Se avessi voluto piacere a tutti sarei nat* Nutella, ovvero la critica oggi

Da tempo noto un fenomeno ormai dilagante e incontenibile: la critica portata ai massimi livelli.
Critica a oltranza, su tutto e su tutti, sempre, comunque e in qualsiasi caso, per tutto e per il contrario di tutto. E spesso in modo aspro, esasperato, sopra le righe.

Come ho appena scritto, è un fenomeno in corso già da tempo, via social network ma non solo, eppure ultimamente sta raggiungendo livelli davvero preoccupanti, secondo me.
Saltellando qua e là in quello strano mondo che è ormai Instagram, per esempio, mi capitano sempre più sotto gli occhi casi emblematici.

Ne cito qualcuno?

Parto da un uomo che stimo davvero molto, single, ha in affido una bambina con sindrome di Down o trisomia 21: la critica per lui è scattata perché ha appena preso un cagnolino di razza anziché un meticcio in un canile.
Dare alla piccola un compagno a quattro zampe con cui giocare, rapportarsi e crescere mi sembra un’idea grandiosa, eppure alcuni commenti sottostanti il suo post (che scioglie letteralmente il cuore in punti come quello in cui lei mostra il libro di Pinocchio al cucciolo) variano da «mi meraviglio di te» a «avresti dovuto dare un esempio significativo adottando un cane e non comprandolo».

Giuro, sono rimasta basita.

È vero, togliere un cane da un canile è sempre un gesto nobile e meraviglioso che mette tutti d’accordo (o almeno così credo…), tuttavia non credo sia un reato comprare un cucciolo con pedigree.
E il discorso dell’esempio cosa significa esattamente?
Ma quest’uomo non ha già dato un esempio sufficiente grazie a una scelta talmente importante che non riesco nemmeno a racchiuderla in un singolo aggettivo, occupandosi di una bambina che era stata abbandonata e amandola con tutte le sue forze?
Suvvia, signori miei, mica può fare tutto quanto lui risolvendo ogni problema che affligge il mondo, dall’incapacità genitoriale all’abbandono degli animali. Lasciamolo respirare senza caricarlo di tutte le responsabilità di (ri)educazione del prossimo.
Ah, tra l’altro, cosa facciamo dei cani di razza? Li sbattiamo tutti per strada e li facciamo diventare randagi così poi possiamo adottarli?

Secondo caso: donna in gamba che, oltre a vendere i capi del suo negozio di abbigliamento, condivide anche tanti consigli e trucchetti davvero carini, con allegria, simpatia e senza un grammo di spocchia.
Un bel giorno condivide un video su come recuperare dei vecchi calzini, colorandoli in casa con tecnica tipo tie dye ed evitando così di comprarli nuovi e in versione costosa; il video è talmente gioioso ed entusiasta che, contagiata da cotanta positività, metto anch’io il mio like.
Poi leggo i commenti e mi cascano le braccia: eh no, anche lei non va bene, perché i coloranti finiscono negli scarichi e inquinano.
Ah, ok, ma a parte il fatto che anche in questo caso c’è del vero, per carità, non dovrebbe essere “bello” (messo tra virgolette perché ormai non ho più certezze) che una persona, anziché invitare a comprare, e nonostante abbia un negozio, inviti invece a riciclare e ottimizzare ciò che abbiamo già?
E dire che si parla tanto del fatto che chi è considerato un influencer dovrebbe imparare a comunicare considerando possibilità quali, appunto, il riciclo… come non detto, bocciata anche lei. Senza appello.
Senza contare quando la critica è verso il suo fisico colpevole di essere asciutto e atletico e che, pertanto, non è rappresentativo di quello di tutte – no comment…

A proposito di influencer – esempio numero tre.
Nota influencer (non è la Ferragni… non almeno la più famosa…) viene criticata poiché indossa sempre lo stesso costume da bagno. Peccato che nel post successivo (o perfino nello stesso post, giusto qualche commento più sotto) la si accusi in maniera diametralmente opposta di ostentare vacanze in posti troppo costosi e dunque irraggiungibili.
Insomma, se usi più volte lo stesso costume (come facciamo tutte e tutti, peraltro) «che noia», se invece hai la fortuna di essere in bei posti «ostenti» e comunque «scrocchi tutto».

Vi prego, ora non ditemi cose tipo «se una persona si espone via social deve accettare ogni critica» perché questa scusa, francamente, tale non è, cioè non si può in nome di «è un personaggio pubblico» vomitare addosso a queste persone (sottolineo persone) qualsiasi cosa ci passi per la testa.
Non sta in piedi. Non è umano come non è umano né giusto né pensabile che la commessa di un negozio o il cameriere di un ristorante debbano sopportare qualsiasi esternazione o atteggiamento di un avventore. E non mi parlate nemmeno di dignità perché l’unica cosa indegna o illegittima è, a mio avviso, ottenere cose sottraendole agli altri oppure ottenere cose facendo deliberatamente del male agli altri.
Quanto allo scrocco, nessuno obbliga un marchio o un hotel o un ristorante ad accettare collaborazioni con gli influencer.

(Tengo a specificare che non desidero fare la paladina di nessuno e nemmeno io nutro particolare simpatia per la influencer alla quale mi sono riferita qui sopra, tant’è che non seguo né lei né nessuno della sua famiglia. Mi capitano di tanto in tanto nel feed tra i suggeriti di Instagram, lei e i suoi familiari, causa elevatissimo numero delle interazioni dell’insieme degli utenti. E allora mi fermo a leggere i commenti come pura osservazione sociologica.)

E a questo punto alzo il tiro con l’esempio numero quattro.
Si tratta del caso della terribile violenza di Palermo da parte di sette ragazzi ai danni di una ragazza.
Non voglio scrivere nemmeno una parola sull’orrore infinito di questo caso e nelle prossime righe decade completamente ogni traccia di ironia. Voglio solo fare una considerazione su ciò che sto leggendo.

Se sei un uomo e ti permetti di commentare, il tono di molte repliche è «ah, ma cosa ne vuoi sapere tu» oppure «ah, ma il patriarcato»: premettendo che detesto il concetto di patriarcato e che mi batto per smantellarlo, la contrapposizione donne contro uomini è davvero desolante.
Per combattere il patriarcato e per combattere la violenza sulle donne serve l’aiuto e la partecipazione di donne e uomini, quindi dico «benvenuti» agli uomini che detestano patriarcato e violenza e dico che anche i loro pensieri, le loro parole e le loro azioni servono per cambiare le cose tutti insieme. Come ho scritto tante volte, credo nelle persone di buona volontà, indipendentemente da sesso o genere.
Anche perché chi sta in silenzio non è giudicato meglio e, in alcuni commenti, si suggerisce perfino il sospetto che gli uomini che non condannano esplicitamente siano in realtà simili ai sette ragazzi… ma gli uomini non dovrebbero stare solo zitti e vergognarsi, secondo l’altra scuola di pensiero? Sono confusa.

Se invece sei una donna e sei famosa… se commenti sei in cerca di visibilità, se non lo fai sei insensibile.
E quindi? Cosa dovrebbero fare le cosiddette celebrità?
Ho letto perfino un’accusa che diceva «tu Y hai copiato e incollato da X» con tanto di emoji di lacrimuccia sconsolata…
Copiato e incollato? Ma guarda, due donne entrambe d’accordo sul fatto che la violenza faccia schifo e che esprimono lo stesso pensiero… strano, vero?
Succede una cosa così grave e atroce e l’unico commento, davanti al tentativo di avere una reazione e provare a fare qualcosa, è «ma è lo stesso contenuto di X»?
Ma siamo seri? Ma io voglio un milione di contenuti uguali, in questo caso, sì, voglio che accada qualcosa, voglio che salti il coperchio della pentola!

Stessa cosa per la guerra in Ucraina o per la situazione in Afghanistan: se continui a fare il tuo lavoro sei un o una insensibile egoista, se intervieni sei solo un o una opportunista che cavalca l’onda…

Non parliamo, poi, del discorso beneficenza.
Se la fai e ne parli, ci risiamo, sei in cerca di pubblicità.
Se la fai e non ne parli «ehhh, ma lui/lei così fortunato/a dovrebbe fare qualcosa».

Potrei fare tanti altri esempi, ma mi fermo qui.

E a proposito… io sto usando un e una, maschile e femminile.
Qualcuno magari mi scriverà «e la schwa (ə)?» oppure «e l’asterisco? non sei inclusiva!»… mentre, se li usassi, qualcun altro potrebbe scrivermi «vergognati, massacri la lingua italiana» (esempi veri anche questi…).

So benissimo che viviamo in un momento di forte transizione e che è necessario mettere in discussione e cambiare pensieri, parole, abitudini, modelli; faccio parte in pieno di questa scuola di pensiero che vuole il cambiamento, l’evoluzione, dall’ambiente alla società, ma penso anche che se scegliamo costantemente la strada della critica esasperata (peraltro spesso fine a sé stessa ovvero non seguita da fatti e azioni) diventa tutto estremamente pesante e ancora più complesso.

E sembra anche che non riusciamo più a gioire di un una piccola cosa, di un piccolo momento, di un piccolo gesto che potrebbero essere potenzialmente belli senza dover a tutti i costi analizzarli fino allo sfinimento, fino a trovare qualcosa di negativo e di sbagliato.

Ma cosa ci sta succedendo?

In ogni modo si sbaglia, non va bene niente, mai.

Credetemi, mi secca tanto scrivere queste cose perché ho sempre creduto nella critica e nel suo valore costruttivo, ma praticata in questo modo esasperato, direi sistematico, la trovo invece estenuante.

La critica spinta all’estremo perde il valore di confronto e scambio; diventa semplicemente giudizio e sentenza.

E dire che questo potrebbe essere il tempo delle opportunità, della molteplicità delle scelte.

Penso che i cani vadano adottati e non comprati? Ottimo, posso farlo io, in prima persona, e accettare la scelta diversa di un altro. E non dite «eh ma io non posso farlo» perché allora il discorso potrebbe valere anche per quel papà.

Penso che i coloranti siano nocivi? Giusto, posso pensare a soluzioni differenti, applicarle e condividerle per proporle agli altri e diffondere le mie buone idee.

Penso che gli influencer siano inutili? Pensiero legittimo e allora non perdo tempo a osservarli e a commentare, li ignoro e uso il mio tempo per attività più interessanti.

Penso che la beneficenza vada fatta e non detta? Ci sono tanti centri di aiuto in cerca di volontari in alternativa alla possibilità di donare in prima persona.

Concludo tornando ad appellarmi a un po’ di ironia.

Tiro in ballo quelle vignette che riportano frasi tipo «se avessi voluto piacere a tutti sarei nat* Nutella» (e qui l’asterisco ce lo metto, sì).
Se preferite, esiste la variante che menziona la pizza.

Ho sempre creduto che ben giocasse con l’enorme sciocchezza del voler piacere a tutti perché no, non si può – e non si deve – piacere a tutti. Per carità.
Adesso inizio però a pensare che perfino la Nutella o la pizza non siano esenti da critica: volete che non ci sia qualcuno pronto a sottolineare quanto possano fare male per colesterolo e trigliceridi?
E anche in questo c’è del vero, se ci si strafoga dell’una o dell’altra.

In questo momento, però, vorrei proprio strafogarmi di Nutella, anzi, vorrei nuotare in una piscina colma di Nutella.
Mi verrebbero i trigliceridi alle stelle, ma parafrasando – indegnamente – Leopardi… «naufragar m’è dolce in questo mare», con le orecchie felicemente piene di cioccolato, come quando sei sott’acqua e i rumori ti arrivano appena, lontani lontani.

Emanuela Pirré

 

 

 

 

 

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Emanuela Pirré

Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.

Glittering comments

Laura
Reply

Io penso che ci siano troppe persone scontente della loro vita e di come sono e che si sfoghino cercando di sminuire gli altri.
E tra l’altro molti non sono abituati al confronto e con i social questo confronto è cresciuto alla potenza.
Prova a pensarci, prima il confronto avveniva all’interno della propria famiglia, con gli amici, con i conoscenti e con gli sconosciuti che s’incontravano casualmente. Oggi con un clic ci confrontiamo con il mondo e molti sono personaggi pubblici con vite da sogno e chi non ha una vita da sogno posta comunque le cose più belle.
Scusami se mi sono prolungata ma è un atteggiamento che colpisce molto anche a me.
Ps: geniale il finale della nutella e la citazione di Leopardi.
Baciotto.😘
Laura

Manu
Reply

Cara Laura, non ti sei affatto dilungata.
Anzi, al contrario, la tua riflessione è molto interessante e offre ulteriori spunti di riflessione.
In effetti, grazie al web e alla tecnologia in generale, le possibilità di confronto e relazione sono cresciute in modo esponenziale e ben oltre i limiti fisici e geografici che avevamo prima.
Oggigiorno, senza muoverci da casa, possiamo entrare in un museo che sta dall’altra parte del mondo e vedere una mostra virtuale, così come possiamo interagire con persone, celebrità incluse, che mai avremmo raggiunto in altro modo. E forse tanti di noi non erano pronti emotivamente a tutto ciò.
Aggiungiamoci che il momento non è semplice, sotto molti punti di vista, e sì, tutto ciò può spiegare alcune cose, anche se non le giustifica perché difficoltà e insicurezze personali non andrebbero riversate sugli altri (è un discorso generale, so già che tu e io siamo ampiamente d’accordo).
Come vedi mi sono dilungata anch’io 😀
Grazie davvero e ricambio il baciotto,
Manu

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