Sicer rafforza l’impegno ESG tra sostenibilità ambientale e sociale
Sono un’ottimista. O lo sono stata. Negli ultimi anni, crescendo, mi rendo conto di essermi in effetti spostata verso un atteggiamento più neutro e cauto. Da realista, diciamo.
Eppure, la voglia di ottimismo c’è ancora. E così, dopo due articoli riguardanti i peccati della moda (delocalizzazione, appropriazione culturale, caporalato), mi sono resa conto di aver bisogno di una boccata di aria pulita. Di aver bisogno di una ventata di positività. Di una notizia che fosse diametralmente opposta a quelle di cui mi sono occupata con quegli articoli. Per me stessa ma anche per voi, cari amici lettori.
Ecco perché, tra i tanti comunicati stampa ricevuti nell’ultima settimana, ho deciso di dare voce a uno che parla di impegno ESG.
ESG è l’acronimo di environmental, social, corporate governance: esprime l’approccio di un’azienda verso obiettivi che trascendono la mera massimizzazione dei profitti. Tali obiettivi comprendono il raggiungimento di specifici traguardi ambientali e, dal punto di vista sociale, l’integrazione di principi di equità e inclusione.
Il comunicato che desidero condividere riguarda il Gruppo Sicer, leader nella produzione di prodotti vetrificati e decorativi per ceramica. L’azienda ha compiuto due passi significativi nel proprio percorso ESG. Da un lato, c’è l’adesione ufficiale di Sicer Italia al programma Responsible Care®. Dall’altro, c’è l’inaugurazione del progetto “Play School”, una scuola dedicata ai figli dei dipendenti nello stabilimento di Sicer India.
Permettetemi di dare maggiori dettagli.
L’adesione a Responsible Care®, iniziativa volontaria promossa in Italia da Federchimica e a livello europeo da Cefic, conferma l’impegno del gruppo a integrare la sostenibilità ambientale e sociale nei propri processi produttivi e nelle strategie aziendali.
Si tratta di un programma globale che coinvolge oltre 10.000 imprese chimiche in più di 70 Paesi, tutte orientate al miglioramento continuo in ambito ambiente, salute, sicurezza e responsabilità sociale. Sicer si impegna dunque a tutelare la salute, la sicurezza e l’ambiente lungo tutto il ciclo di vita dei prodotti, a promuovere comportamenti responsabili verso collaboratori, clienti, fornitori, comunità locali, a coltivare un dialogo trasparente con tutti gli stakeholder. È insomma un passo deciso verso una cultura industriale e verso un modello di sviluppo che siano sempre più etici e sostenibili.
Parallelamente, prende forma in India un’altra iniziativa che esprime in modo concreto i valori ESG. Mi riferisco all’apertura di una scuola interna per i figli dei dipendenti, il progetto “Play School”. Offrire accesso all’educazione e investire nel benessere delle famiglie significa riaffermare la centralità delle persone, ovunque l’azienda operi.

Il percorso ESG di Sicer si nutre dunque di un impegno che cresce nel tempo, fatto di azioni misurabili, scelte consapevoli e visione a lungo termine.
Nata 30 anni fa, Sicer è oggi un gruppo internazionale. Negli anni ha ampliato i propri orizzonti e ha stabilimenti anche in Spagna, Polonia, India, Indonesia, Messico, Stati Uniti. Resta però fedele alle sue origini italiane e non è mai cessato l’impegno a investire sul territorio locale, che sia in Italia o all’estero. Se siete come me e se vi piace approfondire, vi lascio molto volentieri il link (qui) per scoprire qualcosa di più a proposito dell’impegno di Sicer volto al miglioramento dei processi aziendali.
Ciò che questa azienda porta avanti mi dà speranza. È una boccata di ossigeno e positività, come scrivevo in principio, ed è esattamente ciò che auspicavo in chiusura del mio articolo sul caporalato.
Chiedo trasparenza, rispetto, valorizzazione. Chiedo azioni concrete e misurabili.
Non è sbagliato produrre all’estero. Diventa sbagliato se è mero sfruttamento. Anche in contesti culturali e geografici diversi, il focus deve restare lo stesso: valorizzare chi contribuisce ogni giorno alla vita dell’azienda. Era ciò che avveniva in passato nel nostro Paese grazie al modello dei distretti industriali, un modello che prevedeva reti di interrelazioni di carattere non solo economico, ma anche sociale. È il modello che occorre ripristinare oggi, che sia in Italia o in India.
Ed è l’unica risposta possibile ai peccati non solo della moda, ma di ogni settore produttivo.
Emanuela Pirré
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Emanuela Pirré
Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.