Anna Pepe presenta il suo primo diario e vi dico perché ne parla una della Gen X

Sono pronta a fare una scommessa. Se scrivo la parola Smemoranda catturo subito l’attenzione di due generazioni. Sicuramente la mia, ovvero la Generazione X, e anche l’attenzione della successiva, la Generazione Y o Millennials. Come si usa dire oggi, sblocco un ricordo a molte persone.

Breve spiegazione per chi non è Gen X o Gen Y. La Smemoranda, Smemo per gli amici, è nata nel lontano 1978 rivoluzionando il concetto di agenda: tra le proprie pagine, prevede articoli di riflessione e opinione, poesie, canzoni, quiz, disegni, vignette. Si colloca a metà, insomma, tra un diario e un libro. Non solo: la linea editoriale è spesso in controtendenza rispetto ai punti di vista conservatori.

Chi l’ha usata e amata, sa molto bene una cosa: la Smemo si è sempre riempita di vita, ovvero dei propri pensieri e di quelli degli amici a cui si permetteva di sfogliarla. Ricordo bene la frase «mi passi la tua Smemo?» che equivaleva a chiedere il permesso di entrare in casa altrui. Tendo a usare l’imperfetto perché, nonostante esista ancora, non so quanto sia oggi in auge tra gli adolescenti.

Tra gli anni Ottanta e i Novanta, invece, si riempiva (a partire dalla copertina) di citazioni, foto e ritagli, dichiarazioni d’amore verso i propri cantanti preferiti, biglietti del cinema e di concerti, scontrini di acquisti di cui si era particolarmente fieri, bracciali dell’amicizia quando si spezzavano, quadrifogli trovati in un prato. E tutto ciò che la fantasia del proprietario suggeriva. Credetemi, ho visto perfino accendini attaccati tra le pagine con lo scotch!

Si trasformavano dunque in opere monumentali, crescevano e diventavano pesantissime e si tenevano chiuse con un elastico o un nastro. La differenza di volume e peso tra quando la compravi e quando la terminavi era la somma di ciò che avevi pensato e vissuto. Io le ho ancora, conservate in uno scatolone.

Tutto ciò vi ricorda qualcosa, vi suona in qualche modo familiare? Ebbene sì, le Smemo incarnavano l’idea di confessionale, di memoria e di conseguente condivisione sulla quale si sono in seguito basati i social network, moltiplicando il tutto all’ennesima potenza.

Le Smemo erano insomma una sorta di versione analogica di abitudini che sono poi diventate digitali. Erano un modo per raccontarsi. Anche allora, c’era chi preferiva soltanto ascoltare, senza esporsi in prima persona. La differenza è l’ampiezza del pubblico: allora i pensieri potevano al limite arrivare qualche classe più in là, ora possono arrivare anche dall’altra parte del mondo.

Altra cosa importante. Esistevano due versioni: la dodici mesi, da settembre all’estate, e la sedici mesi che, sempre da settembre, arrivava fino a dicembre dell’anno successivo. Decidere quale prendere era cosa da ponderare attentamente.

Ecco perché, quando ho ricevuto un comunicato stampa che citava il termine sedici mesi, il mio scrolling si è fermato. Ricevo decine di comunicati ogni giorno e – ve lo confesso – solo pochi riescono a catturare la mia attenzione, per vari motivi. Ma quel comunicato c’è riuscito. L’espressione, però, era dedicata a un altro diario. Uno da Generazione Z.

Mi riferisco ad Anna Pepe, semplicemente Anna per i suoi fan, che presenta il suo primo diario. La regina del rap si racconta attraverso un’agenda in versione sedici mesi, dal 1° settembre 2025 al 31 dicembre 2026.

Dopo il successo del suo nuovo singolo Désolée, in cima alle classifiche e già virale su TikTok, Anna Pepe è pronta a conquistare la scena anche sui banchi di scuola. Il suo diario non è solo un’agenda su cui appuntare verifiche e interrogazioni, ma un vero e proprio racconto della sua vita, con foto esclusive, qualche spoiler, pensieri e aneddoti sulla sua carriera, consigli per vivere al 100% la vita della vera baddie. Non mancano gli sticker per la personalizzazione, proprio come io facevo con la mia Smemo.

Anna, una delle voci femminili più amate del panorama musicale contemporaneo, ha voluto creare un diario che fosse uno specchio della sua personalità: irriverente, autentica, autoironica.

Un vero e proprio concentrato di energia e creatività. E – per usare espressioni molto contemporanee – anche di empowerment al femminile e good vibes.

A questo punto, cari amici lettori, so di dovervi dare una seconda parte di spiegazione oltre il discorso dell’agenda sedici mesi.

Iniziamo con un’ammissione: non sono certo la fan numero uno di Anna Pepe. O almeno non lo ero – ed ecco che torna l’imperfetto.

Fino a poco tempo fa, mi ispirava poca simpatia, anche e soprattutto perché non capivo il clamore attorno a lei.

Ho sempre però anche detto di non amare i pregiudizi, soprattutto di non amare i miei, e di volerli superare quando mi accorgo di averne. Così, un bel giorno, dopo aver visto mia nipote (in piena quota Gen Z), figlia di mia sorella, con gli occhi a cuore per Anna (e per l’ennesima volta), ho deciso di approfondire. Anche perché, mescolata alla poca simpatia, c’era in realtà una buona dose di curiosità.

Cercando maggiori informazioni ho trovato una intervista datata giugno 2024, rilasciata da Anna Pepe a Billboard Italia. Un’intervista lunga e  approfondita. Colgo l’occasione per dire brava all’autrice, Greta Valicenti. Perché, dopo aver letto con attenzione, ho scoperto che la giovane rapper ha un cervello di prima categoria. Vi do un paio di esempi.

Nell’intervista, Anna spiega come non faccia “rap femminile” in quanto (cito) «il rap è rap, punto, non c’è sesso, l’importante è farlo bene». La musica non ha un genere, insomma, non c’è rap da donne e rap da uomini. Chapeau. Non posso che essere d’accordo con lei.

Anna spiega anche un’altra cosa: il concetto di baddie significa più di quello che potrebbe sembrare.

«Essere una baddie non vuol dire solo essere una ragazza che si diverte, ma la baddie è quella che trasmette determinazione alle altre ragazze, che le aiuta nel momento del bisogno».

La baddie, insomma, è ciò che, indipendentemente dalla generazione di appartenenza, ogni ragazza ha sempre sognato di essere: libera e fiera di fare le proprie scelte, senza dimenticare il rapporto con le sue coetanee.

Insomma, grazie a un’intervista che le ha permesso di esprimersi oltre le sue performance canore e i testi, Anna Pepe ha oggi una sostenitrice in più (nota: cari amici cantanti, non sottovalutate mai il potere di un’intervista ben fatta).

Continuerò, forse, a non essere la sua fan numero uno. E forse continuerò ad alzare un sopracciglio per qualcuno dei suoi testi, mentre ne applaudirò altri. Provate, per esempio, ad ascoltare bene le parole di Una tipa come me. Io mi sono immedesimata, tantissimo, e mi sono anche un pochino emozionata.

Forse non andrò a un suo concerto, ma semplicemente perché farei la figura della tardona in mezzo a tante giovanissime donne.

Di sicuro, però, seguirò il suo percorso. E tiferò per lei, augurandole di realizzare i suoi obiettivi. Sono infatti convinta che abbia tutte le carte in regola per farlo e lo sta già dimostrando.

In luglio 2024, Anna ha stabilito un primato di tutto rispetto. Il suo album Vera Baddie ha portato ben cinque brani nella Top 10 della classifica singoli FIMI, la classifica ufficiale degli album più venduti in Italia stilata settimanalmente dalla Federazione Industria Musicale Italiana. Per un’artista donna non accadeva dai tempi di The Fame Monster di Lady Gaga. Ovvero esattamente quindici anni fa. Mica è poco arrivare ai livelli di una grande star internazionale come Miss Germanotta.

Se a qualcuno non bastasse, il 2025 ha portato un nuovo successo. In marzo, Anna è stata premiata come «Global Woman of The Year – Italy» ai prestigiosi Billboard Women in Music Awards che si sono tenuti a Los Angeles.

Che vi dicevo? Anna ha le carte in regola. E io tiro le somme.

La Smemo resta la Smemo, certo, anche se non uso più le agende cartacee ma una elettronica (sob). Se però dovessi regalarne una a mia nipote, sarei felice di scegliere quella di Anna Pepe.

Credo così di avervi spiegato, cari amici, perché ho scritto questo articolo. Bisogna avere il coraggio di uscire dalle proprie certezze e di spingersi in territori inesplorati. Cosa che non vuol dire tradire noi stessi, rinnegare ciò che siamo stati e che abbiamo amato, bensì significa evolversi. Se si resta fermi, invece, non solo si invecchia, ma ci si estingue. Come i dinosauri.

D’altro canto, lo scontro generazionale, che esiste da sempre, sarebbe forse meno acuto se ci si sforzasse un pochino, da entrambe le parti.

Per chi è interessato al diario, segnalo che è disponibile in due varianti grafiche ed è pubblicato da Franco Cosimo Panini Editore. È disponibile in tutte le librerie, cartolerie e online.

Sempre che lo troviate, perché al momento pare essere esaurito in molti posti. Altro che Labubu. Ma quella è un’altra storia ancora che magari vi racconterò in una diversa occasione.

Emanuela Pirré

 

 

 

 

 

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Emanuela Pirré

Mi chiamo Emanuela, semplicemente Manu per gli amici di vita quotidiana e di web. Sono nata a Milano un tot di anni fa con una malattia: la moda. Amo la moda perché per me è una forma di cultura, una modalità di espressione e di comunicazione, un linguaggio che mi incuriosisce. Dal punto di vista lavorativo, mi occupo soprattutto di scrittura e creo contenuti in ambito editoriale, principalmente proprio per la moda. Insegno in due scuole materie tra cui Fashion Web Editing, Storytelling, Content Creation. Dal 2013 dirigo questo sito che ho creato e che, oggi, è orgogliosamente un piccolo magazine. Vivo sospesa tra passione per il vintage e amore per il futuro e sono orgogliosa della mia nutrita collezione di bijou iniziata quando avevo 15 anni. Per fortuna Enrico, la mia metà, sopporta (e supporta) entrambe, me e la collezione, con pazienza e amore. Oltre a confessare un'immensa curiosità (in senso positivo), dichiaro la mia allergia a pregiudizi, cliché, luoghi comuni, conformismo e omologazione. Detesto i limiti, i confini, i preconcetti – soprattutto i miei – e mi piace fare tutto ciò che posso per superarli. La positività è la mia filosofia di vita: mi piace costruire, non distruggere. Moda a parte, amo i viaggi, i libri e la lettura, l'arte, il cinema, la fotografia, la musica, la buona tavola e la buona compagnia. Se volete provare a diventare miei amici, potete offrirmi un piatto di tortellini in brodo, uno dei miei comfort food. Oppure potete propormi la visione del film “Ghost”: da sognatrice, inguaribile romantica e ottimista quale sono, riesco ancora a sperare che la scena finale triste si trasformi miracolosamente in un lieto fine.

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