Primacassa di Primo Fumagalli è il progetto che non mi aspettavo

Lo giuro: mai avrei pensato di scrivere righe come queste e di occuparmi di un simile argomento. E lo confesso: quando ho ricevuto l’invito – un invito peraltro presentato in modo elegantissimo e raffinatissimo – ho pensato, almeno per un istante, di declinare.

A quale argomento e a quale invito mi riferisco?

Partiamo dall’argomento: casse da morto. Avete letto bene. Bare. L’invito è arrivato da Primo Fumagalli, per andare a conoscere Primacassa, uno dei suoi numerosi progetti.

Tra i progetti dell’instancabile imprenditore brianzolo, c’è, appunto, il progetto che si chiama Primacassa: ‘prima’ dal suo nome e ‘cassa’ da quelle casse. Casse da morto, sì, ma non comuni: su disegno d’autore.

Siamo negli anni Novanta e a Fumagalli viene un’idea mentre sta seguendo un telegiornale che trasmette una tumulazione in un Paese estero. L’idea è semplice: se dedichiamo tanta cura a lapidi, monumenti funebri e cappelle… perché non fare altrettanto con l’involucro destinato a ospitare le nostre spoglie? Perché un oggetto fondamentale – destinato ad accompagnarci nell’ultimo viaggio – dovrebbe rinunciare a rappresentarci? Perché dovremmo rinunciare a bellezza e ricerca estetica? D’altro canto, nell’antichità era proprio così. Basti pensare agli egizi e ai sarcofagi che venivano poi tumulati nelle maestose piramidi – certo, per i faraoni.

Primo Fumagalli inizia così a fare un’approfondita ricerca e scopre che molte casse da morto non brillano particolarmente, né quanto a personalizzazione né quanto a senso estetico contemporaneo. Ne parla quindi con Pietro Pedroni, pubblicitario professionista ed esperto in comunicazione, il quale coinvolge a sua volta il designer Vittorio Prato.

Primacassa Primo Fumagalli, evento <em>Questione di stile</em> @ Centro Internazionale di Brera (photo by Emanuela Pirré)
Primacassa Primo Fumagalli, evento Questione di stile @ Centro Internazionale di Brera (photo by Emanuela Pirré)

Prato non è un designer qualsiasi. Ha collaborato con le più importanti aziende nel campo dell’arredo e si è dedicato alla ricerca su tecnologie e materiali affiancando nomi del calibro di Ponti, Castiglioni, Bellini, Magistretti, Pesce, Afra e Tobia Scarpa. Tra Fumagalli e Prato si instaura una collaborazione in un contesto non facile, quello delle casse da morto, contesto caratterizzato dalla sacralità quanto dalla superstizione. Il contributo di Prato esplicita al meglio gli intenti di Fumagalli e dà origine alla produzione di manufatti d’autore, caratterizzati da raffinate linee di design e realizzati da un’eccellente manifattura artigiana.

Dopo una buona partenza, il progetto viene poi parzialmente accantonato, per vari motivi, e nel 2016 scompare purtroppo Vittorio Prato. Ultimamente, però, Primo Fumagalli ha deciso di riprendere in mano quel progetto che tanto gli sta a cuore. L’ha fatto anche con l’aiuto di un giovane artista che si chiama Dario Ponessa. Classe 1998, Ponessa è uno studente della Scuola di Pittura del Dipartimento di Arti Visive dell’Accademia di Belle Arti di Brera. Solleticato dal progetto, Dario ha accettato la sfida e così Fumagalli ha ampliato il ventaglio delle sue proposte affiancando al design anche l’arte.

Oltre alle forme disegnate da Prato, le casse vengono oggi proposte con nuovi decori che spaziano da citazioni neoclassiche passando per immagini di più stretta contemporaneità fino ad arrivare a lavori complessi come mosaici. Risultato: la visione continua anche attraverso la creatività e le mani di una nuova generazione.

«Non proponiamo un oggetto – spiega Fumagalli – ma un’idea differente di congedo per chi ritiene che anche l’ultimo viaggio meriti forma, eleganza e bellezza».

L’invito che ho ricevuto è per l’evento Una questione di stile, ospitato dal Centro Internazionale di Brera situato in via Formentini 10 a Milano. Con questo evento espositivo, Primo Fumagalli vuole far conoscere Primacassa, il design raffinato di Vittorio Prato e la nuova collaborazione artistica con Dario Ponessa.

Ho accettato l’invito? La risposta è sì. Scrivo queste righe dopo essere stata all’evento e aver parlato con Primo Fumagalli.

Quindi, tornando al mio preambolo, è proprio il caso di dirlo: mai dire mai. E, per fortuna, aggiungerei, perché una delle poche doti che di me apprezzo è la curiosità intellettuale, accompagnata dal desiderio di spingermi oltre pregiudizi (i miei), limiti (i miei) e superficialità (la mia). Sono felice di averlo fatto ancora una volta, sono felice di essermi concessa il lusso del dubbio. Il lusso di prendermi un attimo in più per riflettere, rischiare, mettermi in discussione.

Primacassa Primo Fumagalli con la collaborazione di Dario Ponessa, evento <em>Questione di stile</em> @ Centro Internazionale di Brera (photo by Emanuela Pirré)
Primacassa Primo Fumagalli con la collaborazione di Dario Ponessa, evento Questione di stile @ Centro Internazionale di Brera (photo by Emanuela Pirré)

A questo punto, prima di esprimermi sul progetto Primacassa, devo fare due confessioni.

Prima confessione: ho un rapporto non risolto con la questione dipartita, ultimo viaggio, congedo – chiamatela anche in questo caso come volete. Mi riferisco naturalmente alla morte, parola che è spesso un tabù. Ricordo ancora quando presi un rimprovero da un ufficio stampa per aver usato tale parola, morte, per un designer da loro rappresentato. «È una questione di delicatezza», tuonarono, raccomandandomi di preferire il termine scomparsa. Rimasi talmente scioccata dal rimprovero che difficilmente ho usato la parola morte nei miei successivi articoli. Fino a oggi.

Comunque, la mia questione irrisolta con la morte non riguarda certo l’uso della parola. È molto più sottile. Nulla è eterno, nulla è per sempre: lo so. Tutto è in eterno divenire. Perfino il sole non è eterno. Perfino le stelle possono morire. Semplicemente impiegano molto più tempo di noi e, semplicemente, la morte è parte del naturale ciclo dell’esistenza. La maggior parte dei nostri problemi deriva dal fatto di non accettare tutto ciò – e io mi metto in prima fila, non solo per me stessa ma forse perfino di più quanto alla scomparsa di coloro che amo.

Quindi… parlare di morte mi mette abbastanza a disagio. È però altrettanto vero che, spesso, ho usato la scrittura per tenere a bada tale paura. Questo sito è pieno di omaggi a persone importanti (gli ultimi in ordine di tempo sono quelli a Giorgio Armani e a Valentino Garavani), inclusi alcuni stilisti, designer e giornalisti che ho avuto l’onore di conoscere personalmente. Ed è altrettanto vero che uno dei posti che ho sempre amato nella mia Milano è il Cimitero Monumentale, luogo malinconico per molti, eppure pieno di fascino, storia e arte.

Nonostante il mio rapporto irrisolto – arriva la seconda confessione – sono perfettamente conscia del fatto che la morte sia il punto di arrivo inevitabile per tutti. Prima o poi… si muore. Punto. Quindi, ho già lasciato quelle che sono le mie ultime volontà. Desidero che tutto ciò che si salva dei miei organi sia donato e l’ho anche formalizzato grazie alla CIE, la carta d’identità elettronica. Mi sembra un gesto di umana responsabilità ed è anche l’unico modo per continuare, in qualche modo, a vivere. Ciò che resta di me deve poi essere cremato, poiché l’idea di marcire sotto terra mi fa rabbrividire. E se le mie ceneri potessero essere sparse in mare… beh, sarebbe il massimo.

Queste due confessioni servono per far capire quanto io non abbia un particolare interesse personale nel trattare l’argomento bare o casse da morto (altre parole, tra l’altro, che probabilmente non piacerebbero all’ufficio stampa di cui sopra). Anche perché la mia bara sarà legna da ardere. Ma qui subentra la curiosità intellettuale che va oltre le questioni personali.

Accettando l’invito, ho scoperto un progetto che ha stuzzicato non solo la mia curiosità, ma anche il mio apprezzamento e la mia ammirazione.

Nel progetto di Primo Fumagalli c’è arte, design, Made in Italy. C’è un guizzo, un diverso modo di pensare che fa vacillare perfino me. D’accordo, sarà bruciata, ma perché la mia bara dovrebbe rinunciare a rappresentarmi seppur per un tempo breve, dopo tutta un’esistenza da me dedicata alla ricerca della bellezza?

D’altro canto, l’ha detto anche Pietro Pedroni alla presentazione: le proposte di Primacassa si dovrebbero forse definire non casse da morto bensì casse da vivi, perché si scelgono da vivi per rappresentarci nell’ultimo viaggio, tutto sommato quello più importante.

Fumagalli mi ha fatto anche riconsiderare aspetti sentimentali tra cui quello della riconoscenza se ci si riferisce al fatto di garantire una sepoltura degna a coloro che abbiamo amato e che hanno fatto tanto per noi, come per esempio un genitore. Senza contare che, oltre all’aspetto puramente funzionale, c’è un discorso culturale che va dall’antichità a oggi. Non per nulla, la presentazione si svolge in una sede culturalmente prestigiosa nel cuore di Brera.

Se siete arrivati fin qui, se siete affascinati o anche indignati, se siete incuriositi o anche perplessi, sono io a farvi stavolta un invito. Doppio.

L’esposizione milanese di Primacassa voluta da Primo Fumagalli resta aperta sabato 9 e domenica 10 maggio, dalle ore 10 alle 18. L’indirizzo l’ho già detto ma lo ripeto: via Formentini 10.

Andate a dare un occhio. Magari metterete anche voi in discussione qualche certezza, proprio come ho fatto io.

Se Milano è fuori mano o se non avete tempo questo week-end, tenete d’occhio il sito web oppure il profilo Instagram di Primacassa. Sì, avete letto bene, c’è anche un profilo Instagram.

D’altro canto, uno dei maggiori successi social degli ultimi anni è quello di una nota agenzia funebre, seguitissima per il suo approccio ironico alla morte, con buona pace (spero) di chi si scandalizza per l’uso di questa parola. Per non parlare dei cartelli appesi in metropolitana – li avete notati? – che pubblicizzano l’outlet del funerale. E allora… per me, via libera all’approccio di Primacassa tra design e arte. Come dice Primo, è «una questione di stile». E di scelta. Non standard, non anonima. Personale.

Emanuela Pirré

 

Primacassa, Primo Fumagalli e Dario Ponessa (photo courtesy press office)
Primacassa, Primo Fumagalli e Dario Ponessa (photo courtesy press office)

 

 

Spread the love

Emanuela Pirré

Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.

Lascia un commento

Nome*

email* (not published)

website

error: Sii glittering... non copiare :-)