Educare alla grammatica delle relazioni: il 25 novembre ripartiamo da qui

Ogni anno, il 25 novembre si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Ogni anno, con immenso dolore e rabbia, ci troviamo davanti a dati allarmanti relativi a femminicidi e violenze.

Ogni anno, con un nodo alla gola, ci chiediamo cosa si debba fare per fermare questo abominio perpetuo.

Purtroppo non c’è una formula magica, non un algoritmo, niente di certo che ci garantisca il cessare di questo fiume di violenze. Un punto di partenza, però, ci può e ci deve essere. E l’inizio, forse, risiede proprio nell’estendere all’intera società una necessaria educazione sessuo-affettiva, nell’educare alla grammatica delle relazioni.

Senza voler cadere nella banalità, a livello sociale siamo frutto di un costrutto atavico radicato. Siamo totalmente intrisi in una bolla culturale rimasta indecentemente indietro nel tempo, tanto da non renderci conto di quanto si sia analfabeti relazionali. Sebbene quanto appena scritto sia frutto di pura licenza poetica, se così si può definire, non ci rendiamo realmente conto dei termini che utilizziamo. Non riusciamo a dare il giusto peso alle parole, senza realizzare quanto pericolosamente potente possa essere l’uso che ne facciamo.

Per la fretta, per la noncuranza, per qualsiasi motivo non riusciamo a calibrare ciò che diciamo o ciò che scriviamo, probabilmente perché nemmeno ci accorgiamo del reale significato di ogni singola parola.

Tutto ciò pesa fortemente nel quotidiano e, di conseguenza, pesa terribilmente nelle relazioni che instauriamo nelle nostre vite, in special modo in tutto ciò che è legato all’affettività, che si tratti di una relazione di coppia, di un rapporto d’amicizia o di un legame all’interno della famiglia. Una parola può suonare come una carezza o come un macigno. L’uso di tante parole, il significato che associamo loro, volenti o nolenti, entra dentro di noi e ci accompagna per un lungo tempo.

È, quindi, importante ripartire da qui, ripartire dal senso, da un’analisi grammaticale delle relazioni, delle parole che tracciano i contorni delle relazioni, rendendoli lineari o frastagliati, solidi o sgretolati.

25 novembre _ La grammatica delle relazioni _ Federica Santini
25 novembre _ La grammatica delle relazioni _ Federica Santini

Oggi, quindi, vorrei ripartire dall’ABC, da ciò che da bambini dovevamo fare per imparare la grammatica italiana e che oggi dovremmo fare per imparare una grammatica emotiva, affettiva e relazionale.

Vorrei iniziare proprio con amare, verbo transitivo della prima coniugazione, il cui significato si trova con estrema naturalezza nel provare amore per qualcuno. Amore, affetto, un sentimento positivo. Amare e desiderare che l’altro sia felice, realizzato, stia bene. Amare che non è affatto un sinonimo di possedere, al contrario, ne è ben lontano. Amare che non è controllare. Amare che va usato con cura, senza eccedere e senza pretendere, sì, perché l’amore non si esige, l’affetto non è niente di dovuto. Questo lo dovremmo imparare fin da piccoli e non dovremmo dimenticarcelo mai.

Mi permetto di proseguire con bacio, nome comune di cosa maschile singolare, tanto nominato dai poeti, quanto rappresentato dai pittori. Bacio, segno e scambio d’amore e d’affetto. Ecco, in quanto tale dovrebbe essere volontario, totalmente volontario ed accolto, voluto da entrambe le parti. Ed anche questo lo dovremmo imparare fin da piccoli, per toglierci di dosso quel senso del dovere che, indubbiamente in modo involontario, ci è stato instillato da familiari e parenti. Quante volte ci siamo sentiti dire o abbiamo detto “Dai un bacio alla mamma!“, “Perché non dai un bacio alla zia?“, “Su, vai a dare un bacino al nonno!“? Tante, troppe. E altrettante volte non ci siamo resi conto di quanto fosse inopportuno sentirselo dire o dirlo. Un segno d’affetto, così come l’amore, non è dovuto. Non deve essere preteso né obbligato.

Ed in modo del tutto spontaneo mi sento di continuare con la parola consenso, nome comune maschile singolare. Questo è senza alcun dubbio uno dei termini che preferisco. Consenso, accordo, avere voleri conformi. È una delle radici più profonde da cui bisognerebbe partire e ripartire. Perché in una corretta e profonda grammatica delle relazioni si dovrebbe capire che non esiste relazione senza consenso. Ci si mette in relazione, ci si unisce se siamo d’accordo, se entrambi lo si vuole. La volontà, il desiderio devono essere biunivoci, deve esserci una reale corrispondenza. Sulla concreta comprensione di questa parola c’è ancora tanta tanta strada da fare, ma urge iniziare il cammino. Bisogna dirlo, spiegarlo ed interiorizzarlo. Una relazione affettiva non è tale se non c’è consenso.

Potrei proseguire per ogni singola lettera dell’alfabeto ed iniziare nuovamente da capo, perché oggi educare alla grammatica delle relazioni è quanto mai necessario.

Ritengo che non si debba avere il timore di parlare di educazione sessuo-affettiva, della necessità reale che c’è di inserirla nelle nostre vite e non mi riferisco solo all’ambito scolastico. Credo fermamente che ognuno avrebbe bisogno di soffermarsi a pensare a questa tematica, anche, e forse soprattutto, analizzando il proprio vissuto ed il proprio quotidiano. Ritengo con la stessa fermezza che non sia una questione di codice genetico, bensì di retaggio culturale. Un retaggio culturale che può e deve cambiare, perché è fondamentale capire che d’amore si vive, non si muore. È indispensabile comprendere che le parole hanno un valore, che vanno pesate come gli ingredienti in una ricetta. E tutto ciò lo si deve imparare fin da subito e, in quanto adulti, lo si deve insegnare fin da subito.

Non è l’educazione sessuo-affettiva a doverci spaventare, è la sua assenza a doverlo fare. Non è la grammatica delle relazioni a doverci angosciare, sono la mancata conoscenza ed il pessimo utilizzo della stessa a doverlo fare.

In quanto donna, in quanto figlia, sorella, compagna, insegnante e amica desidero profondamente – oggi e non solo oggi – che un domani, non troppo lontano, il 25 novembre assuma un altro valore. Vorrei che si celebrasse definitivamente l’eliminazione della violenza contro le donne.

Mi auguro che, ben presto, si possa tornare a casa la sera senza paura, senza brandire le chiavi di casa a volerci proteggere. Sogno che, al loro posto, ognuna possa avere mani rilassate, cuore calmo, anima leggera. E nella borsa il proprio taccuino di grammatica delle relazioni in cui appuntare amore, vita e libertà.

Federica Santini

 

 

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Federica Santini

Classe 1992. Nata nel giorno che spacca l'anno a metà. Creata per rompere ogni tipo di schema e per tendere volutamente all'imperfezione. Vedo i volti nelle case, resto senza fiato davanti agli edifici abbandonati andati in rovina, mi perdo nella bellezza dei fiori che nascono dalle crepe. Curiosa, resistente, determinata, piena, ribelle e caoticamente umana. La mia penna è viva, sincera ed irriverente.

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