Se qualcuno augura la morte alle fashion blogger

Questo è un post di solidarietà e di orgoglio: sono una fashion blogger e ne sono orgogliosa.
Vi chiederete: perché questa dichiarazione? Ora ve lo racconto.

Lunedì 21 dicembre, il magazine online pizzadigitale.it ha pubblicato un articolo firmato da Andrea Batilla, un articolo dal titolo illuminato e illuminante: “A morte le fashion blogger”.
Tale titolo è tanto esaustivo da far passare in secondo piano l’articolo stesso se non per una frase altrettanto illuminata e illuminante: “Sappiamo bene che quelle ragazzine idiote si meritano tutte di tornare a passeggiare il sabato pomeriggio in qualche centro commerciale della provincia”.
Le “ragazzine idiote” sono le fashion blogger e sottolineo l’uso del “tutte”.
A questo punto, si è scatenato il caos, anche perché l’articolo era completo di foto di persone che non erano state interpellate.
Scrivo era perché tale articolo è stato poi cancellato: resta quello che ho copiato qui sopra.

Questo mio post è dunque di solidarietà verso la categoria fashion blogger della quale sento di fare parte ed è di orgoglio perché non mi vergogno affatto se e quando mi definiscono tale.

Mi risulta che una delle persone la cui foto è finita nell’articolo abbia sporto denuncia all’Ordine dei Giornalisti: pizzadigitale.it è una testata registrata presso il Tribunale di Milano con un direttore responsabile che dunque risponde in sede civile e penale di quanto pubblicato.
Lo stesso Andrea Batilla, tra l’altro, figura come co-direttore ed è menzionato con tale ruolo nella pagina dedicata alla redazione.

Non faccio il nome della persona che ha sporto denuncia perché credo non desideri altro clamore circa questa faccenda: come ulteriore aggravante, dico che non è una fashion blogger o che non è solo una fashion blogger. Il suo ruolo è molto più ampio e sfaccettato come peraltro lo è quello di molte fashion blogger, sottoscritta inclusa.
Sul suo profilo, questa persona ha affermato che l’articolo di Batilla è pieno di luoghi comuni e di pregiudizi e che istiga all’odio nonché al boicottaggio di un’intera categoria: ha parlato di diffamazione, di mancanza di deontologia professionale e di uso non corretto dei social network.
Sono d’accordo su tutti i punti.

Nonostante l’articolo sia stato cancellato, penso sia sufficiente quel titolo da caccia alle streghe e le espressioni contenute nella frase che ho citato – “ragazzine idiote”, “centro commerciale della provincia” – per dimostrare il bassissimo livello di approfondimento, elemento che dovrebbe invece essere alla base di un buon articolo di indagine giornalistica.
“Ragazzine”? E quelle come me, allora, cosa sono? Non sono una ragazzina, purtroppo.
“Centro commerciale di provincia”? Anche qui c’è puzza di (pre)giudizio e – ancora una volta – appare come un giudizio affrettato e per niente approfondito né rispettoso.
Ah, quasi dimenticavo di citare un altro punto in cui il signor Batilla parla di “masse ignoranti”. Masse? Ignoranti? Un altro (pre)giudizio?
In realtà, l’articolo in questione dovrebbe far indignare non solo le fashion blogger, ma anche i “centri commerciali della provincia” e le “masse ignoranti”.
Ripeto: è un’ottima somma di luoghi comuni e di mancato approfondimento perché sarebbe bastato informarsi meglio per scoprire, tanto per iniziare, che le blogger non sono unicamente “ragazzine”. Oppure era anche questo un insulto voluto e velato?

Aggiungo altre due considerazioni.

La prima è che la moda, in generale, non è vista di buon occhio senza che nessuno si preoccupi di gettare ulteriore benzina sul fuoco, dunque – amando e rispettando la moda – ho trovato inopportuno l’articolo anche per questo motivo.
(E dei preoccupanti pregiudizi dei quali soffre spesso la moda avevo già ampiamente parlato qui)

La seconda è che, ancora una volta, oltre ad alimentare luoghi comuni, non si è persa occasione per dimostrare una totale mancanza di empatia e di umana comprensione: si è invece dato libero sfogo all’acrimonia e alla volontà di distruggere e annientare.
Ho parlato di questo tipo di atteggiamento tante volte qui sul blog (per esempio nel post su Cara Delevingne o in quello su una figuraccia di Giovanni Veronesi a Radio 2 o ancora in quello dedicato a Renée Zellweger) e l’ultima volta è stata solo pochi giorni fa (nel post a proposito di un outfit della Santanchè). Mi addolora rilevare che non cambia mai nulla e che le parole vengono sempre più spesso usate come armi distruttive, talvolta più dannose dei gesti, come armi improprie usate per attaccare.
E – ancora una volta – mi duole constatare che tale atteggiamento viene aggravato e agevolato dal web, strumento che è stato usato male, proprio come ha scritto la persona che ha sporto denuncia; ancora una volta, il web è stato il mezzo attraverso il quale sfogare rabbia e aggressività.
Mi impressiona che a farlo non sia stato un ragazzino bensì un giornalista esperto.

E ora desidero rivolgermi proprio a lei, signor Batilla, per dirle alcune cose.
Le do del lei perché non ci conosciamo personalmente. E se cito il suo nome è solo perché esiste un suo articolo pubblico su un sito pubblico.

Parto dal fatto che apprezzo che si sia scusato, davvero, in quanto cerco sempre di dare una seconda chance a chi ammette di aver sbagliato.
Eppure, un minimo di sospetto circa la spontaneità del suo pentimento mi viene, me lo permetta, considerato il polverone che ha sollevato e la successiva denuncia alle autorità competenti: il suo dispiacere non dipenderà da questo? Sia sincero, si sarebbe pentito se non fosse per quella denuncia?
Tra l’altro, preciso che aver cancellato l’articolo non basta a risolvere la questione né esiste qualcosa che possa giustificare la sua “spropositata reazione” (torno a citare le sue parole), nemmeno un episodio che possa far “innervosire”.
Augurare pubblicamente la morte a qualcuno in tempi che, con un eufemismo, definisco tesi è davvero ingiustificabile. Per giunta, con l’aggravante dei futili motivi, così come credo si dica in linguaggio giuridico.
La critica è sacrosanta, lo ripeto per la milionesima volta, il rispetto lo è altrettanto, però.

Come avrà già capito, sono tra coloro che se la sono presa, ma per ragioni profonde, quelle che le sto elencando.
Sinceramente non ho nessuna intenzione di giustificarmi per qualcosa – il mio essere fashion blogger – di cui non sento affatto di dovermi giustificare. Tanto credo non le interessi così come non le interessava conoscere, sapere, approfondire e provare a capire quando ha scritto l’articolo.
Non ho affatto voglia né bisogno di dimostrare che non sono un’idiota magari sciorinando il mio curriculum davanti a lei e a tutte le persone che la pensano come lei, come se dovessi far scorrere tra le dita i grani di un rosario. Non ho voglia di spiegare cosa ho fatto e cosa faccio oggi oltre a essere una blogger.
E non ho nemmeno voglia di spiegare cosa faccia una blogger. Tra l’altro, tante mie colleghe hanno scritto ottimi post a tal proposito e dunque, se vorrà, potrà sempre cercarli.
Però le voglio dire che disprezzare, infangare e coprire di ingiurie un’intera categoria è un gesto di qualunquismo, pressapochismo e generalizzazione. E non è buon giornalismo, a mio avviso.

Credo fermamente che un giornalista debba battersi per la correttezza dell’informazione, credo debba portare luce e verità, credo debba indagare per agevolare e difendere una corretta e rispettosa libertà di espressione, per abbattere l’ignoranza, gli stereotipi, i luoghi comuni, le false credenze.
Sono io che mi illudo, sono io che idealizzo il giornalismo nonché la sua funzione?
O credo in queste cose più di quanto ci creda lei stesso?
Mi perdoni ma penso che lei non abbia reso giustizia né un buon servizio alla categoria dei giornalisti, la categoria alla quale spero un giorno di poter anch’io appartenere grazie allo studio e al lavoro che porto avanti ogni singolo giorno.

Via, siamo nel 2016! La caccia alle streghe dovrebbe essere finita da un pezzo: è proprio necessario erigere nuovi roghi?
Lo dico a lei e a tutte le persone che la pensano come lei e che – come lei – non possono conoscere un’intera categoria, una per una, blogger per blogger.
Portare avanti questa sua tesi è come dire che tutti i calciatori sono poco istruiti o che tutti gli impiegati pubblici sono dei fannulloni e questo è molto stupido e molto insensato, giusto? Equivale ad alimentare un luogo comune, una specie di barzelletta.
Perché non è vero che tutti i calciatori sono poco istruiti e non è vero che tutti gli impiegati pubblici sono dei fannulloni così come non è vero che tutte le fashion blogger sono idiote o peggio ancora da mettere a morte.
Certo, non dico che non esistano le idiote – per usare le sue parole – ma gli idioti sono in qualsiasi categoria: sono certa che concorderà anche lei sul fatto che un disonesto o un fannullone o un ignorante non possano marchiare a fuoco, rovinare e condannare un’intera categoria.
Idiota è – eventualmente – il singolo essere umano. E incompetenza e scorrettezza sono trasversali, purtroppo: possono caratterizzare chiunque in qualsiasi ambito.

Ora mi contraddico – avevo scritto di non aver voglia di spiegare – e, giusto per fare un esempio pratico, le racconto il mio caso.
Sono una fashion blogger che non fa post con foto di outfit: mi occupo di moda raccontando le storie di tanti creativi, designer, stilisti, brand. Molti mi invitano presso sedi, atelier e laboratori per conoscere e poi raccontare il loro mondo.
Il mio è solo uno dei tanti modi di costruire un fashion blog e tale – secondo me – è da considerarsi in quanto è uno spazio che viene aggiornato spesso (caratteristica principale di un blog) e in quanto parla principalmente di moda. Se vuole, trova circa 400 esempi qui sul blog, per l’esattezza 403 con questo post, per quanto la quantità non determini la qualità, lo so bene.
E si figuri che io stessa mi prendo in giro da sola definendomi addirittura “fashion something”: inoltre, visto che non ho paura della differenza e della diversità (anzi, la trovo stimolante e credo costituisca una fonte di ricchezza) ho creato una sezione nella quale, col passare del tempo, raccolgo i blog e i blogger (non solo fashion) che mi piacciono e che trovo interessanti, qualsiasi taglio o sfumatura abbia il loro spazio web.

Sa, articoli contro le fashion blogger ce ne sono stati e ce ne saranno, lei non è stato il primo e nemmeno l’ultimo, ma credo che nessuno si fosse finora mai spinto fino ad augurarci la morte e credo anche che questo non sia un primato del quale possa essere orgoglioso.
A me tutto ciò fa tristezza e non lo dico tanto per dire, usando una parola a caso: sono davvero triste, lei mi ha davvero rattristata e non poco.
Perché parliamo tanto di libertà quando succedono tragedie di levatura internazionale eppure non siamo poi capaci di riconoscere – e di rispettare – la libertà nelle piccole cose di ogni giorno e nelle scelte altrui.
Perché parliamo tanto di bullismo e cyberbullismo tra ragazzi e poi tra noi adulti ci si fa forti di un mezzo pubblico per diffamare indistintamente una categoria che – come tutte le altre, torno a sottolinearlo – è molto sfaccettata e variegata.
Perché parliamo tanto di modernità, nuovi mezzi, nuove frontiere e poi non accettiamo che qualcuno cerchi di costruire una strada grazie a tutto ciò.

Concludo con un piccolo consiglio – e perdoni l’ardire da parte di una fashion blogger (idiota).
Qualcuno, circa duemila anni fa, disse una cosa di una potenza incredibile: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”.
Era un ottimo consiglio, a mio avviso, e mi permetto di rammentarglielo perché, prima di dare delle idiote e di augurare la morte a un’intera categoria, forse sarebbe meglio pensare ai propri peccati.
Per esempio, sarebbe buona cosa, soprattutto in qualità di giornalista, scrivere “ciò” come va scritto, ovvero con l’accento grave e non con l’apostrofo, così, giusto per dare un contributo alla diffusione della migliore lingua italiana.
Avrei un dubbio anche circa una virgola e un punto ma soprassediamo, per oggi ho parlato anche troppo.

Mi creda, di solito, non dico né scrivo cose simili e non vado in giro con la penna rossa: preferisco preoccuparmi di curare l’esattezza di ciò che scrivo io, ma se si gioca pesante… allora mi adeguo. E se qualcuno, senza conoscermi, mi dà dell’idiota e mi augura la morte solo perché sono titolare di un blog, divento un po’ cattiva, ebbene sì.
Spero di averle fatto provare il disappunto del quale si è vittime quando si viene attaccati a sangue freddo. E si ricordi che ha iniziato lei questo gioco al massacro.

Naturalmente, la faccenda del peccato e della pietra è applicabile a chiunque, sottoscritta inclusa.
Ma vede, signor Batilla, io non ho mai infangato un’intera categoria: ho scritto altri post di protesta, è vero, per esempio contro certi addetti stampa (qui, qui e qui) e contro certi editori (qui), ma l’ho sempre fatto sottolineando le dovute e necessarie eccezioni e mai prendendomela con un’intera categoria.
Perché più che con gli addetti stampa e con gli editori ero – e sono – innervosita dagli atteggiamenti dei singoli: qualsiasi mestiere una persona possa fare, sono disturbata dai luoghi comuni, dagli stereotipi, dalla disinformazione, dall’arroganza, dalla presunzione, dal pressapochismo, dal qualunquismo e dalla mancanza di educazione e rispetto. Da chi distrugge senza offrire soluzioni alternative e costruttive, da chi non pensa con la propria testa, da chi si omologa pedissequamente a un pensiero che va per la maggiore senza verificare se sia fondato o meno. Da chi sfrutta tale pensiero semplicemente “cavalcando l’onda”, come si suol dire.

Tornando al mio rimprovero circa accenti e apostrofi: mi conceda questa piccola vendetta finale (anche un po’ meschina, se vogliamo, lo ammetto, ma sa, sono una fashion blogger) e non si appelli al refuso, la prego (tra l’altro, il tasto “ò” è perfino più comodo e veloce della combinazione “o più apostrofo”).
Non ci casco, né da blogger né da editor.

Manu
Ovvero una delle tante fashion blogger idiote da mettere a morte

 

P.S. dedicato a chi è abituato a leggere i miei post qui sul blog: questa volta non trovate nessun link esterno, cosa che di solito avviene in ogni mio scritto in una perenne ottica di condivisione e di libera circolazione delle idee. Scusate ma, in questo caso, credo che la voglia di conoscere, di confrontarsi e di comprendere sia mancata alla fonte, pertanto mi allineo.

 

*** Nota integrativa inserita a posteriori ***
Quando ho scritto che le blogger non sono tutte ragazzine, ho dimenticato di specificare un’altra cosa molto importante: ci sono anche i blogger di sesso maschile. Ed è giusto e doveroso precisarlo.
Mi scuso coi miei colleghi per la dimenticanza.

 

 

 

 

 

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Manu

Mi chiamo Emanuela Pirré, Manu per gli amici di vita quotidiana e di web, e sono nata un tot di anni fa con una malattia: la moda. La moda è come l’aria che respiro: ne ho bisogno perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che amo e rispetto. Il minimalismo non è il mio forte e sono allergica a pregiudizi, convenzioni, conformismo e omologazione. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni: per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta con pazienza entrambe, me e la collezione. Sono curiosa di natura perché è la vita stessa a stuzzicarmi: oltre alla moda, amo i viaggi, i libri, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, il nuoto e la buona tavola, possibilmente in compagnia. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Sono web content editor, insegno Fashion Web Editing in Accademia Del Lusso e porto avanti con entusiasmo questo blog: detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo oppure potete propormi la visione di “Ghost”: inguaribile romantica (e ottimista), riesco ancora a sperare che il finale triste si trasformi in un "happy end".

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