Fashion Magazine, quando una testata chiude è una sconfitta per tutti

Nel mio lavoro, le fonti di informazione sono fondamentali e dunque vanno accuratamente selezionate.

Le fonti più importanti sono i diretti protagonisti delle notizie di cui mi occupo: aziende, brand, creativi, artigiani, artisti, istituzioni museali. A completare questo panorama ci sono le agenzie di stampa, come ANSA, e infine le testate di informazione specifiche del settore. Le newsletter di queste ultime, insieme ai comunicati che ricevo quotidianamente dagli uffici stampa dei protagonisti di cui sopra, mi aiutano ad avere un preciso quadro della situazione. Mi permettono di capire in quale direzione stiamo andando, cosa si sta muovendo e, conseguentemente, mi aiutano a scegliere di cosa occuparmi.

Qualche giorno fa, ho notato una cosa strana: non stavo ricevendo una delle newsletter a cui sono iscritta, quella di una testata che si chiama Fashion Magazine, una delle più importanti e autorevoli del settore.

Come le altre a cui sono iscritta, è principalmente una testata B2B (Business to Business) ovvero una testata che parla ai professionisti ed è un prezioso strumento di lavoro. Parto spesso dalle loro informazioni per poi costruire articoli di approfondimento, di analisi, di critica. Ho pensato a un disguido tecnico. Sarà saltata qualche impostazione, mi sono detta, e quindi sono entrata nel sito e ho reimpostato le mie opzioni di preferenza.

Poi, ieri, ho scoperto l’amara verità, molto più scottante di un problema tecnico: Fashion Magazine chiude. Sono rimasta a bocca aperta, letteralmente, come quando si riceve un pugno nello stomaco e si cerca l’aria necessaria per tornare a respirare. Fashion Magazine chiude?

Era il 1970 quando il giornalista Gianni Bertasso (1932-2018) veniva nominato direttore di G.T. Giornale Tessile: dieci anni dopo, fondava Fashion, il settimanale della moda italiana che nel 1999 veniva ceduto al gruppo tedesco Dfv Mediagroup. Oggi, in qualità di casa madre, DVF chiude Edizioni Ecomarket – ovvero la casa editrice italiana di Fashion Magazine – mediante liquidazione volontaria con effetto immediato.

«Nonostante l’aumento del numero di utenti e di lettori delle offerte editoriali, non è stato possibile raggiungere i risultati economici necessari per finanziare la società»: così si legge in un comunicato pubblicato nel sito.

La causa è «la mancanza di ricavi pubblicitari». Ancora una volta si parla di questo: soldi.

In più occasioni ho parlato della profonda crisi in cui versa tutta l’editoria e, in particolare, la carta stampata.

Ho parlato di come, in ambito moda, molte testate non possano permettersi di contrariare un brand perché significa rischiare di perdere investimenti pubblicitari che permettono alla testata stessa di sopravvivere.

In più occasioni ho scritto ciò che penso di un mondo in cui i giornali sono surclassati dai social network. In cui si privilegia immediatezza e velocità spesso a scapito di qualità e verità. Un mondo in cui le edicole continuano a chiudere, mentre quelle che ancora resistono si riducono talvolta a rivendite di gadget. Un mondo in cui sempre meno persone leggono. E in cui, spesso, per tanti approfondimento è soltanto sinonimo di noia.

In un mio recente editoriale, ho sottolineato un altro punto. In un contesto così complesso e delicato, credo che il lavoro di informare e intrattenere – e di informarsi e intrattenersi – diventerà sempre più non solo un compito di produzione, ma di sottrazione. Non dovremo più chiederci se possiamo produrre – o fruire – un contenuto, ma se davvero vale la pena di produrlo – o fruirlo. Dovremo affinare sempre più l’arte di selezionare le nostre fonti di informazione e intrattenimento. Vale per chi usa le fonti professionalmente, per scrivere a sua volta, e vale anche per chi legge o ascolta i contenuti creati, da un articolo a un podcast.

Mi dispiace – e molto – il fatto che a cadere, a chiudere sia oggi una testata che brillava come un diamante tra le mie fonti. E mi dispiace che questa chiusura non faccia altro che dimostrare quanto l’editoria sia in crisi. Soprattutto quel tipo di editoria che non ha mai voluto trasformarsi in intrattenimento puro. E che ha continuato a credere non solo nei numeri, ma nei valori: verità, verifica, competenza.

Proprio in questi giorni mi è capitato di ascoltare un’affermazione molto forte. In Italia – sosteneva una persona con cui mi sono trovata a parlare – il giornalismo di moda è sempre più simile a un ufficio stampa piuttosto che a una libera informazione. Occorre mettersi sempre in discussione, a mio parere, e quindi l’affermazione mi ha colpita. D’altro canto, so benissimo quanto coraggio sia necessario per fare oggi critica di moda ovvero per non assomigliare a un ufficio stampa che è un mestiere nobilissimo, ma che è un altro mestiere.

Non credo alle coincidenze, perché le coincidenze sono spesso solo una somma di fatti. Questa frase che mi ha fatto pensare, per esempio, è arrivata proprio mentre Fashion Magazine chiudeva. È una grande ironia, perché era una testata di valore e non faceva certo parte di quella tendenza a essere semplice cassa di risonanza dei brand.

La mia sincera solidarietà va a Tobias Bayer, attuale direttore di Fashion Magazine, alla redazione e a tutto il team. Desidero citare i loro nomi, uno per uno: Alessandra Bigotta, Andrea Bigozzi, Elisabetta Fabbri, Maria Cristina Pavarini, Angela Tovazzi, Nadia Blasevich, Valentina Capra, Cristina Damiano, Anna Pellizzola, Barbara Sertorini.

Li cito, tutti, perché sono persone e non numeri. E perché desidero ringraziarli. Hanno fatto un gran lavoro, con competenza e passione. Il loro lavoro è stato prezioso per me e per moltissimi altri professionisti.

E li cito perché la chiusura di una testata è una brutta notizia e una sconfitta per tutti. Per chi la testata la fa, per chi la legge, per un intero sistema, per l’informazione.

Come ha scritto Bayer nel suo ultimo editoriale, il viaggio di Fashion Magazine è giunto al termine. Per ora. Si può sempre sperare che possa riprendere e che questo sia un arrivederci e non un addio.

Emanuela Pirré

 

 

 

Photo credit immagine:
Fashion Magazine

 

 

 

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Emanuela Pirré

Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.

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