Omaggio a Giusi Ferré, maestra della bella scrittura

Ognuno ha le proprie icone, persone che rappresentano i nostri ideali e valori oppure che simboleggiano le nostre aspirazioni più grandi e che sono dunque un esempio, un modello al quale puntare.

Quanto a modelli e aspirazioni, io non ho dubbi: i miei fari sono Anna Piaggi e Giusi Ferré, due donne immense nell’ambito del giornalismo di moda.

Purtroppo non sono riuscita a conoscere Anna Piaggi di persona (ma continuo a cercarla attraverso ogni cosa e opera che parli di lei), mentre ho avuto il dono di incontrare parecchie volte Giusi Ferré.

Lei, naturalmente, non mai saputo chi fossi e non lo dico con orgoglio ferito né con rammarico. Era nell’ordine giusto e naturale delle cose poiché io sono nessuno, una tra le tante e i tanti, mentre lei era unica, la maestra della parola e della bella scrittura, la giornalista sopraffine, la testimone diretta della moda degli ultimi 50 anni nonché amica, guida e consigliera di molti stilisti, il modello e l’icona per quei tanti come me, la donna capace di dare voce a mille e più racconti che io desideravo ardentemente ascoltare.

Il 14 aprile questa voce si è purtroppo spenta per sempre e io mi permetto di renderle omaggio con tre ricordi personali.

Parto dalla prima volta che incontrai Giusi Ferré.
Attirai la sua attenzione involontariamente, grazie a una fantasiosa collana che indossavo. Di quel giorno (era il 2013) resta una foto insieme in cui io ho un sorriso che va da un orecchio all’altro, quel tipo di sorriso che solo una persona iconica riesce a dipingerci sul volto in una sorta di sogno che si avvera.
Quella foto è qui nel magazine, ma non la tiro fuori oggi (scriverò poi perché).

Il secondo ricordo è di un seminario che Giusi Ferré tenne in Accademia del Lusso, la scuola in cui insegno.
Non ricordo di aver mai visto il nostro auditorium così pieno di studenti tanto galvanizzati. Rammento perfettamente l’immensa generosità e la disponibilità assoluta con le quali lei si donò ai ragazzi, generosità e disponibilità manifestate attraverso l’ampio tempo dedicato e attraverso la ricchezza, la vivacità e i dettagli dei racconti che condivise.
Quel giorno fu per noi tutti, docenti e studenti, come se un libro di storia della moda riuscisse ad animarsi e a prendere vita…

Il terzo ricordo riguarda la volta in cui a un evento mi fu consegnato il relativo comunicato stampa.
L’evento era dedicato a Lucio Costa, stilista scomparso qualche anno prima, e quando lessi il comunicato mi accorsi che era firmato, fatto alquanto inusuale per questo tipo di documento. Compresi il motivo quando lessi il nome, ovvero Giusi Ferré.
E lì ebbi un solo pensiero: «sono spacciata, come potrò mai scrivere un articolo dopo che a scrivere il comunicato è stata la mia icona?».

Ho scritto fin qui quasi trattenendo il respiro.

Non volevo che andasse perso nemmeno un grammo della mia stima e del mio amore. Ora mi restano solo quattro parole.

Sit tibi terra levis.

Con tutto il cuore, da parte di colei che sarà sempre un’umile allieva di un’immensa maestra.

Manu

 

P.S.: qualcuno si chiederà forse perché non abbia unito a queste righe la foto della quale ho parlato qui sopra.

Qualche giorno fa, Antonio Mancinelli ha scritto un post a proposito della ‘cattiva abitudine’ dei ‘necrologi online’ ai quali allegare foto insieme allo scomparso, illustre o meno.

Stimo molto Mancinelli, è un altro dei miei giornalisti ed esperti di moda prediletti. Le sue parole mi hanno colpita come un pugno, perché ho praticato questa ‘cattiva abitudine’ varie volte sebbene senza alcuna cattiveria o malizia.

Per me la scrittura è (anche) esorcizzare dispiaceri e negatività. Scrivere di chi è mancato (e che ho amato) è il mio modo per sopravvivere al dolore, dunque mi è venuto altrettanto spontaneo unire talvolta alle parole delle foto che rappresentavano momenti insieme.

I miei erano omaggi, ricordi che ritengo preziosi, come quella foto con la signora Ferré in cui mi brillavano gli occhi.

E con quelle foto non ho mai inteso millantare conoscenze, illustri o meno.

A ogni modo… sono sempre disposta a mettermi in discussione e dunque oggi non torno a condividere quella foto e ho scelto invece di rielaborare un mio recente scatto dedicato alle fioriture di primavera. Sebbene io sia colma di malinconia, credo sia un buon omaggio a una donna che ha sparso tanta bellezza e tanta luce. Ha ragione Mancinelli, «a chi non c’è più i like non servono», ma ricordare e far sì che quella luce non si spenga è cosa buona e giusta – e di questo continuo a essere convinta.

Se invece volete leggere di quella volta in cui a scrivere il comunicato stampa per Lucio costa fu Giusi Ferré… cliccate qui.

 

 

 

 

 

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Emanuela Pirré

Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.

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