Dalí e la Moda a Palazzo Reale a Milano, tante curiosità e tre motivi per visitare la mostra

La nuova stagione espositiva milanese si apre con un grande progetto di respiro internazionale: Palazzo Reale ha inaugurato Dalí e la Moda, in programma fino al 31 gennaio 2027.

Anche noi di A glittering magazine ci siamo uniti all’annuncio (qui) di questa mostra particolarmente interessante in quanto affronta per la prima volta in maniera organica il rapporto tra Salvador Dalí e il mondo della moda. Se siete sorpresi dall’associazione tra Dalí e la Moda, quella con la M maiuscola rappresentata da alcuni dei più grandi couturier del Novecento, è proprio perché tale rapporto non è stato finora posto al centro di un’intera mostra.

L’eccezionalità quanto ad argomento e approccio dimostra che l’evento è imperdibile. Ed è proprio per la sua importanza che può contare su ben tre prestigiosi patrocini, quelli del Ministero della Cultura, dell’Ambasciata di Spagna in Italia e della Camera Nazionale della Moda Italiana.

Nelle sale di Palazzo Reale sono stati riuniti oltre 200 pezzi tra opere e documenti. Dipinti, disegni, fotografie, abiti, gioielli, accessori, oggetti e filmati, molti dei quali mai esposti in Italia, provengono dalle tre maggiori collezioni di opere di Dalí al mondo: la Fundació Gala-Salvador Dalí di Figueres, il Dalí Museum di St. Petersburg, in Florida, e il Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid. Si aggiungono inoltre gli archivi storici delle Maison Schiaparelli, Chanel, Dior e Rabanne.

Il percorso che ne risulta riesce a illustrare perfettamente la complessità di un artista che, in netto anticipo rispetto ai tempi, ha compreso la forza della moda intesa come strumento di costruzione dell’identità, comunicazione e trasformazione del corpo.

Dalla precocità dell’infanzia fino alla moda vissuta in età adulta come una performance, Dalí ha costantemente usato gli abiti e gli accessori come parte integrante della sua vita e della sua arte. La mostra analizza questo rapporto che unisce e attraversa arte, moda, fotografia, design, cinema, editoria.

Denise Bellon, <em>Salvador Dalí con un manichino all’Exposition internationale du Surréalisme di Parigi,</em> 1938, Fundació Gala-Salvador Dalí, Figueres (photo by Emanuela Pirré @ <em>Dalí e la Moda,</em> Palazzo Reale Milano)
Denise Bellon, Salvador Dalí con un manichino all’Exposition internationale du Surréalisme di Parigi, 1938, Fundació Gala-Salvador Dalí, Figueres (photo by Emanuela Pirré @ Dalí e la Moda, Palazzo Reale Milano)

DALÍ E LA MODA DALL’INFANZIA ALL’INCONTRO CON GALA

Per Dalí (1904 – 1989) gli abiti rappresentano, prima di tutto, dei potenti custodi dei ricordi d’infanzia. Le fotografie di famiglia lo ritraggono, nei primi anni di vita, all’interno di una famiglia attenta alle mode del tempo. L’arrivo nella sua vita di Gala dà poi un rinnovato impulso all’inclinazione verso l’abbigliamento.

Il rapporto con abiti e moda entra anche tra le pagine de La mia vita segreta, la prima autobiografia pubblicata nel 1942. Qui l’artista sconvolge le convenzioni del genere autobiografico: come? Sfumando i confini tra realtà e finzione. Per lui, la vita e l’arte sono indissolubilmente legate e, cosi come i suoi dipinti presentano elementi autobiografici, La mia vita segreta contiene disegni a china, alcuni dedicati proprio all’abbigliamento che, in vari punti della narrazione, riveste un ruolo fondamentale. L’autobiografia include episodi della sua infanzia e Dalí racconta il piacere provato nel giocare a travestirsi, a testimonianza della sua precoce ambizione e fantasia.

L’artista rievoca ricordi di scuola. «Io solo indossavo un abitino alla marinara, con grosse mostrine dorate e stelle sul berretto, io solo odoravo di un profumo meraviglioso per i miei compagni i quali, a turno, fiutavano da vicino l’aroma dei miei capelli mille volte pettinati, della mia testa privilegiata. lo solo allineavo su scarpette ben lucidate i bottoncini d’argento». Queste parole fanno capire come, fin da piccolo, Dalí abbia imparato a sentirsi diverso e a distinguersi.

Da studente d’arte negli anni Venti a Madrid, Dalí incarna la figura elegante e curata del dandy, come ricorda sempre ne La vita segreta. «Indossavo una camicia di seta azzurra con gemelli di zaffiro. Avevo impiegato tre ore a lisciarmi i capelli che avevo cosparso con una brillantina molto appiccicosa e fissato con una speciale retina che avevo appena comprato, dopodiché li lucidavo di nuovo usando proprio la lacca per quadri». Racconta poi che, in seguito a questa cura del proprio aspetto, i compagni della prestigiosa Accademia Reale di Belle Arti cominciarono a trattarlo con «una curiosità ammirante e intimidita». È proprio questa esperienza a fargli comprendere il legame tra la creazione di un’identità artistica originale e il successo.

Nel 1929 avviene l’incontro fondamentale con Gala, nata Elena Ivanovna D’jakonova. Per Dalí, allora appena venticinquenne e all’inizio della sua carriera, è amore a prima vista. L’incontro segna l’inizio di una relazione che accompagna entrambi per tutta la vita e l’abbigliamento diviene il linguaggio condiviso attraverso cui i due comunicano le proprie identità, sia individuali sia di coppia. Insieme plasmano la loro immagine pubblica attraverso scelte sartoriali studiate con cura.

Il guardaroba di Gala comprende creazioni di couturier europei e americani. Non ha paura di sperimentare nuove tendenze e il suo guardaroba rispecchia la sua personalità forte e carismatica. Il guardaroba di Dalí comprende capi e accessori legati alle sue performance e alle apparizioni pubbliche che diventano strumenti di una continua reinvenzione dell’identità.

In molti dipinti, Dalí raffigura abiti e li rappresenta nei minimi dettagli. In alcuni casi sono quelli indossati dalla coppia stessa, esposti in una delle grandi sale della mostra a Palazzo Reale.

<em>Dalí e la Moda</em> a Palazzo Reale (photo credit Monkeys Video Lab, courtesy press office)
Dalí e la Moda a Palazzo Reale (photo credit Monkeys Video Lab, courtesy press office)

DALÍ E LA MODA TRA COPERTINE, VETRINE E LE COLLABORAZIONI CON I COUTURIER

Nel 1935, Dalí realizza per Harper’s Bazaar una delle sue prime illustrazioni di moda, pubblicata con il titolo Dream Fashions by Salvador Dalí. Le figure femminili, immerse in un paesaggio onirico e vestite con abiti frutto dell’immaginazione dell’artista, hanno volti non svelati, in modo da invitare le lettrici a immaginarsi di essere loro stesse a indossare quelle creazioni.

Nel 1936, inizia e dedicarsi al design di moda inaugurando la collaborazione con Elsa Schiaparelli. La loro è destinata a diventare una delle più  importanti e prolifiche alleanze tra arte e moda del XX secolo. È celebre, per esempio, la fotografia di Cecil Beaton che ritrae Wallis Simpson con l’Abito Aragosta disegnato da Dalí e realizzato da Schiaparelli. L’immagine viene pubblicata da Vogue poco prima del matrimonio, celebrato il 3 giugno 1937, tra Simpson e il Duca di Windsor, l’ex re Edoardo VIII che abdica per amore suo dando vita a uno scandalo. La scelta di un abito così provocatorio e irriverente, in un momento di enorme tensione mediatica, fa molto discutere. Ma le immagini di Vogue consacrano quel capo come un capolavoro senza tempo.

Sempre nel 1936, Dalí realizza anche la sua prima vetrina per il grande magazzino Bonwit Teller di New York (la Giacca afrodisiaca fotografata qui sotto ha fatto parte di quella vetrina), dimostrando di aver ben compreso il potenziale strepitoso della moda e dei suoi dispositivi di comunicazione.

Da quel momento, il suo coinvolgimento nel mondo della moda attraversa vari decenni e molteplici mezzi espressivi. Passa attraverso abiti, accessori, gioielli, costumi, tessuti, illustrazioni, campagne pubblicitarie. In tutti questi progetti, compaiono il suo immaginario surrealista e i suoi motivi simbolici che creano un legame duraturo tra arte e moda.

Per Dalí l’attività nel settore della moda diventa dunque un’estensione, un mezzo per propagare ulteriormente la sua arte e la sua poetica. L’abito non serve più soltanto a vestire il corpo: ne modifica la percezione e introduce nella realtà quotidiana elementi perturbanti, ironici, fantastici. La diffusione delle immagini attraverso le riviste di moda amplifica ulteriormente la portata delle sue creazioni e delle sue idee.

Dalí continua a coltivare alleanze con altri importanti couturier. Non solo Schiaparelli, ma anche collaborazioni con Chanel, Dior, Rabanne.

<em>Dalí e la Moda</em> a Palazzo Reale. In primo piano: cappotto da sera, 1935, e giacca da sera, 1936 di Elsa Schiaparelli, Fundació Gala-Salvador Dalí, Figueres (photo credit Monkeys Video Lab, courtesy press office)
Dalí e la Moda a Palazzo Reale. In primo piano: cappotto da sera, 1935, e giacca da sera, 1936 di Elsa Schiaparelli, Fundació Gala-Salvador Dalí, Figueres (photo credit Monkeys Video Lab, courtesy press office)

DALÍ E LA MODA COME PERFORMANCE

Il rapporto tra Dalí e Coco Chanel si sviluppa anche nel territorio della scena teatrale. Nel 1939, Chanel collabora con Dalí alla realizzazione dei costumi di Bacchanale, produzione dei Ballets Russes de Monte Carlo. Dalí realizza anche scenografia e libretto. Il progetto, concepito come una vera opera d’arte totale, testimonia la capacità di Dalí di oltrepassare qualsiasi confine tra pittura, moda, teatro, danza e spettacolo.

Un altro momento emblematico è il Bal Oriental, conosciuto anche come il Ballo del Secolo, organizzato dal miliardario e collezionista d’arte Carlos de Beistegui a Palazzo Labia a Venezia il 3 settembre del 1951. Dalí, Gala, Christian Dior e diversi loro amici partecipano all’evento indossando costumi progettati da Dalí e Dior, con il contributo di Gala e di un giovane Pierre Cardin. Maschere, lunghi mantelli, pizzi, argento trasformano gli invitati in figure sospese tra il tradizionale Carnevale veneziano (con particolare riferimento alla bautta o bauta, il costume composto da mantellina, mascherina e cappello a tricorno), il teatro e il sogno surrealista.

Negli anni Cinquanta e Sessanta la performance diventa per molti artisti un nuovo spazio di sperimentazione. Dalí interpreta questa trasformazione attraverso azioni nelle quali la moda diventa parte integrante dello spettacolo con la partecipazione di modelle d’eccezione che indossano le creazioni dello spagnolo Paco Rabanne.

La collezione di debutto di Rabanne, intitolata Dodici abiti impossibili da indossare in materiali contemporanei, viene presentata nel febbraio del 1966 a Parigi. Porta nella moda placche e dischi di metallo e plastica che riflettono la luce, uniti da anelli metallici. Il risultato è una serie di capi simili a moderne armature, pensati più come opere d’arte provocatorie che come vestiti per la vita di tutti i giorni.

Rabanne segue dunque le orme di Elsa Schiaparelli che, negli anni Trenta, aveva aperto la strada a elementi allora innovativi come le cerniere in plastica per i capi di alta moda. Dalí riconosce immediatamente la portata innovativa della ricerca materica di Rabanne e ne fa parte integrante delle proprie performance, coinvolgendo figure come Donyale Luna, Elsa Peretti, Amanda Lear.

In alcune azioni, la pittura stessa diventa performance. Dalí dipinge all’interno di grandi bolle di plastica, mentre il colore viene spruzzato dai suoi pennelli sugli abiti delle modelle e sui propri. Tutto ciò dimostra, ancora una volta, lo spirito pionieristico di questo artista che, decenni dopo, sarà emulato con performance simili messe in scena da vari stilisti e brand.

Grazie a Dalí, moda, pittura, spettacolo e corpo si fondono così in un’unica esperienza.

Salvador Dalí, <em>Giacca afrodisiaca / Aphrodisiac Dinner Jacket,</em> 1936/1978, Collection of The Dalí Museum, St. Petersburg, FL, USA (photo by Emanuela Pirré @ <em>Dalí e la Moda,</em> Palazzo Reale Milano)
Salvador Dalí, Giacca afrodisiaca / Aphrodisiac Dinner Jacket, 1936/1978, Collection of The Dalí Museum, St. Petersburg, FL, USA (photo by Emanuela Pirré @ Dalí e la Moda, Palazzo Reale Milano)

DALÍ E LA MODA NEI CORPI FRAMMENTATI

A proposito di corpo: una delle caratteristiche distintive dell’arte surrealista è la dislocazione delle parti del corpo. E il corpo è – naturalmente – uno dei grandi territori comuni tra Surrealismo e moda.

Parti del corpo frammentate e ricomposte attraversano l’opera di Dalí già da prima del suo ingresso ufficiale nel movimento surrealista, ingresso avvenuto nel 1929. Nei dipinti della seconda metà degli anni Venti, teste, occhi, mani, dita, seni e torsi vengono isolati e ricombinati secondo una nuova logica.

Questa ricerca prosegue nei gioielli che Dalí disegna a partire dal 1949, conservati dalla Fundació Gala-Salvador Dalí ed esposti in Italia per la prima volta a Palazzo Reale dalla loro acquisizione avvenuta nel 1999. Si tratta di oggetti preziosi che assumono la forma di parti del corpo, occhi, labbra, mani. Una volta indossati, questi gioielli modificano il corpo e lo trasformano in una nuova opera d’arte.

La moda diventa quindi uno strumento di riconfigurazione del corpo, anticipando una sensibilità che continua a caratterizzare la ricerca di numerosi creativi e stilisti contemporanei.

Salvador Dalí, <em>L’occhio del tempo / The Eye of Time,</em> 1949, platino, rubino naturale, diamanti, smalto e orologio con meccanismo Movado 50SP; Salvador Dalí, <em>Labbra di rubino / Ruby Lips,</em> 1949, oro giallo 18 carati, rubini naturali e perle. Entrambi Fundació Gala-Salvador Dalí, Figueres (photo by Emanuela Pirré @ Dalí e la Moda, Palazzo Reale Milano)
Salvador Dalí, L’occhio del tempo / The Eye of Time, 1949, platino, rubino naturale, diamanti, smalto e orologio con meccanismo Movado 50SP; Salvador Dalí, Labbra di rubino / Ruby Lips, 1949, oro giallo 18 carati, rubini naturali e perle. Entrambi Fundació Gala-Salvador Dalí, Figueres (photo by Emanuela Pirré @ Dalí e la Moda, Palazzo Reale Milano)

L’OPINIONE DI A GLITTERING MAGAZINE: I TRE MOTIVI PER CUI ABBIAMO AMATO LA MOSTRA

Dopo aver visitato la mostra in occasione della presentazione alla stampa, possiamo tornare a sottolinearlo: è imperdibile. Condividiamo tre motivi per cui l’abbiamo amata particolarmente.

Il primo motivo è, senza dubbio, il grande rigore scientifico e l’accuratezza storica e artistica. Accuratezza e rigore sono i pilastri su cui il pool di esperte e curatrici ha costruito la mostra. Il gruppo è di grande prestigio, a partire dalla direzione scientifica affidata a Montse Aguer, direttrice dei Musei Dalí. La curatela storica è di Laura Bartolomé Roviras, vicedirettrice Ricerca e Progetti. La curatela della parte moda è invece di Judith Clark, storica della moda e docente alla University of the Arts London. Non manca il contributo delle curatrici senior Lucia Moni e Bea Crespo, sempre della Fundació Gala-Salvador Dalí.

Il secondo motivo è la concezione assolutamente contemporanea della mostra: non c’è nessuna gerarchia o suddivisione netta tra le arti. Non serve chiudere Dalí in definizioni rigide, non serve definirlo pittore o scultore o saggista o cineasta o sceneggiatore o stilista o designer di gioielli. Lui è stato tutto, un artista totale. La sua collaborazione con i grandi couturier, il dialogo con fotografi e riviste, la sperimentazione sui materiali, il ricorso alla performance: sono elementi che mostrano un artista profondamente immerso nella modernità. Anzi, l’hanno reso un autentico precursore di quella che è oggi la contemporaneità.

Il terzo motivo si riallaccia proprio alla contemporaneità: l’eredità di Dalí è ancora oggi evidente e la mostra lo evidenzia perfettamente. Direttori creativi, stilisti, fotografi e artisti continuano ad attingere al suo immaginario, reinterpretandone simboli, forme e idee.

L’eredità di Dalí è oggi profondamente parte anche del DNA delle quattro Maison con cui l’artista stesso ha collaborato. Sono presenti in mostra capi e accessori di Daniel Roseberry, direttore creativo di Schiaparelli dal 2019, e di Julien Dossena, direttore creativo di Rabanne dal 2013 al 2026. E poi ci sono pezzi di John Galliano, direttore creativo di Christian Dior dal 1997 al 2011.

In mostra viene inoltre ricordato e mostrato come, nella collezione Haute Couture Christian Dior primavera-estate 2018, Maria Grazia Chiuri abbia reso omaggio alle creazioni realizzate per il Bal Oriental del 1951 da Dalí, Gala e Christian Dior. E che anche la collezione inaugurale primavera-estate 2026 di Jonathan W. Anderson, sempre per Dior, ha richiamato quell’evento attraverso il pizzo abbinato a un copricapo a tricorno ideato dal modista (o cappellaio) Stephen Jones.

Al centro: capi Schiaparelli by Daniel Roseberry, 2022 – 2026, Patrimoine Schiaparelli, Paris. A destra: Dior by John Galliano, 1999, Collection Dior Héritage, Paris (photo credit Monkeys Video Lab, courtesy press office)
Al centro: capi Schiaparelli by Daniel Roseberry, 2022 – 2026, Patrimoine Schiaparelli, Paris. A destra: Dior by John Galliano, 1999, Collection Dior Héritage, Paris (photo credit Monkeys Video Lab, courtesy press office)

Dalí e la Moda ci invita dunque a guardare Salvador Dalí non soltanto come uno dei protagonisti assoluti del Surrealismo, ma come un autore capace di anticipare alcune delle dinamiche fondamentali della cultura visiva contemporanea.

Per lui arte, spettacolo, moda, corpo, identità non sono stati mondi separati. Li ha attraversati e vissuti come parti di un’unica, continua e inesauribile reinvenzione della realtà. Ha attraversato discipline e confini e ha saputo trasformare ogni mezzo in uno strumento della propria immaginazione. Ha compreso con straordinaria lucidità il potere della moda di costruire identità, produrre immagini e influenzare la cultura di massa.

A Palazzo Reale viene raccontato tutto ciò. E si può quindi affermare senza tema di smentita: la mostra mantiene premessa e promessa contenuta nel titolo. L’obiettivo di chi ha pensato, progettato, organizzato e curato il progetto è stato senza dubbio raggiunto.

Emanuela Pirré

 

 

Dalí e la Moda

Palazzo Reale, Piazza del Duomo 12, Milano
24 settembre 2026 – 31 gennaio 2027

Giorni e orari di visita:
Martedì – mercoledì – venerdì – sabato – domenica: dalle 10 alle 19:30
Giovedì: dalle 10 alle 22:30
Lunedì chiuso

Il progetto è promosso dal Comune di Milano – Cultura ed è prodotto da Palazzo Reale, MondoMostre e Civita Mostre e Musei in collaborazione con la Fundació Gala-Salvador Dalí.

 

 

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Emanuela Pirré

Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.

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