Per chiudere il Pride Month 2026, la parola va a Maurizio Andreuccetti

Un paio di settimane fa, facendo l’abituale rassegna stampa quotidiana, sono incappata in un titolo di BoF – Business of Fashion, uno dei magazine più importanti e prestigiosi in ambito moda. Il titolo dell’articolo ha subito catturato la mia attenzione: For Some Brands, Pride Month Is Sexy Again.

Labels like X and XX have moved on from bland rainbows to more daring takes on Pride Month, spiega l’editor Austin Kim nel sottotitolo. E io ho sorriso, lo confesso. Non di Kim, per carità, ma perché ho pensato che, esattamente un anno fa, eravamo più o meno nella stessa situazione, BoF e la sottoscritta, ovvero entrambi impegnati a interrogarci circa il posizionamento dei brand di moda rispetto al Pride Month.

E, un anno fa, avevo sostenuto una tesi precisa: i brand di moda avevano e hanno perso interesse verso l’evento che festeggia l’orgoglio della comunità LGBTQIA+. Con un tocco di malizia (o piuttosto di realismo?), imputavo e imputo tale minor interesse a un calo di redditività. Puro opportunismo, in parole povere: nel momento in cui tale argomento è diventato scomodo (vedere clima generale) e quindi potenzialmente meno redditizio, la moda ha pensato bene di rivolgere lo sguardo altrove.

L’articolo di BoF di quest’anno non mi fa certo cambiare idea, anzi, in verità conferma quella tesi: se una strategia di marketing non funziona più, si passa a more daring takes, interpretazioni – e mosse – più audaci. Ovvero… opportunismo, proprio come sostenevo e sostengo, ieri e oggi. Tant’è che l’articolo di BoF è pubblicato nella rubrica Marketing, perché di questo si tratta, di strategie di marketing – e non certo di ideali. E scusate le X messe al posto dei nomi, ma il mio è un discorso generale e quindi non mi interessa prendermela con i singoli brand.

Detto tutto ciò: l’anno scorso mi ero affidata alla visione di Maurizio Andreuccetti per dare un senso più profondo alla mia tesi e anche quest’anno faccio la stessa cosa. Nessuno meglio di lui è adatto per abbandonare il marketing e tornare verso ideali molto più altiLa parola va quindi a Maurizio e a un racconto ricco di autenticità e auto ironia. Ricco di emozione. Ricco di capacità di far sorridere e, allo stesso tempo, di far riflettere.

Maurizio ha pubblicato questo racconto nel suo profilo Facebook e gli ho chiesto il dono di poterlo pubblicare anche qui in A glittering magazine.

Credo fermamente che la sua esperienza possa essere utile a tantissime persone per riflettere su molte cose, indipendentemente dal proprio vissuto personale. E credo anche che sia estremamente necessario vedere il mondo anche attraverso gli occhi e il cuore degli altri, soprattutto oggi, in un tempo terribile in cui provare empatia sembra essere diventata una capacità davvero rara.

Altrimenti, il rischio è che ci rimanga soltanto il marketing.

Vi auguro buona lettura.

Emanuela Pirré

 

RIFLESSIONI SU UNA COTTA ESTIVA
DATATA 1993

di Maurizio Andreuccetti

Ascoltando una domanda fatta agli ascoltatori in radio stamattina, mi si è sbloccato un ricordo: vi siete mai pentiti della cotta estiva della vostra adolescenza?
Io sì. Anche perché, tecnicamente, la mia cotta estiva del 1993 ha tentato di farmi morire.

Avevo sedici anni e, come ogni estate, venivo deportato con grande felicità ad Albenga, da zia Anna e zio Mario. Erano soci di un club esclusivissimo, una di quelle realtà liguri dove nessuno capisce bene cosa facciano i soci, ma tutti possiedono una barca, indossano mocassini e hanno un’aria vagamente kennediana. O almeno così è nei miei ricordi.

Per me, però, il vero spettacolo non era il mare.
Era zia Anna.
Zia Anna era una donna meravigliosa. Piccolina, elegantissima, indossava i tacchi, con una classe che avrebbe umiliato metà delle influencer contemporanee. Aveva superato da un pezzo i quarant’anni e li portava con una tale naturalezza da farmi pensare che la menopausa fosse un’invenzione.

Sapendo della mia già evidente inclinazione verso la moda – diciamo che a quindici anni passavo più tempo a commentare spalline e tessuti e sfilate di Versace che a inseguire un pallone – Zia Anna apriva il suo armadio e mi lasciava contemplare i suoi abiti.
Per me era la caverna di Aladino.

Mentre i miei coetanei sfogliavano Max per guardare le donne nude, io accarezzavo tailleur in lino e rimanevo ipnotizzato da un paio di décolleté color avorio.
Poi si andava al mare. Ed è lì che apparve lui.
Il bagnino.

Ora, chiunque sia stato un adolescente gay negli anni Novanta sa che esisteva sempre un lui.
Un ragazzo inconsapevole, eterosessuale fino al midollo, sul quale proiettare in pochi giorni un intero romanzo di formazione, tre film di James Ivory e almeno due stagioni di una serie Netflix che ancora non esisteva.
Lui aveva diciotto o diciannove anni, capelli corti ma ricci, occhi scuri, pelle abbronzata e quella leggera peluria sul petto che, nel 1993, per me equivaleva a Brad Pitt, Richard Gere e la resurrezione di Cristo messi insieme.

Io non avevo ancora capito di essere gay. O meglio, lo avevo capito, ma con lo stesso entusiasmo con cui si comprende di avere la peste.
Era tutto confuso.
Sapevo solo che quando lui compariva sulla torretta, il mio sistema nervoso smetteva di collaborare. Tilt ormonale.

Un giorno decise che ero meritevole di nuotare con lui al largo.
Io, nato e cresciuto a Orbetello, tra Feniglia e Giannella, pensai: questa è la mia occasione.

Nella mia testa la scena era chiarissima.
Io mi sarei tuffato con eleganza olimpica.
Avrei nuotato con la grazia di una sirena.
Lui mi avrebbe guardato ammirato.
Forse avrebbe pensato: che ragazzo straordinario. Sensibile, elegante e con uno stile libero impeccabile.

Il problema era che io non sapevo nuotare. Ma chi ci si era mai spinto al largo.
Non “nuotavo male”. Non “ero un po’ insicuro”.
Io affondavo. Con convinzione. Con metodo. E con la grazia di un pianoforte lanciato da un quinto piano.

Arrivati dove non si toccava, il mio corpo decise di tornare alle sue origini geologiche e iniziò a sprofondare. Provai a chiamarlo. Lui rise. E oh mio Dio, quando sorrideva… che cos’era…
Pensava scherzassi. Io nel frattempo avevo già ingerito mezzo Mar Ligure e stavo valutando l’ipotesi di comparire l’indomani sulla cronaca locale come giovane turista maremmano disperso in circostanze imbarazzanti. Quando finalmente comprese che stavo davvero morendo, venne a recuperarmi.
Mi trascinò a riva. Mi salvò la vita.

E qui, nella mente di un sedicenne gay cresciuto negli anni Novanta senza modelli, senza rappresentazione e con troppi film romantici, sarebbe dovuto accadere il miracolo. Scandalo al sole.
Lui, ansimante. Io, bellissimo nonostante il principio di annegamento.
Uno sguardo. Un bacio. La musica. I titoli di coda.

Invece, appena toccata la spiaggia, mi lanciò una quantità di insulti che ancora oggi credo abbiano provocato piccoli maremoti nel Tirreno.
Mi diede del deficiente e concluse la performance con un sonoro “frocio” pronunciato con l’eleganza di uno scaricatore di porto.
Fine della storia d’amore. Durata: quattro giorni.

Numero di baci ricevuti: zero. Litri d’acqua ingeriti: circa dodici. Ogni volta che sento dire che oggi “i gay hanno tutti i diritti”, penso sempre a quel pomeriggio.

Gli eterosessuali, di norma, vivono la loro adolescenza seguendo una traiettoria abbastanza lineare: prime cotte, primi baci, prime delusioni, primi amori estivi.
Per molti di noi, negli anni Novanta, non era così.
C’erano il silenzio, la paura, il bullismo, gli insulti, il timore di essere scoperti, il coming out rimandato all’infinito. C’era soprattutto la sensazione che la propria adolescenza stesse accadendo agli altri.

Forse è anche per questo che tanti uomini gay conservano per tutta la vita qualcosa di adolescenziale: non per immaturità, ma perché una parte di quell’età ci è stata sottratta e, in qualche modo, continuiamo a cercarla.

Io, comunque, da quell’estate ho imparato due cose.
La prima è che non bisogna mai fingere di saper nuotare. La seconda è che, se un uomo ti salva dall’annegamento e subito dopo ti chiama “frocio”, probabilmente non è l’inizio di una grande storia d’amore.

Anche se a sedici anni anni, sinceramente, non ne ero del tutto convinto…

Maurizio Andreuccetti

 

 

About Maurizio Andreuccetti

Maurizio Andreuccetti è un creativo poliedrico. Nel 1990, quando ha solo 14 anni, vive un incontro fondamentale: Gianni Versace lo accoglie nel suo showroom di Milano e lo fa assistere a un fitting sulla super top model Linda Evangelista. Dopo aver frequentato lo IED – Istituto Europeo di Design a Roma, Maurizio inizia a maturare esperienze con alcune delle maison più grandi e prestigiose. Le sue illustrazioni vengono pubblicate su magazine e trend book e, nel frattempo, trova il tempo di conseguire tre master: giornalismo di moda, styling e fotografia di moda. In IED è poi tornato come docente. Oggi vive nella sua città di origine, Orbetello, dove ha aperto Numero 2, un concept store nel quale continua a esprimere la sua creatività.

Qui trovate il post che Maurizio ci ha permesso di ripubblicare qui sopra.

Se passate da Orbetello, Numero 2 si trova in via Furio Lenzi. Al civico 2, naturalmente. Se non potete andarci fisicamente, il concept store di Maurizio è anche qui in Facebook.

Maurizio Andreuccetti davanti al suo Numero 2 Concept Store. In occasione del Pride Month 2026 e in vista del Grosseto Pride, Maurizio ha assunto volentieri il compito di portare l’adesivo ufficiale 2026 nelle attività commerciali di Orbetello.
Maurizio Andreuccetti davanti al suo Numero 2 Concept Store. In occasione del Pride Month 2026 e in vista del Grosseto Pride, Maurizio ha assunto volentieri il compito di portare l’adesivo ufficiale 2026 nelle attività commerciali di Orbetello.

 

Se volete leggere l’articolo di Emanuela & Maurizio per il Pride Month 2025: qui

 

 

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