Tutte a casa, donne, lavoro, relazioni ai tempi del COVID-19

Il collettivo Tutte a casa

Quanto dolore ha portato nelle nostre vite il COVID-19.
Tanti, troppi morti.
Tante, troppe famiglie che si trovano ad affrontare gravissime difficoltà economiche.
Tante, troppe attività di ogni genere che sono state chiuse e che non riapriranno mai più.
E potremmo continuare…

Quando sento qualcuno dire «dobbiamo guardare il lato positivo»… resto stranita, sì, io che della positività e dell’ottimismo ho fatto una filosofia di vita.
Cosa può esserci di vagamente positivo nella scomparsa di un proprio caro?
Cosa può esserci di vagamente positivo nella difficoltà di dare da mangiare ai propri figli oppure nella difficoltà di non avere più un impiego o un’attività nella quale si erano investite fatica e passione?
Cosa può esserci di vagamente positivo per quegli studenti che non hanno potuto avere accesso nemmeno alla didattica a distanza?

A mio avviso, non vi è nulla di positivo in tutto ciò e vorrei che noi esseri umani non fossimo costantemente costretti a imparare dalle peggiori esperienze della nostra vita.
Vorrei che imparassimo ad amare davvero la vita e non per aver sfiorato la morte, ad apprezzare la libertà e non per aver sperimentato le limitazioni, a godere dei piccoli momenti e non per aver rischiato di non averne più.

Eppure, noi esseri umani siamo proprio questo.
Apprendiamo dagli errori, dalle difficoltà, dal dolore.
E bisogna accettare che, costantemente lungo tutto il nostro cammino, è nei momenti peggiori e più bui che abbiamo infine tirato fuori la forza della reazione, del riscatto, della risalita.

E allora, pur non riuscendo a parlare di lato positivo, sono conscia di come – ancora una volta – possiamo (e dobbiamo) guardare avanti chiudendo i conti con ciò che è stato e dimostrando di aver fatto nostra l’ennesima dolorosissima lezione.
Ed è alla luce di questo spirito che ho deciso di parlarvi oggi di un’iniziativa che mi è stata sottoposta e che, a mio avviso, va proprio in questa direzione.

Mi riferisco a Tutte a casa – donne, lavoro, relazioni ai tempi del COVID-19.

Permettetemi di raccontare che cos’è e la storia che c’è dietro.

Tutto nasce da un gruppo di donne, precisamente sedici professioniste del mondo del cinema e della comunicazione: registe, autrici, sceneggiatrici, attrici, giornaliste, storyteller.
Anche loro, come tutti, sono rimaste a casa, ma non hanno voluto rassegnarsi.
Nei primi giorni della quarantena, si sono incontrate tramite un gruppo Facebook dedicato al cinema e hanno deciso di unire le forze, colte dall’urgenza di documentare il momento di crisi che si stava configurando.
È nato così il collettivo Tutte a casa e poi l’omonima associazione.
Durante i primi giorni di lockdown, hanno iniziato a organizzare, produrre e dirigere un film collettivo a distanza, un documentario partecipato, creando una vera e propria casa di produzione online tutta al femminile.

Come hanno realizzato questo film – documentario?
Lanciando un appello, una call pubblica online rivolta a tutte le donne che avevano voglia di narrare in video la loro quarantena.
Dal lancio del primo appello (il 17 marzo 2020) a oggi è successo qualcosa di straordinario: sono stati inviati più di 4.000 contributi girati con vari supporti (principalmente il proprio cellulare) da donne di estrazione sociale ed età diverse, provenienti da tutta Italia.
Migliaia di video e centinaia di ore di girato ricostruiscono il corso di giornate apparentemente tutte uguali eppure diverse: le lacrime in un video selfie, una canzone urlata, il lievito della pizza, l’ennesima video chiamata.
E poi la stanchezza, lo sconforto, il senso di vuoto, la malattia, la perdita, la voglia di andare avanti.

«Il nostro non è stato un lavoro di raccolta di materiale video: abbiamo unito i tasselli di un mosaico di memorie digitali della pandemia. Lo abbiamo fatto instaurando con le donne protagoniste un rapporto fiduciario che si è definito nel tempo, video dopo video, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana.»

Così racconta il collettivo Tutte a casa che, ora, guarda avanti.

«Vogliamo andare avanti in questo lavoro per soffermarci sulle sfumature, concependo un lavoro di indagine poetica che superi i limiti dell’oggi e dell’urgenza del COVID-19.»

E allora vi racconto cosa vogliono realizzare, il motivo fondamentale per cui scrivo questo post.

Gli oltre 4.000 contenuti ricevuti rappresentano un potenziale enorme e prezioso, un patrimonio di storie, un archivio da valorizzare: per fare ciò, il collettivo ha bisogno di aiuto.

Dopo mesi di lavoro svolto con grande dedizione e senza nessuna retribuzione, è arrivato il momento di trasformare questo progetto in realtà e, per farlo, è necessario investire nella post produzione professionale per far diventare Tutte a casa un vero e proprio film unitario.

Per fare ciò è stata lanciata una campagna di crowdfunding attraverso la piattaforma Produzioni dal basso: partita il 1° luglio e aperta fino al 30 settembre, la campagna si pone l’obiettivo di raggiungere 15.000 euro, cifra che permetterà di affrontare le prime spese del montaggio e della post produzione.

Perché decidere di sostenere il progetto e il montaggio di Tutte a casa?

Per il motivo che ho enunciato in principio: guardare avanti chiudendo i conti con ciò che desideriamo e speriamo di lasciarci alle spalle.

Tutti i video hanno infatti un tratto in comune: ogni donna ha cercato, a proprio modo, di trovare soluzioni per superare la costrizione, le difficoltà, il dolore.
Emerge una narrazione collettiva da un punto di vista di genere – quello femminile – sul momento storico che abbiamo vissuto, un periodo che rimarrà nei libri di Storia (quella con la S maiuscola), ma che probabilmente verrà narrato principalmente dal punto di vista delle grandi scelte politiche e di governo e – ahimè – dal punto di vista del computo dei morti.
E il film che se ne vuole ricavare non ha la presunzione di essere un’indagine sociologica, bensì un ritratto e un diario emotivo.

Vi racconto un’ulteriore curiosità.
A oggi, le donne del collettivo non si sono mai incontrate se non in video call eppure, giorno dopo giorno, continuano a lavorare insieme, con determinazione e tenacia, con il fine comune di realizzare questo film partecipato.

Se sono riuscita ad attirare il vostro interesse o anche se siete semplicemente incuriositi, vi lascio un po’ di link utili.
Qui potete trovare il sito del collettivo Tutte a casa; qui potete trovare la pagina Facebook e qui l’account Instagram.
Qui e qui potete trovare due piccole anticipazioni video del film.
Qui potete infine trovare la campagna di crowdfunding.

Credo di avervi detto tutto o almeno tutto ciò che mi stava a cuore per raccontarvi questo progetto.
No, scusate, mi è venuta in mente un’ultima cosa.

Finora ho parlato tanto – e solo – di donne e chi mi conosce bene sa che io credo profondamente nel dare sostegno alle donne ma, allo stesso tempo, credo in generale nella necessità di sostenere tutte le persone di buona volontà, indipendentemente dal loro genere.
E allora vi saluto con una frase che ho sentito in una delle due anticipazioni video, la dichiarazione d’intenti che mi ha definitivamente convinta.

«Fare un film che riguarda tutti perché non parla solo di donne, ma di umanità.»

Ecco.

Manu

 

 

 

 

 

A glittering woman è anche su Facebook | Twitter | Instagram

 

Sharing is caring: se vi va, qui sotto trovate alcuni pulsanti di condivisione

 

 

 

 

 

Spread the love

Emanuela Pirré

Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.

Lascia un commento

Nome*

email* (not published)

website

error: Sii glittering... non copiare :-)