La Boccardi, perché consiglio il libro con la sua biografia

Vivere nel presente, guardando verso il futuro e conoscendo il passato: è questa la filosofia con la quale cerco di vivere.
Mi piace godere appieno e fino in fondo di ciò che vivo, giorno per giorno, con una proiezione e un pensiero verso ciò che vorrei, programmandolo grazie alla forza che – a mio avviso – tutti noi possiamo trarre dalle lezioni insite in ciò che è stato.
Credo dunque fortemente nel futuro e nella necessità del progresso e, allo stesso tempo, amo la tradizione.
Penso infatti che esistano valori assoluti e senza tempo che nemmeno progresso ed evoluzione dovrebbero cambiare.
Credo, in generale, nel duro lavoro e nel talento che ognuno di noi possiede e che si esprime in tanti modi; credo nello studio e nella curiosità intellettuale.
Per quanto riguarda nello specifico la moda, sono convinta che essa sia un potente linguaggio e che debba veicolare bellezza autentica.
Credo, che, come ogni linguaggio, abbia i suoi codici e che per padroneggiarla – e non esserne invece posseduti – occorra conoscere quei codici, come creatori e stilisti, come comunicatori e giornalisti, come clienti e fruitori.
Credo in quegli stilisti che sono prima di tutto sarti e che sanno costruire abiti veri e non solo operazioni fatte di clamore.
Credo in quei comunicatori e giornalisti che non sono solo presenzialisti e che hanno la voglia di raccontare davvero la moda.
Credo che tutti noi dovremmo essere clienti e fruitori che non si accontentano di trend e diktat, ma che cercano ciò che davvero li rappresenta per costruire un codice e un linguaggio che siano autentici.

In questo periodo, ho scritto (ancora una volta) di quanto io detesti il vuoto clamore (qui) nonché di quanto il cosiddetto sistema moda si trovi oggi ad affrontare importanti problemi (qui).
Riassumo il mio pensiero in un’unica frase: produciamo troppi vestiti, realizzati da troppi marchi spesso in maniera non sostenibile né socialmente né ambientalmente, venduti nella stagione sbagliata, infine scontati per fare spazio alla collezione successiva.
Ho scritto che le settimane della moda in versione digitale difficilmente potranno sostituire del tutto le sfilate in presenza perché la moda si nutre di tante sensazioni: come editor e blogger, ho sempre preferito vedere una sfilata dal vivo, da vicino, proprio per poter godere della parte sensoriale, il movimento di un abito, la caduta, il fruscio del tessuto, la luce e le ombre.
Senza considerare il fattore umano: le settimane della moda non sono solo il momento della passerella, sono altrettanto importanti (se non di più…) le interazioni che si svolgono oltre la passerella, gli incontri con i designer e con tutta una serie di figure come giornalisti, fotografi, buyer, incontri che garantiscono confronti interessanti e costruttivi. E, proprio per questo, ho sempre amato anche press day e presentazioni stampa, per la possibilità di toccare un tessuto, accarezzarlo, parlare con uno stilista, ascoltare la sua voce, farmi trasportare mentre racconta la genesi di una collezione.

Non credo che le mie siano (o siano solo…) romanticherie e nostalgie di una sciocca.

«Lo show è un evento eccezionale perché in un momento specifico, nello stesso luogo, tutti gli esperti nel settore si radunano per vedere, e oserei dire anche sentire, odorare e toccare, il risultato di riversi mesi di intenso lavoro. (…) È piuttosto emozionante e non credo siamo neanche minimamente vicini a trovare un’alternativa alla sfilata.»
Sono parole di Ralph Toledano, veterano della moda che dal 2014 ricopre la carica di presidente della Fédération de la Haute Couture et de la Mode e che ritiene che la fashion week parigina resti «una sorta di cerimonia in cui celebriamo la nostra passione per la moda e la creatività».
Il digitale aiuta, certo, soprattutto in periodi come quello che stiamo vivendo: «rappresenta una fonte di innovazione al servizio della creatività» chiarisce Toledano.
Della stessa idea è Carlo Capasa, presidente della Camera Nazionale della Moda Italiana, che rincara la dose.
«Non crediamo nel marketing puro. (…) Il futuro non è marketing, marketing e marketing. È creare dei sogni.»

Non sono, quindi, folle quando respingo l’idea del clamore, degli eccessi e del solo marketing, né quando parlo di valorizzare il passato per spiccare il salto verso il futuro.
E ammetto che parte della colpa dello stato del sistema moda è anche di chi fa il mio lavoro, quello della comunicazione, e che – lo ripeto – troppo spesso ha dato cassa di risonanza al clamore sollevato ad arte per nascondere la mancanza di idee.
Per questo affermo che chi voglia scrivere di moda deve studiare e studiare continuamente.
Per questo affermo che non si dovrebbe fare questo lavoro in cerca di (facile) fama personale e di apparenza.
Serve preparazione e non improvvisazione; serve passione autentica e non vanità.
Questo è ciò che dico ai miei studenti, questo è ciò che cerco di passare loro; dico loro di guardare ai grandi giornalisti della moda, a coloro che hanno scritto la storia di un mestiere affascinante e di non limitarsi a idolatrare chi ha fatto strada senza avere basi solide, quelle sulle quali si costruisce un vero senso critico necessario per capire, comprendere, raccontare e non subire la moda.

Per tutti questi motivi, sono molto felice di condividere con voi, cari amici, l’annuncio di un nuovo libro che si intitola La Boccardi e che racconta la storia di Luciana Boccardi, decana del giornalismo di moda e costume.

La biografia è stata scritta dalla giornalista Alda Vanzan: pubblicato dalla casa editrice veneziana Supernova, il volume racconta le lotte, il carattere non facile, la caparbietà e la voglia di arrivare di Luciana Boccardi nonché i contorni di un viaggio professionale di quelli che non si compiono più, in quella moda e in quella dimensione che amo e che rischiano oggi di sparire nel nome della superficialità.

Ecco spiegato perché questo cappello introduttivo, ecco perché la scelta di accogliere la biografia nel mio piccolo spazio virtuale.
A voi – spero – lascio la decisione di acquistare il libro, soprattutto se condividete i valori (e anche un po’ i tormenti…) che ho fin qui raccontato.

Manu

 

 

<em>Luciana Boccardi (ph. courtesy of press office)</em>
Luciana Boccardi (ph. courtesy of press office)

«Mai paura di niente» è la frase guida di Luciana Crovato, in arte Luciana Boccardi, nota ai più come La Boccardi, giornalista di moda.
Una frase appresa dal padre dopo l’incendio che gli bruciò gli occhi e portò la famiglia a vivere di stenti; una frase che l’avrebbe accompagnata sempre, sin da quando fu costretta ad abbandonare gli studi, a lavorare di giorno e a frequentare un corso di stenodattilografia la sera, fino a diventare una “mitraglietta”.
La sua “università” fu la Biennale, l’approdo al giornalismo un premio per un racconto breve consegnatole da Georges Simenon.
Poi sarebbero arrivati i libri e la direzione di due riviste, le sfilate organizzate a San Marco e al Lido, la fase “femminista” e l’amore spassionato per la sua Venezia con le battaglie per i referendum, perfino un ristorante suggeritole da uno stilista.

Ma soprattutto la giornalista, assegnata alla moda in un tempo in cui le sfilate stavano nella pagina dei necrologi.
Del resto erano ancora gli anni in cui il défilé serviva per presentare i vestiti: «Un numerino per ogni abito. Il tutto in un silenzio religioso».
E le modelle? «Inesistenti.»
Per dire: «Marta Vacondio che lavorava in un atelier come sartina, e indossatrice quando serviva, ha dovuto sposare Marzotto per diventare famosa».
Poi arrivarono i rutilanti Anni ’80, con le super-top di Gianni Versace (che le scriveva «Cara signora, la moda italiana ha bisogno di lei») e re Giorgio Armani che le dà ancora del tu («Grazie per avermi conferito la medaglia di chi è riuscito ad alzare una barriera contro la volgarità. È il miglior complimento che mi potevi fare!»).
Da questo punto di vista, la Boccardi ne ha per tutti tanto che la Vanzan annota: «Ecco, il problema non era farla parlare. Era farla smettere».

Valentino? «La gentilezza».
Claudia Schiffer? «Un libro mastro vivente».
Krizia? «Un po’ spietata. Ma tanto brava».
Naomi Campbell? «Maleducata».
Dolce&Gabbana? «Terribilmente volgari».
Il preferito? «Senza dubbio Emanuel Ungaro», il mentore che la convinse perfino ad aprire un ristorante a Castello, dove proporre il risotto alla Sultana tramandato dalla nonna con gli avanzi del fritto di Carnevale.
Anche se davvero memorabili sono i ricordi delle cene preparate da Alfredo e Arturo del Toulà per la maison Missoni: «C’era di tutto, ma solo e rigorosamente cucina veneta che sia Ottavio che Rosita apprezzavano tanto».
Mentre adesso ci sono «pasticcini tutti uguali, senza sapore» e «l’ignoranza e la supponenza» dei p.r. a cui Luciana è orgogliosamente allergica.
«Sono una fuori serie. Niente cerchi magici, in nessun caso della mia vita.»
Leggere per credere l’episodio, visto con i suoi occhi e riportato da nessuna testata, della torta in faccia ad Anna Wintour.

La Boccardi
di Alda Vanzan edito da Supernova Edizioni
128 pagine, ISBN 978-88-6869-223-0

 

 

 

 

 

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Emanuela Pirré

Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.

Glittering comments

Frati Laura
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Buongiorno cara Manu, come sempre i tuoi articoli sono appassionati, coinvolgenti e farciti di tante emozioni ed idee che condivido in pieno.
Ogni volta mi ritrovo a leggere le tue parole, immaginando che sei qui davanti a me, disponibile e molto preparata a darmi la tua visione della moda, del lavoro, del talento che sento tanto vicino.
Ho un sogno (ne ho sempre tanti) ma in questo periodo che viene chiamato new normal, vorrei tanto che il normal significasse tornare ai valori, alla cultura per allontanarci da tutta questa superficialità che ci sta imbruttendo sempre di più.
Articolo molto interessante.
Grazie e lieto giovedì. 🙂

Manu
Reply

Laura carissima,
Come potrei non sottoscrivere il tuo sogno?
Come potrei non auspicare un ritorno ai valori e, tra di essi, alla cultura?
Hai ragione, la superficialità (ben diversa dalla leggerezza) non è una bella cosa e non fa bene a noi esseri umani: speriamo di liberarcene, di liberarci dalla superficialità nei rapporti, nell’approccio a cultura a bellezza, nell’approccio scellerato vero il nostro povero pianeta.
Ti ringrazio infinitamente e ti abbraccio augurandoti un lieto fine settimana.
Manu

Samuele
Reply

Buongiorno cara Manu
Ho incrociato per caso il tuo blog e mi han colpito la chiarezza è la schiettezza della tua scrittura. Purtroppo non nutro la tua passione per la moda, ma sono interessato ai linguaggi : la Moda lo è stato finora, seppure con tanti ” barbari” vanitosi privi di creatività competente. Sottoscrivo la frase che riassume il tuo pensiero ” Produciamo troppi vestiti… in maniera poco sostenibile per il pianeta Terra, per i lavoratori della moda – spesso braccianti invisibili- per la credibilità della moda stessa.
Un sincero complimento al tuo blog e un saluto al tuo Enrico.
Buon weekend.
Samuele

Manu
Reply

Buondì a te, Samuele.

Ti ringrazio moltissimo per aver dedicato tempo ed energie al mio blog e ti ringrazio per le bellissime parole: leggere ‘chiarezza’ e ‘schiettezza’ mi fa gongolare e c’è sempre bisogno di una buona carica di energia, l’energia che si riceve accogliendo un complimento.
Dunque lo ripeto… grazie. Non lo si dice mai abbastanza.

Sottoscrivo a mia volta le tue riflessioni su moda e linguaggi e in particolare quando hai scritto dei “tanti ‘barbari’ vanitosi privi di creatività competente”… uh, quanti me ne vengono in mente!

Alla prossima, allora, poiché spero che le nostre strade tornino a incrociarsi.

Buona giornata,
Manu

P.S.: sarà fatto, porterò i tuoi saluti a Enrico. Ma dunque… ci conosciamo, magari di persona nel mondo reale?

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