Pensieri sparsi… se ci si sente spare ovvero come un pezzo di ricambio…

Quando qualcuno dice la parola spare, io penso subito al mio primo vero lavoro, ovvero l’impiego in una società di ingegneria che progettava macchinari e apparecchiature per il settore petrolchimico.

Ci occupavamo naturalmente anche delle parti di ricambio, spare parts o spares, appunto, che poi raggiungevano i nostri macchinari i quali erano talvolta posizionati su piattaforme petrolifere in mezzo al mare oppure altre volte installati al servizio di gasdotti che si snodavano in qualche deserto; ricordo altrettanto bene come quelle destinazioni remote mi facessero fantasticare anche grazie ai racconti dei nostri tecnici che spesso raggiungevano gli impianti per fare manutenzione.

Dunque, quando ho appreso che Spare è il titolo dell’autobiografia di Harry, sono stata molto colpita dalla scelta di un termine a me familiare ma in tutt’altro contesto. E che è stato tradotto in “il minore”.

Capita abbastanza spesso che, nel passaggio da inglese a italiano, si facciano scelte leggermente diverse, come per esempio avviene nei titoli di tanti film: in questo caso specifico, non so se e quanto il fatto di smorzare la crudezza concettuale del pensiero originale sia stata una scelta che condivido.

Perché, come hanno già abbondantemente detto in tanti prima di me, il titolo inglese – nella sua brevità ed essenzialità – è più incisivo, quasi chirurgico, sicuramente perfettamente rappresentativo dei sentimenti di Harry: non solo o non tanto o non semplicemente “il minore” quanto piuttosto “il pezzo di ricambio”, proprio come quelli di cui mi occupavo tanti anni fa, pezzi che non avevano una vita propria ma che esistevano esclusivamente per garantire la continua funzionalità dell’impianto principale.

Lo dico subito, non credo che acquisterò o leggerò il libro: non mi interessa schierarmi con Harry o con William né dalla parte di Meghan o di Kate.

Non mi interessa cercare di stabilire chi in quella famiglia sia il buono e chi il cattivo, chi sia il migliore e chi il peggiore, chi abbia ragione e chi torto, sempre che si possano fare distinzioni così nette.

Non mi interessa nemmeno unirmi al coro di chi afferma che i panni sporchi si lavano in famiglia: è vero, per carità, e lo penso anch’io, dovrebbe essere così, ma i reali inglesi (e non solo Harry) non sono gli unici, né i primi né gli ultimi, a infrangere questa regola di buon senso.

Continuo invece a pensare a quel termine, spare.

Penso a cosa rappresenti la scelta di quel vocabolo: torti e ragioni a parte, penso a cosa significhi vivere un’intera vita sapendo di essere considerato un pezzo di ricambio vivente.

E penso che sia una cosa che è difficilissimo, quasi impossibile, riuscire a superare del tutto, perfino se ormai sei cresciuto e sei alla vigilia dei quarant’anni, né importa essere o non essere un reale; non importa neppure se ti pagano per raccontare la tua storia e, conseguentemente, tanti pensano che allora, in fondo, tutto sia più sopportabile.

Credo fermamente che a nessuno piaccia o piacerebbe essere il pezzo di ricambio, la ruota di scorta umana.

Credo che a nessuno piacerebbe sapere che la ragione principale per cui uno dei tuoi genitori ti ha voluto è avere un rimpiazzo nel caso in cui fosse accaduto o accada qualcosa a tuo fratello.

Non bastano i soldi né essere (o essere considerati) dei privilegiati per dimenticare una simile tremenda consapevolezza, non basta una vita intera, credo, per seppellire quel tarlo che resta sempre dentro di te nonostante possibili consolazioni tra le quali io metterei, molto prima dei tanto chiacchierati soldi e privilegi, quella di essere diventato a tua volta padre.

Alla fine, insomma, un po’ di umana empatia verso Harry la provo, sì, e provo tenerezza nei suoi confronti: secondo me, più che un tentativo di affossare la monarchia britannica, il suo libro è una manifestazione di sofferenze mai risolte.

Ben chiaro, tutto questo è – come sempre – solo e semplicemente il mio pensiero.

Non pretendo né che sia la verità assoluta né che sia un pensiero universale e volevo solo fare qualche riflessione su come la scelta di una singola parola possa rappresentare un ampio ventaglio di sentimenti ed esperienze.

Manu

 

 

 

 

 

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Emanuela Pirré

Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.

Glittering comments

Daniela
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Hai ragione Manu… Il potere che hanno le parole non è da sottovalutare… Sia quelle che ci sentiamo dire, sia quelle che scegliamo per comunicare… Dietro le parole possiamo trovare la forza esplosiva di tanti sentimenti diversi e riconoscere in questi la nostra (del genere umano) straordinaria fragilità e il nostro dolcissimo e consolatorio senso di appartenenza all’umanità.
Grazie per la tua lucida riflessione in merito.

Manu
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Sono io che ti ringrazio, cara Daniela, per ogni volta in cui mi regali del tempo per confrontarci.
Che belle le parole che hai scelto… ‘forza esplosiva di tanti sentimenti diversi’… ‘straordinaria fragilità’… ‘consolatorio senso di appartenenza all’umanità’…
Ecco, hai tu dimostrato quanto sia bello, importante, potente scegliere con cura le proprie parole e attenzione, non devono per forza descrivere o tratteggiare cose belle o positive, ma devono però saper essere rispettose. Come le tue.
Stiamo parlando di fragilità, per esempio, forse anche di debolezze, ma ne parliamo senza negatività e senza giudizio. E devo dire che fosti proprio tu a iniziare un’altra riflessione su questi aspetti e – come vedi – non ho dimenticato… ne ho fatto tesoro…
Ecco perché ti dico grazie.
Un abbraccio affettuoso,
Tua Manu

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