Il progetto MAMI per i neonati prematuri delle Unità Intensive Neonatali

L’ho confessato in altre occasioni: la sofferenza dei bambini mi tocca profondamente.

Il solo pensiero mi è intollerabile, che si tratti di sofferenze e privazioni causate dalla guerra, dalla povertà, dalla malattia. Non ci sono graduatorie o classifiche quando si tratta di bambini. Trovo ugualmente atroce qualsiasi violazione e qualsiasi sopruso venga commesso su di loro, da chiunque e in qualsiasi luogo. Lo stesso vale per le malattie.

Non so se tale empatia derivi in qualche modo dal fatto di essere stata una bambina che ha conosciuto la sofferenza fisica. È stato un incidente, terribile, a mettere a repentaglio la mia vita. Ma ce l’ho fatta, sono stata salvata, dai miei genitori e dai medici, e ho potuto crescere e avere una vita piena.

Ho anche confessato di non essere madre, di non essere diventata un genitore, fatto che – secondo molti – non mi consente di parlare di infanzia. Secondo molti, non posso capire certe cose, perché non ho partorito, cresciuto, amato.

Non lo nego: io stessa penso che queste persone abbiano una buona dose di ragione. È vero, io non so cosa significhi passare notti insonni per un figlio. Sentire la sua sofferenza nel cuore, nell’anima, nella carne. Gioire quando ce la fa.

Eppure, penso anche che un essere umano degno di questo nome dovrebbe provare empatia oltre le proprie personali esperienze. E dunque sento la sofferenza dei bambini dentro di me – oltre il fatto di aver sofferto io da piccola, oltre il fatto di non essere madre.

Quest’anno, ho affrontato le sofferenze infantili parlando di Mahmoud Ajjour, bambino gravemente mutilato a Gaza e protagonista dello scatto vincitore del World Press Photo of the Year 2025. È stato un tema molto difficile da affrontare.

Ci avviamo verso la fine di questo 2025 complesso e abbastanza pesante e io torno sulle sofferenze infantili ma, stavolta, con un sorriso lievemente accennato sulle labbra.

No, non sono impazzita. Se sorrido è perché parlo sì di una questione difficile – i neonati prematuri – ma con una connotazione che profuma di speranza. Sono infatti felice di dare notizia del progetto MAMI, messo a punto da Mainetti Italia. Nasce dal desiderio autentico di portare conforto ai neonati prematuri nelle Unità di Terapia Intensiva Neonatale e consiste in speciali guanti che hanno la funzione di avvolgere i piccoli e di farli sentire protetti e coccolati.

MAMI è un gesto concreto per cancellare quella insopportabile sofferenza di cui ho scritto in principio. La sofferenza di genitori che vedono la vita dei propri figli appesa a un filo sottile e che sognano soltanto di poterli accompagnare verso la crescita. Verso una vita piena.

Lascio volentieri spazio ai dettagli tecnici che vi prego di leggere. Grazie se lo farete.

Io auguro il meglio al progetto affinché possa dare a quei bambini la stessa possibilità che, tanti anni fa, è stata data anche a me.

Emanuela Pirré

 

 

MAMI, il calore di un abbraccio

Il progetto MAMI è stato messo a punto da Business Unit Fabric di Mainetti Italia. Nasce dal desiderio autentico di portare conforto ai neonati prematuri nelle Unità di Terapia Intensiva Neonatale. In Italia, ci sono circa 124 di queste Unità.

MAMI è un nome semplice, dolce, che sa di casa, di presenza, di amore. Consiste in speciali guanti realizzati con un tessuto ignifugo e sicuro, riempiti con granuli di polipropilene inseriti in un sacchetto in 100% cotone. Hanno la funzione di avvolgere i piccoli, di farli sentire protetti e coccolati anche quando mamma e papà non possono essere fisicamente accanto a loro.

Tra le braccia di MAMI, i neonati percepiscono calore, trovano protezione in un abbraccio caldo e morbido, proprio come quello che riceverebbero tra le braccia amorevoli dei genitori. MAMI contribuisce al loro rilassamento e aiuta la termoregolazione. Li tranquillizza e riduce il loro livello di stress.

È risaputo che lo sviluppo cognitivo dei bambini comincia dal contatto, dal conforto, dalla vicinanza fisica dei genitori, un privilegio purtroppo negato ai piccoli prematuri in incubatrice. Ed è proprio per colmare, almeno in parte, questa distanza che MAMI è nato.

«È un progetto bellissimo oltre che benefico – spiega Roberto Peruzzo, CEO di Mainetti e ideatore di MAMI – ed è frutto di un periodo di studio intenso e attento ai minimi dettagli. Abbiamo cercato il tessuto migliore e più adatto alla pelle delicata del neonato, lavabile a 60° per garantire la massima sterilizzazione e confezionato con cuciture morbide. La grammatura delle microsfere è stata valutata con estrema attenzione, per simulare il peso della mano della mamma o del papà e regalare un’autentica sensazione di amore e protezione. Tutte le fasi di lavorazione, a partire dal tessuto e dalle finiture fino alla ricerca dei laboratori, sono state realizzate in loco, a chilometro zero. Un prodotto totalmente Made in Italy».

«Il progetto MAMI è il risultato del contributo di tante persone della grande famiglia Mainetti Italia», aggiunge Peruzzo.

Progetto MAMI by Mainetti
Progetto MAMI by Mainetti

Mainetti è un’azienda globale leader nella produzione di hangers, packaging e soluzioni integrate. È presente in 62 Paesi nel mondo con 90 sedi di attività di recycling/reuse operations in 24 Paesi.

Forte nella produzione diversificata di appendini, packaging in carta e tessuto, etichette, cartellini, polybags, soluzioni intelligenti (RFID), Mainetti Italia ha cinque business unit dislocate in Italia. La sede principale è a Vicenza (produzione e recycling di appendini e packaging in tessuto). Ci sono poi Carpi in provincia di Modena (sede di ricerca e sviluppo oltre che progettazione e commercializzazione di etichette, cartellini e RFID), Treviso (produzione di packaging in carta), Taranto (produzione di flexible packaging) e Pollenza in provincia di Macerata (produzione di scatole da presentazione).

Per il progetto MAMI, la divisione Reca Mainetti ha fornito le etichette in 100% cotone, Mainetti Business Unit Paper Packaging le scatole in cartone contenenti il kit e Mainetti Omaf le buste in plastica. Ognuno ha portato un contributo unico, mettendoci il cuore.

Ora, ben 150 kit completi, certificati CE secondo la legislazione italiana, sono pronti per essere donati alle Unità di Terapia Intensiva Neonatale degli ospedali italiani. E il tutto avviene grazie alla collaborazione con l’associazione di volontariato Cuore di Maglia.

Da anni, Cuore di Maglia sostiene i reparti neonatali con abbigliamento e accessori realizzati a mano da straordinarie volontarie. L’associazione ha accompagnato con la stessa attenzione anche l’avvio e la realizzazione di un progetto così speciale.

La loro rete diretta e il rapporto personale con le Terapie Intensive rappresentano un supporto fondamentale per diffondere MAMI in modo immediato ed efficace.

Sono già tantissime le testimonianze di gratitudine dei neo-genitori. Una, in particolare, racchiude il senso più profondo di tutto questo impegno.

«Vi scrivo per ringraziarvi del vostro lavoro. In sinergia con quello straordinario del reparto di patologia neonatale, ha fatto in modo che il mio bimbo si sentisse un po’ meno lontano dalla sua mamma e la sua mamma un po’ più vicina al suo bimbo».

Ed è proprio in parole come queste che il progetto MAMI trova la sua verità più autentica: la capacità di trasformare un gesto tecnico in un dono d’amore.

 

 

 

 

 

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Emanuela Pirré

Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.

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