A te che sei madre e che non puoi capire. Pensieri e parole da un utero vuoto

Se sei donna, hai superato i 30 anni e non hai figli, sicuramente qualcuno, almeno una volta ti avrà detto “ah, ma tu non sei madre, non puoi capire”. Se sei donna, hai superato i 30 anni e non hai figli, quella frase ti arriva lì, tra lo stomaco e il cuore. Si piazza lì, un po’ come un boccone amaro che non sai come digerire e che non puoi buttar fuori.

Arriva un giorno in cui, però, se sei donna, hai superato i 30 anni e non hai figli, il tuo utero a braccetto con le ovaie si ribella e ti bussa. Lo fa per tirar fuori dal tuo corpo quel boccone amaro. Per spingerti a dire per la prima volta, a voce alta, “ah, ma tu sei madre, non puoi capire”.

Non puoi capire quanto sia stata educata nel tempo a non rispondere a quella frase tagliente e inopportuna. Non hai idea di quanto sia terribilmente maschilista da donna pronunciare quella frase. Non ti immagini quanto sia riduttivo, usando quelle parole, etichettarmi come un lineare “G0-P0” (Gravidanza 0, Parto 0, ndr) sulla mia cartella ginecologica. Che poi che ne sai che G sia davvero 0.

E quella frase spesso arriva quando si parla di figli, quando si commenta qualcosa relativamente alla prole, che di getto infastidisce, stona, crea un senso di inadeguatezza. Allora ecco che viene scoccata la frase magica “ah, ma tu non sei madre, non puoi capire”. Un tentativo di deviare l’attenzione dal focus, da una minima possibile autocritica. Un passo di delegittimazione dal poter dire qualsiasi cosa che riguardi i figli.

Quelle parole che salvano te madre da una possibile autoanalisi o da una visione oggettiva, si riflettono su di me. Arrivano sulla mia mano destra che, senza farsi notare, tocca la pancia con la consapevolezza che quell’utero rimarrà sempre vuoto. Si scagliano su di me, che ho appena scoperto che figli non ne posso avere e fisso la parete bianca cercando di trovare risposte che non ho. Si rovesciano su di me, che un figlio lo desidero da sempre, ma non ho un compagno e in Italia non mi è concesso procreare. “Ah, ma tu sei madre, non puoi capire”. Lo penso, non te lo dico, abbasso gli occhi e affogo in un sorriso abbozzato.

Quella frase è lo schiaffo che mi arriva a pochi giorni da un intervento all’utero e in attesa dell’esame istologico. Quelle parole mi bussano alla spalla dopo un aborto. Quell’enunciato inopportuno me lo servi quando ho al mio fianco il compagno che aspettavo da sempre, una stabilità economica, ma le mie ovaie non possono più collaborare. “Ah, ma tu sei madre, non puoi capire”.

Ogni volta in cui, da madre, hai pronunciato quella frase, ti è mai passato per la testa di chiederti perché io non avessi figli? Te lo sei mai chiesto prima di sentenziare e di mettermi il silenzioso come al telefono durante una riunione? In cuor mio, mi auguro di no. Se, però, in questo momento qualche perplessità ti balenasse dentro, prima che tu pronunci di nuovo quella pessima frase, posso provare, con tutta l’umiltà possibile, senza esperienza materna, a darti qualche ulteriore risposta plausibile, sedendoci una di fronte all’altra, a carte scoperte e con l’anima pure.

Non sono madre, per una o più delle ragioni che hai letto poco fa. Non ho figli, perché il mio orologio biologico non ha mai funzionato. Non ho messo al mondo nessuno, perché io del mondo ho paura. Non sono diventata mamma, perché non mi sento all’altezza e non voglio essere la madre che dei bambini non si meriterebbero.

Non sono madre, perché ho dovuto scegliere tra carriera e maternità. Non ho figli, perché è una responsabilità enorme che non mi sento di assumermi. Non ho messo al mondo nessuno, perché il mio corpo non me lo ha permesso. Non sono diventata mamma, perché, anche se la notte sogno il mio compagno che culla un bambino che ci somiglia, ho una paura folle della depressione post-parto e di perdermi per sempre.

Non sono madre per questi e per molti altri motivi. Però sono una donna, sono un essere umano, proprio come te. Te che hai giudicato, forse per difesa, rispettando il perfetto schema di una società patriarcale. Te che mi hai completamente zittito, o hai tentato di farlo, rimanendo in una trappola da cui tutte dovremmo uscire.

In questo dialogo possibile e impossibile tra una moltitudine di donne immaginarie, ma saldamente ispirate alla realtà, c’è uno scontro basato su legittimazione e delegittimazione, facendo leva su quelle parole che suonano come una pesante sciabola. Perché è concesso a tutti esprimersi su tutto, ma in quel caso specifico non posso entrare in empatia e provare a comprendere? Eppure sono un essere umano, sono una figlia a mia volta, sono una sorella, sono una nipote e sono una donna.

In questi pensieri e parole, volutamente provocatori, provenienti da un utero vuoto, c’è un concentrato di tutto ciò che una donna che non è madre, forse, vorrebbe dire o avrebbe voluto dire. Sono affermazioni che potrebbero sembrare arroganti, irrispettose, eccessive, pungenti e dissacranti e se così dovessero suonare, avrebbero raggiunto il loro obiettivo. In una logica di teatro dell’assurdo, lo scopo era proprio questo. Ribaltare la normalità, ciò che accade quotidianamente, per aprire uno scenario completamente nuovo, inaspettato, in un gioco delle parti in cui, per la prima volta, qualcuno pronuncia la frase “ah, ma tu sei madre, non puoi capire” e non il contrario.

Un filo folle che vorrebbe condurre all’empatia, all’assenza di giudizio e di lame taglienti sul tavolo. Perché sì, è vero, io non sono madre e non posso capire le voglie in gravidanza, le notti insonni, il tiralatte, i pannolini, le liste per il nido, le pappe, la prima parola, i dentini, le recite, il flauto, i brufoli e chi più ne ha più ne metta, ma tu, forse, non puoi capire la pesantezza di un più o meno tacito giudizio da parte della società per l’assenza di tutto ciò nella mia vita, senza sapere cosa ci sia dietro, senza nemmeno essertelo mai chiesto.

Quindi cara te, che sei madre, ogni volta che starà per esondare dalla tua bocca quella orribile frase, prova a fermarti, conta fino a mille se necessario e guarda oltre. Per una volta prova solo a vederti e a vedermi come essere umano, come donna, in modo assertivo, rispettando la mia libertà e a pensare, con estrema empatia, “ah, ma io sono madre, non posso capire tutto questo, però sono una donna e posso provarci“, ricordandoti e ricordandoci che si può essere madri in tanti modi, non solo biologicamente.

Federica Santini

 

 

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Federica Santini

Classe 1992. Nata nel giorno che spacca l'anno a metà. Creata per rompere ogni tipo di schema e per tendere volutamente all'imperfezione. Vedo i volti nelle case, resto senza fiato davanti agli edifici abbandonati andati in rovina, mi perdo nella bellezza dei fiori che nascono dalle crepe. Curiosa, resistente, determinata, piena, ribelle e caoticamente umana. La mia penna è viva, sincera ed irriverente.

Glittering comments

carla chiacchietta
• Reply

Grazie Fede. Proprio così. Sono madre, forse non posso capire, ma come donna ci provo. Ho sempre provato a farlo. E non giudico. Mai

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