La moda è superficiale? Ditelo ai sanculotti – e non solo a loro
Me lo dico da sola: sono noiosa. Perché – ancora una volta – torno sullo stesso argomento. Lo faccio, però, perché è una questione che mi sta molto a cuore.
Qual è? La moda e la superficialità di cui viene spesso tacciata. E sulla quale non sono assolutamente d’accordo.
«Bella forza – penserete giustamente voi – ti occupi di moda». È vero, ma se mi occupo di moda è in realtà proprio per questo, perché penso che non sia solo superficialità. E perché penso che ciò che indossiamo costituisca uno degli strumenti più potenti che possiamo usare per presentarci – e non mi riferisco a marchi o loghi. È un mezzo comunicativo che parla di noi prima ancora delle nostre stesse parole o dei nostri gesti. Che ci piaccia o no.
Un esempio? Lo psicologo polacco Solomon Asch (1907–1996) parlava del cosiddetto “effetto priming”. È il legame, quasi sempre inconsapevole, che si crea quando incontriamo qualcuno e precisamente il legame che si crea tra le informazioni preliminari e il giudizio che ne consegue.
Le impressioni iniziali sono in grado di attivare un’aspettativa. E possiamo affermare che ciò che indossiamo rientra tra le informazioni preliminari; contribuisce dunque a creare delle aspettative sulla nostra identità. E più il nostro outfit o look è forte e più diventa identitario ovvero ci definisce, ci caratterizza, ci racconta. Soprattutto se gli abiti diventano espressione di un pensiero, di un principio, di un’ideologia. Altro che superficialità.
Pensate che io stia esagerando? Permettetemi allora di fare un esempio di abito come chiaro manifesto di un pensiero addirittura politico.
E vi porto non nell’attualità, ma in un’epoca lontana. Precisamente nel Settecento, quando gli uomini non portavano i pantaloni come li intendiamo oggi.
Gli uomini di corte rispettavano codici vestimentari ben precisi. Indossavano la culotte, ovvero un calzone di linea aderente che arrivava sotto il ginocchio, indossato con calze di seta. Sopra indossavano la marsina, ovvero una giacca con code lunghe anche oltre il ginocchio, portata a sua volta sul panciotto. I tessuti erano importanti: sete, velluti, broccati, damaschi, pizzi, merletti. Questo outfit era come una sorta di divisa, quella della nobiltà. Conseguentemente, raccontava uno status fatto di privilegi.
Tali codici vestimentari erano validi in tutta Europa ma, verso la fine del secolo, iniziarono grandi stravolgimenti. Cito la Rivoluzione Francese che, tra il 1789 e il 1799, abbatté la monarchia assoluta. Anche la moda, espressione del fasto del cosiddetto Ancien Régime, subì un profondo e brusco cambiamento. Su ricchi tessuti, parrucche e ciprie si abbatté il gelido vento del periodo del Terrore. Fu dunque un periodo di restrizione: gli abiti ricchi e i colori vivaci potevano essere sinonimo di agiatezza e potere e potevano coincidere con una possibile condanna a morte. Lo stile estremamente ricercato e ornato degli aristocratici venne dunque sostituito da abiti semplici.
Ma il cambiamento più grande fu quello portato dai rivoluzionari e, in particolare, dai famosi sanculotti.
Il termine deriva dal francese “sans-culottes” che significa “senza culotte” e che indica dunque coloro che non portavano quei calzoni aderenti, ovvero la culotte, proprio per motivi ideologici ben precisi. Volevano sottolineare il netto distacco dagli aristocratici e dal loro stile di vita fatto di privilegi, tutto ciò che i rivoluzionari e i sanculotti intendevano abbattere.
Potete vedere tutto ciò anche in un dipinto del 1792 intitolato Portrait du chanteur Simon Chenard en costume de sans-culotte e realizzato dal pittore Louis-Léopold Boilly. Nel dipinto, il rivoluzionario indossa una delle prime versioni di quello che diventerà il pantalone moderno in sostituzione della frivola culotte settecentesca.
Il cambiamento propugnato dai sanculotti non fu adottato definitivamente da tutti gli uomini e la culotte visse un successivo e ultimo periodo di ritorno.
Il cambio diventò poi definitivo nell’Ottocento e l’uomo adottò definitivamente il pantalone moderno cioè lungo fino ai piedi, di forma tubolare e non aderente. Questa cosa ha anche un nome, la Grande Rinuncia (definizione coniata dallo psicologo inglese John Carl Flügel, 1884 – 1955), ma questa è un’altra storia e magari la racconterò un’altra volta.


In definitiva: per manifestare il proprio pensiero e la propria posizione in modo immediato, distinguibile e inequivocabile, i sanculotti pensarono di passare anche attraverso l’abbigliamento perché l’abito è proprio questo. È il primo manifesto del nostro essere. È un modo di parlare senza usare le parole, è il vestito non solo del corpo, ma anche dei pensieri. E loro, i sanculotti, decisero di rifiutare un capo di abbigliamento esattamente perché fortemente identitario.
Questo è solo un esempio, ma se ne potrebbero fare molti altri. Sia prima che dopo i sanculotti, in ogni epoca e a ogni latitudine. Perché da sempre, da quando l’uomo ha iniziato a coprirsi, ciò che indossiamo non ha soddisfatto solo una mera esigenza pratica, ma ha assunto mille altri significati. Pensate per esempio a quando vediamo una divisa, di qualsiasi tipo, e immediatamente attribuiamo un ruolo e un mestiere a una persona.
L’abito continua a contare moltissimo oggi più che mai anche in ambito politico e perfino negli schieramenti partitici. E, anche in questo caso, può essere più efficace di mille parole. A tal proposito, anni fa ho scritto di Hillary Clinton e della sua scelta di un tailleur viola.
Vi riassumo brevemente ciò che raccontavo nell’articolo: Hillary ha dimostrato di sapere padroneggiare perfettamente la comunicazione non verbale. Come? Creando una connessione perfetta tra ciò che ha espresso nel suo Concession Speech, il discorso di resa dopo la sconfitta alle presidenziali del 2016, e ciò che indossava in quel momento, ovvero il tailleur viola. Perché il viola è la sintesi di blu e rosso, ovvero i colori rappresentativi di democratici e repubblicani, i due grandi schieramenti americani.
E qui abbiamo un altro concetto importante: la coerenza tra pensieri e fatti. Con il suo discorso, Hillary diceva «basta scontri» e lo riconfermava indossando una fusione dei colori dei due blocchi. Esattamente quel tipo di coerenza che, secoli prima, avevano perseguito e dimostrato i sanculotti rifiutando la culotte settecentesca.
Così come avvenuto nel 2026 per il tailleur di Hillary, c’è chi sta già analizzando ciò che indossa o che indosserà la nuova coppia ora sotto i riflettori dell’attenzione mediatica mondiale. Mi riferisco al nuovo sindaco di New York, Zohran Mamdani, e alla moglie, l’artista Rama Duwaji. E parlo delle analisi che si stanno già scatenando attorno a loro, in cerca di segni di quella coerenza che dovrebbe esistere tra ciò che pensiamo e ciò che indossiamo.
Attenzione – altra cosa a cui tengo molto. Specifico che non mi interessa parlare di schieramenti partitici e che non sto esprimendo valutazioni né in un senso né in un altro.
Non sono un’analista politica e non sono competente: naturalmente, ho personali opinioni che però non mi interessa esprimere qui e ora. Non mi importa nulla, in questo momento, di destra o di sinistra. E non desidero esprimere nessuno schieramento o posizione o apprezzamento. Il mio è un discorso neutro e apartitico: voglio mantenere il focus esclusivamente sulla capacità comunicativa della moda.
È per tutti questi motivi che quando sento certe persone affermare che chi si occupa di moda non dovrebbe occuparsi di politica, quando sento usare un tono saccente, pieno di cattiveria e puro pregiudizio perché per tali persone chi si occupa di moda è automaticamente scemo e superficiale… ecco, io vorrei urlare.
E vorrei dire loro che scegliere un abito è, da sempre, un gesto profondamente politico. Soprattutto se si intende politica non solo come schieramento partitico, ma soprattutto se ci si riferisce all’accezione più nobile: l’arte di vivere assieme, l’amministrazione del vivere civile, la nostra posizione nel mondo.
L’abito è politica ogni volta in cui implica un pensiero o un’ideologia. Oppure quando implica la scelta di dire di no a certi sistemi (per esempio al fast fashion) o di appoggiarne altri (per esempio il second hand o il vintage). Perfino decidere di seguire o meno un trend può essere un piccolo manifesto.
E a chi pensa che chi si occupa di moda sia scemo e superficiale, vorrei dire un’ultima cosa.
Se i sanculotti, facendo la rivoluzione, riuscirono a trovare una connessione stretta con gli abiti, forse è il momento di abbandonare i pregiudizi. O vogliamo dare dei superficiali anche a loro?
Emanuela Pirré
A glittering magazine è anche in
Facebook | X | Instagram
Sharing is caring: se vi va, qui sotto trovate
alcuni pulsanti di condivisione ♥
Emanuela Pirré
Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.