Notte prima degli esami, il mio personale ricordo dell’esame di maturità

Foto di Michal Jarmoluk da Pixabay

Ieri sera ho rivisto – per l’ennesima volta – il film Notte prima degli esami.

Esistono cose che diventano certezze, a volte piacevoli e a volte meno: tra le prime (quelle piacevoli), figura la programmazione televisiva estiva quando ci propina film ripetuti, è vero, ma che ci fanno sorridere e che, in fondo, scandiscono il trascorrere delle stagioni.

Ed è una certezza che ogni anno, in giugno, arrivi Notte prima degli esami, film commedia di Fausto Brizzi, anno 2006, interpretato tra gli altri da Nicolas Vaporidis, Cristiana Capotondi e Sarah Maestri (nei panni di un gruppo di studenti alle prese con l’esame di maturità) e da Giorgio Faletti (nei panni di un severo professore) con le canzoni del grande Antonello Venditti, compresa quella che si chiama proprio come il film.

È una certezza, sì, esattamente come il fatto che, tra poco, arriverà Sapore di mare e poi Lo squalo con tutti i suoi vari seguiti.
Ecco, in questo ultimo caso siamo tra le certezze che probabilmente eviteremmo anche volentieri di avere, salvo poi risentire riecheggiare nella testa la musichetta del film ogni volta che facciamo il bagno al largo…

A ogni modo, dicevo: ho rivisto Notte prima degli esami per l’ennesima volta – e ho perso il conto di quante siano – e l’ho fatto molto volentieri.

Il film è ambientato nel 1989, lo stesso periodo in cui io sostenni l’esame di maturità ovvero nel 1991, a diciott’anni appena compiuti. Devo dire che rievoca alla perfezione l’atmosfera, l’ambiente, i modi e i ritmi di quegli anni, riuscendo a riempirmi di ricordi e strappandomi il sorriso perché sì, a distanza di quasi 30 anni, ci penso ancora e, soprattutto, rammento volentieri il mio esame annoverandolo nella sezione ricordi belli.

State leggendo e state sostenendo la maturità in questi giorni?
Siete la mamma o il papà di uno studente impegnato in tale esame?
State pertanto pensando «bella forza, tu hai preso circa 30 anni di distanza»?

Se state pensando tutto ciò avete ragione, per carità, però datemi una chance, vi prego.
Non voglio fare né retorica né morale né ramanzine né predicozzi, non voglio drammatizzare o demonizzare né al contrario sottovalutare, anche perché anch’io, all’epoca, feci gli stessi pensieri che il personaggio della Capotondi affida al suo diario in una scena di Notte prima degli esami, ovvero mi chiesi chi mai avesse inventato quel maledetto esame di maturità.
Desidero solo ricordare tre episodi che, ancora oggi, mi fanno pensare che quello fu uno dei momenti più intensi e decisivi della mia vita, una sorta di rito di passaggio tra adolescenza ed età adulta.

E se lo faccio – senza nostalgia né rimpianti né rimorsi ma con grande tenerezza – è per formulare un augurio con tutto il cuore.
Auguro a tutti i ragazzi che stanno sostenendo la maturità ora che possa avvenire la stessa cosa per loro e che un giorno, a distanza di qualche decennio, possano ricordare con altrettanta tenerezza questa esperienza come oggi avviene a me che, tra l’altro, sono un po’ passata dall’altra parte della barricata visto il mio ruolo di docente in Accademia del Lusso, un po’ come accade a un altro personaggio di Notte prima degli esami, quello di Vaporidis (che diventa professore di lettere).

Il primo ricordo è legato alla mia personale notte prima degli esami.
Nei giorni della maturità, la mia famiglia stava facendo un trasloco e il salotto della casa nuova era pieno di scatoloni ancora chiusi.
Non sono mai stata il genere di bambina (e poi di adolescente) che puntava i piedi facendo i capricci né mia madre è mai stata il genere di genitore incline ad assecondare bizze e follie: eppure ricordo come fosse ieri che quella sera, nel panico assoluto da pre-esame, mi impuntai chiedendo a mia madre che mi aiutasse a cercare un certo paio di scarpe che volevo mettere con una certa gonna e una certa camicetta per l’esame orale del giorno dopo.
Beh, ricordo benissimo mia madre, di solito tutt’altro che arrendevole, lo ripeto, che paziente e in silenzio si mise ad aprire gli scatoloni fino a trovare tutto e a placare così la mia piccola crisi di panico.
Quella volta come tante altre, mia mamma dimostrò di essere l’ottima genitrice che è sempre stata, derogando per una volta alle sue regole: aveva compreso che il mio era più di un capriccio o di una bizza, era il bisogno di qualcosa che poteva apparire banale ma che per me rappresentava invece qualcosa di rassicurante tanto da farmi sentirmi un po’ più a mio agio in un’esperienza che era per me nuova, in un esame che – come ho già scritto – io intuivo potesse segnare un passaggio.
Quelle scarpe con la gonna e la camicetta erano la mia innocente illusione di poter mantenere il controllo.

Il secondo ricordo è legato al giorno successivo, ovvero al giorno in cui sostenni l’esame orale.
Una delle materie che portavo all’esame era letteratura e un membro della commissione mi chiese come avrei definito con un solo aggettivo il personaggio della Monaca di Monza tracciato da Alessandro Manzoni ne I Promessi Sposi. Riflettei un istante e risposi «tormentato, molto tormentato».
Lo ricordo con estrema chiarezza, è quasi come se potessi rivedere il fotogramma di un film ancora nitido. Da lì ci lanciammo in un piccolo confronto che mi piacque molto, sembravamo due persone intente a parlare di una comune passione. La cosa che mi fa sorridere è che se oggi mi ponessero tale domanda… darei ancora la stessa risposta.
Allora provavo una forte empatia verso quella figura e continuo a provarla oggi. È il sentimento che provo per tutte le creature che non sono libere di scegliere il proprio cammino e il proprio destino e che hanno pagato e pagano il prezzo delle convenzioni volute dalla società, nel Seicento (epoca di ambientazione dell’opera di Manzoni), nell’Ottocento (epoca di pubblicazione) e ahimè ancora oggi. E, in qualche modo, questa empatia si collega anche al terzo ricordo…

Il terzo e ultimo ricordo è quello più complesso perché, in realtà, parte da un episodio accaduto tempo prima dell’esame di maturità, esattamente un anno prima.

Come ho raccontato una volta in un altro post qui nel blog, quand’ero alle elementari e alle medie, la matematica mi piaceva: non quanto le materie letterarie che sono sempre state il mio grande amore, ma anche la matematica mi incuriosiva e mi affascinava con quelli che consideravo stimolanti misteri ed enigmi da risolvere.
L’idillio tra noi si è spezzato alle scuole superiori, precisamente in quarta, quando alla mia classe fu assegnato un professore terribile, un po’ nazista, uno di quelli a cui cambiavano sezione ogni anno per le proteste di genitori e studenti.
Il nazistoide aveva regole ferree quanto spesso assurde e incomprensibili soprattutto per noi giovanissimi: sul banco non dovevamo avere nulla se non una biro, il quaderno e il libro. Se vedeva, per esempio, un innocente portapenne, lo stesso volava giù dalla finestra.
Sì, avete letto bene.

A una riunione con genitori (preoccupati) e studenti (arrabbiati), enunciò la propria teoria che voleva che lui fosse un genio (incompreso, probabilmente) e noi dei poveri stupidi.
Ci fu una sollevazione generale e io chiesi la parola: non ricordo di preciso cosa dissi, ma ricordo che espressi il mio pensiero a proposito di quella sua farneticante teoria e ricordo che alla fine erano tutti in piedi ad applaudirmi, i miei compagni, i genitori e anche diversi insegnanti.
Ricordo la prof di inglese, abbastanza avanti negli anni, caschetto candido e occhi azzurrissimi. Indignata, puntando un dito ossuto e leggermente storto, continuava a ripetere con passione che fosse messo a verbale che lei dissentiva dalla teoria del professore e che dava ragione a noi ragazzi.
Ricordo gli occhi, gelidi, del professore che mi fissavano provocandomi un brivido lungo la schiena.

Indovinate un po’: io che, fino all’anno prima, avevo 8 in matematica… passai al 5.
Il professore me la giurò, naturalmente, indignato per il mio affronto e pensò bene di darmi una lezione circa autorità e potere secondo la sua visione (distorta) che prevedeva più che altro il loro abuso.
Fui rimandata a settembre con una pagella piena di 8 e il suo 5, nonostante le proteste di altri professori: il sadico prof mi fece perdere la borsa di studio che prendevo sistematicamente ogni anno (non ero secchiona, ero semplicemente intellettualmente curiosa, amavo lo studio e apprendevo con facilità) e passai l’estate a studiare.
I miei erano dalla mia parte, ovviamente, e infatti non fui punita perché ben sapevano quale fosse la verità ma, essendo genitori in gamba che volevano il mio bene nonché essendo ottimi educatori, furono irremovibili: ero stata rimandata e dovevo comunque assumermi le mie responsabilità.
Era il loro modo (a mio avviso giusto) di insegnarmi che, se si ha il coraggio di sostenere un’opinione agendo di testa propria e senza tanta diplomazia, lo si fa nel bene e nel male: non volevano insegnarmi a stare zitta, volevano però che imparassi a sopportare le conseguenze delle mie scelte e che ogni presa di posizione ha un suo prezzo.
Era una lezione dura e necessaria anche se allora, probabilmente, non capivo fino in fondo quanto importante fosse.

La loro – non quella del professore – fu una lezione utile e preziosa.
Imparai che il coraggio ha sempre un prezzo: da allora, sono stata costantemente disposta a pagarlo e non solo quell’estate.
Ecco perché dico che fu un insegnamento saggio ed ecco perché credo che, quell’anno, mamma e papà furono orgogliosi più di quanto lo fossero quando prendevo la borsa di studio, anche se davanti a me non sminuirono mai la scuola come istituzione, l’errore che invece commettono oggi molti genitori (perdonatemi se mi permetto di dirlo).

Dal professore, invece, imparai il senso delle parole sopruso e ingiustizia: una lezione altrettanto utile.
Fu lui, infatti, a insegnarmi cosa non avrei mai accettato.

A settembre, all’esame orale dopo lo scritto, il mostro mi guardò negli occhi e mi chiese «Sei contenta?». Io, tremando dentro ma sostenendo il suo sguardo, risposi «Io sì, professore, e lei?».
«Anch’io»,
mi rispose. E, gelidamente, aggiunse solo «Adesso puoi andare, abbiamo finito».
Andai e ognuno dei due rimase della sua idea, naturalmente, soprattutto lui, convinto mi avermi dato una lezione e forse di avermi domata.
Quanto si sbagliava…

Lui aveva rimandato tutta la classe tranne, mi pare, due persone. A settembre, propose nuovamente la bocciatura per tutti, eccezion fatta per me e un paio di miei compagni, sempre convinto della sua superiorità e della nostra inferiorità intellettuale.
A quel punto, il consiglio di istituto insorse e, tranne qualche studente carente su tutto il fronte, gli altri vennero promossi.
E quello rimase l’unico esame di riparazione di tutta la mia carriera di studi.

Da allora, il mio rapporto con la matematica non è più stato lo stesso: ho sbagliato, lo so, non avrei dovuto permettere a quel professore di influenzare il mio giudizio verso la materia che – a mio avviso – insegnava indegnamente.
Questa è la dimostrazione di quanti danni possa fare un professore magari geniale di suo eppure incapace di trasmettere vera conoscenza e convinto che l’insegnamento sia mero esercizio di potere e non ciò che deve invece essere, ovvero condivisione.

In maniera diametralmente opposta, insegnanti in grado di donare sono capaci di fare amare ciò che insegnano: a me capitò con le insegnanti di italiano e letteratura e ne ricordo ancora con affetto e stima ben tre.

L’anno successivo, il quinto, il temibile professore fu assegnato a un’altra sezione e la mia classe si avviò con buona pace verso la maturità: come si lega tutto ciò all’esame finale?
Ora ve lo racconto.

Dopo gli scritti brillanti e dopo l’orale altrettanto brillante soprattutto per la performance in letteratura, commissione esterna e membro interno erano entusiasti di me e io mi avviavo verso il voto massimo che allora era di 60/sessantesimi.
Accadde però un fatto imprevisto: il presidente di commissione era molto scrupoloso e chiese di esaminare le pagelle degli ultimi tre anni di tutti i maturandi. Fu così che, quanto alla sottoscritta, venne fuori l’anomalia dell’anno prima.
Il membro interno cercò di spiegare la questione, ma il presidente fu inflessibile e così io pagai per la seconda volta la mia presa di posizione.
Quella macchia mi costò diversi punti in quanto venne interpretata come un imperdonabile atto di incoerenza in un percorso altrimenti ineccepibile. L’esame di riparazione dell’anno prima non poteva consentire – secondo il presidente di commissione – il diploma con il massimo dei voti.

Fu proprio il membro interno a spiegarmi tutto ciò. Non so se lo fece perché d’accordo con quella decisione o perché imbarazzato per la dissonanza creatasi tra i complimenti che la commissione mi aveva fatto e il voto finale.
Se lo fece per darmi una spiegazione colse nel segno. Restai delusa, in effetti, eccome.

Oggi, a distanza, di quasi 30 anni, se riguardo a quei giorni e agli episodi che vi ho appena raccontato, soprattutto all’ultimo, riesco invece a sorridere, con tenerezza.
Per la mia delusione di allora, per la mia reazione, per alcune decisioni che presi in seguito a tutto ciò.
Ne è passata di acqua sotto i ponti e il tempo ha dato il giusto peso a ogni cosa.
E se potessi tornare al 1991 e parlare a quella giovanissima ragazza allora appena diciottenne, le farei una carezza sul viso e le sussurrerei «va tutto bene, sei coraggiosa, sii orgogliosa di te, quel voto non ti descrive, non nel profondo, né ti limiterà».

Perché io lo sono, sono orgogliosa di quella Manu un po’ timida e allo stesso tempo già forte, con la permanente come volevano i trend di allora, le ballerine, la camicia candida bon ton e la gonna colorata a fiori leggermente plissettata.
Voglio bene a lei che affrontò quella notte prima degli esami con tanta emozione e che, da allora, ne ha affrontate tantissime altre davanti agli innumerevoli – e mai finiti – esami della vita.

Ecco perché, oltre ad augurare loro tutto il meglio, dico ai maturandi 2019 di vivere questo momento al massimo, poiché un giorno vi sarà anche per loro un ricordo che sarà per sempre e al quale guarderanno con tenerezza: ne sono certa.

Ah, se vi state chiedendo quanto io sia cambiata dall’intrepida adolescente allergica a tutto ciò che puzzava di ingiustizia… beh, la risposta è non molto. Non in questo, almeno.
Ho perso il pelo da tenera lupacchiotta di allora, ma non ho affatto perso il vizio di sostenere ciò in cui credo.
Credo di aver imparato a gestire meglio le responsabilità, le prove e gli oneri che ne derivano.
Non credo, invece, di aver imparato a gestire la delusione circa l’abuso di potere e autorità e credo che, a questo punto, non lo imparerò più.
E credo che tale delusione renderebbe la Manu di allora a sua volta orgogliosa della donna di oggi, perché significa che un po’ del meraviglioso e irripetibile candore dell’adolescenza è riuscito a sopravvivere in me.

Manu

 

 

P.S.: A proposito di Giorgio Faletti, meraviglioso interprete del prof in Notte prima degli esami, e anche di certi pregiudizi… se vi va, ho scritto un post su di lui e sulla sua prematura scomparsa avvenuta nel 2014…

 

 

 

 

 

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Emanuela Pirré

Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.

Glittering comments

Lu boch
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https://youtu.be/thcBu4fS1eU
Mi commuovo sempre! ( ma non ho mai capito come faceva a portare il pianoforte sulle spalle😘😘😘 )

Manu
Reply

Che sciocca che sono…
Perdonami, cara Lu, il tuo commento era stato messo nello spam dal sistema automatico (non chiedermi perché…) e io me ne sono accorta solo ora…
Chiedo scusa e ti ringrazio per il bellissimo video di Venditti in concerto.
Un abbraccio,
Manu

Lorentz
Reply

Credo che sia un passaggio importante che lasci il segno.
Anche io ho scritto le mie impressioni sul mio blog.
Hanno fatto canzoni e film e io ogni tanto sogno di dover di nuovo preparare la matura. 😉

Emanuela Pirré
Reply

… hai proprio ragione: un passaggio importante che lascia il segno.
Vado volentieri a leggere il tuo blog e… sai che anche a me capita di sognare di dover rifare la maturità?
Il tuo commento mi ha fatto mettere a fuoco quei sogni… caspita, credo che anche questo sia un segno dell’importanza della maturità.
Un saluto e grazie (anche per avermi fatto rileggere questo pezzo datato 2019 e che non mi capitava sott’occhio da tanto).
Emanuela Pirré

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