Letter to the Future – Yohji Yamamoto, Poeta del Nero, in mostra a Milano

Alla Galleria di 10 Corso Como a Milano è in corso Yohji Yamamoto / Letter to the Future, uno speciale progetto espositivo che rende omaggio all’emblematico designer giapponese classe 1943.

Il progetto è curato da Alessio de’ Navasques in un climax ascendente e immersivo nel quale gli abiti sono protagonisti in un flusso in cui ogni forma, taglio e geometria trasmette un’idea che va oltre il tempo. La mostra, infatti, propone un percorso di corrispondenze tra una serie di riflessioni dello stilista – stampate a parete – e una selezione di capi, a dimostrare la relazione esistente tra corpo e abito e il superamento della dimensione cronologica.

Mi fa piacere sottolineare che l’ingresso alla mostra è libero e gratuito. È aperta tutti i giorni con orario 10:30-19:30 fino a martedì 30 luglio 2024 (consiglio di andare entro lunedì 29 in quanto sono in corso importanti lavori di ristrutturazione dell’edificio e, probabilmente, le operazioni di smontaggio verranno lievemente anticipate).

Vista la sua importanza, la mostra è inclusa fin dalla sua inaugurazione dello scorso maggio nella mia rubrica A glittering calendar. Finalmente, giovedì 26 luglio, sono riuscita ad andare a visitarla. Dopo aver vissuto una grande emozione, ho sentito l’urgenza di condividere una serie di pensieri con chi mi fa il dono di leggere questo spazio web.

Parto dal titolo, Letter to the Future. La lettera al futuro di Yohji Yamamoto è indirizzata a sua madre, figura fondamentale nella definizione della sua identità creativa.

<em><strong>Yohji Yamamoto. Letter to the future</strong></em> (photo credit Alessandro Saletta – DSL Studio, courtesy of 10 Corso Como)
Yohji Yamamoto. Letter to the future (photo credit Alessandro Saletta – DSL Studio, courtesy of 10 Corso Como)

Dovete sapere, cari amici, che non ho una semplice ammirazione bensì una vera e propria venerazione per Yohji Yamamoto. E non solo perché è colui che è stato definito il Poeta del Nero, uno dei miei tre colori preferiti insieme a bianco e rosso. E, per inciso, è proprio su questi tre colori che è interamente ed esclusivamente costruita la mostra che è una parata di bianchi e neri con un cuore rosso.

«I was only interested in the movement of the fabric on the body – dice Yamamoto – so I didn’t want to use colour. White or black. That’s enough. So finally, I totally forgot to think about colour». Questa è una delle frasi stampate a parete.

Dicevo della mia venerazione che non dipende esclusivamente dal fatto che, come lui, adoro il nero.

Venero Yohji Yamamoto perché è un narratore, anzi, un poeta che, anche con soli tre colori, riesce a dipingere un intero arcobaleno di infinite sfumature. Lo venero perché, riconosciuto per aver sfidato le convenzioni dello stile, ha saputo ridefinire l’idea di bellezza sovvertendo stereotipi e concezioni di genere. E creando «una nuova geografia del corpo in una silhouette universale», come ben scrive de’ Navasques.

Tornando al concetto di lettera, l’esposizione è concepita come un messaggio al prossimo, una sinfonia fatta di forme, tessuti e parole. Sono proprio gli abiti, frutto del suo personale genio attraverso la sapienza dell’atelier, a scrivere lo spazio bianco della Galleria di 10 Corso Como. E a creare una nuova letteratura.

Ed è così che il progetto mette in discussione le regole classiche dell’esposizione di moda. Rifiuta ogni forma di monumentalità dell’abito e cerca invece un rapporto attivo con il visitatore.

Capi di epoche e stagioni diverse delle collezioni dal 1986 al 2024 sono allestiti, senza artifici scenografici, su busti sartoriali, simili a quelli su cui hanno preso vita durante la fase di progettazione. I busti sono quelli della collezione Atelier di Bonaveri, azienda storica di Renazzo di Cento (FE), fondata nel 1950 e oggi sinonimo di manichini d’eccellenza.

<em><strong>Yohji Yamamoto. Letter to the future</strong></em> (photo credit Alessandro Saletta – DSL Studio, courtesy of 10 Corso Como)
Yohji Yamamoto. Letter to the future (photo credit Alessandro Saletta – DSL Studio, courtesy of 10 Corso Como)

Attraverso associazioni e corrispondenze, viene definito un percorso sul rapporto ambivalente di Yamamoto con il tempo in un flusso continuo di forme, asimmetrie e materiali.

Difficile distinguere capi e collezioni e collocarli su una linea temporale proprio per la loro capacità di essere sempre contemporanei. Segno distintivo del lavoro del designer è, infatti, l’abilità radicale di smontare e rimontare archetipi, dando una sua personale visione del presente, del passato e del futuro.

Come un viaggiatore del tempo, «Yamamoto ha incontrato la storia della moda occidentale, dai volumi fin de siècle ai grandi maestri della couture francese, affrontati per la prima volta nella collezione Autunno-Inverno 1995/96. Volumi e influenze del costume storico di cui sembra poi essersi liberato nella collezione Primavera-Estate 1999, presentata in uno show performance al Moulin Rouge, in cui le modelle lasciavano letteralmente cadere, come crisalidi, simboli della tradizione come guanti, veli e parasole, ma anche strati di tessuto e crinoline, per rivelare l’essenza stessa della forma. Una liberazione del corpo che raggiunge l’apice negli abiti in seta scivolati della Primavera-Estate 1998, ispirati dalla sensualità di Renée Perle, musa del fotografo Jacques Henri Lartigue».

Il percorso di corrispondenze tra le sue riflessioni sul senso del futuro e la selezione di capi dimostra la relazione tra corpo e abito nel superamento della dimensione del tempo.

Prendiamo, per esempio, il cappotto con faux-cul in seta rossa dell’Autunno-Inverno 1986/87.

Trova risonanza nella sua trasposizione futura, ovvero uno dei maestosi look che hanno chiuso la sfilata dello scorso marzo a Parigi. È un cappotto in lana grigia, la cui coda si muoverà morbidamente sul corpo di chi lo indossa solo il prossimo inverno.

<em><strong>Yohji Yamamoto. Letter to the future</strong></em> (photo credit Alessandro Saletta – DSL Studio, courtesy of 10 Corso Como)
Yohji Yamamoto. Letter to the future (photo credit Alessandro Saletta – DSL Studio, courtesy of 10 Corso Como)

Nei volumi di Yamamoto sembra non esserci più un inizio e una fine, perché l’aria circola tra il corpo e il tessuto e l’abito sembra respirare senza le costrizioni di una forma predefinita.

«Un processo particolarmente evidente – scrive ‘de Navasques – nei capi scultorei della collezione Autunno-Inverno 1996/97, in cui il feltro diventa un origami, così come nei robe manteau tridimensionali nell’Autunno-Inverno 2023/24 o nel cappotto con gonna in feltro bicolore della collezione Autunno-Inverno 2009/10 dove il tessuto in una forma rossa, drappeggiata, crea un’opportunità completamente nuova per la figura umana poiché in nessun momento si può dire dove il capo tocchi il corpo».

La sua insistenza sull’imperfezione è strettamente legata alla filosofia wabi-sabi, la visione giapponese fondata sull’accettazione della transitorietà e dell’imperfezione delle cose. Yamamoto accetta l’impermanenza e l’incompletezza in un oggetto. Ed è proprio quel senso trasmesso dall’idea di non finito delle sue lavorazioni e cuciture – e il modo non convenzionale di trattare i tessuti – a essere il tema portante anche della più recente collezione Primavera-Estate 2024.

Nella visione di Yamamoto, il corpo non è reso oggetto, ma agisce sull’abito e lo trasforma. La sperimentazione su volumi e tessuti – lavorati o lasciati scivolare, drappeggiati o scultorei – hanno rivoluzionato il rapporto tra capo e persona.

Il segreto del suo messaggio al futuro sembra essere dunque nell’imperfezione che i suoi abiti gentilmente accolgono e abbracciano. Ben oltre il tempo e in ogni tipo di forma.

Aggiungo che la riflessione su tempo e futuro di Yamamoto va da sé stesso fino ai giovani.

«I’m not afraid of time, I don’t care if it makes me old»: è un’altra delle frasi impresse a muro. E poi c’è un messaggio dedicato ai giovani che incarnano l’idea stessa di futuro.

«The conditions in each country are very different, however to young people in the world, I’d say: study history not to reproduce the same mistakes, learn from the past to create the future. Do not make wars anymore, you should grieve about the many wars that people made, they have broken the connection between communities».

Mi sono commossa. Ho pensato che sia un bellissimo invito. Studiare per non ripetere gli errori del passato.

Insomma… Avete presente quando capita di trovarsi in un posto dal quale non si riesce ad andarsene perché ci si sente in una dimensione in cui nulla di spiacevole può accadere? Ecco, è proprio ciò che mi è successo mentre ero alla mostra. Sono quindi grata a 10 Corso Como e ad Alessio de’ Navasques (docente di Fashion Archives presso Sapienza Università di Roma) per avermi donato una parentesi di pura poesia e bellezza raccontando così bene il lavoro del Maestro Yamamoto.

Concludo dunque anch’io con un invito. Se potete, andate da 10 Corso Como e vivete questa esperienza di persona.

Emanuela Pirré

 

 

 

YOHJI YAMAMOTO

Guidato dal suo spirito ribelle, dagli Anni Settanta ha continuato a sviluppare una rivoluzionaria e sempre più ampia sfera d’influenza sulla moda.

Nel 1981 ha presentato una sua collezione a Parigi per la prima volta, un primato anche nel fatto di essere uno tra i primi designer giapponesi in Europa. Negli anni successivi, insieme a Rei Kawakubo, ha aperto la strada all’idea della moda decostruita. La loro estetica rivoluzionaria ha scioccato il mondo con abiti che sembravano incompiuti, sbrindellati, messi insieme a casaccio.

Le sagome sciolte e fluide alternate ai volumi scultorei, l’idea di bellezza oltre stereotipi e concezioni di genere, l’uso onnipresente del nero: sono questi gli elementi che hanno definito il lavoro rivoluzionario di Yamamoto che è diventato simbolo dell’estetica urbana Anni Ottanta.

Nel 2002 ha iniziato una collaborazione con adidas come direttore creativo di Y-3. Ha disegnato costumi spaziando in vari ambiti tra cui il cinema, un’opera di Wagner e una performance coreografata da Pina Bausch. Wim Wenders gli ha dedicato il documentario Notebook on Cities and Clothes.

Nel corso della sua carriera è stato insignito di vari riconoscimenti dal governo francese: Chevalier de l’Ordre des Arts et des Lettres (1994), Officier de l’Ordre National du Mérite (2005) e Commandeur de l’Ordre des Arts et des Lettres (2011).

 

Qualche mio scatto…

Uno scatto che ho realizzato alla mostra <em><strong>Letter to the Future</strong>,</em> il mio abito preferito. Appartiene alla collezione SS 2005 ed è un abito da sera in viscosa rossa plissettata. Ancora una volta, Yohji Yamamoto attinge dalla tradizione, questa volta dalla classicità, mettendola in discussione in modo radicale e provocatorio. La costruzione scultorea si ispira alle creazioni di Madame Grès (<span class="LrzXr kno-fv wHYlTd z8gr9e">1903</span>-1993), a cui la collezione è dedicata, ma sperimenta forme asimmetriche e che diventano quasi organiche, ricordando dei tuberi o degli anemoni di mare.
Uno scatto che ho realizzato alla mostra Letter to the Future, il mio abito preferito. Appartiene alla collezione SS 2005 ed è un abito da sera in viscosa rossa plissettata. Ancora una volta, Yohji Yamamoto attinge dalla tradizione, questa volta dalla classicità, mettendola in discussione in modo radicale e provocatorio. La costruzione scultorea si ispira alle creazioni di Madame Grès (1903-1993), a cui la collezione è dedicata, ma sperimenta forme asimmetriche e che diventano quasi organiche, ricordando dei tuberi o degli anemoni di mare.
Altri due miei scatti: ancora Yamamoto e la sua visione del colore nero. La pagina è tratta dal libro <em>Yamamoto & Yohji</em> edito da Rizzoli, in vendita da 10 Corso Como.
Altri due miei scatti: ancora Yamamoto e la sua visione del colore nero. La pagina è tratta dal libro Yamamoto & Yohji edito da Rizzoli, in vendita da 10 Corso Como.

 

 

 

 

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Emanuela Pirré

Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.

Glittering comments

Laura Frati
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È veramente una mostra molto bella e penso che leggerti stasera, dopo essere stata stamattina in corso Como è la conclusione migliore alla mia experience di questa domenica. Ho ammirato e sognato guardando e riguardando gli abiti, ho cercato di coglierne i dettagli e mi sono letta tutte discalie, mi sono anche confrontata con una signora (grande appassionata di Yamamoto e dei giapponesi) e poi stasera arriva il tuo articolo, l’ultimo puzzle e sicuramente il più importante, perchè mentre ti leggo mi sto riguardando gli scatti di stamattina.
Ti ringrazio tanto perchè ha messo le tue conoscenze a mia disposizione e mi hai permesso di arricchirmi.
Un abbraccio grande.❤
Ps: quando mi risponderai avvisami, così vengo qui a leggere la risposta.

Manu
Reply

Laura carissima… grazie, che grande gioia leggere le tue parole!
In primis perché la bellezza è fatta per essere condivisa – e questo è un concetto nel quale ho sempre creduto, fermamente, e nel quale continuo a credere, ostinatamente. Quindi sono molto felice che tu abbia potuto vedere con i tuoi occhi (e con il tuo cuore) la mostra.
E poi ti ringrazio per il fatto di considerare utile ciò che ho scritto. Lo sai, per me è un onore.
E chissà che bella (e che interessante) deve essere stata la chiacchierata con quella signora!
Insomma, evviva la bellezza ed evviva chi è in grado di apprezzarla e di nutrirsene.
Ricambio l’abbraccio,
Manu

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