ed entrambi hanno profondamente amato la bellezza. Valentino, per esempio, non aveva paura di ammettere di amare le «donne sinuose, le donne sexy, le donne vestite bene» e di non riuscire a vedere «le donne spettinate o strambe».
Nel documentario intitolato The last Emperor, diretto dal regista Matt Tyrnauer, si sente Valentino pronunciare la frase «I love beauty, it’s not my fault». Quelle parole, «amo la bellezza, non è colpa mia», suonano ora come una sorta di testamento, di eredità morale. Sono state infatti le parole scelte anche da Giancarlo Giammetti in un post nel suo profilo Instagram (l’immagine qui sopra). Tra l’altro, se si cerca un racconto sincero su Valentino, proprio quel documentario fornisce un racconto obiettivo e a tutto tondo, sfuriate e umane incertezze comprese.
Ci sono scelte in cui Valentino e Armani sono stati invece profondamente diversi. Per esempio, nei colori rappresentativi, dal rosso Valentino al greige, la tonalità tra grigio e beige tanto amata da Armani. E poi, mentre Armani non ha mai voluto ritirarsi, Valentino ha invece lasciato la sua azienda nel gennaio 2008, a 75 anni, aprendo la strada ai creativi che ho già citato. È comunque rimasto una grande icona della moda e del nostro Paese.
A continuare a parlare di lui e per lui è stato e sarà tutto ciò che ha creato. E nonostante io mi sia soffermata sul rosso Valentino come colore iconico, condivido qui sotto l’immagine di un suo abito declinato in un’altra tinta. Lo faccio per un motivo ben preciso.
Si tratta della copertina del volume Valentino, Themes and Variations di Pamela Golbin per Rizzoli. Mostra il dettaglio di un abito dall’ultima collezione Haute Couture firmata prima del ritiro ed è un abito che incarna una delle tecniche che hanno fatto la storia della Maison. È il cosiddetto effetto pagina, dischi di organza cuciti insieme per assomigliare alle pagine di un libro.
Questa immagine dimostra varie cose.
Per esempio, dimostra quanto Valentino Garavani sia stato un couturier capace e virtuoso. Dimostra quanto sia stato un maestro dell’armonia, delle proporzioni, dell’equilibrio. Dimostra come i suoi capi molto elaborati, plissettati, drappeggiati, arricciati, ricamati, siano riusciti a rimanere sempre soavi. Il suo è stato un vocabolario opulento e barocco eppure le sue strutture complesse, a volte quasi monumentali, risultavano deliziosamente leggiadre e raffinate. È un risultato tutt’altro che scontato e che infatti riescono a ottenere in pochissimi. E non importa se quei suoi abiti siano stati declinati in rosso Valentino, in bianco, come nella celeberrima collezione degli anni di esordio, oppure in un etereo rosa. Erano sempre tecnicamente sopraffini.
Le icone sanno fare esattamente questo, in definitiva. Scrivono le regole, di un colore come di una silhouette, e poi ci giocano come vogliono. Senza perdere mai un grammo di grazia, eleganza, allure, nonchalance.
Grazie, Mr. Valentino, e ci mancherà, tanto. Non smetto tuttavia di sperare di poter assistere all’affermazione di una nuova generazione che possa portare avanti il Made in Italy. Quello vero, quello fatto di maestria ed estro, proprio come lo è stato il suo.
Emanuela Pirré
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Emanuela Pirré
Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.

